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LE MARCHE OLTRE LA CRISI: NUOVO RIFORMISMO, NUOVO SVILUPPO.

Il principio di realtà. La realtà è quella fotografata dal rapporto sull’economia delle Marche presentato lo scorso 10 giugno dalla sezione regionale della Banca d’Italia. Da quando è iniziata la crisi le Marche soffrono più di altre realtà la recessione in corso. E questo nonostante gli importanti e positivi sforzi del governo regionale per contrastarne gli effetti e per reagire.

E’ il segno che la profondità della crisi chiama in causa nel territorio marchigiano la tenuta del modello di sviluppo e coesione sociale che ha consentito ed ha contraddistinto il livello di benessere finora raggiunto. Le vicende di questi giorni di Indesit e Banca Marche sono da questo punto di vista emblematiche: il valore del lavoro e la forte spinta all’industrializzazione, insieme al valore del risparmio, proprio delle famiglie marchigiane, vengono scossi alle fondamenta dal dipanarsi di quelle vicende. La situazione reale deve indurci ad un serio ripensamento e a progettare le linee guida che possano orientare le scelte verso un nuovo modello di sviluppo delle Marche.

Un passo del suddetto rapporto è emblematico nella sua sinteticità: “L’economia marchigiana è risultata particolarmente esposta alla crisi iniziata nel 2008. Vi hanno concorso la spiccata vocazione industriale, la notevole diffusione di imprese subfornitrici di piccola dimensione e la specializzazione produttiva”. Altri dati rafforzano il concetto: il PIL marchigiano è diminuito di più che in Italia nell’arco dell’ultimo quinquennio, il ricorso agli ammortizzatori sociali in deroga ha visto un primato della nostra regione, il tasso di disoccupazione regionale ha raggiunto percentuali in linea con quello nazionale, cosa inedita per la storia recente delle Marche, la disoccupazione giovanile, seppure inferiore alla media nazionale, è in sensibile crescita, mentre “a differenza di quanto osservato nel resto del paese, dove le condizioni lavorative si sono deteriorate soprattutto per i lavoratori con bassi livelli di istruzione, in regione il peggioramento è risultato diffuso, indipendentemente dal titolo di studio posseduto”. E non basta l’export a sopperire al forte calo della produzione.

Ciò che sta avvenendo è una repentina trasformazione del tessuto produttivo marchigiano, caratterizzato prima della crisi da un peculiare rapporto tra un tasso di industrializzazione troppo alto (47%), rispetto a realtà analoghe come la Toscana e l’Emilia Romagna, ma anche l’Umbria, e uno dei servizi troppo basso (34%). Una parte del pulviscolo imprenditoriale, debole e più legato al mercato interno, è crollato, mentre i servizi, poco avanzati e limitati settorialmente, non sono riusciti a rappresentare un utile terreno di assorbimento della disoccupazione e dell’inoccupazione.

Se a questo aggiungiamo la tendenza di parte dell’imprenditoria marchigiana ad impegnare il surplus d’azienda nella rendita parassitaria piuttosto che nell’investimento produttivo, nella ricerca e nell’innovazione, tendenza questa consolidatasi con la fine della svalutazione della moneta e l’ingresso nell’euro, si può comprendere come l’impatto della crisi internazionale sulla nostra realtà regionale sia stata particolarmente pesante. In altre parole è in atto un assottigliamento della base produttiva regionale, che in assenza di una svolta rischia di far indietreggiare pesantemente la nostra regione e di mettere in discussione il patto sociale che ne sta alle fondamenta.

 

Una nuova consapevolezza. Tutto ciò non può lasciare insensibile una forza politica come il Partito Democratico, forza di governo del territorio e attenta per sua stessa costituzione alle ragioni del lavoro, dello sviluppo sostenibile e della coesione sociale.

Siamo consapevoli che la svolta potrà venire soltanto da una presa di coscienza e da misure coerenti dell’Europa ed è anche per realizzare questa svolta che assumono un’importanza decisiva le prossime elezioni europee del 2014. Analogamente siamo consapevoli che il Governo Letta è un governo necessitato, nato -da un lato- per arginare la crisi, alleviandone gli effetti più duri, a partire dalla disoccupazione specie giovanile, e muovendosi dentro gli stretti margini consentiti dal bilancio statale e dagli impegni assunti in sede europea, e -dall’altro lato- per cambiare la legge elettorale. 

Gli effetti della crisi hanno prodotto riflessi elettorali anche nella nostra regione, modificandone sensibilmente il quadro politico e mettendo in discussione anche noi stessi. Tuttavia possiamo dire che il Pd, in questi anni difficili, ha raccolto importanti risultati, innovando anche la sua proposta politica soprattutto in termini di alleanze. La vittoria alle elezioni regionali del 2010 e a quelle provinciali di Macerata del 2011, la tenuta nelle diverse elezioni amministrative del 2012, l’elezione di ben 14 parlamentari alle elezioni politiche del 2013 e, da ultimo, la vittoria nel capoluogo regionale Ancona e in altri centri, hanno riconfermato la nostra forza e sono stati il frutto di un lavoro che ha avuto la sua risorsa principale nella coesione del gruppo dirigente del partito regionale.

D’altro canto, non vanno sottovalutate le difficoltà che strada facendo si sono manifestate, sintomo di un indebolimento della capacità di rappresentanza della classe dirigente rispetto alla società locale: tendenze all’autoreferenzialità, perdita di slancio progettuale e di capacità d’innovazione nell’azione di governo sono state alla base della sconfitta subita in importanti città da sempre governate dal centrosinistra. Siamo consapevoli, comunque, che di più e meglio occorre fare per costruire un partito più radicato nei territori e con un profilo politico-programmatico più evidente ed incisivo, capace di esprimere un’azione di governo riformatrice, tanto più necessaria nel contesto di crisi in cui siamo chiamati ad operare.

 

Il principio responsabilità. Con responsabilità e convinzione abbiamo dato il nostro contributo al rilancio e alla ridefinizione delle priorità dell’azione amministrativa di fine legislatura della maggioranza che governa le Marche. La situazione socio-economica è particolarmente grave, sia per il peggioramento della condizione delle fasce medio-basse della popolazione, sia per l’incidenza dei tagli sulla capacità di risposta delle istituzioni territoriali, sia perché la stessa immagine della Regione che, dopo quella del Parlamento, delle Province e dei Comuni, è offuscata dalle vicende inerenti i cosiddetti “costi della politica”. Dobbiamo essere tutti consapevoli che, data la situazione della finanza pubblica locale e regionale è impossibile chiedere meno tasse e più servizi, che la strada del rispetto delle politiche di bilancio è stretta, ma crediamo anche che, se la politica torna ad esercitare un’azione indispensabile di orientamento e di accompagnamento, è possibile mobilitare tante energie e risorse umane, intellettuali, imprenditoriali, giovanili.

Le questioni dell’investimento nel sapere e nella cultura, di un modello imprenditoriale che incorpori maggiore conoscenza, della diversificazione dello sviluppo verso nuovi ambiti (agricoltura di qualità, servizi alle persone, green economy), della riorganizzazione del sistema del welfare (sanità, scuola, mobilità), del riassetto e riordino dei livelli istituzionali, amministrativi e dei servizi a rete, della semplificazione ed efficientamento della macchina burocratico-amministrativa regionale, richiedono una visione d’insieme delle Marche, che va costruita in modo collegiale e con un forte dialogo con i territori.

La crisi, infatti, oltre a colpire in modo particolare il tessuto produttivo manifatturiero, determina un restringimento drastico dei trasferimenti statali e della sfera di competenza e influenza, oltre che dimensionale ed occupazionale, del settore pubblico, specie nelle amministrazioni periferiche. Aspetti quest’ultimi che stanno cambiando e cambieranno nel medio periodo il modo di essere del pubblico, il rapporto con il privato, la struttura e la stessa capacità di corrispondere alle esigenze dei cittadini. Per questo la riforma della P.A., l’elaborazione di veri e propri “piani industriali” di riorganizzazione, e il riordino istituzionale intorno alle Unioni dei Comuni, alle “nuove” Province e ad una Regione che, anche nel quadro di una revisione della riforma del titolo V, “rifocalizzi” le sue funzioni, rappresentano dei terreni d’impegno strategici, non procrastinabili, per dare risposta alla crisi.

Aree di crisi, riequilibrio territoriale, dinamismo delle aree a maggiore intensità di sviluppo, funzione delle Città nell’ambito di sistemi territoriali integrati, ma anche come “catalizzatori creativi”, vanno tenuti insieme ridando un ruolo alla programmazione territoriale e su questa base è possibile individuare azioni di sistema e progetti di sviluppo locale su cui impegnare le risorse della nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020.


Il tema al centro del Congresso. Per tutte queste ragioni riteniamo che sia giunto il momento che il Partito Democratico ponga al centro della sua riflessione politica il tema di una nuova prospettiva per le Marche e i marchigiani, insieme ad un nuovo modello di sviluppo.

Su questa sfida vogliamo chiamare a raccolta su questo saperi, competenze, esperienze, figure istituzionali e amministrative, espressione dei mondi vitali della nostra regione, rendendo pubblico il dibattito e sollecitando tutta la società marchigiana a cimentarsi su un tema decisivo per il nostro domani. Questo intende fare il Pd a partire dal prossimo Congresso regionale, che si terrà entro i primi mesi del 2014; esso rappresenterà, tra l’altro, un momento preparatorio decisivo per affrontare il biennio 2014-2015, nel quale si concentreranno la tornata amministrativa ordinaria dove verranno rinnovate la stragrande maggioranza delle Amministrazioni comunali, le elezioni europee, quanto mai importanti, le elezioni politiche e le elezioni regionali, che dovranno di fatto aprire un nuovo ciclo decennale di governo della Regione Marche. I temi dell’identità e del rilancio del progetto politico del Pd dovranno trovare una loro declinazione e traduzione concreta nel confronto con le questioni che la crisi pone ad ogni livello, cercando di muovere da dati oggettivi per condividere un’analisi comune della situazione e definire un progetto per il futuro delle Marche, su cui sperimentare il nuovo gruppo dirigente, il perimetro delle alleanze politiche e sociali e la costruzione di un partito presente, competente e radicato sul territorio e nelle comunità locali.

Se è vero che dalla crisi si esce trasformati, il Pd, forza di governo che ha contributo in questi anni al buon governo della regione, delle province e delle città, ha il dovere di elaborare ed interpretare il cambiamento necessario per contribuire a costruire una nuova stagione di crescita, sviluppo, benessere e opportunità.

 

La sfida delle nuove politiche pubbliche. Rilanciare gli investimenti, creare lavoro, ridurre le diseguaglianze sociali, attuare politiche fiscali che supportino l’economia reale (impresa e lavoro) e i consumi, promuovere uno sviluppo sostenibile attraverso politiche industriali e di settore non è pensabile oggi senza un nuovo protagonismo delle politiche pubbliche, non invasive, ma capaci d’individuare le priorità d’intervento nei settori più innovativi e ad alto valore aggiunto, in quelli dove più alto è il contenuto di conoscenza, di sostenibilità ecologica e maggiore la potenzialità occupazionale. Un nuovo intervento pubblico, compatibile con le politiche di bilancio, è decisivo nella crisi per orientare e mobilitare energie e risorse private, abbandonate altrimenti a se stesse o relegate ad uno spontaneismo divenuto ormai sterile.

Questo vale anche per le Marche, dove il tessuto di piccola e piccolissima impresa, colpito sensibilmente dalla crisi e orfano della protezione dei tradizionali distretti, ormai insufficienti, non può più contare sulla svalutazione competitiva e vede restringersi gli spazi del mercato interno, i margini di evasione ed elusione fiscale, i canali di erogazione del credito, mentre non è riuscito a risolvere i problemi di sottocapitalizzazione e a compiere il sempre invocato salto dimensionale.

Se alle difficoltà del mondo imprenditoriale si aggiunge la precarietà (versione attuale e più drammatica della tradizione marchigiana ai bassi salari) che affligge il mondo del lavoro, in particolare per giovani, donne e immigrati, unitamente all’espulsione dal ciclo produttivo di manodopera over 50, in presenza dell’allungamento dei tempi per il raggiungimento dei requisiti pensionistici, è facile capire che quel che sta entrando fortemente in discussione anche nelle Marche è la tenuta della sua tradizionale coesione sociale, chiamata a far fronte ad un processo di oggettivo quanto inedito impoverimento. A fronteggiare questa situazione, che riguarda fasce sempre più ampie della popolazione, non sembrano più sufficienti le funzioni di ammortizzatore sociale svolte dalla famiglia, più o meno allargata, visti anche i profondi mutamenti che hanno interessato la sua stessa conformazione, o dalla propensione al risparmio o dalla proprietà patrimoniale della casa, che per molti giovani resta un miraggio. La crisi d’inserisce, poi, in una tendenza al calo demografico e all’invecchiamento che è l’altra faccia della difficoltà in termini di prospettive e di opportunità per le giovani generazioni.

Di fronte a questo scenario, spetta al Pd essere protagonista di un forte cambiamento culturale, capace di ispirare un riformismo radicale che abbia come punti di riferimento il lavoro, la sostenibilità, l’uguaglianza e l’innovazione.

 

Elaborare la nostra proposta. E’ qui che deve collocarsi la nostra riflessione, che pure può contare su alcuni punti di forza e che deve tenere presente lo scenario e le opportunità di Europa 2020: intelligente, sostenibile, inclusiva. Pensiamo, ad esempio, all’affermarsi in ambito imprenditoriale di una schiera di medie imprese che tengono alto il nome del made in Marche e che si sono fortemente internazionalizzate, intorno alle quali si sono formate “ragnatele” di piccole imprese altamente specializzate, oppure all’emergere di imprese culturali e creative, specie nei contesti più urbanizzati, dove trovano occupazione giovani con alta scolarizzazione e che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie, oppure alle reti di servizi più o meno avanzati che sempre più costituiscono le “intelaiature” dei sistemi di sviluppo locali più dinamici, oppure al grande capitale sociale fisso (es. beni culturali), inutilizzato e ricco di potenzialità delle aree interne della regione, che aspetta ancora di essere messo a frutto da una nuova generazione d’imprenditori che uniscano il saper fare all’uso delle nuove tecnologie.

Accompagnare la trasformazione di parte dell’impresa marchigiana da impresa manifatturiera, che ha prodotto finora soprattutto beni di consumo materiale (merci), in una che sia capace di produrre beni immateriali (tecnologie e servizi), anche incorporati ai prodotti, è una sfida che può aiutare a ripensare il policentrismo marchigiano in termini di città e territori creativi, dove “un artigiano e un giovane smanettone” possono declinare in forme più evolute e competitive il nostro tradizionale saper fare.

Scoraggiare la rendita e la fuga di ricchezze, investire sul capitale umano e sulla tutela e valorizzazione dei beni comuni, arrestare il consumo di suolo, puntare sulla riqualificazione energetica e ambientale, attirare investimenti e talenti, incentivare il rientro dei “cervelli” che hanno abbandonato la nostra regione, puntare alla costruzione della green society, sono azioni ed obiettivi che interpretano il cambiamento necessario per vincere la crisi.

E’ a partire da questa consapevolezza che delineare alcuni ambiti suscettibili di approfondimenti specifici e coerenti. Essi sono:

 

Lavoro, Impresa e Università;

 

Welfare (Scuola, Mobilità) e Sanità;

·        Mantenere una rete di servizi collettivi diffusa sul territorio, innovandola fortemente: la sfida della sostenibilità è quella a cui dovranno rispondere i servizi a prevalenza pubblica. Scuola, mobilità e sanità saranno al centro delle nuove politiche europee e nazionali per le Aree interne e sono le parole chiave su cui si giocherà la partita mai conclusa del riequilibrio territoriale, ma anche le nuove sfide della cittadinanza e del superamento delle diseconomie territoriali nell’ottica di una crescita sostenuta, armonica e qualitativa. Presidio scolastico sul territorio, servizi per l’infanzia, fine delle pluriclassi, risanamento antisismico delle strutture scolastiche, investimento sulle strutture e sulle nuove tecnologie dovranno essere gli ambiti d’intervento privilegiati nel campo dell’istruzione.

·      Il tema della mobilità, del trasporto pubblico locale su gomma e ferro, dell’intermodalità e della logistica saranno ancora più centrali nel prossimo futuro. Le Marche scontano un definanziamento sostanziale nell’ambito della spesa storica del fondo nazionale che, se non risolto, rischia di travolgere il sistema del trasporto pubblico locale; allo stesso modo la qualità dei servizi e i livelli d’investimento sulla rete per quel che riguarda il trasporto su ferro vede la direttrice Adriatica completamente sottovalutata; il completamento non ancora avvenuto del disegno infrastrutturale che in questi anni ha interessato la terza corsia dell’A14, il progetto Quadrilatero di penetrazione interna Marche-Umbria e la Fano-Grosseto non consente allo stesso sistema logistico costituito da Porto-Aereoporto-Interporto di assolvere alla funzione strategica per cui è stato pensato. La sostenibilità dell’intero sistema dei Trasporti e delle annesse strutture gestionali è, quindi, fortemente in discussione. Tra l’altro, il reticolo viario interregionale, regionale e provinciale sconta l’assenza da diversi anni d’interventi di manutenzione e sicurezza per via dell’azzeramento delle risorse ex-Anas e dei vincoli imposti alle Province dal Patto di Stabilità. I margini di efficientamento industriali e gestionali delle aziende trasportistiche si sono fortemente ridotti, mentre non hanno avuto il necessario sviluppo forme di servizio a chiamata, programmazione dei servizi su scala più ampia, semplificazione societaria, riequilibrio dei servizi ai cittadini tra i diversi territori, sperimentazione di forme gestionali innovative ferro-gomma. Investire una quota importante dei fondi strutturali di nuova generazione e dei fondi FAS sulla partita della mobilità e delle infrastrutture ci sembra una scelta necessaria e di forte valore per la prospettiva.

·    Sostenibilità è parola strategica anche per il Servizio Sanitario Regionale, inteso come servizio pubblico e universalistico, ed ha a che fare come negli altri servizi a carattere collettivo con la improrogabile definizione dei costi standard, con la possibilità per il cittadino di accedere in modo equanime su tutto il territorio alle prestazioni sanitarie e di assistenza, con la necessità da parte del sistema sanitario di dare risposte appropriate al cittadino, al quale però si dovrà chiedere maggiormente di contribuire in base al proprio reddito al finanziamento del sistema. Se la Sanità marchigiana in questi anni ha retto la sfida della tenuta finanziaria, cosa di non poco conto visti i tagli alle risorse subite dal Patto per la Salute e il fatto che la gran parte delle Regioni è commissariata, il processo riformatore complessivo, concernente anche la qualificazione del sistema, e cioè la razionalizzazione della rete ospedaliera e delle reti cliniche, il riorientamento degli investimenti, l’eliminazione delle liste d’attesa, lo sviluppo delle prestazioni specialistiche, la riduzione della mobilità passiva, non ha proceduto secondo i tempi e le necessità, sottoponendo di fatto l’intero sistema a stress continui. Su questo versante non basta, quindi, l’interlocuzione tra livelli istituzionali, tra istituzioni e sindacati o categorie; serve un urgente e costante lavoro di orientamento politico che indichi a tutti i soggetti in campo e ad un organismo complesso come quello sanitario la direzione di marcia della riforma e l’innovazione continua necessaria al sistema.

·        Eguale accessibilità e personalizzazione dei servizi alla persona saranno gli obiettivi da perseguire nel campo delle politiche sociali nei confronti dei soggetti deboli, individuando senza ideologismi i soggetti e i luoghi più vicini alle persone, nonché le modalità e le forme, ad esempio di de-ospedalizzazione in strutture socio-assistenziali e di domiciliazione riconosciuta e remunerata (es. voucher), attraverso cui garantire cura ed assistenza appropriate, ma a minor costo per i cittadini. Qui c’è tutto uno spazio di riconversione professionale, di nuova imprenditorialità sociale e di nuovi mercati suscettibile di ulteriore sviluppo. L’attuale assetto degli Ambiti socio-assisteziali dovrebbe adeguarsi alla scala dell’Area vasta sanitaria. La sostenibilità dell’intero settore socio-sanitario passa, infine, per la lotta a qualsiasi speco e per la corresponsabilizzazione del settore sanitario privato agli obiettivi di sistema.

 

Riordino Istituzionale e Amministrativo;

Riscrivere la filiera istituzionale delle Autonomie locali e l’assetto amministrativo, incluso quello periferico dello Stato, è la vera sfida della politica che vuol ritrovare un ruolo sul territorio e a servizio delle comunità locali: Unioni e fusioni dei Comuni, Province come livelli intermedi di coordinamento di area vasta di secondo grado, Regione come ente di legislazione e programmazione territoriale sono i tre ambiti dell’innovazione istituzionale su cui cimentarsi nel prossimo futuro. Semplificare il numero di società, enti, consorzi, agenzie, riconducendo il più possibile le funzioni in capo ai livelli istituzionali democraticamente eletti e ricercando comunque masse critiche ed economie di scala per svolgere in modo adeguato ed efficiente le funzioni e i servizi delegati, costituisce un’altra delle partite dove un riformismo più deciso di quello fin qui praticato deve affermarsi. Ciò è necessario al fine di superare diseguaglianze e sperequazioni e per rendere accessibili e uniformi i servizi e le prestazioni ai cittadini sull’intero territorio regionale (es. diritto allo studio).

 

Territorio (Ambiente, Paesaggio e Beni Culturali, Infrastrutture, Assetto urbanistico e Servizi a rete);

·   Proseguire nell’investimento sul nesso Cultura-Turismo-Territorio come motori di un nuovo sviluppo, sull’intreccio tra cultura ed economia nella direzione indicata dalla progettualità del Distretto Culturale Evoluto delle Marche, inteso come innovazione del sistema manifatturiero di qualità e come metodo per la promozione di uno sviluppo locale cultural oriented.

·    Rilanciare la programmazione per governare i nuovi ambiti dello sviluppo. In questi anni la Regione ha sottovalutato la complessità degli strumenti normativi e l’imprescindibilità di quelli programmatori per dare equa e compatibile attuazione alla sfida della green economy. Caratteristiche e localizzazione degli impianti energetici (fotovoltaico, biogas, biomasse, eolico, turbogas, elettrodotti, etc.) hanno rappresentato occasioni di conflitto non governato in assenza di norme chiare, di linee guida e di processi codificati di informazione, decisione condivisa, monitoraggio, verifica e controllo che evitassero l’abnorme insorgere di comitati di protesta e l’isolamento degli amministratori locali.

·       Consumo di suolo zero, recupero dell’esistente e “costruire sul costruito”, riqualificazione urbana e dei fondovalle, bonifica e restauro ambientale, rilancio dell’housing sociale dovranno essere gli obiettivi alla base di una nuova stagione d’investimento nell’edilizia ecocompatibile e del governo integrato del territorio e delle città. Da questo punto di vista   vanno previsti e affinati strumenti legislativi idonei che debbono maturare nell’ambito di un forte dibattito sulla pianificazione strategica territoriale su scala regionale.

·     Modernizzare i servizi a rete (trasporti, rifiuti, luce, gas, acqua) significa nelle Marche lavorare sulle aggregazioni industriali, sulla creazione di economie di scala e masse critiche almeno per ambiti provinciali, capaci di predisporre le realtà industriali alle gare, laddove necessarie, e di garantire una gestione pubblica efficace ed economica, dove sono invece possibili gestioni in house. Ruolo degli amministratori pubblici, contratti di servizio a tutela delle comunità e dei cittadini, qualità dei servizi, rapporto costi-benefici, strategicità degli investimenti, efficienza aziendale, occupazione di qualità: su tutti questi aspetti la politica può svolgere un ruolo importante specie nella formazione degli amministratori locali e nell’orientamento dei processi, specie legislativi.

·      Ambiente, paesaggio, agricoltura di qualità: rappresentano la cifra delle Marche e l’ambito di un nuovo investimento che in particolare molti giovani stanno facendo come reazione, non certo conservativa, alla crisi. Il settore agroalimentare è uno dei pochi che nella crisi cresce, il tema del cibo, dell’alimentazione e della sicurezza degli alimenti rappresenta non solo l’oggetto del prossimo Expo 2015, ma una questione strategica per il futuro dell’umanità e del pianeta. Le Marche, regione agricola per antonomasia, deve saper coniugare il “ritorno alla terra” con il presidio ambientale dell’ambiente, lo sviluppo rurale e la modernizzazione dell’impresa agricola, per una produzione che valorizzi le tipicità e la qualità.

 

Politiche Comunitarie 2014-2020;

Proprio perché le risorse comunitarie 2014-2020 rappresentano le uniche ingenti a disposizione nei prossimi anni, occorre evitarne un uso discrezionale ed occasionale. Anche da questo punto di vista è necessario un loro impiego, trasparente e il più possibile semplificato, sulla base della programmazione e delle reali necessità della comunità marchigiana: aree interne e città, mobilità e infrastrutture, dissesto idrogeologico e sicurezza antisismica con soluzioni innovative, riconversione ecologica dell’economia e competitività delle PMI, specie sul versante del sostegno creditizio, “rivoluzione” nell’impiego del Fondo Sociale Europeo, non solo per far fronte agli oltraggi della crisi, allungando la disponibilità degli ammortizzatori sociali in deroga, ma per produrre un effettivo cambio di passo nella formazione, a vantaggio dei formandi e non degli enti gestori, nelle modalità d’inserimento e re-inserimento lavorativo (es. Centri Impiego), e nella promozione di attività di sviluppo. Sono tutte sfide aperte per un nuovo ciclo di governo regionale. Positiva la scelta del Governo regionale di finanziare con anticipo di risorse proprie l’impiego di quelle europee che saranno effettivamente operative alla fine del 2014, facendo così fronte alla fase di passaggio tra vecchia e nuova programmazione e sollecitando l’integrazione delle limitate risorse nazionali e regionali con quelle europee per produrre un effetto moltiplicatore. Altri aspetti sui quali avere una particolare attenzione sono quelli dell’integrazione tra i vari fondi (FESR, FSE, FEASR, FEP) e dei livelli di cofinanziamento, che vanno resi compatibili con le grandi difficoltà della finanza pubblica degli Enti locali.

 

Pubblica Amministrazione (semplificazione, efficientamento, sobrietà e rigore).

La crisi non ha messo in discussione soltanto la tenuta del sistema produttivo, ma anche le capacità della P.A. di saper rispondere efficacemente a problemi, domande e sollecitazioni in una fase emergenziale ed inedita. La polemica che ha investito ogni funzione pubblica, individuata come uno spreco, non ha risparmiato la P.A., ritenuta anch’essa responsabile dello stato di cose presente, in parte per le inefficienze croniche e le sacche di privilegio che vi permangono, in parte per la difficoltà di mettere in campo performances adeguate a far fronte allo stato d’eccezione che vive il Paese. Questa contraddizione riguarda la P.A. a tutti i livelli e anche la macchina amministrativa regionale è stata in sofferenza in questi anni.

Sebbene in 5-6 anni sia diminuito il numero dei dipendenti da circa 2000 a circa 1300 e quello dei dirigenti da 92 a 58, molto si può ancora fare soprattutto per conseguire l’obiettivo dell’efficienza ed efficacia della macchina burocratica regionale. Serve un vero e proprio “piano industriale” della P.A. regionale, che risponda sia al generico discredito populista che alle giuste rimostranze valorizzando le risorse umane e i percorsi di merito, procedendo ad un recupero della cultura dell’organizzazione interna e arrestando l’impoverimento di competenze, che è andato di pari passo con il necessario dimagrimento, e che ha invece bisogno di nuove e giovani competenze specie dirigenziali che possano sostenere non solo il ricambio generazionale interno, ma soprattutto l’innovazione organizzativa e di risultato. Al contempo è necessario ridurre i compensi dei dirigenti, essere rigorosi nel controllo della spesa e ridurre indennità e benefit delle figure istituzionali (Consiglieri, Assessori, Presidenti) in linea con l’esigenza di sobrietà e solidarietà con chi nella crisi è più esposto. Semplificare ed efficientare è possibile, quindi, motivando le risorse umane, riorganizzando in profondità contesti, procedure ed obiettivi, selezionando attraverso una batteria di concorsi pubblici nuove energie dedite ad una mission di rilancio e reinvestimento della funzione pubblica e di modernizzazione della P.A.    

 

Il Partito. La profondità della crisi, il coraggio necessario per le riforme, la difficoltà del governo in tempi di crisi e l’incertezza della prospettiva richiedono un reinvestimento strategico sullo strumento Partito, che la nostra Costituzione individua come quello attraverso cui si organizza la volontà popolare dei cittadini. Rendere moderno, partecipato e utile il Pd delle Marche vuol dire sviluppare la sua identità e cultura politica, da cui deriva il senso di appartenenza, la ragione sociale, ossia chi si vuol rappresentare, la forma organizzativa che esso deve avere per essere più vicino ai cittadini e più efficace nell’iniziativa politica, le regole certe e costanti nel tempo e il programma fondamentale che intende inverare concorrendo al governo della comunità regionale. 

 

 

Pubblicato il 27/11/2013 alle 13.18 nella rubrica agenda.

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