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CIAO MASSIMO

Massimo se n’è andato. Ci ha lasciati. E’ stato un punto di riferimento per molti per la sua umanità, l’equilibrio e la concretezza delle sue posizioni. Ci siamo conosciuti quando divenne segretario regionale e con lui da segretario provinciale di Macerata ho condiviso gli anni dal 2001 al 2006 fino alle elezioni politiche. Ma la consuetudine di sentirsi ogni tanto non era mai venuta meno. Quando c’erano dei passaggi difficili e delicati della vita politica parlare con lui aiutava a farsi un’idea chiara di quanto stava succedendo.

In politica è stato una sorta di fratello maggiore. Era arrivato al partito regionale in punta di piedi, dopo una successione travagliata, aveva dovuto affrontare subito le elezioni politiche del 2001 che andarono male per il centrosinistra, mentre nelle Marche il risultato fu in controtendenza.

Lì per lì -devo dire- non riscosse subito la mia simpatia, appariva un po’ distante, anche per la sua statura, ma ben presto ebbi modo di apprezzarne le qualità.

A Massimo piaceva il cinema e in particolare amava i film di Pupi Avati, perché in essi -come lui diceva- “il mondo è dei semplici”. La vita è dei semplici e deve avere una sua semplicità se tutti siamo stati chiamati a viverla. Quante cose ogni giorno c’appaiono complesse, difficili, irrisolvibili, eppure in Massimo c’era un ottimismo di fondo, non ostentato, che gli faceva affrontare le questioni, anche quelle più intricate, con un certo distacco, talvolta ironico, e tirando il filo dell’essenzialità.

Era questa anche la sua visione della politica, la quale doveva saper parlare a tutti ed essere alla portata di ciascuno. Le sue introduzioni negli organismi o i suoi interventi pubblici erano cristallini, riusciva con parole semplici a riassumere il senso della fase politica e a fare il punto della situazione.

Massimo era un riformista. Ricordo una sua battuta ad una delle ultime riunioni di partito cui prese parte: “di riformisti nelle Marche non ce ne sono stati al di sotto dell’Esino”. Era l’orgoglio di appartenere ad una cultura e tradizione di governo che aveva saputo amministrare gli enti locali e le istituzioni costruendo sviluppo e coesione sociale.

E, anche in questo, la semplicità del riformismo stava nella praticabilità delle scelte che si fanno, nel fatto cioè che il cambiamento ha bisogno di unire gli ideali alla concretezza delle situazioni e per essere efficace deve poter convincere anche chi lo teme. Altrimenti le riforme sono sconfitte in partenza.

Gli anni della sua segreteria regionale furono anni di successi elettorali: dalle politiche del 2001 fino a quelle del 2006, passando per le tornate amministrative locali, le provinciali del 2004, le regionali del 2005. Una delle sue qualità più rare era la capacità di sintesi, il saper comporre attraverso un ascolto attento di tutte le posizioni; per lui l’esercizio della funzione politica s’ispirava all’autonomia e alla capacità di mediazione. Era arbitro nelle scelte come lo fu nei campi di calcio e parlando di quell’esperienza giovanile diceva sempre: “Una grande scuola!”.

Anche in Parlamento Massimo era entrato in punta di piedi, ma ben presto aveva dimostrato di padroneggiare la materia complessa della Commissione Bilancio, di cui era componente, e anche in quel ruolo era diventato un punto di riferimento per il gruppo parlamentare. Aveva lo sguardo attento al suo territorio, ma non difettava certo di una visione regionale dei problemi. La sua disponibilità era totale da qualunque parte giungesse la richiesta di prestare attenzione ad un problema.

Con semplicità e riservatezza ha vissuto la malattia.

Caro Massimo, ci mancherai. Di te ci resterà l’insegnamento della politica come una cosa bella,  schietta e credibile, insieme ad un grande sorriso.

 

 

Daniele Salvi

Pubblicato il 6/10/2012 alle 18.40 nella rubrica diario.

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