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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
18 luglio 2019
PER UNA NUOVA CENTRALITA' DELLA MONTAGNA


 

Al Festival della Soft Economy, organizzato da Symbola a Treia, si è parlato di “nuova centralità della montagna”. L'evento, promosso dalla Società dei Territorialisti in vista del convegno del prossimo 8/9 novembre a Camaldoli, dove s'intende dar vita ad un “manifesto” per una nuova agenda a sostegno della montagna italiana, ha visto la presenza di importanti personalità come Giuseppe Dematteis e Alberto Magnaghi.

Discutere di “centralità” della montagna può apparire surreale, quando il pensiero mainstream ripete da tempo che il mondo sta andando in direzione della formazione di metropoli, vere e proprie città-stato in cui si concentreranno entro poco tempo i due terzi della popolazione mondiale.

La prospettiva sembra, quindi, essere quella di una progressiva periferizzazione-marginalizzazione delle zone montane, complice il circolo vizioso per cui lo spopolamento delle terre alte produce meno servizi e lavoro e ciò a sua volta incentiva ulteriormente lo spopolamento.

Se al declino delle zone montane, iniziato negli anni Sessanta, quelli che produssero la grande “frattura” dell'industrializzazione italiana e marchigiana, fatta di migrazioni interne dal sud al nord e dalla montagna alla costa, si aggiunge lo shock della grande recessione iniziata nel 2008 e, nel caso delle Marche, lo shock dovuto al disastro naturale del 2016/2017, possiamo immaginare quanto ampia sia la divaricazione tra la tipologia della montagna in abbandono e il profetizzato neo-urbanesimo delle megalopoli.

In verità, non tutta la montagna è in abbandono: 12 delle 14 città metropolitane italiane comprendono territori classificati montani o parzialmente montani, mentre tra i Comuni capoluoghi e quelli con più di 60.000 abitanti ben due terzi distano meno di 15 Km dalla montagna. Inoltre, montagna sono anche le tante località di pregio turistico, come Cortina D'Ampezzo, dove si svolgeranno le Olimpiadi invernali del 2026.

D'altra parte, se pensiamo alla crisi ambientale e climatica quale luogo è più denso di futuro della montagna e dell'Appennino? Sembrano indicarcelo i fenomeni dei “nuovi montanari”, dei “ritornanti” o anche i più innovativi dei “restanti” o “resistenti”. Ma sono sufficienti queste “avanguardie” a invertire un piano così inclinato dagli eventi?

E, d'altronde, quale prospettiva empatica delineano davanti a noi città frutto della concrezione d'imponenti migrazioni, dove le tecnologie potrebbero avere il controllo totale sulla vita delle persone, la democrazia essere più un'aspirazione che una realtà e gli Stati contare meno delle città che incorporano?

E', quindi, dentro la divaricazione tra le terre alte in abbandono e le megalopoli del futuro, per lo più asiatico, che può e deve estendersi il progetto di un'Europa delle città, delle regioni e delle comunità. Un progetto che sia, come nella migliore tradizione europea, un'idea di civiltà e di civilizzazione, in cui smart land e smart city si diano la mano, superando dualismi e dicotomie all'insegna di un'intelligenza che sia interdipendenza, capacità programmatica e sostenibilità delle soluzioni.

La prossima politica di coesione europea 2021-2027 dovrebbe perseguire con ancora maggiore coraggio la traiettoria di una riscrittura degli equilibri tra realtà urbane e aree rurali, interne e montane; analogamente è tempo che si faccia un bilancio di cosa abbia concretamente prodotto il passaggio alle Regioni della competenza sulla montagna a seguito della riforma costituzionale del 2001, a cui poi è seguito il depotenziamento delle Province.

Senza rimpiangere il tempo in cui si facevano dal centro leggi sulla montagna (come la L.n. 97/94) senza finanziarle, vanno raccolte positivamente le indicazioni della Strategia nazionale per le aree interne (Snai), purtroppo oggi decapitata, del collegato ambientale alla legge di stabilità 2016, di cui si attende ancora la disciplina del pagamento dei servizi ecosistemici (Pes), del piano nazionale dell'Agenda digitale per la diffusione della banda larga, delle leggi sui parchi e sui piccoli Comuni del 2017, e della legge sulle foreste e le filiere forestali del 2018.

Restano aperte molte questioni, tra cui la ricomposizione fondiaria per il recupero dei terreni abbandonati e il sostegno alle piccole e medie imprese produttive e commerciali che operano in particolari condizioni di contesto.

Se vogliamo delineare un'idea di governo a tutto tondo e multilivello della questione delle aree interne e montane dobbiamo tenere davanti a noi i temi dell'innovazione istituzionale, economica e sociale. Afferiscono al primo campo i temi della montagna “altimetrica” e di quella “giuridica”,  di quale impatto può avere il percorso verso l'autonomia differenziata sulle zone più periferiche e marginali, dell'importanza del requisito dell'intercomunità nel finanziamento dei progetti e degli interventi. Riguardano, invece, gli altri due campi, quelli economico e sociale, l'istituzione delle zone economiche speciali (Zes), il sostegno a tipologie d'impresa e poli tecnologici e di ricerca che coniughino digitale, 4.0 ed economia circolare, nonchè l'investimento sui servizi fondamentali come sanità, istruzione, mobilità e accessibilità, aspetto quest'ultimo su cui opportunamente la Strategia nazionale per le aree interne (Snai) ha risvegliato molti dal “sonno dogmatico”.

Se si vuol rispondere a quella che è stata chiamata da Andrès Rodrìguez-Pose “la geografia del malcontento e la vendetta dei luoghi che non contano”, vendetta che può colpire alternativamente le parti politiche in causa, è bene che il tema di nuovi sentieri di sviluppo per l'Appennino venga preso sul serio, al di là dei condizionamenti che nascono dai rapporti di forza e nel rispetto di quel diritto costituzionale di pari cittadinanza ovunque si viva, a cui negli ultimi giorni in più circostanze ha fatto esplicito riferimento il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

 

Daniele Salvi

 






permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/7/2019 alle 9:30 | Versione per la stampa
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