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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
24 giugno 2021
OCCUPARSI DEL PARTITO, QUEL CHE SERVE AL PD

L’esito delle primarie nelle principali città chiamate al voto in autunno ha ancora una volta dimostrato che c’è un pezzo d’Italia che continua ad interessarsi delle vicende del Pd e del centrosinistra, ma ciò non va scambiato per indice di un loro buono stato di salute.

La partita nelle città grandi e più piccole non sarà facile, perché la politica delle alleanze non è ancora matura al punto giusto e perché, nonostante le divisioni su scelte fondamentali (come quella di sostenere o di opporsi ad un governo come quello Draghi) e sulla leadership, il centrodestra si presenterà quasi ovunque unito.

La voglia sociale di “normalità” e di recuperare il tempo perduto potrebbe tradursi in una sorta di “tana libera tutti”, piuttosto che in una ripartenza consapevole e solidale, come sarebbe necessario per cambiare quello che già prima dell’emergenza sanitaria non andava. Il centrodestra da mesi cavalca quel messaggio, e ha buon gioco la Meloni ad avvantaggiarsene rispetto agli altri partner di coalizione.

La lettura del libro di Enrico Letta (“Anima e cacciavite”, Solferino 2021) è utile per capire come il Pd intende interpretare e dare sostanza a questa nuova fase. Racchiude una buona agenda riformista, dalla quale traspare la maturità dell’autore e la consapevolezza acquisita attraverso la sua esperienza di docenza europea sull’importanza del tema delle disuguaglianze generazionali, di genere e territoriali che la pandemia ha drammaticamente acuito.

Nel libro, però, così come nei punti inviati ai circoli all’indomani dell’elezione a segretario, non ho ritrovato un passaggio molto significativo del discorso che Letta aveva pronunciato nel momento della sua investitura. Esso riguardava la motivazione per cui aveva scelto di andare a dirigere il PD, ritenendola la cosa più importante che potesse fare nella nuova fase di ricostruzione post pandemia, e l’invito ai democratici a scegliere di “occuparsi del partito”, prima ancora degli incarichi istituzionali, perché società, politica e partiti sarebbero stati centrali nel percorso di rinascita.

Si potrebbe persino aggiungere che o società, politica e partiti tornano centrali o sarà la ricostruzione stessa del Paese a rivelarsi cosa effimera e sostanzialmente fallimentare.

Questo richiamo al lavoro sul partito mi pare il nocciolo della questione che il PD deve risolvere e che fin dalla sua nascita ha decisamente trascurato. E credo sia l’ingrediente essenziale, capace di fare la differenza, nella scommessa della segreteria di Enrico Letta.

Possiamo stupirci positivamente per le 40.000 risposte ad un questionario o per qualche decina di migliaia di votanti ai gazebo, ma che lo stato dei circoli, dei livelli provinciali e regionali del partito sui territori sia molto deludente è la pura verità. Lo stesso possiamo dire della quantità e qualità dell’iniziativa politica, fatte chiaramente le debite eccezioni.

Questa situazione è causata dalla contemporaneità liquida e dalla sua nuova piegatura digitale? Non esageriamo. È dovuta innanzitutto al fatto che il PD è nato verticalizzando in senso istituzionale i ruoli di partito, con il risultato che quando i ruoli istituzionali vengono meno non ci sono dirigenti pronti a rilanciare il partito, e da ciò discende non di rado l’implosione stessa della comunità politica sul territorio. Oppure, al fatto che non appena cessa il ruolo istituzionale perde di senso la stessa funzione di direzione politica, come dimostrano numerosi casi di abbandono di figure di primo piano che scelgono di fare altro.

Inoltre, il PD è nato pensando che la ragione per cui si chiama “democratico” derivi dal fatto di aver scelto le primarie come strumento di selezione della classe dirigente e non di dover affrontare la sfida epocale della crisi della democrazia, riformando, ampliando e regolando valori e forme concrete di vita sia al di fuori che all’interno di sé.

Lavorare sul partito è compito gravoso, ma attualissimo, perché significa costruzione di senso critico, maturazione e condivisione di una lettura della storia e della prospettiva del Paese, coinvolgimento di competenze che sono sempre più distanti dall’impegno politico, capacità di federare i soggetti di una società frammentata e per certi versi atomizzata dalla crescita delle disuguaglianze e delle solitudini.

Sulla dimensione federativa come forma nuova dell’essere partito dovrebbero ragionare a fondo le prossime agorà democratiche. Perché le primarie possono essere la chiamata alle armi ogni qual volta si vota, magari consentendo di partecipare anche a chi non ha votato e non voterà mai PD, oppure l’espressione di una partecipazione strutturata e continuativa fatta di circoli, associazioni, club, comitati, forum, che si esercita in modo regolamentato nel momento della chiamata istituzionale, ma che vive tutto l’anno attraverso la definizione di patti federativi e progettuali a cerchi concentrici e a geometria variabile, valorizzando anche le opportunità offerte dalla rete e dalle nuove tecnologie digitali.

Allora forse, anche il dilemma in cui si dibatte Enrico Letta nel suo libro e cioè se la democrazia sia compatibile con la civiltà digitale e se sia ancora possibile una intelligenza collettiva che si faccia partito, potrebbe trovare una risposta. Dopotutto un partito serve a decodificare il proprio tempo, dentro un prima e un poi, provando a generare “onde”, messaggi, campagne di opinione, mobilitazione civile; diversamente non resta che provare a “surfare” l’onda altrui, che prima o poi inevitabilmente finirà per sommergerci.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 24/6/2021 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 giugno 2021
POLITICA E GIUSTIZIA, FARE UN PASSO IN AVANTI

L’uscita del libro di AA.VV. “Legalità. Temi per un dibattito” (Affinità Elettive 2021) avviene in un frangente particolare della vita nazionale dove la riforma della giustizia è tornata al centro del confronto pubblico come una delle riforme essenziali non solo per corrispondere alle raccomandazioni dell’Unione europea, ma per superare il principale conflitto che ha riguardato la storia recente del Paese.

La riflessione di Elena Montecchi su “legalità e cultura politica nella crisi italiana”, che apre il libro, è quanto mai opportuna perché è venuto il tempo di un bilancio il più possibile sereno e distaccato sulla stagione che è andata sotto il nome di “Tangentopoli”, dal quale chi si propone di riformare la politica e la giustizia non può prescindere.

Non solo perché è passato circa un trentennio dal suo insorgere, un tempo adeguato a un primo approccio di tipo “storico”, ma soprattutto perché ne ha bisogno il Paese, che da allora ha vissuto un’interminabile transizione senza approdo, sottoposta oggi agli effetti incalcolabili e politicamente imprevedibili di una emergenza sanitaria ed economica senza precedenti.

Il terreno è certamente scivoloso, nondimeno affrontarlo è indispensabile. Ogni riflessione critica su quel periodo della nostra vita nazionale rischia di apparire la difesa di un assetto statico e consociativo, nel quale la corruzione non era certo un’invenzione dei magistrati, ma un tratto pervasivo del rapporto tra politica e società, frutto di una “democrazia bloccata”, attraversata dalla linea di faglia del bipolarismo internazionale e nella quale i tentativi di riformarla, aprendo ad una piena legittimazione democratica e di governo delle forze in campo, erano drammaticamente falliti.

Da questo punto di vista è condivisibile quanto Pietro Scoppola ha scritto sulla fine della “Repubblica dei partiti”, individuando nel sequestro e omicidio di Aldo Moro il tragico evento che ha fatto da spartiacque tra un “prima” e un “dopo”.

Finita la stagione del finanziamento estero della politica italiana, gli anni Ottanta del Novecento con il loro cambiamento di stili e costumi, anche politici, sono stati il lungo periodo d’incubazione di un intreccio perverso tra un potere sempre più sclerotizzato e un’economia protetta. Il primo sancito dalla politica del “preambolo” che aveva dato vita al pentapartito e da una opposizione rifluita nella difesa della propria “diversità”; la seconda garantita dal connubio con lo Stato, dalla spesa pubblica e dalla dipendenza dal sistema bancario; tutti fattori funzionali alla costruzione del consenso a difesa dello status quo e al depotenziamento del conflitto politico e sociale.

La fine dell’assetto bipolare del mondo e l’apertura al libero mercato di paesi fino ad allora preclusi hanno avuto in Italia, più che in ogni altro paese occidentale, degli effetti destrutturanti sul sistema politico ed economico. Grande è stata in questa circostanza, come in altri passaggi della storia, la dipendenza del nostro Paese dai cambiamenti dello scenario internazionale. L’apertura del sistema economico nazionale alla competizione globale richiedeva il ridimensionamento del ruolo ipertrofico dello Stato, da ottenere mediante la riduzione della spesa pubblica, la dismissione delle partecipazioni statali, la privatizzazione della grande impresa pubblica e la riforma bancaria. Ma ciò ha finito per determinare anche la scomparsa dei partiti della cosiddetta “prima Repubblica”, che di quell’assetto erano stati gli artefici e i garanti.

È nell’alveo del processo di mondializzazione economica che si è affermato il ruolo nuovo della giurisdizione, delle magistrature e delle corti dei diversi Paesi, non solo perchè ovunque esiste negotium economico vi è negotium giuridico e, quindi, un giudice che deve far valere un contratto, ma soprattutto perché è a quel livello che è avvenuta la saldatura tra potere economico e potere giudiziario, con il secondo garante del rispetto delle regole del mercato “perfetto”, oltre e - se necessario - contro i confini delle giurisdizioni dei singoli Stati. Da questo stesso processo, inoltre, è derivata la perdita di ruolo degli Stati nazionali e la subalternità della politica nella sua dimensione nazionale rispetto alla trans-nazionalità dell’economia.

L’azione congiunta di potere economico e potere giudiziario si è dispiegata su scala planetaria, ed è stata ovviamente più marcata nei contesti dove maggiori erano le resistenze, i ritardi e i reciproci condizionamenti tra politica ed economia. È questo il caso italiano, in cui la magistratura, colpendo la corruzione che c’era, ha spezzato il cordone ombelicale tra partiti, grande impresa e finanza pubblica, ma ha anche aperto un “processo” ai partiti in quanto tali, la cui facile sostituzione con una “società civile” priva di ombre si è dimostrata per quello che era, un’illusione.

Cosa abbia impedito una rigenerazione dei partiti e del sistema politico è riconducibile a due fattori: il primo riguarda il riposizionamento dei poteri economici, ampiamente compromessi con il vecchio assetto, ma proprietari dei maggiori organi di stampa e dei media (emblematico il caso di Berlusconi); il secondo concerne la debolezza delle culture politiche del Paese, in particolare quelle riformatrici, incapaci di leggere la nuova fase politica ed economica internazionale e di mettere in campo un progetto convintamente europeo di riforma delle istituzioni e della società.

Il primo aspetto ha finito per saldare l’azione della magistratura a quella dei mezzi di comunicazione, dando vita al cosiddetto “circuito mediatico-giudiziario”; il secondo aspetto ha riguardato sia la natura della destra italiana, incapace di una evoluzione in senso pienamente liberale e costantemente sollecitata da atteggiamenti antisistema, sia la fragilità dell’impianto culturale della nuova forza politica della sinistra, il PDS, nato dallo scioglimento del PCI, che non ebbe la forza di contrastare gli eventi e finì per inseguire le iniziative referendarie e il sentimento giustizialista che permeava l’opinione pubblica.

L’insieme di questi elementi ha fatto imboccare al Paese una scorciatoia che gli ha impedito di prendere coscienza di ciò che era effettivamente accaduto, di rielaborarlo adeguatamente, evitando semplificazioni che invece si sono imposte e che, pur non reggendo alla prova dei fatti, hanno finito per stratificare ad ondate successive una “costituzione materiale” dissonante rispetto a quella formale; disintermediazione e personalizzazione ne hanno rappresentato i tratti persistenti, fino agli attuali esiti populisti e sovranisti.

Se ciò - da un lato - ha reso difficile ogni coerente riforma sia della legge elettorale che della seconda parte della Costituzione, puntualmente bocciate dall’elettorato, - dall’altro - ha contribuito a non affrontare una seria riforma dei partiti (secondo l’art. 49 della Costituzione) e a svilire le prerogative e l’attività del Parlamento, anch’esso oggetto di ricorrenti campagne di delegittimazione a prescindere da una vera discussione pubblica di merito sul funzionamento e sui correttivi da apportare per ridare ad esso la centralità che ha in una Repubblica democratica parlamentare.

Né questa situazione ha favorito l’adeguata selezione della classe dirigente, come è dimostrato dal suo rapido turnover.

Negli anni turbolenti che ci separano dai primi anni Novanta del secolo scorso, due sono state le istituzioni che - per il loro alto profilo e non senza esposizioni ed affaticamenti insopportabili a lungo -hanno garantito la tenuta del Paese: la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale.

La sensazione sempre più vivida, però, è che avanzi un neanche troppo sotterraneo svuotamento della nostra Costituzione, sempre meno presente per i valori che esprime e lo sforzo attuativo che indefessamente richiede e sempre più ridotta ad un insieme di regole del gioco politico, il quale nel linguaggio come nella prassi legislativa e nei comportamenti dei leaders indulge frequentemente alla sgrammaticatura e alla forzatura istituzionale e costituzionale.

Tutto ciò mentre la politica ha continuato ad essere subalterna all’economia, a partire dal finanziamento delle campagne elettorali dei candidati, la corruzione non è venuta meno, ma ha trovato vie più sofisticate per intrattenere un rapporto incestuoso con il potere, e la simpatia dell’opinione pubblica per la magistratura ha raggiunto lo stesso livello dei partiti politici. Con il risultato che la sfida di “quadrare il cerchio”, che ci proponeva Ralf Dahrendorf negli anni Novanta del secolo scorso, si è trasformata nel caso italiano nella “ruota quadrata che non gira”, come sintetizzato da ultimo dal Censis.

Eppure, uscire dalla trappola in cui è relegata diventa per la politica vitale, giacchè è ormai fin troppo evidente che la sua debolezza è funzionale soltanto all’arricchimento senza precedenti di ristrette oligarchie economiche trans-nazionali. La cesura rappresentata dalla crisi economica del 2008 prima e dall’emergenza sanitaria oggi hanno fatto giustizia di una “narrazione” che ha individuato nei partiti la causa di ogni male. Penso, invece, che sia venuto il tempo di un reinvestimento urgente nella dimensione democratica, civile e comunitaria dell’agire politico, quantomeno se vogliamo che a pagare l’ingente debito che la crisi ha reso necessario fare si cominci dalla parte giusta.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/6/2021 alle 15:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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