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STORIE DELLE MARCHE

Giorni di forzato riposo mi hanno consentito di coltivare alcune letture. Alcune di storia, storia delle Marche in particolare, tra Trecento e Quattrocento. Sto parlando di tre saggi di Bernardino Feliciangeli, lo storico camerte, che ha sottratto dall'oblio la piccola e grande storia che ha visto protagoniste le Marche tra Medioevo e Rinascimento. Il primo, "Delle relazioni di Francesco Sforza coi Camerti e del suo governo nella Marca" (1908) in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche vol. V fasc. III-IV, pp. 311-462, è capitale per comprendere la vicenda di Francesco Sforza tra Marche e Umbria, al servizio del duca di Milano e poi egli stesso asceso a quel rango. Lo studio del Feliciangeli è importante perchè affronta la crisi del 1434, segnata l'anno precedente dallo scontro fratricida interno alla famiglia Varano di Camerino, con l'uccisione da parte di Gentilpandolfo e di Berardo dei fratelli Piergentile e Giovanni, tutti figli di Rodolfo III, ma i primi due avuti da Elisabetta figlia di Pandolfo Malatesta e i secondi due da Costanza di Bartolomeo Smeducci. Al fratricidio seguirà l'anno successivo per ribellione interna alla città, ma sostenuta dallo stesso Sforza, l'eccidio di Gentilpandolfo e dei figli di Berardo (Berardo nel frattempo era stato ucciso a Tolentino), nei pressi della chiesa di San Domenico. Il fatto suscitò in tutta Italia sgomento, contribuendo a fare del Quattrocento italiano uno dei secoli più sanguinari di ogni tempo, data la frequenza della risoluzione per via violenta dei rapporti politici tra le classi dirigenti. Dal 1434 al 1443 la città e il contado di Camerino saranno governate da un regime repubblicano e alterne saranno le vicende nel confronto con lo Sforza, fino al reinsediamento della Signoria ad opera di Elisabetta Malatesta Varano, moglie del defunto Piergentile, madre di Costanza, Rodolfo e Primavera e zia di Giulio Cesare, figlio dell'anch'esso defunto Giovanni. Qui s'inserisce il secondo saggio, proprio sulla figura di Elisabetta Malatesta Varano ("Notizie della vita di Elisabetta Malatesta Varano" in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche, vol. VI 1909-1910, pp. 171-216), che alla morte del marito, caduto nella trappola tesagli dai fratelli e da Giovanni Vitelleschi, spregiudicato legato pontificio nella Marca, sarà costretta a rifugiarsi con suo figlio Rodolfo nel castello di Visso per sfuggire alla furia omicida esplosa all'interno della famiglia Varano, per poi riparare a Pesaro presso la sua famiglia. Elisabetta è una delle grandi figure del Quattrocento marchigiano ed italiano, attende all'educazione dei figli, tra i quali Costanza Varano che andrà sposa ad Alessandro Sforza e sarà madre di Battista Sforza, moglie di Federico Da Montefeltro, intraprende affari e commerci, sostiene opere pie e intanto tesse la tela politica e diplomatica per riportare al governo di Camerino i Da Varano. Avvalendosi dell'azione di Carlo Fortebraccio, imparentato con i Da Varano e al servizio dell'alter-ego dello Sforza Niccolò Piccinino, ella riuscirà nel 1443 a ripristinare il governo varanesco e ad accompagnare con la sua reggenza il fanciullo Rodolfo e il cugino bambino Giulio Cesare fino al governo effettivo della città e del contado camerti. Saranno fondamentali nelle alterne sorti del confronto con lo Sforza i buoni uffici e la stima reciproca tra Elisabetta e Federico Da Montefeltro, il quale più tardi la vorrà a dirigere il nuovo convento delle Clarisse da lui fatto costruire ad Urbino. Completata l'opera di riscatto familiare e politico Elisabetta si dedicherà alla vita monastica, diventando suor Elisabetta prima presso il monastero di S. Lucia a Foligno, dove era suora sua figlia Primavera con il nome di suor Felice, poi nel convento di Monteluce a Perugia e infine ad Urbino, dove ella dopo aver conosciuto la morte di tutti i suoi tre figlioli, morirà e sarà sepolta. Il terzo saggio ci riporta indietro nel tempo al 1382 ("Sul passaggio di Luigi I D'Angiò e di Amedeo VI di Savoia attraverso la Marca e l'Umbria (1382)", in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche (1907), vol. IV, fasc. IV, pp. 369-459) quando Luigi I D'Angiò e Amedeo VI di Savoia attraversano la Marca e l'Umbria alla conquista del regno di Napoli, rivendicato dagli Angiò e tenuto per conto del Papa, in piena cattività avignonese, da Carlo di Durazzo. L'opera è interessante perchè ci fa conoscere le vicende storiche del tempo, il percorso e i luoghi della spedizione, l'ostilità palese o malcelata, ovvero il sostegno più o meno esplicito o di comodo con cui essa fu vissuta dalle varie città e territori, la correttezza della spedizione verso le popolazioni coinvolte, fino al suo attraversamento dei domini varaneschi che all'epoca di Rodolfo II si estendevano dalle vicinanze di Ancona (Castelfidardo) fino ai Sibillini (Valnerina), includendo larghissima parte delle vallate del Chienti e del Potenza. L'esercito risalirà la valle del Potenza, poi si sposterà su quella del Chienti all'altezza di Serrapetrona, muoverà verso Serravalle del Chienti, mentre il Duca e il Conte Verde saranno ospiti di Rodolfo a Camerino, e poi attraverso la valle di San Martino arriveranno a Norcia e di lì all'Aquila. L'esito della spedizione fu -come si sa- negativo, l'Angiò non ebbe il regno e Amedeo VI vi perse la vita, la sua salma peregrinò per l'Italia prima di tornare nella sua terra, viaggio simbolico di quello che secoli dopo i suoi discendenti dovranno fare su e giù per la penisola per unificarla. In questo quadro emerge la figura abile e salace Di Rodolfo II, che muovendosi scaltramente nelle divisioni del Papato e coltivando le più ampie relazioni con i potenti del tempo seppe accrescere quant'altri mai i domini della famiglia Varano nella Marca. 

Pubblicato il 21/9/2013 alle 10.47 nella rubrica agenda.

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