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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
28 novembre 2019
LE MARCHE POLICENTRICHE IN TRANSIZIONE

Come è possibile rendere sostenibile il policentrismo marchigiano? E’ questa la domanda che ha percorso come un fil rouge il confronto che ha animato il secondo seminario #marcheuropa che si è tenuto nei giorni scorsi ad Ascoli Piceno.

Nel mondo che viaggia verso le grandi concentrazioni e che a livello dei territori conosce invece fenomeni di grande contrazione, la tenuta del sistema urbano policentrico delle Marche, ulteriormente indebolito dagli effetti del sisma, costituisce una questione rilevante per l’efficienza competitiva e la qualità della vita della nostra regione.

Lo sviluppo diffusivo dei decenni che hanno preceduto la grande crisi ha avuto nelle Marche effetti evidenti nella linea di costa, nell’espansione dei fondovalle, dove il mix di residenziale e commerciale è divenuto un tratto quasi identificativo delle tipologie costruttive, e nello spopolamento delle terre alte. Tutti caratteri che hanno reso le Marche molto simili a quanto avvenuto in altri territori, anche sotto il profilo dell’eccesso di consumo di suolo.

Con la crisi del 2008 è finito il ciclo della crescita espansiva e sono entrati fortemente in discussione i fondamentali della nostra regione, a partire dalla scarsa capacità innovativa del sistema produttivo, dall’incidenza negativa del saldo demografico - come sottolineato di recente dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ad Ancona -, dalla smaterializzazione dei processi lavorativi e dal più marginale posizionamento del nostro Paese e delle stesse Marche nelle cosiddette “catene globali del valore”.

Il troppo lento recupero della perdita di ricchezza subita, l’avvio stentato del processo di ricostruzione post-sismica, l’innovazione costante richiesta dal sistema di welfare regionale per garantirne qualità e sostenibilità finanziaria, l’irrompere della questione ambientale, dovrebbero spingere a ricercare alleanze sociali e politiche nuove e più ampie nel tentativo di “governare il cambiamento”.

Un punto essenziale di questo tentativo dovrebbe riguardare proprio il rafforzamento dell’assetto policentrico del sistema Marche fatto di una rete di città piccole e medie e di sistemi insediativi diffusi tra loro comunicanti. Riabitare le Marche in contrazione è, quindi, il tema emerso con forza dalla discussione. Il fenomeno riguarda la città lineare adriatica con i suoi punti di forza nei sistemi locali di Civitanova Marche, Ancona, San Benedetto del Tronto, Pesaro-Fano, Senigallia, ma anche con i suoi luoghi dell’anonimato, i vuoti abitativi e la perdita di valore immobiliare; riguarda quelle che Arturo Lanzani ha chiamatole “conche intristite”, i fondovalle fluviali dove l’espansione ha lasciato il passo ad aree dismesse e capannoni vuoti, come ad esempio nella valle del Tronto o del Chienti e su a risalire; riguarda, infine, le aree interne dove gli effetti del sisma richiedono di dare sostanza al “dov’era, come sarà” attraverso il coraggio di azioni progettuali di riconfigurazione degli abitati e delle comunità, in grado di attivare nuovi processi di accumulazione, e l’investimento su alcuni centri urbani che svolgono una funzione di pivot per ampi territori montani contermini.

Infine, sono emerse alcune proposte: un primo terreno di sperimentazione per le amministrazioni locali è quello del “riuso adattativo” del costruito, che deve avvenire secondo un’impronta progettuale innovativa e riformatrice, come nel caso delle stesse manutenzioni straordinarie degli edifici pubblici strategici.

Un secondo terreno riguarda la definizione di una Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile che punti sulla resilienza delle comunità, in un’ottica interregionale (Marche, Umbria e Abruzzo), e che sia concreta, cioè impegnativa per il decisore politico in termini di azioni, tempi e risultati attesi.

Un terzo terreno è la consapevolezza che senza una visione strategica il policentrismo non ha futuro e ciò vale soprattutto per la trama dei centri storici più colpiti del cratere sismico che dovrebbero adottare le indicazioni delle ordinanze n. 39 e n. 46 del Commissario Straordinario, in particolare lo strumento del “documento direttore”, con maggiore convinzione per orientare la ricostruzione.

Da ultimo, sulla base dell’esperienza degli Interventi Territoriali Integrati (ITI) urbani e delle aree interne, nonché dei Progetti Integrati Locali (PIL) dei Gruppi di Azione Locale (GAL), è venuto il tempo di fare un ulteriore passo in avanti, dotandosi di una Agenda urbana regionale da sostenere con le risorse della programmazione europea 2021-2027.

Le città e i luoghi sono in transizione, concepirli come un bene comune, formare e orientare competenze, pensare l’urbanistica non più solo come una funzione di servizio, sintonizzare la politica all’altezza delle problematiche di un secolo che si annuncia“metropolitano” sono compiti di una rinnovata coscienza regionalista.

Daniele Salvi       



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28 novembre 2019
UN GREEN NEW DEAL PER LE CITTA' E I LUOGHI

 

Nel mondo che si polarizza tra le città del futuro e la marginalià dei luoghi non si gioca soltanto il mutamento di equilibri geopolitici e territoriali, ma la qualità della democrazia.

E' questa la consapevolezza emersa dai lavori dell'ultimo dei tre seminari #marcheuropache si è tenuto ad Ancona.

Come ha sostenuto Antonio Mastrovincenzo, presidente del Consiglio regionale delle Marche, in apertura dei lavori: “Se alla fine del secolo l’85% delle persone vivrà nelle città e in città sempre più grandi, in luoghi dove andranno garantiti diritti basilari, vivibilità e qualità della vita, dove le tecnologie saranno pervasive, ponendo problemi di rispetto della privacy e di organizzazione della democrazia, vi saranno – al contrario – luoghi sempre più marginali e periferici, dove il saldo demografico, l’invecchiamento e l’abbandono, determineranno processi di desertificazione, e il governo del territorio, l’esigibilità dei diritti, il valore della democrazia avranno tutt’altro senso”.

In questo scenario, i territori come la nostra regione rischiano di subire sia i processi di condensazione urbana che la difficoltà di riabitare i margini, i luoghi delle proprie aree interne, per di più feriti dal terremoto.

La polarizzazione mette in discussione il modello di città europea, per cui “è indispensabile - ha sottolineato ancora Mastrovincenzo - proporre in alternativa un progetto di convivenza civile, intelligente, sostenibile e inclusivo, un ‘nuovo equilibro’ tra aree urbane e aree rurali e interne, tra uso delle tecnologie e rispetto dei diritti della persona, tra sviluppo urbano e tutela delle risorse naturali, tra ospitalità-accoglienza e protezione-sicurezza, tra nuove forme di partecipazione e democrazia rappresentativa”.

A questa altezza deve avvenire la risposta della civiltà europea. Come fare? Una proposta è venuta da Fabrizio Barca che, nell'ottica del contrasto delle disuguaglianze territoriali, che sono inevitabilmente di opportunità, ha proposto di destinare la tassazione dei profitti dei giganti del web a programmi di sviluppo rivolti ai luoghi marginali.

Il confronto tra i relatori ha riguardato, poi, la possibilità d’individuare un ambito “ideale” della partecipazione, dove le pratiche partecipative possono avere una reale incidenza nella formazione e verificabilità delle decisioni. L'esperienza marchigiana delle città creative come Fabriano o degli Ambiti territoriali sociali è stata richiamata come esemplificazione di nuove modalità di programmazione in chiave di sviluppo sostenibile: attraverso la contaminazione di saperi, produzioni, design, arte e cultura, da un lato, o mediante l'incastro di funzioni socio-sanitarie, politiche attive del lavoro e della formazione, sistema dell'istruzione e politiche per la casa, dall'altro.

Costruire un nuovo equilibrio che sia un’alternativa alla polarizzazione e interpreti in senso riformatore il “passaggio dallo spazio alla rete”, evocato da Franco Farinelli, è possibile se si ricercano percorsi di convergenza economica, sociale e territoriale.

Convergenza a livello europeo secondo i 5 obiettivi della nuova politica di coesione che punta ad un’Europa più intelligente, più verde, più connessa, più sociale, più vicina, anche attraverso strategie di sviluppo urbano integrato; ma anche convergenza a livello nazionale, ad esempio attraverso la nuova proposta di regionalismo differenziato avanzata dal ministro Boccia, che - a fronte del riconoscimento della maggiore autonomia delle Regioni - propone la definizione di fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni e meccanismi di perequazione, non solo tra le Regioni, ma all’interno di ciascuna di esse nei confronti dei territori più fragili.

Considerazioni conclusive pertinenti sono venute dal Sottosegretario all’Ambiente On. Roberto Morassut che ha insistito sul fatto che le città stanno perdendo il loro carattere di tessuto connettivo delle comunità, a causa di dinamiche sociali come la crisi dei ceti medi e di meccanismi che hanno reso i Comuni ostaggi del circolo vizioso tra espansione, consumo di suolo, crescita della rendita immobiliare e oneri di urbanizzazione utilizzati per finanziare la spesa corrente.

Questo circolo si è spezzato con la crisi economica e sociale d’inizio secolo ed è saltata l’organizzazione dello spazio urbano che, però, non ha potuto contare su strumenti legislativi che orientassero e regolassero la fase nuova determinata dalla fine della crescita urbanistica fondata sull’occupazione di spazi aperti.

Alla vigilia degli 80 anni della vigente legge urbanistica nazionale, la “città delle reti” e le “reti di città” devono poter contare sul buon esito di alcune proposte di legge in discussione nel Parlamento, ad esempio quelle sul consumo di suolo e sui diritti edificatori, ma anche sull’approvazione della legge di stabilità che prevede l’avvio del green new deal, ossia il grande piano di investimenti “verdi” per un valore di 60 miliardi di euro in 15 anni che spingerà ancora più in avanti il nostro Paese sul versante della sostenibilità.

Rimettere al centro le ragioni della città pubblica, organizzare a tale scopo la Pubblica Amministrazione che potrà contare nei prossimi tre anni sull’immissione in ruolo di circa 500.000 giovani dipendenti, lavorare sulla città esistente, organizzare lo spazio urbano pubblico attraverso investimenti in ambito sociale e infrastrutturale, innovare le tecnologie costruttive, puntare sulla densificazione e il coagulo contro lo sprawl, organizzare i servizi digitali della città, sono alcune delle indicazioni emerse dall’incontro.

Infine, affinchè il “deserto sovraffollato” della modernità liquida transiti verso nuove solidità che abbiano un volto democratico bisognerà che cultura, politica e amministrazione provino a darsi la mano. Nelle città e nei luoghi delle Marche, volendolo, è ancora possibile.

 

Daniele Salvi

 




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28 novembre 2019
GIULIA TORNA A CASA

Era il 4 giugno del 1528 quando la piccola Giulia Da Varano tornò nella sua Camerino: “Alla porta di San Giacomo, dove l’aspettavano i magistrati, fu benedetta dal vescovo Bongiovanni, ricevette in bacili d’oro le chiavi della città e dei castelli; fece poi il solenne ingresso, come sovrana, nella chiesa di Santa Maria donde salì al palazzo della corte per volare tra le braccia della madre e consolarla di tante angustie provate”.

E’ lo storico Bernardino Feliciangeli (1862-1921) a descrivere con inconsueto stile romanzato il ritorno di Giulia Da Varano, la stessa che, ritratta dal pittore ferrarese Dosso Dossi (1489-1542), collega di Giorgione, Raffaello, Bellini, Tiziano e Michelangelo, ritorna oggi nella città ducale dopo 39 anni di assenza grazie al Nucleo di tutela del patrimonio culturale dei Carabinieri.

Anche allora la piccola Giulia era stata via, a Massa nella Lunigiana dal fratello della madre Lorenzo Cybo (1500-1549) e da ultimo, molto più probabilmente, a Montevecchio nel fanese dal conte Giulio, il fido capitano d’armi della duchessa e reggente Caterina Cybo (1501-1557). In quel tempo il suo ritorno non avvenne in condizioni facili. Camerino visse la “crisi del primo Cinquecento”, che tanto interrogò le menti di Macchiavelli e Guicciardini, molto da vicino; il 1527, annus horribilis per i destini dell’italia, nel quale si consumò il “sacco di Roma” ad opera dei Lanzichenecchi di Carlo V, fu anche l’anno in cui la peste flagellò il camerinese, uccidendo il duca Giovanni Maria Da Varano (1481-1527), padre di Giulia, mentre la popolazione era dispersa nelle campagne.

Il “sacco di Roma” ebbe poi,sempre nello stesso anno, la sua replica proprio a Camerino, dove le truppe degli imperiali guidate da Sciarra Colonna s’impossessarono della città, profanandola e facendo prigioniera la Cybo in persona. Giulia era stata opportunamente portata al sicuro.

Nata il 24 marzo del 1523, battezzata il 7 aprile, era destinata secondo il volere del padre morente ad essere sposa del legittimo discendente del ramo ferrarese dei Da Varano, imparentati già dal tempo di Rodolfo IV (1431-1464) con i D’Este. L’anno seguente, nel giugno del 1524, la piccola Giulia era divenuta erede del titolo ducale, per volontà del Papa Clemente VII suo prozio e per intercessione della madre.

Non sappiamo se Dosso Dossi ritraesse la minuta Giulia all’indomani di questo eccezionale riconoscimento che la rendeva particolarmente ambita, oppure - meno probabilmente - del suo ritorno a Camerino, dopo che il 14 dicembre del 1527 era stato siglato il “parentado” con i Della Rovere, per cui ella sarebbe divenuta sposa di Guidubaldo II, figlio di Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino. Alcuni particolari che potrebbero aiutare a sciogliere il nodo della committenza e della datazione del quadro saranno rivelati oggi in occasione della sua presentazione al pubblico.

Il tentativo di unire per via parentale i due ducati di Camerino e Urbino, uno dei primi atti del processo di “regionalizzazione” delle Marche in epoca moderna, fallì. Resta il fatto che le famiglie di cui abbiamo parlato, per immortalare personaggi ed eventi simbolici, sapevano e potevano rivolgersi agli artisti più geniali e prestigiosi del tempo, come Tiziano e Dosso Dossi.

Oggi, questo ritorno, così simbolico anch’esso, rappresenta un ulteriore tassello di un percorso che le comunità del sisma e in particolare la città di Camerino stanno compiendo, e cioè accompagnare la riconquista palmo a palmo dei nuclei urbani e delle “zone rosse” con la cultura, la riscoperta del valore culturale dei luoghi e dei beni che contengono, la destinazione di nuovi spazi e la nascita di nuove iniziative. Rinascere con la cultura, dunque, unendo le forze e rendendo meno disperse le Marche.

Daniele Salvi




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