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Giorgio Mangani: "Fare le Marche. L'identità regionale fra tradizione e progetto", Il lavoro editoriale, Ancona 1998, pp. 126.

"Una riflessione sull'identità dei marchigiani e delle Marche che l'autore ha sviluppato a più riprese e condensato in questo libro, lontano di oltre dieci anni, ma che varrebbe la pena riprendere in mano per riannodare un ragionamento che sta svanendo. Le celebrazioni dei 150 anni dell'unità nazionale hanno fornito l'occasione per riattualizzare il tema del processo di regionalizzazione, al centro tra l'altro di diverse pubblicazioni ed iniziative, ma esso rischia di spegnersi nuovamente con la fine delle ricorrenze e con l'apoteosi dello stato minimo centralista indotta dai dimagrimenti imposti dalla crisi. Eppure pensare le Marche e pensare i marchigiani tra tradizione e progetto sarebbe ancora necessario e fruttuoso, così come continuare a lavorare per costruire quella "società stretta", come la chiamava Leopardi e che Mangani continuamente rievoca, e cioè una classe dirigente veramente regionale, che ancora manca. Tra luoghi comuni sapientemente interrogati, citazioni colte sulle Marche e i marchigiani, raccolte da chi nel corso della storia le ha e li ha conosciuti per i più diversi motivi, riferimenti a personalità che tra sette-ottocento e novecento ci hanno studiati, fossero anch'essi marchigiani, Mangani va alla ricerca non tanto del "carattere" dei corregionali, quanto di una sorta d'identità senza trovare certezze. Ciò che è fisso per tradizione, consuetudine, luogo comune, sotto la sua argomentazione finisce per diventare mobile, discutibile, incerto, così come ciò che non era stato prima focalizzato, grazie alla sua passione per gli studi storico-geografici, assume una qualche stabilità e un contorno leggibile. Un pò come il paesaggio marchigiano, sempre inconfondibile e sempre sfuggente, o come il mare azzurro e i monti azzurri, sempre uguali e sempre cangianti. Marche terra di mezzo, aurea mediocritas e medietà per definizione, marchigiani riservati, laboriosi e quieti, primato della campagna e della mentalità mezzadrile sulla città, o meglio sulle città. Retorica della pluralità e assenza di stato, dinamicità del sistema produttivo, mai staccatosi dalle sue origini, ricchezza culturale e incapacità della cultura, presa tra universalismo e localismo, di assumere una visione regionale, di dare forma al governo e ad una classe dirigente che pensasse le Marche da Gabicce al Tronto. Senza classe dirigente non c'è cultura, senza cultura non c'è classe dirigente. Unica eccezione l'esperienza di Giorgio Fuà e del suo cenacolo interdisciplinare. Forse anche questo sentirci eternamente marginali o troppo equilibrati fa parte di un esercizio malinconico della politica, che c'impedisce di valorizzare senza boria ciò che siamo, ciò che vogliamo, e magari di rintracciare un essere sistema nel sottosuolo del policentrismo. Chissà? La mancanza dell'oggetto amato (la malinconia) come molla del progetto, può essere, ma comunque vale la pena di (continuare a) scavare e di fare, prima che il pendolo della storia recente, che è transitato negli ultimi vent'anni nella zona delle politiche territoriali e che già sta volgendo altrove, ci riconsegni ad una stagione non sappiamo quanto lunga di oblio". 

Pubblicato il 5/7/2012 alle 8.7 nella rubrica libri.

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