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MACHIAVELLI E IL DUCA: UNO SGUARDO SUL CENTRO ITALIA

L’uscita presso Bompiani nell’anno appena trascorso di “Tutte le opere” di Niccolò Machiavelli consente di leggere in versione completa le cosiddette “legazioni” del segretario fiorentino, ossia le missioni che egli adempì per conto della repubblica di Firenze in Italia e all’estero, tra le quali spicca per fama quella svolta presso il duca Cesare Borgia, impegnato nella conquista della Romagna e nella “disinfestazione” dello Stato della Chiesa da “quella zizzania che era per guastare l’Italia” (p. 1323), ovvero quei “signorotti sbrigliati che non hanno rispetto” (p. 1347) e che complicavano il governo di un territorio che aveva invece bisogno di rafforzare l’autorità e l’efficacia del potere centrale, in questo caso quello di Papa Alessandro VI. Questa esigenza a cui, in più circostanze e in tempi diversi, il potere papale aveva cercato di dare una risposta, fin dalle Constitutiones Aegidianae del 1357 che rappresentano la prima sistematizzazione giuridico-amministrativa dei territori soggetti direttamente all’autorità temporale del Papa, era diventata acuta sul finire del Quattrocento, quando con la scoperta delle Americhe il mondo conosceva una rivoluzione e tutto subiva un’accelerazione imprevista. Tante volte questo tornante della storia è stato evocato nei momenti di grande cambiamento per esemplificare la necessità di attrezzarsi adeguatamente per non dover subire il corso degli eventi, e il tentativo del duca Valentino di unire il centro Italia, per poi forse unire l’Italia, è apparso ai più tanto cinico e scaltro, quanto coraggioso e in definitiva sfortunato. Simbolo di quel limite culturale e pratico della politica italiana, incapace di farsi Stato a fronte di una società economicamente prospera e articolata. In realtà, come ha insegnato Carlo Maria Cipolla, l’economia del nostro paese era anche allora strutturalmente dipendente dal ciclo internazionale, subiva la concorrenza di paesi emergenti come l’Inghilterra e le Fiandre, pensava illusoriamente di reggere la competizione rifugiandosi nelle nicchie dell’alta qualità, soffriva di eccessive diseguaglianze tra i diversi ceti sociali e di una pressione fiscale troppo alta, per non parlare della frammentazione politica che impediva ad ognuno dei singoli Stati italiani di dotarsi di quelle “caravelle dell’innovazione” necessarie per affrontare il futuro, fossero esse le navi capaci di solcare gli oceani o gli eserciti e gli armamenti pronti a difendere i confini dello Stato. L’Italia centrale che emerge dalle “legazioni” del Machiavelli al duca Valentino è già allora un territorio fortemente interconnesso e interdipendente. Una delle più immediate e ricorrenti preoccupazioni della repubblica fiorentina era quella di tutelare gli interessi dei mercanti nei territori controllati dal Borgia. Machiavelli non solo riceve a più riprese indicazioni affinchè segnali a chi di dovere le esigenze di singoli mercanti, ma - una volta espressa al duca l’amicizia, pur sempre guardinga, che Firenze riservava alla sua impresa - viene sollecitato ad ottenere il salvacondotto per i mercanti fiorentini. Allo stesso modo egli fa presente alla repubblica le novità che giungevano da Venezia e cioè che: “…in Portogallo erano tornate di Galigutte 4 caravelle cariche di spezierie: la quale nuova aveva fatto calare assai di pregio le spezierie loro (di Venezia ndr): il che era danno gravissimo ad quella città” (p. 1252). Gli effetti della globalizzazione cominciavano a farsi sentire. Forte, poi, è la preoccupazione quando il duca si dirige lungo la costa adriatica e la città di Ancona sembra essere “in sul disegno” (p. 1273), dal momento che - ragguaglia il segretario - sono “in quella città assai robe di mercatanti vostri” (ibidem), ragion per cui viene ipotizzato lo spostamento di merci e mercanti in direzione di Cesena e Rimini via mare. La repubblica, a stretto giro, dispone di “fare opera che quelle robe che si truovano ad Ancona o a Camerino si conduchino salve” (p. 1277). Evidentemente queste due erano le piazze mercantili più importanti per Firenze nella Marca e, se l’ostinata Camerino è oggetto di particolare attenzione per via delle notizie che giungono di repentini capovolgimenti di fronte, la raccomandazione per i mercanti fiorentini che operano su Ancona è esplicita con tanto di nomi e cognomi: Girolamo e Lorenzo Ridolfi, Niccolao Lippi, “cittadini nostri abitanti in Ancona” (p. 1329), e Bartolommeo di ser Tommaso Anconitano, “consolo della nazione nostra” e “uomo con il quale li mercatanti nostri hanno molte faccende e nella conservazione del quale è la conservazione di molti de’ nostri” (ibidem). Come sappiamo il Borgia non si diresse verso Ancona. Le “legazioni” terminano con il duca che si dirige verso Roma, forte del sostegno del padre, il Papa, e del Re di Francia, avendo ormai di fatto annessa la strategica e a lungo contesa Romagna, stretto accordi con Bologna, costruito alleanze con Firenze e Ferrara, ricondotto sotto il suo controllo Marche e Umbria, bonificato Siena. Poi – come si sa – le vicende mutarono di segno fino al fallimento dell’intero progetto. Che senso ha ripercorrere oggi questa vicenda ben nota? Può servirci, forse, per riflettere sul fatto che - come ha sostenuto recentemente Gianfranco Viesti – “L’Italia che sta venendo lentamente fuori dalla grande crisi sembra diversa, da un punto di vista territoriale, da quella che vi è entrata”, e che ora come allora stanno in realtà cambiando le gerarchie territoriali: Marche e Umbria scivolano sotto la media europea del Pil pro-capite, Roma è in forte crisi, lo sviluppo più dinamico non scende più lungo l’Adriatico e l’areale del “cratere” sismico unisce ben quattro regioni. L’intero centro Italia è in sofferenza e lo è il suo sistema produttivo. Se il Nord e il Sud del Paese sembrano poter contare su un’attenzione privilegiata da parte dell’attuale governo, come dimostrano le misure della prima legge di bilancio, le Regioni del “quadrilatero” Bologna-Ancona-Roma-Firenze è bene che assumano rapidamente una comune consapevolezza della questione che le riguarda, per riscrivere in maniera più equa la geografia nazionale e per affrontare con coraggio e unità d’intenti le sfide della cooperazione e dell’innovazione necessarie per interpretare a testa alta il cambiamento. Daniele Salvi

Pubblicato il 10/1/2019 alle 14.10 nella rubrica agenda.

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