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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
27 agosto 2018
L’ESTATE DI GIULIO CESARE
Lo scorso 7 luglio in occasione del libro tour organizzato dall’associazione Arti e Mestieri, conclusosi con la visita all’affresco del Giudizio Universale un tempo situato nella chiesetta della Madonna del Sasso e oggi in quella della frazione di San Martino di Serravalle del Chienti, si è avuto modo di “verificare sul campo” la necessaria rivalutazione dell’imponente opera, oggetto di studio da parte di Ettore Racioppa e Bianca Maria Santucci nel saggio “Un giudizio per Giulio Cesare”, di cui abbiamo avuto modo di scrivere in precedenza su l’Appennino Camerte.Pur nella credibilità dell’approccio e delle risultanze dello studio, diverse sono le questioni che rimangono aperte su uno degli affreschi più rilevanti del territorio e, sorprendentemente, tra i meno considerati dagli storici dell’arte, sempre prolifici nel costruire ipotesi e suggestioni. In assenza di documenti che attestino la committenza, resta la domanda su che cosa ci facesse un affresco così grande (6 m x 4) e dall’intento celebrativo in una chiesetta eremitica, seppure di grande devozione.E poi i personaggi ritratti; se è credibile che il periodo di realizzazione possa oscillare tra il 1484 e il 1495 e sono identificabili figure come Mattia Corvino, re d’Ungheria, e Papa Sisto IV, per i quali Giulio Cesare militò (nel 1480 e nel 1482), altrettanto non sembra potersi dire della presenza di esponenti simbolo di altre importanti condotte militari del Varano che ricadono proprio in quegli anni, ad esempio quella per la Serenissima del 1484 o quella successiva per il re di Napoli del 1492, che Venanzio da Camerino richiamerà nel famoso dipinto del 1512 dove Giulio Cesare Varano prega di fronte al Cristo risorto.Solo le condotte a servizio di un re cristiano impegnato contro i turchi e di un Papa meritavano di far parte di un affresco nel quale si esprimono le ragioni per cui un’intera corte e il suo capo meritano il paradiso? Forse, ma tanto più se l’anno in questione fosse il 1484, l’anno iniziato con il ritorno a casa di Camilla e segnato in agosto dalla morte di Papa Sisto IV, un accenno all’importantissima condotta ottenuta dalla Repubblica di Venezia nel maggio dello stesso anno non avrebbe guastato. Il Varano, infatti, si era adoperato molto per ottenerla, mentre continuava con alterne vicende la guerra di Ferrara, che si concluderà tre mesi dopo, il 7 agosto di quell’anno, con la pace di Bagnolo, alla quale seguirà soltanto cinque giorni dopo la morte di Sisto IV, amareggiato per l’esito del conflitto da lui ardentemente sostenuto.Iniziata la guerra nel maggio del 1482, ricevuta nel novembre di quell’anno l’investitura a governatore generale delle truppe pontificie, distintesi le sue milizie nella battaglia di Campomorto a fianco di Roberto Malatesta, Giulio Cesare Varano non poteva che guardare con una certa preoccupazione alla situazione che si era determinata nella Marca in quello stesso anno con la morte in contemporanea di Federico Da Montefeltro e Roberto Malatesta, esponenti di due famiglie di peso a lungo contrapposte, financo nella guerra in corso, la cui scomparsa determinava un oggettivo vuoto di potere in un ampio territorio tra Marche e Romagna. Considerando, poi, le mire che su quest’ultima regione venivano sia dal versante pontificio, per il tramite del nipote del Papa, Girolamo Riario, che da quello veneziano, da sempre legato ai Malatesta, versanti ora contrapposti dopo l’iniziale alleanza, è chiaro come il Varano dovesse lavorare di forte diplomazia per scongiurare che Rimini e i territori malatestiani, ai quali era legato per via della consorte Giovanna Malatesta, divenissero oggetto di appetiti incontrastabili e che l’instabilità di estendesse fin nel cuore della Marca.Di più, la morte del grande Federico faceva venir meno uno dei principali protagonisti della politica di equilibrio tra gli Stati italiani dalla Pace di Lodi (1454), aprendo di fatto la successione al ruolo di capitano generale della lega italica. Analogamente, la morte del Malatesta, che insieme a Roberto Sanseverino, aveva guidato le truppe veneziane, richiedeva alla Serenissima una degna sostituzione. In questo quadro, a seguito di febbrili trattative con il Papa e, attraverso Nicolò Carboni di Macerata, con il Sanseverino e Venezia, giunse la condotta a governatore generale delle milizie della Repubblica (5 maggio 1484) a lungo agognata. La guerra contro Ferrara, divenuta poi contro Venezia, il più potente e meglio attrezzato degli Stati italiani del Quattrocento, si protraeva stancamente, anche per i volubili e repentini cambiamenti di fronte del pontefice, per cui evidentemente parve più opportuno al Varano - non solo per denaro e prestigio - legare i suoi servigi alla Serenissima, cosa che tra l’altro gli avrebbe consentito di tutelare da presso “lo Stato di Rimini” e di divenire punto di riferimento delle questioni aperte nell’alta Marca, nella Romagna e lungo il medio-alto Adriatico, anche a rischio di subire il disappunto del Papa.E’ così che nel maggio del 1484 Giulio Cesare Varano accoglie l’Ambasciatore di Venezia presso la chiesa di San Giacomo di Caccamo con grande sfoggio di cavalli e soldati. Vista la sottrazione del castello della Rancia, attribuito dal Papa al Riario e che il Varano riprenderà subito dopo la morte del primo, il luogo doveva far parte dei possedimenti varaneschi più antichi, data la vicinanza con il soprastante borgo di Pievefavera. Che l’ambascitore fosse sbarcato a Civitanova o, con maggior probabilità, al porto di Fermo e fosse quindi risalito fino ad incrociare la “via francisca” che portava a Sarnano e Caldarola, il luogo deputato a riceverlo non poteva che essere quello nello Stato di Camerino più prossimo e più consono ad un alto diplomatico e autorevole pellegrino che portava ricchi doni (50.000 ducati in tempo di guerra e 25.000 in tempo di pace, tanto valeva la condotta). Di lì a tre mesi, in piena estate, la pace sarà raggiunta: in primo luogo tra Venezia e Milano, a cui si aggiungeranno Napoli e a seguire gli altri Stati e staterelli d’Italia. Giovanni Pontano e Gianfrancesco Mauruzi da Tolentino tratteranno rispettivamente per il re di Napoli e per il Papa. Roberto Sanseverino assurgerà al ruolo di capitano generale della nuova lega italica e il Varano resterà alla guida delle milizie veneziane fino al dicembre 1487 con alterne fortune. Quella che sembrava essere una nuova pace duratura lascerà in realtà più di uno strascico.In anni ricchi di realizzazioni e mecenatismo per la città di Camerino e il territorio, ritroveremo nel 1486 Giulio Cesare Varano, insieme al vescovo di Trento Nicolò Franco, mediatore nella pace tra Venezia e Innocenzo VIII e garante della protezione veneziana a Giovanni della Rovere, fratello del cardinale Giuliano (poi Papa Giulio II), conte di Senigallia, duca di Sora, prefetto di Roma e capitano generale della Chiesa. Sarà un ulteriore passo verso quella “lega tra Varani, Feltreschi o della Rovere e i Malatesti di Rimini” che - come ricorda il Lilii - “fra tutti formavano una potenza di consideratione, accalorata dalla vicinanza per mare e per terra dei Signori Venetiani, co’ quali Giulio oltre al titolo della commune Nobiltà, godeva quello della benemerenza con la Republica, che gli haveva inalzato gli anni addietro una statua tra l’altre de’ Capitani più valorosi e benemeriti dell’istessa” (II, 7, pag. 245).Oggi la chiesetta di San Giacomo è chiusa e inagibile, il grande palazzo Piermattei ad esso annesso nel ‘700 è ora diviso in tre e per due parti abitato; il resto, quello più adiacente alla chiesa, è recuperato ma appare non utilizzato. Il sisma è stata una tragedia che si è abbattuta per l’ennesima volta sul nostro territorio e sui nostri beni culturali. Esso è definito dagli addetti ai lavori un grande “svalutatore di capitale”, culturale in primis. Ma legate ad ogni sisma vi sono delle opportunità da saper cogliere e una di queste potrebbe riguardare un progetto di messa in rete di ciò che resta delle tredici arces (rocche) che punteggiavano l’antico stato di Camerino, dei luoghi e delle residenze varanesche ancora identificabili. Sarebbe un modo per non consegnare al progressivo oblio, indotto da fenomeni naturali e umani, un’altra porzione della nostra storia comune.Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 27/8/2018 alle 6:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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