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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
20 febbraio 2018
UNA POLITICA PER LE CITTA’ DELLE MARCHE
In un articolo scritto all’inizio di questo anno l’economista Paul Krugman è tornato ad occuparsi dei temi della sua formazione, la geografia economica, e in particolare del futuro delle piccole città. In un mondo che marcia a tappe forzate verso la concentrazione dell’umanità nelle metropoli, al punto che si prevede che nel 2050 due persone su tre nel mondo abiteranno nelle città, il destino delle piccole città appare segnato.Krugman fa l’esempio di Rochester, città di circa 200mila abitanti degli Stati Uniti, che da centro rurale per la macinazione del grano è divenuta una città industriale specializzata nella produzione di strumenti ottici, fino ad essere conosciuta nel mondo come la città della Kodak e della Xerox. Ora,negli Stati Uniti, ci si interroga se cittadine come Rochester possano avere un futuro ed evitare quella che viene chiamata la “rovina del giocatore”.Di fronte a questo scenario molti sono gli interrogativi che si pongono alle aree urbane del Vecchio Continente, alle “cento città” d’Italia e ad una realtà come le Marche, per sua natura regione rurale e policentrica. Il quadro sembra complicarsi se pensiamo alle aree interne e all’Appennino, soprattutto se teniamo conto delle conseguenze del sisma e della velocità dei cambiamenti tecnologici che disegnano un mondo dominato dall’automazione.Tutto ciò può apparire disperante, anche se indicare una tendenza non significa affatto descrivere una realtà e spesso la storia s’incarica di smentire le più fondate previsioni. Tuttavia, con questa tendenza bisogna fare i conti, fino a prova contraria. Andamento demografico, specializzazione produttiva, disintermediazione amministrativa rischiano di far finire su un binario morto le piccole città, producendo alti costi sociali che vanno di pari passo con tentativi di sviluppo a base culturale e turistica, insufficienti a far fronte alle situazioni di disagio e alle crescenti diseguaglianze sociali nei contesti urbani.Nelle Marche, dopo le esperienze delle candidature di Urbino capitale europea, di Recanati e Macerata capitali italiane della cultura, e senza nulla togliere a Fabriano città creativa o Pesaro città della musica Unesco, è tempo di pensare una politica per le città, inclusa quella “città appenninica” da cui dipende il futuro di uno sviluppo regionale che non si esaurisca nella linearità insediativa della “città adriatica”. Ad esempio, se è vero che la nuova infrastrutturazione della Quadrilatero ha consentito agli Umbri di frequentare maggiormente le Marche, è altrettanto vero che sta facendo sentire molto più vicini all’Umbria ampi territori dell’entroterra marchigiano.Un primo esempio di questa politica per le città è venuto dal reinvestimento ad opera del Governo centrale su scuole e periferie. A livello regionale dagli ITI (interventi territoriali integrati) urbani o, per l’entroterra, dai PIL (progetti integrati locali) promossi dai Gruppi di Azione Locali (GAL). Nuove indicazioni e possibilità di intervento potranno venire dai “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino marchigiano”, a cui stanno lavorando le quattro Università insieme al Consiglio regionale, e dal “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, su cui è impegnato l’Istao per conto della Giunta regionale. La programmazione di area vasta del Capoluogo regionale e le progettualità alla base delle esperienze di candidatura sopra citate rappresentano altrettanti “parchi progetto” traducibili operativamente.Partendo dall’insieme delle sperimentazioni progettuali e realizzative accennate, è possibile immaginare una “rete delle città” marchigiane che incorpori visione sistemica, specializzazioni funzionali diversificate e integrazioni complementari, anche rispetto ai nuovi motori di sviluppo e alla qualificazione del welfare regionale.Per quanto riguarda, invece, l’areale del “cratere” occorre agire avendo presenti le priorità rappresentate in ordine da: le zone più devastate (gli epicentri), la città di Camerino, la cui ricostruzione è fondamentale per un ampio territorio, la linea di resilienza pedemontana che va da Fabriano ad Ascoli, passando per Camerino e Amandola, e, infine, alcuni Comuni cosiddetti “gronda”, che hanno svolto nei decenni di spopolamento dell’entroterra un’azione di contenimento e che in questa fase vanno rafforzati.Si tratta - in altri termini - di pensare e organizzare una armatura territoriale, alla quale non deve essere estranea una riflessione e un’azione conseguente sul versante della governance istituzionale. La sfida è quella di provare a disegnare una geocomunità che riparta dai “luoghi”, da quella integrazione tra smart city e smart land che non può che essere la risposta europea in chiave di sviluppo sostenibile al procedere verso megalopoli che potrebbero essere più del “terrore” che del benessere.Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 20/2/2018 alle 6:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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