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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
26 settembre 2019
CAMILLA E LA “SCHIENA DI DIO”


In una delle sue ultime e sempre interessanti recensioni sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il cardinale Gianfranco Ravasi, parlando del libro del teologo Francesco Brancato, “La schiena di Dio”. Escatologia e letteratura, si è soffermato sull’elemento antropomorfico racchiuso nel titolo.

In un passo dei Racconti dei Cassidim (1950) del filosofo ebreo Martin Buber si dice: “Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere”. Questa citazione tratta dal “pozzo gorgogliante spirituale-narrativo della tradizione ebraica mitteleuropea” - come dice il cardinal Ravasi - ha in realtà un riferimento biblico in Esodo, quando al Mosè desideroso di vedere in faccia il Dio che gli aveva messo sulle spalle la pesante responsabilità di condurre il proprio popolo alla terra promessa, riceve da Lui questa risposta: “Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita”, salvo poi concedergli: “Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finchè non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (Esodo 33, 20-23).

L’originale ebraico è addirittura più esplicito e vuol dire “il mio posteriore” e verrà tradotto da Lutero con posteriora Dei. La “schiena di Dio” è, quindi, il segno della differenza ontologica che esiste tra il finito e l’Assoluto, tra il limite, la caducità, la contraddittorietà e la morte, che contraddistinguono l’uomo, e il divino, la trascendenza, l’eterno e l’infinito, cui pure egli anela. Ma “l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi”, come dice il poeta Rilke, cioè il volto luminoso della divinità, non è intuibile, neppure in un bagliore.

E’ interessante notare come questo argomento escatologico, che riguarda l’Oltre e l’Altro rispetto al presente, al flusso del tempo e alla frontiera della morte, sia presente nelle parole della mistica e santa Camilla Battista Da Varano (1458-1524), allorchè nei suoi primi scritti leggiamo: “…mi venne un desiderio tanto grande di vederlo, che tutto il mio orare non era altro che un continuo languire per desiderio di vedere la sua serenissima ed amorosa faccia” (Vita Spirituale); oppure: “Quando serà che posso contemplare,/ o buon Gesù, il tuo benigno viso:/credo che mi fareste liquefare/ e non vorrei altro paradiso:/fammelo un poco, o dolce amor, gustare/a ciò che lo mio cor non sia diviso/da te, mio ben, mia vita e mia dolcezza,/per la soavità di tua bellezza”. E ancora: “Io vo pensando che potessi avere/che questo afflitto cuor mi consolasse:/ogni umano diletto m’è spiacere,/e stolto parmi chi di lui si pasce:/solo una cosa potrei possedere,/e questo credo che mi contentasse,/che stessi, o bon Gesù, nelle tue braccia/stretta e congiunta alla tua dolce faccia”. Infine: “sia pure fatto il tuo eterno volere/ma ad ogni modo ti voglio vedere”.

Il desiderio ardente della santa di vedere il volto di Gesù, viene infine soddisfatto, ma “per traverso”. Ecco, infatti, la sua prima visione: “Stando un dì in orazione ed avendo sentito chiaramente che era stato nell’anima mia, quando si volle partire da essa mi disse: se mi vuoi vedere guardami: e come una persona quando si parte dall’altra le volta le spalle e va al suo viaggio, così proprio esso fece all’anima mia. Quando io il cominciai a vedere era lontano da me più di sei passi, e camminava oltre per una lunga sala, in capo a quella sala era un uscetto piccino, come un uscetto da camera. Io sempre il vidi, finchè inchinò la testa, per la sua grandezza, ed entrò in quell’uscetto; e poi non vidi più né lui, né la sala, né l’uscio: e così lo vidi di dietro e non dinanzi” (idem).

La visione estatica della santa è di estrema bellezza, colorata di bianco e di oro: “Era grande più che tutti gli altri uomini dalle spalle in su (…) sopra quelle larghe e ben proporzionate spalle (…)”. L’anima vede, o meglio cerca di vedere, ma Gesù le mostra le spalle. La visione è meravigliosa, ma il divino cela il suo volto, proprio come a Mosè.

La corrispondenza che qui abbiamo sottolineato ci dice che dietro la genuina spontaneità di questa visione, la pura sensualità che emana e la chiarezza incisiva della scrittura in volgare vi è una profonda cultura biblica e teologica. La puella licterata - come ha scritto G. Boccanera - “non ha dimenticato la spigliatezza della prima vita, non ne disprezza la formazione intellettuale; questi fattori, anzi tornano a renderle più limpida la formale espressione delle intuizioni mistiche”. Intuizioni che colgono il limite radicale della distanza dal divino, insieme al costante anelito a farsi tutt'uno con Lui, in un'aura luminosa e piena di trasporto. I fatti del 1502 e seguenti inclineranno la santa molto più verso le opere, mentre la riflessione finirà per trovare raramente espressione e, come nel caso di uno degli ultimi scritti, il Trattato della purità di cuore, in maniera più argomentativa.

Il dolore aveva oltrepassato la dimensione “mentale”, per “incarnarsi” nella propria vita, oltre che in quella di una famiglia e di una comunità. L'esposizione della “schiena di Dio” era in definitiva l'accettazione della passione e crocefissione del Dio che si è fatto uomo, fino all'estrema umiliazione.

 

Daniele Salvi





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12 settembre 2019
Donazione
Nei giorni scorsi ho donato al Centro di documentazione sui partiti politici della Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli studi di Macerata la mia collezione di riviste di argomento politico, che coprono un arco temporale che va dalla metà degli anni Ottanta del Novecento agli ultimi anni di questo secondo decennio del Duemila, comprendente riviste come Micromega, Italianieuropei, Limes,  Aspenia e Il Mulino, e la serie completa dei libri di vario genere pubblicati dal quotidiano l'Unità a partire dalla direzione del giornale di Valter Veltroni. Oltre a questo, il mio archivio politico nella parte che va dalla nascita del Pd nel 2007 fino al 2013, quando ho fatto parte degli organismi provinciali e regionali del partito, e i materiali inerenti la mia esperienza di assessore e consigliere della Provincia di Macerata negli anni 2008-2016. Già in precedenza avevo donato allo stesso Centro diretto dal prof. Angelo Ventrone l'archivio relativo all'esperienza dei Democratici di sinistra della Federazione provinciale di Macerata, anni 1998-2007, di cui sono stato segretario provinciale dal 2001 al 2007. Al prof. Ventrone e ai suoi giovani studenti il mio più sincero ringraziamento e il plauso per una iniziativa che punta a non disperdere le tracce della politica e dei partiti nella loro dimensione d'impegno civico e territoriale. 



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5 settembre 2019
LETTURE FINO A FERRAGOSTO…2019


Dall’inizio dell’anno corrente una serie di letture che voglio segnalarvi. La prima è lo studio sintetico di Claudio Azzara, uno dei maggiori specialisti, sulla civiltà longobarda: “I longobardi”, il Mulino, Bologna 2015, pp. 126. Interessante per avere un quadro d’insieme di una delle più durevoli dominazioni dell’Italia alto-medievale, di cui rare sono le tracce scritte, ma copiose e spesso non conosciute quelle, ad esempio, relative ai toponimi, agli usi e costumi, alle tipologie d’insediamento urbano e alla conformazione del paesaggio. Un libro utile anche per capire la storia della nostra regione, la quale a tutt’oggi risulta eccentrica rispetto ad iniziative e percorsi che sempre più stanno interessando altre parti del territorio nazionale, legate proprio alla valorizzazione della storia, dei beni culturali, degli insediamenti e dei percorsi d’origine longobarda. Ad esempio, nella vicina Umbria, con Spoleto e Campello del Clitunno.

La seconda lettura riguarda il libro di Dino Messina, “Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana”,Solferino, Milano 2019, pp. 301. Uno sguardo completo sulla vicenda del confine orientale e sull’esodo istriano, fiumano e giuliano-dalmata, che solleva l’interrogativo di come le aree di confine possano essere a seconda delle vicende storiche i luoghi di una grande civiltà, dell’incontro di diversità, di comunità ad alto valore aggiunto, veri e propri laboratori dell’umanità del futuro, oppure i luoghi dell’odio, della violenza e dell’efferatezza più disumana, quando finiscono preda delle tentazioni e delle ideologie nazionaliste ed etniche. Un libro per ricordare, anche le nostre responsabilità di italiani.

La terza è un libretto che contiene un gioco illusionistico di un grande scrittore, Giorgio Manganelli, e 10 cartoline artistiche di un grande pittore,Tullio Pericoli: “Esiste Ascoli Piceno?”, Adelphi, Milano 2019, pp. 43. Uno scherzo, quello manganelliano,datato 1982, e un invito, quello pericoliano, a visitare la mostra Forme del paesaggio. 1970-2018, a Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno fino al 3 marzo 2020, che espone la quasi cinquantennale ricerca sul paesaggio dell’artista marchigiano.

La quarta lettura è l’ultimo libro di Alberto Asor Rosa: “Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta”, Einaudi, Torino 2019, pp. 281. Ha detto lo scrittore Saul Bellow che: “Scrivere è vestire di carta da regalo una disfatta” e credo che non solo l’autore, ma anche il grande Niccolò, potrebbero condividere questa frase. Lo storico della letteratura italiana ha prodotto un libro che s’inserisce nel revivalmachiavelliano, alimentato tra gli altri da ultimo dagli studi di Ginzburg, Ciliberto e Cacciari. Credo che questo “ritorno a Machiavelli” non avvenga a caso, nel momento in cui la vita nazionale diventa sempre più incerta e si affacciano vecchi vizi e limiti apparentemente invalicabili del nostro essere comunità di destino. Machiavelli e Guicciardini sono gli analisti più lucidi della crisi del Cinquecento e i propositori più audaci di soluzioni per uscirne in avanti. Senza successo. Un libro che insinua “timore e tremore” per l’oggi, ma anche una più alta consapevolezza dei passaggi che siamo chiamati a vivere, se inseriti nella storia lunga della nostra tormentata vicenda di popolo e nazione.

La quinta lettura è il pamphlet di don Luigi Ciotti: “Lettera a un razzista del terzo millennio”, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp. 78. Su questo ho già scritto sul mio profiloFacebook, per cui non mi ripeto.

La sesta lettura riguarda due scritti di Bartolo Da Sassoferrato: “Trattato sulle costituzioni politiche e Trattato sui Partiti”, Il Formichiere,Foligno 2018, pp. 133. Continua a cura di Dario Razzi, con prefazione del Prof. Diego Quaglioni e la traduzione di Attilio Turrioni, la ripubblicazione di alcune delle opere più interessanti ed evocative anche rispetto all’attualità del grande giurista medievale. Il Tractatus de regimine civitatise il Tractatus de Guelphis et Gebellinisdiventano, nei propositi dei curatori della collana, occasioni per una riflessione a mente aperta sui temi del presente grazie agli stimoli che vengono dalla lettura di un classico che, in quanto tale, va oltre la contingenza. Interessanti i passaggi in cui Bartolo descrive la degenerazione dei sistemi politici, ma anche quella dei partiti che diventano fazioni.

La settima lettura è quella di uno studioso d’arte, Giulio Angelucci,che ci ha fatto entrare dentro la realizzazione di uno dei capolavori dell’arte rinascimentale: la Crocifissione di Lorenzo Lotto che si trova nella chiesa di Santa Maria in Telusiano a Monte San Giusto (MC). “Ad personam. Lorenzo Lotto, Nicolò Bonafede e la Crocefissione di Monte San Giusto”, Liberilibri, Macerata 2016, pp. 216, è uno studio scrupoloso e calzante che ricostruisce la genesi della committenza, le influenze artistiche e pittoriche, la realizzazione e collocazione dell’opera, restituendo non solo una conoscenza più piena dell’artista veneto, che molto operò nelle Marche, ma anche della figura di Nicolò Bonafede, alto funzionario della Chiesa cattolica, di cui viene rivisitata l’altalenante vicenda umana e politica nella tormentata prima metà del Cinquecento.

L’ottava lettura è l’ultimo libro di Massimo Cacciari: “La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo”, Einuadi, Torino 2019, pp. 116. Il filosofo italiano torna ad indagare la stagione dell’Umanesimo, da Dante a Pomponazzi, liberandolo da pregiudizi e finalismi che ne hanno impedito la comprensione più profonda, quella per cui esso non è tanto espressione in sé estetica, artistica, retorica o filologica, ma essenzialmente filosofica e, come tale, relativa alla ricerca del fondamento e di ampio respiro culturale. L’Umanesimo è un’età attraversata dall’inquietudine e niente affatto pacificata, per quanto florida, anzi potremmo dire che essa sia “tragica”, incapace di offrire una sintesi delle molteplici spinte e correnti intellettuali, sommariamente riassumibili nel persistente aristotelismo d’impronta scolastica e nel promettente neoplatonismo con venature esoteriche. L’Italia, paese allora più avanzato d’Europa e di certo il più ricco di aspettative sul suo futuro, vive la stagione della sua “filosofia classica”, senza riuscire a pervenire a quella sintesi che, ad esempio, produrrà l’idealismo tedesco. E senza sintesi culturale, non c’è neanche la possibilità per una “natione” di farsi “Stato”.

La nona lettura riguarda un libro a più voci sul tema delle aree interne: “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste”, a cura di Antonio De Rossi, Donzelli, Roma 2018, pp. 589. Libro molto interessante che rappresenta il precipitato più completo e ricco dell’elaborazione che ha dato vita alla Strategia nazionale per le Aree Interne (SNAI), l’esperimento più recente in tema di politiche pubbliche che ha cercato di rimettere al “centro” il “margine” costituito dalle aree montane, le quali per la loro perifericità dai centri dotati di servizi essenziali (sanitari, educativi e di mobilità) richiedono un intervento che sia rispettoso del dettato costituzionale in termini di diritti di cittadinanza, ma anche necessario per favorire un processo di emancipazione, innovazione e crescita che riduca le disuguaglianze, produca sviluppo sostenibile e rafforzi la democrazia. I diversi contributi disciplinari offrono una rappresentazione molto aderente della “rugosità” e "granularità" di questo nostro Paese, consentendo una lettura aggiornata di realtà, esperienze ed evoluzioni non solo delle aree interne, ma di molte situazioni anche urbane attraversate da processi di periferizzazione, declino e abbandono che richiedono politiche innovative ed eterodosse rispetto alla “trappola” - come la chiama Fabrizio Barca - della visione neoliberista.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 5/9/2019 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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