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LETTURE

Cari Amici,

nel tempo intercorso dall’ultimo post sul tema ho potuto coltivare alcune letture che vi segnalo. La prima riguarda il libro di Lucio Villari su Niccolò Machiavelli (L.Villari: “Niccolò Machiavelli”, Piemme Pocket, Casale Monferrato 2003, pp. 240); un testo che proprio in questi giorni credo si a stato ripubblicato con lievi rimaneggiamenti in concomitanza con il cinquecentenario della nascita dell’opera principale del segretario fiorentino, “Il Principe”. Il libro, agile e scorrevole per via della scelta, tipica di Villari, di unire stile romanzato e saggio storico, tratteggia in modo avvincente la personalità e l’opera del Machiavelli, che pensò la politica come opera d’arte e in questo dimostrò d’essere uomo del suo tempo. Passione, scavo analitico, stile libertino, spirito indomito e “repubblicano”, gusto per la letteratura, Machiavelli viene restituito a tutto tondo fuori dai luoghi comuni e dalla distorsione volutamente malefica di cui la sua immagine è stata vittima. Un altro libro è quello di Bruno Arpaia e Pietro Greco, “La cultura si mangia!”, Guanda, Parma 2013, pp. 175. Si tratta di un pamphlét sul tema della cultura e del suo nesso con lo sviluppo e il lavoro, nesso poco percepito e sostenuto in Italia, ma già realtà nei paesi, anche europei, che hanno raccolto la sfida della “società della conoscenza”, creando degli “habitat adatti all’innovazione” e puntando con investimenti sensibili sul cosiddetto “tringolo della conoscenza”, così come formulato da Umberto Eco: industria culturale e creativa, formazione, ricerca e sviluppo. Utile la ricognizione che i due autori fanno delle situazioni e delle esperienze in questi campi, rivolgendo un’attenzione particolare ai dati concreti dell’investimento in cultura fatto dal nostro Paese (ahimè!) e dagli altri stati non solo europei. Pregevole il continuo riferimento, sia per i dati che per l’adozione di un concetto ampio e trasversale di “cultura”, alla ricerca “L’Italia che verrà”, promossa dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere e che ha avuto come partner esclusivo la Regione Marche, molto impegnata intorno al binomio cultura-sviluppo. Questo libro, insieme all’altro testo “Cultura e sviluppo locale”, AA.VV., Prisma, Rivista dell’Ires Marche – Cgil, N° 1/2012, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 126, starebbero bene sul tavolo del nuovo Ministro per i Beni e le Attività culturali Massimo Bray, che sappiamo essere persona molto bene informata dei fatti e della materia che è stato chiamato ad amministrare, al quale facciamo i migliori auguri di buon lavoro. Il numero della rivista citata contiene alcuni articoli d’inquadramento generale e altri specifici sulla realtà marchigiana di utile lettura non solo per gli addetti ai lavori. Infine, un libretto denso e molto attuale; si tratta dell’ultimo scritto dello storico dell’economia Giulio Sapelli (G. Sapelli: “Chi comanda in Italia?”, Guerini e Associati, Milano 2013, pp. 151) che tratta il tema del potere, delle classi dirigenti e della loro circuitazione italica dentro il nesso economico-politico-democratico tra nazionale e internazionale nella fase attuale e con riferimenti alla nostra storia più o meno lontana. Sapelli, si sa, è studioso onnivoro di ogni materia e scrittore spesso ellittico e al contempo fulminante nelle sue osservazioni e considerazioni. Una sua frase riesce ad aprire uno squarcio e ad illuminare come raramente capita; così succede in più passi di questo libro sul destino della nostra Nazione, sempre analizzato nel contesto delle linee di tendenza globali che vedono in azione poteri invisibili, visibili e oligarchici. La forza del pensiero di Sapelli, a volte volutamente apodittico e solo in apparenza poco coerente, è quello di offrire una lettura controcorrente dei rapporti di forza “situazionali” e dei poteri più o meno “periclitanti”, senza smarrire mai dati reali e inquadramento globale. L’autore spazia nella storia: Dante, Petrarca e Machiavelli, Cavour, Giolitti, il Fascismo, la Resistenza e la lotta di Liberazione, il primo centrosinistra, la rivoluzione conservatrice, la globalizzazione economica e l’ultimo ventennio italico fino ai fatti di oggi.

  

E allarga lo sguardo sul presente e il passato recente: la centralità del rapporto transatlantico, il secolo asiatico e la sfida del Pacifico, il ruolo importante dell’Inghilterra nelle vicende italiane, l’Europa germanocentrica, la globalizzazione, con il suo portato di privatizzazioni senza liberalizzazioni, di “ordini” -come quello giudiziario- che trasmutano in “poteri” e di potenza del circuito mass-mediatico, che rompe un ordine “poliarchico” ormai consunto (quello costituito da sindacati, partiti, grande impresa, impresa di stato, Banca d’Italia) e mette in scacco la politica e le sue classi dirigenti, deboli, perché troppo compromesse (come del resto tuttora) con l’economia. I tecnici sopra tutti.

La fine di un ciclo economico e politico nella nostra Italia fa tornare alla mente quel momento fulgido delle classi dirigenti della Resistenza, fatte di “anti-italiani”, formatisi nel carcere, nel confino, nella clandestinità o in ambienti politici a prova di sopravvivenza, che seppero -proprio perché profondi conoscitori sulla propria pelle dei vizi italici- dirigere: fondare la Repubblica, scrivere la Costituzione e ricostruire l’Italia. Ad esse bisogna tornare a guardare, nella speranza che un nuovo ordine internazionale e mondiale, essenziale per uscire dalla crisi, si materializzi, mentre la “crisi della direzione politica” sembra essere un fenomeno non soltanto del nostro paese, ma sempre più universale. Alla fine della lettura del libro resta il quesito: chi comanda in Italia? Chi incarna il potere? Di certo non la politica o la cultura, ben poco sindacati e capitalismo molecolare, un po’ le banche e quel poco di grande impresa che resta, ma forse più di tutto le oligarchie della finanza, il danaro e il casato, secondo la legge del perenne “familismo amorale italico”.

 

Pubblicato il 2/5/2013 alle 5.54 nella rubrica libri.

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