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G. Vacca: “Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)”, Einaudi, Torino 2012, pp. 367.

L’ultimo libro su Gramsci di Beppe Vacca ha il carattere del punto d’approdo di una ricerca pluridecennale, molto prolifica, sempre avvincente e mai ripetitiva. Vacca aggiunge sempre nuove conquiste storiche e documentarie, affina continuamente l’interpretazione dell’opera gramsciana, al punto da renderla viva e interrogante anche rispetto all’oggi.

D’altra parte, se della storia si sono colte le faglie e le falde profonde, come è stato nel caso di Gramsci, lo studio e la riflessione sulla sua opera non può non interrogarci continuamente e riproporre anche spunti aggiornati di lettura della contemporaneità.
In questo libro lo sguardo si allarga sull’insieme delle relazioni che a partire dall’arresto di Gramsci (1926) si svilupperà fino alla sua morte (1937) e sul destino dei Quaderni successivo ad essa (1941). L’indagine si basa sull’insieme degli epistolari che ruotarono intorno alla figura del prigioniero e che coinvolse, soprattutto, la famiglia Schucht nella sua interezza, Sraffa e Togliatti per il tramite di quest’ultimo. Il ritmo del libro è incalzante e la lettura scorrevole, pur tra mille rimandi e citazioni.
Belle le pagine in cui viene analizzata la critica gramsciana del bolscevismo e il tentativo di una rifondazione del marxismo, attraverso il confronto da un lato con l’inaridimento che esso aveva subito nella versione sovietica e dall’altro con l’opera a quel tempo “egemonica” sul piano europeo del Croce, che per Gramsci assurge all’Hegel italiano rispetto a cui tentare un nuovo “rovesciamento” in direzione di una filosofia della prassi come storicismo assoluto e integrale.
I concetti di “rivoluzione passiva”, “guerra di posizione”, “egemonia”, “costituente”, “americanismo” saranno alla base di un ripensamento della situazione mondiale e dentro essa della storia italiana e del fenomeno del fascismo. La novità costituita dalla rielaborazione del concetto di “costituente”, come modalità di lotta del fascismo vittorioso sul terreno del consenso, e il continuo affinamento di quello di “egemonia”, consentono di cogliere l’originalità che fin dall’inizio ha caratterizzato l’esperienza del comunismo italiano.
In definitiva, l’eterodossia -credo- sia stata la “prigione vera” che, nelle condizioni date, ha condannato Gramsci alla morte. Da un lato, infatti, c’era Mussolini e il carcere fascista, dall’altro, il sospetto, la freddezza e la ragion di stato staliniana rispetto al destino del capo dei comunisti italiani, di cui s’era già accusata l’autonomia di pensiero. In mezzo, il tentativo del partito italiano, clandestino e confinato all’estero, di muoversi come poteva per liberare il proprio capo in carcere o quantomeno per arginare i sospetti che la poderosa innovazione della sua riflessione determinava non solo sui compagni in carcere, ma scompaginando la linea del Komintern.
Togliatti non sarà l’aguzzino del carcerato, come spesso è stato dipinto, ma il dirigente politico accorto e realista, che cercherà di fare quanto era concretamente e coerentemente possibile nel contesto dello scontro totale interno al movimento comunista, ossia al partito russo, e della situazione internazionale progressivamente sempre più complessa, anche nel confronto tra lo Stato sovietico e quello italiano, fino al precipitare della guerra.
I tentativi di liberazione, tra cui il “tentativo grande”, la vicenda della “famigerata lettera” di Grieco, le campagne per la liberazione del prigioniero, la necessità di non spezzare mai il filo del confronto sull’analisi del fascismo, sulla prospettiva democratica e sulla situazione internazionale, le modalità di comunicazione in codice, dovute alla necessità di sviare la censura fascista, la polizia inglese (come nel caso di Sraffa) e l’NKVD sovietico, vengono ricostruite nei dettagli con metodo storico. Le figure di Tania e Sraffa rappresentano i nodi della filiera che conduce, da un lato, al Centro estero del partito e a Togliatti, e, dall’altro, alla famiglia Schucht e a Giulia in particolare. I fili s’intrecciano tra loro nei rapporti tra il partito italiano e la famiglia Schucht, ma soprattutto finiscono per essere sempre mossi alle due estremità dalle dita di due personaggi, da una parte, Mussolini e, dall’altra, Stalin. Interessante, da questo punto di vista, il riferimento alla seconda firma che compare in calce alla lettera di Grieco, quella di Fanny Jezierska, al tempo trait d’union tra la segreteria di Stalin e il Pci.
Infine, la sorte dei Quaderni, il tentativo della famiglia Schucht di estromettere Togliatti su cui, in pieno clima di epurazione del dissenso, si addensavano i sospetti per la mancata liberazione del prigioniero e che dopo la guerra di Spagna subì l’indagine che lo destituì dalla segreteria del Komintern. Un libro, insomma, che potrebbe ispirare un film, ma che sicuramente risponde con serietà e metodo all’interesse che Gramsci ancora suscita (basterebbe citare gli studi di Rapone, Lo Piparo e il Sole 24Ore di qualche domenica fa), anche se a volte in termini strumentali; segno di una vitalità che non muore e che continua ancora ad ispirare la riflessione sull’Italia e sul mondo.
 

Daniele Salvi

Pubblicato il 14/6/2012 alle 8.15 nella rubrica libri.

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