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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
CULTURA
25 marzo 2021
“SE MAI VEDI…”, LE MARCHE DI DANTE

“Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo, / ti priego, se mai vedi quel paese / che siede tra Romagna e quel di Carlo, / che tu mi sie di tuoi prieghi cortese / in Fano, sì che ben per me s’adori / pur ch’i’ possa purgar le gravi offese” (Purg. V, v. 67-72).

Nel Dantedì, avvio delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte del poeta della Divina Commedia, il più celebrato e noto al mondo, ci piace ritornare a quei versi del canto V del Purgatorio, dove - per il tramite di Iacopo del Cassero, che per primo si fa avanti e prende la parola tra la schiera dei “negligenti” - l’Alighieri ci dona la prima e più originale definizione delle Marche: “Quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo”.

Una definizione di cui spesso è stata messa in evidenza l’indeterminatezza riguardante l’oggetto e il fatto che questo viene identificato per differenza rispetto alle due realtà contermini chiamate per nome, desumendo da ciò la prova di una sua debole identità. Una sorta di montaliano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” antelitteram.

È veramente così? C’è molto di convincente in questa interpretazione, tanto più che a rafforzarla interviene quel “se mai vedi…” che precede la definizione, come a dire “se ti capita di vedere…” quella terra, che evidentemente è poco conosciuta direttamente, perché appartata e fuori circuito rispetto agli itinerari più frequentati e, quindi, scomoda da raggiungere.

Dante avrebbe potuto usare la parola “Marca” per nominare quella che già a suo tempo si chiamava “Marca Anconitana” e corrispondeva a buona parte del territorio regionale, inclusa la città di Fano. Ma egli fa un’altra scelta, coniando un’espressione geniale, dettata certamente da ragioni poetiche, ma anche dall’intenzione di comunicare un dipiù.

Un di più territoriale, innanzitutto, perché - nel momento in cui distingue il luogo di cui parla dalla Romagna e dal Regno di Napoli - lo definisce anche nella sua maggiore ampiezza rispetto alla “Marca Anconitana”, e cioè come quel territorio che va dal “vento di Focara” (Inf. XXVIII, v. 89), ovvero dalla collinetta della Siligata e dal rio Tavollo tra Gabicce Mare e Cattolica - per dirla con lo scrittore pesarese Paolo Teobaldi - fino al fiume Tronto.

E lo definisce come “paese”; termine generico si direbbe, ma non tanto. Almeno in due altre circostanze dell’opera il poeta lo usa; quando nel canto XIV dell’Inferno parla della montuosa Creta come “in mezzo mar siede un paese guasto” (v. 94) e nel XXXIII sempre dell’Inferno dove, riferendosi all’Italia, lo definisce “‘l bel paese dove ‘l sì suona” (v. 80). In entrambi i casi “paese” indica un territorio comune, che è un tutt’uno, seppure plurale al proprio interno, come Dante ben sapeva dell’Italia, paese di paesi e di altrettanti “volgari”, e delle Marche, terra policentrica e a popolazione sparsa dove nessuna città ha un vero predominio nella regione.

Le Marche, più di altre terre chiamate per nome, sono “paese” e ciò le definisce sostanzialmente insieme a quel “siede”, voce del verbo “sedere”, cioè “aver sede, stare”. Questo è usato da Dante in più circostanze in senso geografico: “Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘l Po discende per aver pace co’ seguaci sui” (Inf. V, v.97-99), dice Francesca da Rimini della sua città natale Ravenna; “sie’ tra ‘l piano e ‘l monte” (Inf. XXVII, v.53) vien detto di Cesena nel canto di Guido da Montefeltro. Ma il verbo “sedere” è usato anche per indicare lo stare rilassato su un elemento di appoggio con le gambe piegate, ovvero l’adagiarsi, il distendersi.

“Quel paese che siede” è - quindi- quella terra che sta sì, come punto di passaggio e d’incontro tra nord e sud del Paese, tra la Romagna, da sempre area strategica di confine con il settentrione d’Italia, e il paese di Carlo, “quel corno d’Ausonia” (Par. VIII, v. 61) che abbraccia il Meridione; ma è anche quel paese che sta adagiato e disteso, o anche che sta seduto, sia in senso geomorfologico che antropomorfico. Le Marche, dalla montagna alla collina al mare disegnano, infatti, il profilo di una persona seduta o anche adagiata, con la testa in alto tra i monti, lo sguardo rivolto davanti a sé e il corpo rigogliosamente e musicalmente disteso fino “in sul lido adriano” (Par. XXI, v. 123).

Le Marche del tempo di Dante avevano davvero la “testa” tra i monti, con tre delle sue cinque “civitates maiores” situate in montagna: l’Urbino di Bonconte, la Camerino di Francesco, poeta stilnovista, e di ser Berardo, notaio e testimone della sentenza di condanna del fiorentino, fino alla Ascoli Piceno di Cecco; mentre la Fano di Iacopo, già allora avamposto veneziano, ci ricorda che le Marche sono più di altre la regione dell’incontro con l’Adriatico.

Da ultimo, vi è un altro significato del verbo “sedere” in Dante, ed è sempre Iacopo del Cassero ad usarlo in questa accezione quando dice: “...li profondi fori / ond’uscì ‘l sangue in sul qual io sedea” (v. 73-74). Qui ad esser chiamato in causa è lo “stare” della persona umana, il suo ec-sistere, l’unità di corpo e anima, di cui il sangue è ritenuto la sede. Forse, dunque, che quel “sedere” riferito ai luoghi ed eminentemente alle Marche vuol anche dire dell’unità di uomo e natura, di urbs e civitas, che fa del paesaggio la propria anima?

“Difficile trovare altrove una così esatta corrispondenza tra gli animi e il paesaggio”; ci sovvengono le straordinarie pagine di Guido Piovene sulle Marche, dove non è mai citata l’espressione dantesca, seppure appaiano come l’esplicitazione narrativa della potenza di una sintesi poetica. Le parole di Franco Cassano sugli “uomini-est”: “quelli fedeli alle radici, le piante del mondo, quelli che non conoscono la ferita della partenza, che si sentono nel giusto posto dell’universo, che si siedono in silenzio sui loro pensieri, che hanno trovato la perfezione nell’eterno ritorno del cerchio”. Il Leopardi di Tullio Pericoli e l’Italia in una regione.

 

 




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POLITICA
19 marzo 2021
LA POST REGIONE. LE MARCHE TRA RICOSTRUZIONE E NUOVO SVILUPPO ('Marcare il territorio', giovedì 11 marzo 2021)

Ha fatto bene il Pd delle Marche a organizzare una serie di seminari di analisi e confronto sulle trasformazioni delle Marche tra politica, economia e società e ringrazio il segretario Giovanni Gostoli per l’invito e per aver voluto dare a questo seminario, che affronta il tema delle Marche tra ricostruzione nuovo sviluppo, il titolo del mio libro “La Post Regione”.

Volendo partire da qui per svolgere una serie di considerazioni dico subito che il libro (“La Post Regione. Le Marche della doppia ricostruzione”, Il Lavoro Editoriale 2020) è uno dei tanti frutti editoriali del lockdown a cui la pandemia ci ha costretti e raccoglie una serie di contributi scritti tra il 2015 e il 2020, quindi nell’arco temporale della scorsa legislatura regionale, quando nella funzione che ho svolto presso il Consiglio regionale ho potuto vedere dall’interno e più in generale riflettere sulle questioni che attraversavano la nostra regione.

Il libro è, quindi, un “diario di bordo” (così è stato definito…) che nasce da una domanda di politica insoddisfatta, da un vuoto che la scrittura ha cercato di colmare, interrogandosi su alcuni temi ricorrenti che nella prefazione ho riassunto così: “Appennino, aree interne e patrimonio culturale; manifattura, credito e infrastrutture; città, luoghi e personaggi non solo marchigiani; Europa, macroregioni ed ecosistemi territoriali; sinistra, paura, disuguaglianze ed ecologia integrale…”.

Ma, dovendo muoverci tra politica, economia e sociale - come recita il sottotitolo di “Marcare il territorio” - ci tengo a dire che se vogliamo approfondire l’analisi non partiamo da zero. Negli ultimi cinque anni, proprio dalla Presidenza del Consiglio regionale, ho potuto promuovere e seguire la realizzazione di una serie di ricerche e di pubblicazioni che a cadenza biennale hanno fatto il punto su dove stavano andando le Marche.

Mi riferisco, innanzitutto, alla ricerca pubblicata in: “Marche 2016. Dall’Italia di mezzo all’Italia media”, a cura di Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini (Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, n. 221), che a distanza di dieci anni dall’ “Atlante sociale delle Marche” del 2007, curato sempre da Diamanti per il Consiglio regionale, ha descritto come sono cambiati gli orientamenti dei marchigiani dopo la grande crisi iniziata nel 2007/2008.

Esattamente due anni dopo, nel 2018, viene presentata e approvata all’unanimità dal Consiglio regionale la ricerca svolta dalle 4 Università marchigiane “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino marchigiano dopo il sisma del 2016”, confluita poi nel volume omonimo dei Quaderni del Consiglio regionale (n. 289), a cura di Ilenia Pierantoni, Daniele Salvi, Massimo Sargolini. A seguito del devastante sisma del 2016/2017, la ricerca analizza in tempi record la situazione del cratere marchigiano ex ante ed ex post l’evento catastrofico, ascolta i sindaci e le realtà auto-organizzate, evidenzia e propone 10 + 1 “nuovi sentieri” per lo sviluppo sostenibile e la rinascita delle comunità ferite. Oggi questa ricerca si sta estendendo all’intero cratere sismico delle 4 regioni, con il contributo di un ampio e qualificato partenariato nazionale.

Nel 2020, esattamente due anni dopo, in occasione del cinquantesimo anniversario delle Regioni a statuto ordinario, l’Istituto di Storia Marche, accompagnato dal Consiglio regionale, pubblica il volume: “Le Marche 1970-2020. La Regione e il territorio”, a cura di Franco Amatori, Amoreno Martellini, Roberto Giulianelli (Franco Angeli), nel quale diversi dei saggi presenti trattano della traiettoria e delle incertezze, affatto recenti, del cosiddetto “modello marchigiano di sviluppo”. Il volume vede la luce proprio nei mesi in cui esplode l’emergenza sanitaria da Sars Cov-2.

Concludo questa carrellata bibliografica, segnalando che sempre negli ultimi 5 anni si sono tenute 4 edizioni (2016, 2017, 2018, 2019) dei seminari di approfondimento #marcheuropa, organizzati dal Consiglio regionale in collaborazione con ISTAO, che in maniera itinerante hanno affrontato i principali temi dell’agenda politica, istituzionale e sociale delle Marche con relatori di rilievo nazionale.

Occorre, da ultimo, ricordare che tutte queste iniziative, di ricerca, editoriali e seminariali, hanno riscontrato apprezzamenti e partecipazione, ma scarsa attenzione e considerazione proprio dal mondo politico regionale al quale erano in primo luogo rivolte.

***

Vorrei, però, entrare nel vivo delle questioni oggetto di questo seminario, partendo da un dato, desunto anch’esso da un saggio pubblicato nel 2017 da Silvio Mantovani: “Voti e partiti nelle Marche. Breve storia politica della Regione” (Affinità Elettive 2017), saggio poi confluito in versione aggiornata all’interno del citato libro sul cinquantesimo della Regione Marche.

Se vogliamo capire l’esito elettorale del 2020, infatti, è necessario tornare a rileggere il risultato elettorale delle regionali del 2015 e a confrontare tra loro sedi elettorali omogenee, cioè le elezioni regionali con le elezioni regionali.

Il voto del 2015 fu caratterizzato da questi fattori principali:

-         Una astensione alta e inedita: votò soltanto il49% degli elettori;

-         Una accentuata e anch’essa inedita frammentazione del quadro politico: si presentarono 5 coalizioni con una divisione interna al centrosinistra, tra il Pd e pezzi di mondo borghese-imprenditoriale che fino ad allora avevano condiviso l’azione di governo del centrosinistra;

-         Un risultato della coalizione di centrosinistra (41%) ben al di sotto di quel più o meno 50% ottenuto in tutte le elezioni regionali precedenti;

-         Un risultato (41%) che equivaleva in termini assoluti a neanche il 20% del corpo elettorale (iscritti nelle liste elettorali).

È quest’ultimo in particolare il dato che voglio sottolineare, un dato che rivela il punto più basso di rappresentatività del centrosinistra nella storia cinquantennale della Regione. Ed i fattori sopra evidenziati, presi tutti insieme, ci dicono che la vittoria del centrosinistra presupponeva già allora un percorso di ricostruzione, di apertura e di inclusione, di tessitura di nuove alleanze sociali e politiche, di nuove attenzioni territoriali, per dare risposte ad una società ferita dalla crisi economica. La caduta del Pil delle Marche dall’inizio della grande crisi e in particolare nel periodo 2008-2013 è stata rilevante, ben oltre la media nazionale, e la risalita lenta e faticosa, non recuperata mai a pieno. Oggi questa tendenza è aggravata dagli effetti economici della pandemia.

Mi chiedo e vi chiedo: è con questa consapevolezza, con questi obiettivi e con il conseguente modo di agire che si è operato nella corsa legislatura?

Occorre guardare “dentro” gli ultimi 5 anni di vita politica ed istituzionale e rileggere criticamente quello che è accaduto nel partito, nel governo regionale e nel rapporto con la società marchigiana, se vogliamo capire le ragioni di una sconfitta politica pesantissima.

Si dirà: ma c’è stata la crisi economica, poi il sisma e poi la pandemia! Vero. Ma era proprio per affrontare gli effetti della crisi economica, del fallimento di Banca Marche, della consunzione del “modello marchigiano” che avevamo messo in campo il PD, il quale prendeva sulle sue spalle per la prima volta la guida del governo con una nuova leadership legittimata dalle primarie. E bisogna altrettanto dirci che il sisma non è stato affrontato alla stessa maniera dell’emergenza sanitaria.

Perché non siamo riusciti nell’azione di governo? Questa è la domanda che ci dobbiamo fare. Non ci siamo riusciti al punto che le Marche sono andate in plateale controtendenza e la sconfitta del PD e del centrosinistra è stata maturata dall’elettorato anzitempo e vissuta per certi versi come una sorta di “liberazione”, anche da settori della società a noi non tradizionalmente ostili.

È soltanto se ci poniamo queste domande e ricerchiamo le risposte politiche che ha senso una diffusa campagna di analisi del voto, più che una “fase costituente”, che deve servire ad analizzare con rigore ed obiettività dati elettorali e scelte fatte, ad ascoltarsi reciprocamente e ad avvicinare le posizioni, evitando che il Congresso si trasformi in una resa dei conti e ponga, invece, le condizioni per ricostruire. Analogamente, solo così ha senso confrontarci con i cambiamenti e le trasformazioni che hanno riguardato le Marche, altrimenti o ci stiamo atteggiando ad accademici (che non siamo) o rischiamo di alimentare una lettura autogiustificatoria e autoassolutoria, che non fa bene innanzitutto al PD e, soprattutto, non è utile se si vuol risalire la china.

***

Che cos’è allora la Post Regione?

Sono le Marche alle prese con uno dei passaggi cruciali della propria storia. Un passaggio che ha pochi precedenti nella storia recente della nostra regione. Potremmo considerarlo simile a quello tra fine Ottocento e primo Novecento, quando nel Parlamento del Regno parlamentari come Angelo Celli, Maffeo Pantaleoni, Cesare Sili e altri ponevano la “questione marchigiana”, o a quello che sul finire degli anni Cinquanta del secondo scorso faceva parlare di “meridionalizzazione” delle Marche, ad indicare una regione ancora prevalentemente agricola che sembrava refrattaria all’industrializzazione.

Oggi sentiamo usare nuovamente questo termine (“meridionalizzazione”) per indicare una regione “in transizione”, come l’ha catalogata l’Unione europea, che ha subito un processo di allineamento alla media nazionale, la cosiddetta “medianizzazione”, per usare le parole di Ilvo Diamanti, e che sembra fare sempre più fatica a rimanere agganciata a quel Nord-Est-Centro (NEC) che per lungo tempo è stata la nostra area di appartenenza e di riferimento. La pandemia, anche in questo caso, sta allargando il divario.

Le Marche, dopo la stagione delle economie di distretto, appaiono più piccole e periferiche, prigioniere spesso di un policentrismo localistico, incapaci di aprirsi alle relazioni macroregionali, di entrare a far parte delle “catene lunghe del valore” e di assumere un ruolo sufficientemente definito nella “divisione internazionale del lavoro”, per non parlare di quale ruolo potranno avere dentro le nuove gerarchie dettate dalla digitalizzazione.

La Post Regione è in definitiva la nostra terra, le Marche, che hanno di fronte la sfida della doppia ricostruzione, post-sisma e post-Covid, e che non hanno risolto ancora le questioni poste dalla grande crisi. Una regione che deve fare un “triplo salto carpiato”, se non vuole abbandonarsi ad un progressivo e neanche troppo lento scivolamento, cercando di riposizionarsi con determinazione sullo scenario nazionale ed europeo.

Una regione, infine, che deve pensarsi come un “sistema plurale”, dinamico ed aperto, che esercita sintesi e sussidiarietà, e che per far ciò cambia il suo stesso modo di essere e di operare come ente regionale, si rinnova profondamente, puntando su un diverso modello organizzativo, sulla digitalizzazione, sul rinnovamento del personale e sulle competenze.

***

Andiamo, adesso, a considerare la sostanza delle tre crisi che hanno avuto un impatto sistemico sulle Marche e che sollevano questioni che i partiti e la classe dirigente regionale devono saper affrontare:

1)      La crisi economica del 2007/2008 ha messo in discussione il nostro tessuto produttivo, il cosiddetto “modello marchigiano”. La questione di fondo si è stata posta fin dagli anni Novanta del secolo scorso, con l’apertura globale dei mercati, la rivoluzione informatica e la fine della svalutazione competitiva, a seguito della nascita dell’euro. Sono questi tutti fattori che hanno colpito al cuore gli elementi di fondo del nostro sistema produttivo, fondato sulla competizione sui prezzi, sulla piccola dimensione d’impresa e sullo “spontaneismo” territoriale.

Come abbiamo reagito a questa sfida? Con poca innovazione e ricerca, agendo soprattutto sul costo del lavoro, anche grazie alla disponibilità di manodopera immigrata, con le delocalizzazioni e lo sviluppo di un terziario non avanzato, dove vi erano spazi generosi da occupare data la sovraesposizione manifatturiera della nostra regione. Fatemi citare anche qui un libro: “Mezzadri, pescatori, operai”, a cura di Roberto Giulianelli (Franco Angeli 2020) e, a proposito degli aspetti che ho sottolineato, in particolare i saggi di Alessia Lo Turco ed Ercole Sori.

Che cosa dobbiamo fare? Mettere al centro le sfide europee della sostenibilità, digitalizzazione e inclusione sociale, su cui le Marche hanno delle grandi potenzialità, rese ancora più esplicite dalla recente pandemia; investire di più su innovazione e ricerca, raggiungendo nei prossimi anni almeno la media nazionale (1,4%); favorire il reshoring e inserirci più stabilmente nelle filiere continentali europee con produzioni a più alto contenuto di conoscenza e tecnologia e a più alto valore aggiunto; qualificare il nostro terziario in senso innovativo, sostenibile e sociale. Per fare questo è importante un forte investimento sull’istruzione e in particolare sull’istruzione tecnica, sugli ITS, sulla ricerca e l’alta formazione universitaria.

Ad esempio, vogliamo qualificare e diversificare l’offerta formativa dei nostri Istituti tecnici? Vogliamo dotarci di almeno altri due ITS, uno sul digitale e un altro sull’agroalimentare? Vogliamo candidarci ad essere, magari insieme a Umbria e Abruzzo, uno dei 20 ecosistemi dell’innovazione previsti nel PNRR?

 

2)      La crisi sismica del 2016/2017 ha messo in discussione il nostro tessuto urbano-insediativo. I divari territoriali tra costa ed entroterra, molto più ampi di quelli spesso evocati tra nord e sud della regione, e la condizione delle aree interne, a lungo trascurate e il cui grido di dolore nel loro progressivo e ultradecennale declino non ha avuto risposte, sono tornate tragicamente al centro della scena.

Mentre in Europa e - timidamente - in Italia con la Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI), qualcosa cambiava in tema di disuguaglianze territoriali, nelle Marche noi abbiamo affidato questo tema ai “rapporti di forza” e dove ci sono soltanto i rapporti di forza non c’è più la politica. Nelle recenti elezioni regionali abbiamo ricevuto una dura lezione dal centrodestra; cavalcando il tema della ricostruzione mancata e mettendo in campo una classe dirigente espressione dei territori del sisma, il centrodestra ha ridato all’entroterra una rappresentanza quantitativamente degna in seno al Consiglio regionale, raccogliendo su quegli stessi candidati il consenso anche delle zone che non fanno parte del cratere.

Nelle Marche, a seguito del sisma, abbiamo assistito a quello che Andrés Rodríguez Pose ha chiamato “la vendetta dei luoghi che non contano”, che aveva già determinato la Brexit, l’ascesa di Trump e su cui i Democratici americani hanno studiato in questi anni per ritornare al governo.

Alla nostra ipoteca culturale in materia di aree interne, dovuta al venir meno di una visione regionale dei problemi, da poco più di un anno fa da contraltare la “svolta” impressa al processo di ricostruzione dal Commissario straordinario Giovanni Legnini, che voglio ricordare è un esponente del Pd. La sua azione non si sta limitando al tema fondamentale della ricostruzione fisica degli abitati, ma ha posto all’ordine del giorno la questione dello sviluppo delle aree del cratere sismico con proposte riguardanti l’impiego del Recovery Fund (per 1,78 miliardi), l’attivazione di un apposito Contratto Istituzionale di Sviluppo per il cratere del 2016 (per 160 milioni) e la redazione di un programma di sviluppo per le aree del sisma.

Le sfide della sostenibilità, dell’inclusione sociale e della digitalizzazione sono decisive per la rinascita dei luoghi e delle comunità del post-sisma, ma anche per costruire delle Marche più equilibrate e coese, lavorando sull’assetto policentrico e distribuito, così come sull’interdipendenza e l’integrazione tra urbano e rurale.

 

3)      La crisi pandemica del 2020/2021 ha messo in discussione il nostro sistema sanitario e di welfare. Nel tempo abbiamo orientato entrambi sulla risposta ad altre patologie ritenute prioritarie e li abbiamo sottoposti ad un processo di razionalizzazione che è risultato anche dequalificante. Un aspetto per tutti; aver lasciato senza neppure un punto nascita tutto l’entroterra delle Marche.

Oggi e in prospettiva la sfida va rilanciata su:

 

-         La rete territoriale dei servizi sociali e sociosanitari, sul grande tema a lungo derubricato della prevenzione, sulla dimensione domiciliare della cura;

-         La rete degli ospedali come livello di risposta alle acuzie, abbandonando la proposta degli ospedali unici. La prossima redazione del Piano sociosanitario regionale svelerà la vacuità delle promesse elettorali della destra, che per mere ragioni di consenso si è attestata a difesa di tutti gli ospedali, indistintamente. Ma il Pd deve uscire dal guado in cui è rimasto, tra ospedali unici provinciali poco più che ideati e contestuale, indistinto, potenziamento dell’esistente, e ragionare su una visione complessiva della salute, su una offerta organica e differenziata e, nello specifico, su una rete qualificata e integrata di ospedali che dia risposta alle criticità che la pandemia ha evidenziato e alla natura policentrica del territorio regionale;

-         La dimensione tecnologica della medicina (telemedicina, teleassistenza, telefarmacia), ma altrettanto e di più le risorse umane e le competenze a servizio dell’accessibilità e della personalizzazione dei percorsi di salute.

 

Saranno la riforma del welfare e il tema del lavoro i due grandi banchi di prova dell’immediato futuro, su cui il PD deve organizzare una robusta piattaforma programmatica a forte caratterizzazione sociale, se non vogliamo che a pagare il prezzo maggiore della crisi indotta dall’emergenza sanitaria e in prospettiva dell’indebitamento pubblico siano soprattutto i ceti medi e bassi, lasciandoli così in balia delle pulsioni populiste e sovraniste.

Servono una riforma fiscale progressiva che pesi meno sui redditi bassi e medi, una riforma degli ammortizzatori sociali universalistica, l’investimento massiccio sulla formazione per la riqualificazione professionale e sull’autonomia scolastica per assolvere a nuovi compiti d’istruzione e sociali, la tutela del lavoro femminile e giovanile, la lotta contro ogni forma di sfruttamento.

Ad esempio, vogliamo rifinanziare la L.R. n. 5/2003 sulla cooperazione per sostenere i lavoratori che rilevano le proprie aziende in crisi, i cosiddetti workers buyout?

***

Da ultimo, la sfida della “doppia ricostruzione”, post-sisma e post-Covid, o più semplicemente la sfida della ricostruzione delle Marche dentro la ricostruzione “alla Draghi” del Paese, richiede una vasta e profonda mobilitazione di risorse, energie e intelligenze. Chi riuscirà in questa mobilitazione avrà al dunque ragione e potrà costruire le basi sociali e politiche per un nuovo ciclo di governo. Certo, chi parte dall’opposizione è in oggettivo svantaggio, se non altro perché anche l’opposizione ha le sue regole per essere efficace; pensiamo soltanto al modo in cui bisogna porsi di fronte ad una destra che predicava discontinuità e siccome, invece, nei fatti è disarmata e iper-continuista, deve “sparare” delle provocazioni per far vedere di essere diversa da chi governava prima. Questo atteggiamento, che denota un’estrema debolezza, va contrasto ovviamente, ma non inseguito, perché la sfida vera si gioca sul terreno riformatore dove il Pd e un nuovo e ampio schieramento progressista possono cominciare a vincere, anche essendo minoranza.

Ciò richiede un progetto alternativo e che si sia mossi - nell’immane lavoro da fare - da umiltà, impegno non comune, approfondimento delle problematiche, immaginazione politica e programmatica.





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17 marzo 2021
IL CENTRO ITALIA NELLA RICOSTRUZIONE DEL PAESE
In un'Italia in cui - dalla crisi del 2007/2008 alla pandemia in corso - stanno cambiando anche le più consolidate gerarchie territoriali, porre la "questione dell'Italia centrale", come ha fatto Luca Diotallevi su Il Messaggero del 9 marzo 2021, non è un semplice voler rimarcare la presenza di un'area del Paese che non si riconosce nella dialettica spesso aspra tra "questione settentrionale" e "questione meridionale", ma il tentativo propositivo di ricucire un'idea di nazione, coesa e dialogante tra le sue parti, dentro il più ampio progetto europeo.
Stretta tra la forza economica delle economie e dei territori del nord ed i bisogni e ritardi da colmare delle aree meridionali, il centro Italia fatica a far emergere non solo le proprie problematiche e criticità, ma anche il contributo che si sforza di dare ad una visione unitaria e solidale, pur avendo subito come il resto dell'Italia le crisi sopra richiamate, alle quali si è aggiunta quella devastante del sisma 2016/2017.
E' apprezzabile che il neo segretario del Partito Democratico Enrico Letta abbia ricordato nel suo discorso quest'ultima circostanza, inserendola in un più ampio ragionamento sull'importanza di una politica di prossimità, del lavoro sul territorio che i partiti devono tornare a svolgere, in particolare in quelle aree montane ed appenniniche dove le recenti consultazioni elettorali hanno dimostrato che "la vendetta dei luoghi che non contano", come dice Andrés Rodriguez Pose, non ha riguardato soltanto i fenomeni della Brexit e del trumpismo.
Il ragionamento sull'armatura infrastrutturale dell'Italia di mezzo e sulla rete di città ricomprese tra il corridoio tirrenico e quello adriatico non può non tener conto del più grande cantiere d'Europa che sta prendendo forma proprio nel cuore di quest'area, con la ricostruzione di 138 Comuni e 2000 borghi e frazioni, abitati da circa 600.000 cittadini, in un "cratere" che coinvolge dieci province e quattro regioni (Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio).
Grazie alla svolta impressa dal Commissario straordinario Giovanni Legnini, la ricostruzione privata e pubblica sta entrando nel vivo e ciò rappresenta uno straordinario contributo in atto per la ripresa dell'intero Paese, oltre che delle aree interessate. Di più, facendo proprie le sfide della sostenibilità, dell'inclusione sociale e della digitalizzazione, essa potrà rappresentare un prototipo per un'Italia fragile che deve dotarsi finalmente di un "Dipartimento per le ricostruzioni" e di un "Codice delle ricostruzioni", cioè di competenze, strutture e normative definite per affrontare i ricorrenti rischi di catastrofi naturali.
La ricostruzione dell'Italia centrale può diventare, quindi, anche la leva da utilizzare per dare attuazione alle diagonali infrastrutturali che Diotallevi ha ricordato. Ferma restando, infatti, l'influenza positiva che l'irrinunciabile ripresa economica e culturale della Capitale eserciterebbe sull'Italia mediana, ma consapevoli altrettanto della non esaustività di questo processo nel rispondere alle esigenze di rete evocate, è importante che gli investimenti sulla mobilità sostenibile del Piano nazionale di ripresa e resilienza puntino sulle direttrici ferroviarie Roma-Pescara, Roma-Ancona e Roma-Perugia.
Analogamente diventa importante ancorare il versante est, il corridoio adriatico, tradizionalmente meno in luce di quello tirrenico, al resto dell'Italia centrale e della penisola. L'alta velocità ferroviaria Bologna-Ancona, la prosecuzione della terza corsia autostradale da Pedaso in direzione Pescara e gli interventi trasversali sulla Salaria e sulla Fano-Grosseto, considerando ormai quasi conclusa la Ancona-Perugia, hanno l'effetto di strutturare l'intero "quadrilatero" del centro Italia, i collegamenti con la parte settentrionale più dinamica del Paese e la funzione di cerniera con il sud.
Agli investimenti infrastrutturali, che includono anche quelli per la digitalizzazione come grande riforma di sistema, gli interventi sulla rigenerazione urbana e dei borghi e sul sostegno allo sviluppo economico, turistico e culturale, previsti nel PNRR per le aree dei terremoti del 2009 e del 2016 e arricchiti dal Contratto Istituzionale di Sviluppo per il cratere del 2016 approvato nella Legge di Stabilità 2021, offrono il necessario completamento per riconnettere un'area ricostruita e vitale, per delineare nuove interdipendenze tra aree interne e montane ed aree più urbanizzate e per dare forma attraverso una rete di città medie ad uno sviluppo sostenibile ed attrattivo dell'eco-regione centrale nel suo complesso.
Si tratta, in definitiva, di una sfida di cui essere maggiormente consapevoli e che può essere raccolta nelle modalità e nei tempi che l'Unione Europea ci indica, affinché l'obiettivo della "ricostruzione", posto a fondamento del governo Draghi, trovi innanzitutto una conferma nelle esperienze di ricostruzione già in essere, che possono contribuire efficacemente a creare un'Italia più equilibrata e coesa.




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ECONOMIA
3 marzo 2021
LEOPOLDO SABBATINI, IMPRENDITORE CULTURALE
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno ha ricordato che nel 2021 cade il 160esimo Anniversario dell'Unità d'Italia. Di fronte al dovere attuale di una nuova ricostruzione gioverebbe celebrare questa ricorrenza riscoprendo delle personalità che si sono dedicate al progresso del Paese e che non sono state adeguatamente valorizzate.
Credo sia questo il caso di Leopoldo Sabbatini, imprenditore culturale ed economista applicato, al quale si devono la nascita dell'Unione delle Camere di commercio d'Italia, l'odierna Unioncamere, e della prima Università commerciale del nostro paese, l'Università "Luigi Bocconi" di Milano.
Leopoldo Sabbatini nasce il 14 luglio 1861 a Camerino, secondogenito di Eugenio e Silvia Piermarini. Il padre, convinto patriota, si era battuto per gli ideali risorgimentali, che aveva trasmesso ai figli, ritenendo che loro - a differenza della generazione che aveva dovuto usare la spada - dovessero combattere l'ignoranza con la penna, "il cannone rigato dell'avvenire", "diffondendo l'istruzione nel popolo".
Il giovane Leopoldo prende sul serio il padre e, trasferitosi a Pisa dopo i primi quattro anni di liceo-ginnasio svolti a Camerino, s'impegna ancora studente nella promozione dell'educazione degli adulti, fondando la "Società fra gli studenti per le scuole serali" che organizza corsi per operai e impiegati, della quale diventa ben presto presidente. Inoltre, è chiamato a presiedere la locale biblioteca circolante, che ha contribuito a creare, convinto già allora della necessità della crescita culturale e sociale dei lavoratori per lo sviluppo del Paese.
Conseguite la maturità e, quindi, la laurea in giurisprudenza nel 1883, egli inizia la carriera professionale presso lo studio legale Bianchi-Morelli, continua gli studi di diritto internazionale e commerciale, fino a vincere nel 1885 il concorso per vicesegretario bandito dalla Camera di Commercio di Milano.
La Milano in cui va a vivere Sabbatini è una città che dall'unificazione del paese ha tratto grande giovamento dal punto di vista economico, demografico, culturale e civile: modernizzazione industriale, da un lato, e questione sociale, dall'altro, sono i termini di una dialettica che impegna i diversi gruppi sociali dediti alla gestione della cosa pubblica e che garantisce fino a quel momento un progresso non riscontrabile in altre parti del Paese.
Sono gli anni in cui va formandosi quello che poi sarà il mito di Milano quale "capitale economica e morale d'Italia". I temi vitalissimi della cooperazione e dell'istruzione popolare trovano subito nel giovane Sabbatini un protagonista entusiasta, organizzatore di cooperative e riformatore scolastico per avvicinare la scuola all'operaio, sia logisticamente portandola nelle periferie e nei sobborghi, sia didatticamente commisurandola alle condizioni dei discenti, alle loro possibilità economiche e alla formazione professionale.
Sul finire del 1888 Sabbatini diviene segretario della Camera di commercio milanese. La sua nomina coincide con uno scontro interno all'imprenditoria milanese che vede il prevalere delle posizioni meno protezioniste e più aperte al libero scambio. Il nuovo segretario s'impegna nella riforma della legislazione sulle Camere di commercio, per la quale sostiene l'estensione del diritto di voto attivo e passivo a tutti i soggetti afferenti, e nella redazione del primo rapporto statistico scientifico sulle forze industriali e commerciali di Milano e provincia.
Ma il nome di Sabbatini si lega, più avanti, all'impresa altamente innovativa della costruzione della prima Università commerciale italiana, di cui diventa primo presidente e rettore. Nata dall'esigenza di dotare la città di Milano di strutture formative adeguate al livello raggiunto dalle attività economiche e analoghe a quelle già esistenti in campo tecnologico, come l'Istituto Tecnico Superiore, l'idea è adottata da Ferdinando Bocconi, determinato nel voler onorare la memoria del giovane figlio Luigi, disperso nel 1896 nella battaglia di Abba Garima in Africa.
Ma è soltanto grazie al genio di Sabbatini se la nascente istituzione abbandona i caratteri di una Scuola superiore, costola del già esistente Istituto Tecnico, e assume quelli di una nuova facoltà indipendente con un ordinamento completamente nuovo e di rilievo europeo. A ciò contribuiscono i fatti del 1898 e i cannoni di Bava Beccaris che producono l'effetto contrario a quello auspicato, ossia aprono il governo della cosa pubblica ai partiti popolari e ai loro rappresentanti, i quali fanno proprio il progetto dell'istruzione commerciale superiore e costringono Bocconi ad avere nuovi e diversi interlocutori.
Nell'idea di Università di Sabbatini la scienza economica diventa la disciplina chiave dell'intero ciclo di studi e l'istituto si configura come un istituto di alti studi economici, che deve formare "una schiera di uomini d'élite che appartengano realmente al commercio e siano ad un tempo padroni delle scienze economiche così da portare nella pratica quotidiana degli affari quel senso intimo delle esigenze della vita economica che solo con uno studio largo, scientifico delle dottrine economiche e sociali è possibile acquistare". La stesura dello statuto segue esattamente questa impostazione e Sabbatini diviene fin da subito presidente del Consiglio direttivo della neonata Università. Siamo nel 1902.
In quegli stessi anni Sabbatini s'impegna anche nel dare forma ad un unico centro coordinatore delle rappresentanze degli operatori economici del Paese, affinché le loro istanze possano giungere in maniera unitaria ed efficace presso il governo, il parlamento e l'opinione pubblica nazionale. Il 7 giugno del 1901 nasce l'Unione delle Camere di commercio italiane, con l'obiettivo di: "a) esaminare tutte le questioni di interesse generale che hanno attinenza col commercio e con l'industria: b) promuovere presso i pubblici poteri l'adozione di leggi e di ogni altro provvedimento atto a favorire lo sviluppo dei traffici e della produzione nazionale; c) perseguire con l'azione collettiva quei risultati che in questioni economiche d'ordine generale più difficilmente si possono conseguire con l'azione separata delle Camere". Anche l'Italia si dota in tal modo di una istituzione già presente in Inghilterra, Germania e nei Paesi Bassi.
Curioso è il fatto che la Camera di commercio di Ancona, dopo quella di Milano e forse su sollecitazione dello stesso Sabbatini, è la prima a muoversi per invitare le altre a dar vita ad una federazione. Sabbatini diviene il primo segretario dell'Unione, alla cui presidenza viene nominato Angelo Salmoiraghi, già a capo della Camera milanese e con il quale il nostro condivide non solo l'impegno camerale ambrosiano, ma anche quello per la costituzione dell'Università.
Questa, da canto suo, ha necessità di essere riconosciuta ben oltre lo statuto di "istituto superiore privato", cosa che avviene dapprima con la sanzione ad ente morale (1902), poi con il riconoscimento pubblico del diploma di laurea in scienze economiche e commerciali (1906). La trattativa con i livelli ministeriali, condotta sapientemente da Sabbatini, gli vale la nomina a primo rettore dell'Università commerciale, probabilmente anche per rafforzarne con il doppio ruolo la capacità negoziale.
Del corpo docente dell'Università entrano a far parte fin da subito figure come Achille Loria, Maffeo Pantaleoni, Rodolfo Benini, Gaetano Mosca, Leone Bolaffio, Angelo Sraffa, Ulisse Gobbi e Luigi Einaudi. L'imperativo sempre presente in Sabbatini di armonizzare "vita e scuola", lo porta a sostenere ogni giovane laureato dell'università nell'avvio della sua carriera "non soltanto nell'interesse di lui, ma anche per la formazione di quell'esercito destinato a combattere le battaglie dell'economia nazionale in tutte le piazze d'Italia e del mondo" (testimonianza di Alessandro Croccolo, 1956). Per questo nel 1906 nasce l'ALUB, l'Associazione Laureati Università Bocconi.
La neonata Unione, invece, muove i primi passi seguendo la riforma legislativa delle Camere di commercio, elaborando nuovi criteri di politica economica in tema di sviluppo delle esportazioni e stipula di trattati commerciali e accordi internazionali, individuando i provvedimenti più atti ad agevolare le esportazioni agroalimentari dal meridione d'Italia verso i mercati del nord Europa, riformando gli ordinamenti consolari per adeguarli alla nuova realtà economica internazionale. Anche qui, l'impegno non si limita allo studio, alla proposta legislativa, normativa o programmatica, ma diventa in Sabbatini azione concreta con la costituzione della "Società commissionaria per l'esportazione" che ha lo scopo di far conoscere i prodotti italiani all'estero e di cui fino alla morte egli rimane amministratore.
Peraltro, Sabbatini è sempre più richiesto come economista applicato; viene chiamato a far parte di commissioni ministeriali per la riforma del servizio consolare, delle scuole professionali superiori e per definire gli interventi pubblici resi necessari dal disastroso terremoto di Messina.
Infine, questo percorso non può non incrociare anche l'impegno politico.
Contraddistintosi sempre per rettitudine morale e per le sue idealità democratiche, laiche e radicali, consapevole della nuova questione sociale rappresentata dall'emancipazione del proletariato, Sabbatini accetta nel 1909 la candidatura dei partiti popolari nel collegio di Camerino, la città natale dove sempre più spesso - muovendosi tra Roma e Milano - fa tappa per visitare l'anziana madre e gli amici d'infanzia.
La battaglia improba contro l'onorevole Cesare Sili, sostenuto dagli ambienti agrari conservatori e dalle campagne, viene persa, ma se "la nostra, e per il fine e per i mezzi, è di quelle sconfitte che onorano chi le riceve, non chi le dà" - come ebbe a dire lo stesso Sabbatini ai suoi elettori - il discorso da lui pronunciato il 28 febbraio del 1909 al Teatro Marchetti di Camerino colpisce per l'ampiezza delle vedute, l'innovatività delle proposte, alcune delle quali realizzatesi diversi decenni dopo, e la capacità di affrontare i problemi di un territorio e di una regione, che erano molto diversi da quelli che fino a quel momento lo avevano occupato. Il discorso, non a caso, riceve l'attenzione dei maggiori quotidiani del Paese.
All'indomani del primo cinquantesimo dell'Unità d'Italia e alla vigilia della Grande Guerra, che avrebbe sconvolto l'Italia e l'Europa, in un luminoso mattino del 6 giugno 1914 dipartitosi dalla "colta e gentile Camerino", dove aveva fatto visita alla vecchia madre, e sceso dal treno Ancona-Roma alla stazione di Foligno per prendere la coincidenza per Firenze e quindi Milano, trova la morte fulminea e prematura, cadendo "fra le braccia di un facchino". La denuncia di successione che quattro mesi dopo il figlio Eugenio presenta all'Ufficio del registro di Milano dimostra, ad ulteriore prova, la rettitudine morale e la sobrietà di vita di Leopoldo Sabbatini.
Ha scritto Marzio Achille Romani, che a Leopoldo Sabbatini ha dedicato l'unica monografia esistente "Costruire le istituzioni. Leopoldo Sabbatini (1861-1914)" (Rubbettino 1997, con prefazione di Mario Monti), che troppo spesso il ricordo di audaci riformatori "si esaurisce in una targa posta all'angolo di una via, in un nome citato in nota, o in vacue commemorazioni formali". Il nome di Sabbatini, primo presidente e rettore dell'Università Bocconi, fondatore e primo segretario dell'Unione delle Camere di commercio, andrebbe fatto rivivere in un sodalizio tra istituzioni culturali ed economiche che nel rivolgersi ai giovani indichino nell'attualità di una ricerca che si muova tra teoria e politica economica, tra scuola e vita, idealità e prassi, la carta più importante da giocare per ricostruire l'Italia.


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 3/3/2021 alle 11:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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