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Niccolò Macchiavelli: “Il Principe”, Einaudi, Torino 1995, pp. 214.

Ricorrerà il prossimo anno il cinquecentenario della stesura di questo libro il cui influsso sulla storia è stato incalcolabile. Esso è anche il libro della sventura italica, di un popolo, una nazione, una cultura che tanto dovrà soffrire per giungere a unità e che proprio nel periodo di maggior fulgore, quello rinascimentale, perderà l’appuntamento con la nascita degli stati nazionali moderni.

Il dibattito per l’appuntamento è già aperto e interessanti contributi sulla stampa si sono già avuti con interventi di Esposito e Amato su ‘La Repubblica’ e di Baccelli e Maggi su ‘L’Unità’.

L’attualità di questo classico sta proprio nel cuore della questione che tratta: lo statuto del politico, la sua forza costituente, l’autonomia che lo deve contraddistinguere. Forza, astuzia e fortuna come ingredienti dell’azione politica, virtù e fortuna che fanno la ‘prudentia’ del principe, il ‘principe nuovo’ come parte che sa farsi tutto, la politica come esercizio del potere e sua necessità, nell’epoca moderna, di confrontarsi con il consenso popolare, distinzione tra etica e politica e assunzione del punto di vista della realtà effettuale come piano della valutazione storica e politica: queste e altre sono le cose che abbiamo appreso fin dalla scuola.

Ma oggi che si tratta di rimettere la politica al di sopra dell’economia e di pensare a nuove forme di statualità, come quella europea, non è un caso che si torni a parlare de ‘Il Principe’.

Il punto è che, ora come allora, questo libro seppe affermare il ‘volto demoniaco’ del potere, come è stato detto, ma non fu altrettanto all’altezza nel delineare la ‘forma’ dello stato che il ‘principe nuovo’ avrebbe dovuto costruire, specie nella sua versione peculiarmente nazionale.

Il bisogno di stato rimarrà, quindi, a livello dell’evocazione (di retaggio petrarchesco) tutta affidata alle capacità del singolo, mentre i contributi più alti al completamento della dottrina machiavelliana verranno soltanto con l’azione cavourriana e la riflessione gramsciana sul partito politico come ‘moderno principe’.

Un’interessante integrazione alla lettura dell’opera machiavelliana, specie per il valore che ha per il fiorentino la figura di Cesare Borgia, detto il Valentino, è lo studio collettaneo “Cesare Borgia di Francia/Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa 1498-1503. Conquiste effimere e progettualità statale.” (ed. a cura di Marinella Bonvini Mazzanti e di Monica Miretti, anno 2005, pp. 512), raccolta dei saggi di un convegno tenutosi nel 2003 ad Urbino. Ma soprattutto la lettura di questo volume è interessante per capire a fondo il significato del tentativo più grande che venne perseguito in quel tempo nel nostro Paese per farne uno stato autonomo, in condizioni però di estrema difficoltà per il peso che i paesi stranieri avevano ancora in Italia e per le ambiguità consustanziali allo stato pontificio, che quel tentativo mise in atto.

L’ulteriore interesse è dato dall’analisi dettagliata che viene fatta della campagna del duca Valentino nelle Romagne e nelle Marche, tra forme di statualità locali e loro frammentarietà; un viaggio nelle Marche tra fine quattrocento e inizio cinquecento alle prese con un ciclone che sconvolgerà l’equilibrio interregionale raggiunto e segnerà di fatto la fine di un’epoca e dello splendore delle corti rinascimentali locali, da quella camerte a quella urbinate.

Pubblicato il 26/8/2012 alle 12.48 nella rubrica libri.

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