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PARTITA DOPPIA

Si apre una settimana decisiva per il futuro delle istituzioni repubblicane e per la società italiana. L’elezione del Presidente della Repubblica e poi la nascita di un governo che comunque -come ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani- “si farà”.

S’intensificano gli appelli a fare presto e si arriva a quantificare quanta ricchezza si è persa nei cinquanta giorni trascorsi dalle elezioni e che ancora non hanno portato ad essere operativi come si dovrebbe. Ma siamo nel pieno di un passaggio delicatissimo che tutti conoscevano e che l’esito elettorale ha reso ancor più complicato; passaggio che più che affrontare con velocità, va gestito bene. Altrimenti potremmo dolercene ben più cospicuamente a venire.

C’è, tuttavia, un po’ di strumentalità nell’appello alla celerità, soprattutto se rivolto a chi da anni sollecita una reazione alla crisi che non c’è stata e un cambiamento nelle politiche economiche e industriali che ha segnato il passo per eccessivo ossequio all’ortodossia monetarista della destra europea.

Scelto il Presidente della Repubblica, ricercando il più largo consenso intorno ad una figura che sia di garanzia, sarà meno complicato dare vita ad un governo, anche perché con la riacquisita possibilità di sciogliere le Camere da parte del Quirinale e con l’impossibilità di tornare immediatamente al voto senza aver prima cambiato la legge elettorale, sarà gioco forza varare un esecutivo che assuma anche provvedimenti urgenti contro la crisi e per rilanciare l’economia.

Ma quale governo serve al Paese? Questo è il punto. Continuo a pensare che serva un governo di cambiamento e che la proposta di Bersani per un esecutivo di questo tipo e per una Convenzione per le riforme, guidata da un esponente della minoranza, sia ancora l’unica che risponde realmente agli interessi e alle esigenze della società italiana.

Non c’è nessun baratto tra la scelta sul Quirinale e la nascita del governo, né alcun governo di minoranza all’ordine del giorno. E se tutti si sentono indispensabili, più indispensabile di tutti è il Pd dal quale non si può prescindere. L’obiettivo è, dunque, un’assunzione di responsabilità delle forze politiche e del Parlamento, che interpretino il sentire e le esigenze vere del Paese e sappiano per questo, oltre le manifestazioni di piazza o le selezioni via web, affrontare in modo distinto i vari passaggi, dentro un percorso di rilegittimazione dei partiti, delle istituzioni e della politica agli occhi dei cittadini. Qui si capirà anche chi vuol costruire e chi soltanto distruggere.

L’alternativa sarebbe o un “governissimo” privo di alcuna credibilità o un “governicchio” nel pieno di una crisi, i cui indicatori dicono essere più profonda di quella del 1929, o un ravvicinato ritorno alle urne che si celebrerebbe nell’apoteosi della demagogia dilagante. E sarebbe la fine.

La fuoriuscita dalla Seconda Repubblica resta il tema di fondo. Essa è finita nel risentimento e nella disperazione sociali, esponendo oltre il dovuto la tenuta della nostra democrazia. Ne è indirettamente un sintomo l’interesse che suscita lo snodo dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica; elezione sempre importante, ma questa volta più delle altre, per via del ruolo di inevitabile e sempre più accentuata supplenza alle difficoltà e alle inerzie della politica, svolto negli almeno ultimi tre settennati dall’ultima istituzione di garanzia del Paese.

La partita del governo si giocherà invece in Parlamento, il quale ha assunto di fatto una nuova centralità con la quale fare i conti. E mentre la Lega finisce nella rissa, Monti scopre le asprezze della vita di partito, a Grillo s’inceppa il web, il Pd -contrariamente a come viene dipinto dai media, che lo ritraggono prossimo alla scissione- mostra pur tra tante difficoltà una certa vitalità: un uomo delle istituzioni e alto funzionario pubblico come Fabrizio Barca decide d’impegnarsi nel partito, perché dalla sua esperienza ha tratto il convincimento che “senza partiti rinnovati non ci può essere buon governo”, invertendo così in modo fortemente simbolico il percorso che di solito dal partito porta alle istituzioni, Vendola apre ad una ricomposizione unitaria nello stesso soggetto politico del centrosinistra di governo, persino D’Alema s’incontra con Renzi ed è disgelo.

Certo nella dirigenza nazionale, come un po’ a tutti i livelli, non abbondano i “cuor di leone”, tuttavia sarebbe opportuno che mentre l’unico partito rimasto nello scenario politico nazionale cerca di dipanare il bandolo di una matassa intricata, per tentare di dare qualche risposta e ritessere i legami con l’Italia profonda, anche l’Italia -almeno quella perbene- si tenga stretto quest’ultimo cuore pulsante di responsabilità.

 

Daniele Salvi

 

Pubblicato il 15/4/2013 alle 6.8 nella rubrica agenda.

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