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Letture...

Cari Amici,
vorrei segnalarvi alcune letture che ho avuto modo di fare dall'ultimo post del 3 Aprile. Innanzitutto la ripubblicazione dello scritto di Giovanni Pascoli, a cent'anni dalla morte, intitolato "Il fanciullino" (Ed. Nottetempo, Roma 2012, pp.95). Ricordiamo tutti questo riferimento a un che di nostalgicamente infantile e materno nella figura e nell'opera di uno dei più grandi poeti italiani. Qualcosa che ce lo ha il più delle volte sminuito nel suo valore e gli ha conferito un'aura antieroica. In verità questo testo è di una profondità sconcertante, oltre che di una modernità unica. E' stato considerato il manifesto della poetica del decadentismo, ma esso è molto di più e nella figura del fanciullino, 'che unisce la sua voce alla nostra' e che come Adamo per 'primo mette i nomi alle cose', si addensano una molteplicità di rimandi che ne fanno non solo il simbolo della vichiana infanzia dell'umanità o la metafora della purezza della poesia, ma il punto di coagulo, antichissimo e nuovo, di un che di archetipico ed esoterico, di profondamente storico e di autenticamente soggettivo. Interessante il passo dove ai tanti 'novatori' si dice che 'per la poesia la giovinezza non basta', ci vuole 'la fanciullezza'. Si potrebbe dirlo anche della politica, oggi. Il libro ha un'interessante saggio introduttivo di Giorgio Agamben sul 'pensiero della voce' in Pascoli, dedicato a Gianfranco Contini. Del quale, ed ecco la seconda lettura che vi consiglio, è stato ripubblicato "Dove va la cultura europea?" (Quodlibet, Macerata 2012, pp. 57), il reportage che il giovane critico letterario stilò nel 1946, partecipando a le Rencontres internationales di Ginevra, dove si riunivano subito dopo la seconda guerra mondiale i maggiori intellettuali europei. Pochi italiani per la verità e grandi figure del tempo come Jaspers e Lukacs. Il giovane giornalista di fede azionista evidenzia la grandezza dell'uno e dell'altro, l'uno liberale, l'altro marxista, ma non si riconosce pienamente in nessuno dei due, quantunque rilevi la maggior solidità di pensiero dell'ungherese. Contini, tuttavia, è dalla parte di un razionalismo critico e non dogmatico, che vive la totalità come compito e dovere, che chiama in causa il singolo atto umano, e non come un già dato, nè come un trascendente irraggiungibile. Razionalismo versus irrazionalismo, con tutti i disastri che quest'ultimo aveva compiuto nell'Europa dilaniata dalla guerra. Ma questo razionalismo è attento a non essere astratto, piuttosto cerca di farsi libertà, storia, politica, vita, e cerca di includere ogni aspirazione e forma di tensione religiosa per farne civismo e governo della società. Il lascito e il compito è "la storia come pensiero e come azione", formula insuperata, che deve tradursi in una necessaria riforma della scuola che la apra al pluralismo delle arti. Da conservare le frasi sul rapporto tra cultura e vita, e tra 'spirito europeo' e istituzioni dell'allora ri-nascente Europa. Molto attuali. Infine, due libri che stanno animando il dibattito sul nuovo realismo e sul tramonto del post-moderno: Maurizio Ferraris con il suo "Manifesto del nuovo realismo" (Laterza, Bari 2012, pp. 113) e Gianni Vattimo con "Della Realtà. Fini della filosofia" (Garzanti, Milano 2012, pp. 234). Ma qui il discorso si fa complicato, ha chiamato in causa anche Umberto Eco, per cui non possiamo cavarcela con poche righe.
Alla prossima. Daniele.

Pubblicato il 5/5/2012 alle 10.32 nella rubrica libri.

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