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SE CINQUANTA VI SEMBRAN POCHI…


La ricerca realizzata dall’Istituto Storia Marche e confluita nel libro “Le Marche 1970–2020. La Regione e il territorio” (Franco Angeli, 2020), a cura di F. Amatori, R. Giulianelli, A. Martellini, rappresenta un valido contributo affinchè i 50 anni delle Regioni e, in particolare, delle Marche siano l’occasione per un bilancio e per mettere a fuoco i temi della prospettiva.

Il libro è diviso in due parti, l’una politico-istituzionale e l’altra economico-sociale, e si muove su registri d’analisi diversi a seconda che gli oltre trenta studiosi coinvolti siano più esperti della vicenda istituzionale dell’ente o delle evoluzioni che hanno riguardato i vari settori della realtà marchigiana.

Il risultato del lavoro è interessante sia per la pluralità di punti di vista, sia per il fatto che – trattando di una istituzione giovane e viva – i contributi finiscono inevitabilmente per porre delle questioni all’oggi e per interrogare la prospettiva.

Pubblicato all’inizio dell’anno, prima che esplodesse la pandemia, il volume racchiude in maniera certo non esaustiva riflessioni che aprono nuovi itinerari di ricerca e che testimoniano il punto di arrivo della parabola regionalista in versione marchigiana, alle prese con la ridefinizione del ruolo delle Regioni a statuto ordinario e con l’effetto lungo della crisi economica, alla quale nella nostra regione si somma quella post-sismica.

Se la domanda ricorrente in questo cinquantesimo è: quanto hanno inciso le Regioni nella vita economica, sociale, culturale delle rispettive comunità? Domanda a cui è difficile, ma non impossibile, rispondere, come dimostrano gli studi dell’IRPET, altrettanto naturale è chiedersi: ma le comunità e i territori sarebbero migliori e più sviluppati se non ci fossero state le Regioni?

Se è vero, infatti, che la Regione - come ogni istituzione - è una “costruzione culturale”, il problema dell’efficacia dell’azione regionalista dipende dalla chiarezza e dalla forza della visione che sostanzia questa costruzione.

E’ un tema essenziale per noi Marchigiani, sempre così plurali, soprattutto se vogliamo aggredire la “duplice ricostruzione” post-sisma e post-Covid e se vogliamo dare uno sbocco alla lunga transizione del cosiddetto “modello marchigiano”. E proprio quest’ultima è la questione fondamentale che emerge dal libro, forse anche per la formazione di alcuni dei curatori, ma certamente per il peso specifico che essa ha da un punto di vista storico e prospettico.

Oggi tutti i principali distretti manifatturieri della regione sono aree di crisi. “L’industrializzazione senza fratture”, espressione quantomai ambigua, è stata messa radicalmente in discussione da tre grandi fenomeni che hanno segnato gli anni Novanta del secolo scorso: la fine della svalutazione competitiva e la nascita dell’euro, la rivoluzione tecnologico-informatica, l’apertura globale dei mercati e della concorrenza. Queste novità hanno colpito al cuore la competizione sui prezzi, lo spontaneismo produttivo e la piccola dimensione d’impresa, ponendo al “modello marchigiano” la questione cruciale del fattore organizzativo per competere nel mondo globale.

Ciò ha avuto un effetto deflagrante non solo sul tessuto produttivo, ma anche sul mondo del credito, come ha insegnato la vicenda Banca Marche. Dall’inizio del nuovo secolo ha preso il via una lunga transizione che non trova ancora approdo, quantunque siano stati fatti importanti passi in avanti e oggi le condizioni del cammino siano divenute più difficili per l’indebolimento conseguente alla grande crisi del 2008 e agli shock successivi.

Che cosa può fare la Regione per favorire il traghettamento del “modello marchigiano” e delle sue mutazioni verso lidi più sicuri e stabili? Pensiamo soltanto alle ultime mutazioni: l’acquisizione di Ubi Banca da parte di Intesa San Paolo, l’ingresso di Versalis, società chimica di Eni, in Finproject, il raddoppio del sito Fincantieri del porto di Ancona o lo sbarco di Amazon a Jesi.

Io credo che il compito di chi avrà responsabilità di governo, memore di quanto sosteneva il primo Presidente della Regione, Giuseppe Serrini, “nessun’altra Regione italiana deve ‘farsi’ più di questa”, debba essere quello di fare delle Marche un vero e proprio “sistema plurale”.

E’ questo il modo migliore per sostenere l’evoluzione del nostro tessuto produttivo. Alcune azioni intraprese nella legislatura che si è conclusa sono andate in questa direzione: la Camera di Commercio unica, il Confidi unico, il risanamento dell’Aereoporto delle Marche, la gestione delle due emergenze, le politiche per l’innovazione 4.0, l’investimento sulla banda ultralarga e sulla rete dei servizi bibliotecari. Sono state tutte scelte che sottendono un approccio di sistema.

Ci sono stati illustri precedenti, come l’ASUR, le cui potenzialità in tal senso potrebbero essere ancor più dispiegate.

E altre scelte dovranno essere fatte nella prossima legislatura, intercettando il cambiamento di priorità indotto dal Covid, evitando la pratica della frammentazione e dispersione degli interventi, superando dualismi e asimmetrie territoriali, ponendosi il tema gigantesco della crisi demografica, riaprendo a livello nazionale insieme alle altre Regioni la questione della piena attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione.

Penso ad azioni di sistema su cui impegnare le risorse del Recovery Plan, del MES e della programmazione 2021-2027 e che dovrebbero riguardare le opportunità per i giovani, le infrastrutture, la rete dei servizi socio-sanitari, la digitalizzazione della P.A., la politica urbanistica e delle città, le piattaforme collaborative per le imprese, le università, le aree interne e la rete museale regionale.

Vasto programma, si direbbe, ma degno di chi ormai ha raggiunto la piena maturità.

Pubblicato il 21/8/2020 alle 10.2 nella rubrica agenda.

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