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TRA DECADENZA, GOVERNO E PRIMARIE…

Il voto sulla decadenza di Berlusconi è un segno di forza delle istituzioni repubblicane. Qualsiasi rinvio o un esito diverso avrebbero evidenziato un’eccezione al principio costituzionale per cui la legge è uguale per tutti e sarebbe stato devastante sulla residua aspirazione ad un po’ di giustizia da parte dell’opinione pubblica.

Forza Italia ha scelto di collocarsi all’opposizione del governo Letta, il Nuovo centrodestra ha invece votato insieme al Pd e a Scelta Civica la fiducia al governo in occasione del maxiemendamento alla Legge di Stabilità. Che una parte del centrodestra abbia scelto di anteporre il destino del governo e il bisogno di stabilità del Paese alla vicenda giudiziaria di Berlusconi è un fatto importante, da tanto tempo atteso anche sul versante del centrosinistra per poter imbastire una normale dialettica democratica fuori da logiche padronali e da richieste di salvacondotti giudiziari. Che quella stessa parte non abbia preso le distanze anche nel voto sulla decadenza del Cavaliere è, tuttavia, il segno che emanciparsi dal berlusconismo non è facile e su questo si giocherà l’effettiva forza di quanti, da Casini a Fini, da Monti ad Alfano, in questi anni ci hanno provato.

Ora il governo Letta ha una maggioranza più omogenea e per il Pd ci sono maggiori possibilità d’influenzare un’agenda politica e programmatica sia sui temi della risposta alla crisi, sia su quello delle riforme istituzionali e della legge elettorale. I timori avanzati da più parti che la divisione interna al centrodestra sia in realtà una separazione funzionale alla riorganizzazione in chiave maggioritaria di quel campo politico fanno parte più della sfera del possibile che del reale. Ad oggi di reale c’è una divisione profonda, per il resto si vedrà. Chi avrà più filo tesserà.

Semmai ciò che sta avvenendo ripropone mutatis mutandis che la prospettiva che riesce a garantire un governo al Paese nella fase emergenziale che viviamo è quella che si fonda su un accordo tra riformisti e moderati. “Il problema politico centrale in Italia -diceva Enrico Berlinguer- è stato, e rimane più che mai, proprio quello di evitare che si giunga ad una saldatura stabile ed organica tra il centro e la destra (…)”. In questo senso c’è un qualcosa di vero che permane nella storia d’Italia.

La questione non è indifferente per il Pd alle prese con le primarie dell’8 dicembre. Le due candidatue più rappresentative, Renzi e Cuperlo, non sono identiche da questo punto di vista. Se il tema per l’Italia è quello d’individuare un percorso di fuoriuscita dalla crisi, hanno ragione entrambi quando incalzano Letta e il governo a fare di più, ma non convince Renzi quando lascia chiaramente intendere che la sua segreteria coinciderebbe con la fine delle cosiddette “larghe intese”, peraltro già finite, o con la riproposizione di una via solitaria al governo.

Il conflitto con Letta sarebbe, allora, dietro l’angolo e il rischio di rimettere in gioco un centrodestra diviso diventerebbe molto probabile. Molto più lineare e proficuo sarebbe, invece, avere un segretario che si occupi di rilanciare/riorganizzare il partito, di consolidare un campo di alleanze sociali e politiche, orientando il lavoro del Governo e preparando il momento in cui un nuovo, ampio centrosinistra dovrà candidarsi alla guida del Paese, magari con Letta premier.

Come si vede le alternative non sono di poco conto e l’8 dicembre si deciderà anche questo. Intanto, in Germania, ritorna la grande coalizione tra la Cdu e la Spd, dopo un serrato confronto e un compromesso programmatico di non poco conto (ben 12 sono stati i tavoli di trattativa!). Gli iscritti al partito socialdemocratico saranno chiamati con un referendum a decidere la commestibilità dell’accordo, il quale tra l’altro prevede più soldi in busta paga per i lavoratori e flessibilità nella fuoriuscita dal mondo del lavoro. L’esatto contrario di quello che il nostro Paese ha fatto da decenni a questa parte, tranne brevi parentesi, e da ultimo con il governo Monti e la riforma Fornero. Se la Germania rilancia i consumi interni qualcosa di buono può venire al riequilibrio della bilancia commerciale tra i Paesi dell’eurozona, per cui il compromesso raggiunto dai socialdemocratici risponde sì ad un esigenza del mondo che rappresentano, ma anche ad un punto qualificante della piattaforma dei progressisti per ridurre le diseguaglianze interne all’Unione europea.

Mi sia consentita, infine, una chiosa su come dovrebbe ragionare un grande partito. In Italia ha innescato polemiche, non il fatto che in sei anni di vita il Pd non abbia mai fatto un referendum interno, ma che i suoi 500.000 iscritti potessero decidere il loro segretario, quando i socialisti francesi ne hanno circa 200.000 e i tedeschi i 450.000 suddetti e lo fanno senza polemizzare. Un esponente cristiano-democratico tedesco ha criticato il referendum promosso dai socialdemocratici perché -a suo dire- “fa sì che i negoziatori della Spd abbiano in testa più le prossime quattro settimane che i prossimi quattro anni”. Chissà che avrebbe detto in Italia, dove sicuramente per sancire un simile accordo ci sarebbe stato chi avrebbe proposto le primarie?

 

Daniele Salvi

 

Pubblicato il 28/11/2013 alle 10.23 nella rubrica agenda.

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