Blog: http://DanieleSalvi.ilcannocchiale.it

STATO E MERCATO: IL CAMBIAMENTO CHE SERVE

C’è qualcosa che sta cambiando sotto la pelle del Paese e che sta trovando via via espressione nella politica economica del Governo in carica. A cavallo dell’anno in due interventi su quotidiani nazionali, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e uno dei padri del centrosinistra Romano Prodi sono intervenuti, delineando un ruolo nuovo dell’intervento pubblico in economia, in particolare nelle politiche industriali.

Senza scomodare teorizzazioni astratte o riabilitazioni di un passato improponibile, entrambi hanno parlato della necessità di “un nuovo modello di politica industriale che veda il concorso delle politiche pubbliche e degli attori privati” (Gualtieri) e di “una profonda cultura e visione industriale”, capace di operare “in sinergia con robuste partecipazioni private” (Prodi).

Gli effetti prolungati della crisi economica e le sensibili difficoltà del nostro Paese nel rilancio della crescita richiedono di ripensare il ruolo dello Stato nella sfera del mercato, in termini circoscritti, innovativi, efficaci e rigorosi. Nonostante il persistente influsso del pensiero mainstream nei luoghi decisionali dell’economia e della finanza, nelle accademie e tra i commentatori economici, quel che si sta facendo strada lentamente è una nuova visione critica dell’economia, che nel caso del nostro Paese non può che partire da quanto successo negli ultimi trenta anni.

In un articolo pubblicato sulla rivista Marca/Marche (n. 13/2019), Franco Amatori fa un rapido excursus su “Impresa e industria in Italia negli ultimi trent’anni” e il bilancio è assolutamente problematico. Non si può certo rimpiangere lo Stato che produceva latte e panettoni, né l’intreccio perverso e corrotto tra politica ed economia, tantomeno si può sottovalutare il livello raggiunto dal debito pubblico italiano, ma occorre anche dirsi con tutta sincerità che la stagione delle privatizzazioni è stata deludente ed ha aperto dei vuoti che il capitalismo italiano non è stato capace di colmare.

Quella stagione - come sostiene Amatori - ha rappresentato “la Caporetto della grande imprenditorialità privata”, che non è riuscita, a fronte di occasioni anche molto vantaggiose, ad irrobustire il tessuto produttivo nazionale, né a renderlo competitivo nel nuovo scenario della globalizzazione. Ciò ha anche a che fare con l'insufficiente evoluzione del mercato europeo, in termini di apertura, integrazione e coordinamento delle politiche economiche, ma vi è uno specifico italiano che risalta in alcune vicende che il Governo è attualmente impegnato ad affrontare.

Mi riferisco, in particolare, ad Autostrade e Ilva: due settori strategici, la rete della mobilità su gomma che collega l’Italia al proprio interno e con il resto d’Europa, e l’impianto di produzione di acciaio più grande d’Europa. L’una è andata ad alimentare una solida posizione di rendita con forti impieghi finanziari e scarsa attenzione per gli investimenti e le manutenzioni; l’altro è finito nelle mani, prima, di un soggetto inadeguato a gestire la complessità del sito di Taranto, Riva, poi, di una multinazionale, Arcelor Mittal, che come molte altre ha ritenuto lo shoppingnel nostro Paese facile e conveniente.

Lo shopping, appunto, ovvero l’altra faccia della medaglia del mancato rafforzamento del tessuto produttivo nazionale che ha aperto la strada a numerose acquisizioni di imprese leader da parte di gruppi e fondi esteri: moda, alimentare, meccanica, chimica, banche, istituti finanziari. “Siamo divenuti il ventre molle della nuova concorrenza internazionale”, ha tuonato Prodi. E poi le concessioni che - secondo una recente relazione della Corte dei Conti - godono di condizioni che avvantaggiano il privato e danneggiano lo Stato, frutto di una politica subalterna all’economia.

Insomma, lo Stato regolatore si è dimostrato del tutto insufficiente e per certi aspetti illusorio, mentre lo Stato azionista innovatore deve entrare in campo per orientare in senso strategico imprese che operano in settori cruciali per lo sviluppo del Paese: energia, mobilità, reti, telecomunicazioni, settori di frontiera come l’aereospaziale, la robotica e l’intelligenza artificiale o settori più tradizionali come la siderurgia che devono evolvere verso la sostenibilità ambientale e non possono farlo senza una tutela reale dell’interesse pubblico, investimenti rilevanti e uno sguardo di medio periodo. L’importante è “mettere le aziende in mani sicure”, come diceva Alberto Beneduce, e cercare d’interpretare il Green New Deal inaugurato dalla nuova Commissione europea.

D’altronde, bisogna pure ammettere che le più importanti (poche purtroppo) multinazionali italiane sono ancora oggi società a partecipazione pubblica e che l’idea di abbattere il debito pubblico continuando sulla strada delle privatizzazioni vuol dire privarsi delle poche realtà rimaste, che invece garantiscono ottimi dividendi al bilancio dello Stato. Analogamente non è sciocco porsi il tema degli effetti industriali e dei costi sociali che in determinate condizioni produce un mancato intervento pubblico.

In un quadro di questo tipo, la presenza dello Stato può incoraggiare l’investimento privato e delineare un contesto industriale più solido, con realtà più forti, capaci non solo di resistere alle pressioni esterne, ma di affrontare meglio la competizione globale. Anche il mondo del cosiddetto “quarto capitalismo”, fatto di medie imprese internazionalizzate, che ci consentono di essere ancora la seconda manifattura europea, ma che accusano sempre più le turbolenze dei mercati, potrebbe giovarsene, potendo contare su maggiori certezze, le quali sono un ingrediente essenziale della crescita economica.

 

Daniele Salvi

Pubblicato il 23/1/2020 alle 11.6 nella rubrica agenda.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web