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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
24 luglio 2017
Dalla Quadrilatero alla città-territorio
Al recente seminario estivo e festival della soft economy di Symbola, a Treia, si è discusso in maniera ampia e convergente intorno al tema “dov’era, come sarà…”, per esemplificare quel “salto nella contemporaneità” – come ama dire Fabio Renzi, segretario della Fondazione – che l’Appennino ferito dal sisma dovrà fare per tornare a essere luogo di vita per tanti e attrattivo nel segno dello sviluppo sostenibile. Una questione, tuttavia, continua a dividere coloro che da qualche anno partecipano a questo appuntamento, senza che si riesca a fare passi in avanti, neppure dopo la drammatica novità del sisma. La questione è quella della “Quadrilatero”, l’asse di penetrazione interno Marche-Umbria, che prese il via all’indomani del terremoto del 1997 e che sta arrivando quasi a completamento. Voglio rassicurare, innanzitutto, il concittadino Sergio Francesconi, pendolare come il sottoscritto, che la Pedemontana non solo è interamente finanziata, ma si farà anche nel tratto su cui la stampa ha avanzato alcune incertezze che il Presidente della Provincia Antonio Pettinari ha subito fugato. Proprio sull’importanza di questo asse viario, che va a chiudere il quadrilatero costituito dalla SS3 Flaminia sul versante umbro, la SS77 Val di Chienti, la SS76 Vallesina e dalla Pedemontana appunto sul versante marchigiano, vorrei soffermarmi. Il sisma ha sottolineato ancora una volta quanto siano importanti gli assi trasversali, rispetto a quelli lungitudinali e costieri, per il rilancio dell’Italia centrale e dell’Appennino, ma soprattutto il quadrilatero che si va a costituire, a metà strada tra Adriatico e Tirreno, può rappresentare l’attrattore di nuovi flussi e nuove economie. Si pensa e si dice spesso che le superstrade ormai completate della SS77 e SS76 contribuiranno a spopolare, più che a riabitare, i Comuni che prima ospitavano nei propri centri cittadini il traffico…e lo smog! In realtà questo modo di ragionare non riflette adeguatamente sulle potenzialità della connessione che a breve si verrà a determinare e che, se accompagnata da altrettanto adeguati progetti di sviluppo locale e di valorizzazione territoriale, potrà fare la differenza, come avvenuto in altri periodi della storia proprio mediante l’innovazione viaria. Pensiamo, ad esempio, per rimanere ad un passato non remoto, allo sviluppo della ferrovia nella provincia di Ancona, la più industrializzata, e nel collegamento di realtà territoriali come il fabrianese e il civitanovese che dopo alcuni decenni sarebbero divenuti due tra i principali distretti industriali regionali e nazionali. Il quadrilatero che collegherà a distanza di un’ora circa Foligno, Gubbio, Fabriano e Camerino, senza considerare le direttrici Civitanova Marche-Foligno e Ancona-Perugia che aprono su Roma e Firenze, contribuirà a definire un’area geografica già ampiamente omogenea sotto vari profili e che diventerà sicuramente più integrata, ricca di potenzialità produttive, culturali, ambientali e sociali e degna di una riflessione di respiro strategico-territoriale, anche nell’ottica di un’attrazione degli investimenti. D’altra parte dobbiamo guardare con attenzione ai segnali di resilienza che vengono dal distretto meccanico fabrianese, dove operano multinazionali come Whirpool e fanno il loro ingresso altre come Electrolux, che ha annunciato di recente l’acquisto della Best, o l’interessamento della Marella per lo stabilimento ex-Indesit di Albacina. Penso che il terremoto ci abbia convinto tutti di un’altra necessità e cioè che nei nostri territori dobbiamo dare la priorità alle produzioni e al loro intreccio con i servizi evoluti. La diversificazione dell’economia verso altri settori (turismo) deve comunque preservare una base produttiva solida, soprattutto in territori esposti a rischi naturali come sono i nostri. La città di Camerino e il camerte hanno tutto da guadagnare dal far parte di questo quadrilatero, perché ne costituiscono uno dei vertici e perché Camerino ha avuto sempre la sua forza nell’essere snodo tra vallate e tra territori. Il punto vero è un altro, e cioè che mentre ai vertici di questo quadrilatero ci sono città di 32.000 abitanti come Gubbio e Fabriano, o di 57.000 come Foligno, Camerino ne ha a fatica 7.000! Il lungo e progressivo declino della città, che possiamo far risalire ad un altro pesantissimo terremoto, quello del 1799, e al contestuale rivolgimento della storia che lo accompagnò, ha reso Camerino soltanto un simulacro di ciò che era, benchè la sua vocazione continui ad essere quella di una città-territorio. Snodo tra vallate appenniniche e città-territorio, due aspetti da tenere ben presenti per ridisegnare il suo futuro. Oggi, in più, il terremoto ha aperto una questione nella questione, vale a dire la messa in discussione di una polarità urbana proprio su questo vertice del quadrilatero. Camerino fa parte di quei Comuni più colpiti, la cui struttura urbanistica è stata seriamente compromessa. La città andrà ricostruita e questo non avverrà in tempi brevi, inoltre la ricostruzione non sarà semplice, perché siamo di fronte ad una città in piedi, ma inagibile, antica e stratificata, da mettere in sicurezza antisismica. Camerino rappresenta un vero e proprio “caso di studio” e a suo modo sarà un “modello” di ricostruzione. Per tutti questi motivi la ricostruzione di Camerino non può essere disgiunta da un vero e proprio piano strategico che ripensi la città alla luce della sua vocazione di snodo tra vallate e città-territorio, ma anche di una prospettiva sostenibile e innovativa. Senza una polarità urbana è impossibile pensare ad un effettivo rilancio economico, sociale e culturale del territorio circostante. Per questo ho trovato molto singolare che negli incontri propedeutici alla elaborazione di un piano di ricostruzione della città che, almeno dal nome, ha l’ambizione di essere un piano strategico, sia mancato anche un solo tavolo in cui si desse voce agli attori del territorio e non solo agli abitanti della città. Si devono ascoltare gli abitanti e si devono riscostruire le case, le architetture e gli angoli più belli della città, ma se non si focalizzerà l’attenzione sul fatto che Camerino ha svolto sempre un ruolo per un ampio territorio e che questo territorio è parte integrante della scomessa in atto, temo che si ricostruirà una città più piccola e si proseguirà lungo quella direttrice che la storia ha già segnato, con grave nocumento per tutti. Mi permetto, quindi, di elencare una serie di questioni, ognuna delle quali meriterebbe un approfondimento specifico: 1) Se è vero che nel ricostruire va ripensata una polarità urbana, cioè un sistema efficace di relazioni (con la campagna, con gli altri Comuni contermini, con un sistema territoriale, con altre città più grandi, etc.) ciò non può che avvenire lungo l’asse Camerino-Castelraimondo, non per questioni campanilistiche, ma sulla scorta della nuova geografia delineata dal sisma e di studi specifici, come quelli del prof. Antonio Calafati. Se la risposta a questo tema impegnativo sarà, invece, la cementificazione della “cortina” camerinese, uno degli aspetti più caratteristici della città-territorio, o la nascita di un confuso urbano intorno a Madonna delle carceri, credo che si perda una grande occasione. Mi sento di suggerire, da questo punto vista, un maggior coraggio nella distribuzione delle scelte lungo l’asse suddetto (da Canepina a Torre del Parco), che potrebbero divenire tappe di un percorso servito da forme di mobilità moderne e sostenibili (come suggerito anche da Istao). 2) Dico subito, che non è mia intenzione proporre fusioni tra i due Comuni (che ho proposto per primo in tempi di pace…), ma ciò non significa che non dobbiamo pensare insieme e dare ordine a quella che sempre di più è una “conurbazione” in nuce; non solo perché molti cittadini di Camerino vivono oggi a Castelraimondo, ma perché Camerino e Castelraimondo sono poli di uno stesso sistema territoriale integrato. Lo dice l’analisi dei flussi (lavorativi, trasportistici, scolastici, sanitari, etc.) che sostanziano la relazione tra gli abitanti dei due centri e questo già da molto prima del sisma. Ma non solo, il rafforzamento di questo asse, nei tempi non brevi che avrà la ricostruzione, sarà essenziale per la tenuta di tutto il territorio montano, incluso quello più colpito, i cui abitanti potranno tornare a viverlo più agevolmente se avranno una offerta minima e sufficientemente ampia di servizi e opportunità a distanze ragionevoli. 3) Camerino è università, scuole, trasporti, sanità, cultura. Castelraimondo è residenzialità, attività produttive e commerciali, nodo ferroviario. Come si difenderanno, si organizzeranno e s’implementeranno questi servizi quando la solidarietà e l’attenzione particolare, dovuta ai duri effetti del terremoto, verranno meno e bisognerà camminare con le proprie gambe in un mondo che sarà ulteriormente cambiato? Pensiamo soltanto al saldo demografico, fattore fondamentale per la sostenibilità dei servizi sopra richiamati, o al dibattito sulla riorganizzazione sanitaria. Servono idee e progetti condivisi con il territorio e su questo l’apporto dell’Università, che rappresenta la vera specificità di Camerino all’interno delle città del quadrilatero, è fondamentale. 4) Infine, una considerazione sul fattore territoriale. L’orografia e l’estensione del territorio montano dell’entroterra maceratese è senza pari in ambito regionale per asprezza ed ampiezza. Sono ancora una volta i numeri a dirlo. Al contempo il livello di frammentazione istituzionale è eccessivo, per non dire parossistico, nonostante le iniziative assunte da alcuni amministratori più coraggiosi. L’andamento demografico di quasi tutti i Comuni è nel medio periodo impietoso. Il fattore territoriale può essere quello che ci aiuta a governare un processo di cambiamento, ma soltanto se sappiamo porlo sui tavoli delle decisioni in modo credibile e autorevole. Sappiamo quante difficoltà incontrano le operazioni di fusioni e/o incorporazioni tra Comuni. Potrebbe essere un primo passo, più fattibile, ricomporre intanto e unificare le Unioni dei Comuni, creando di fatto un “comprensorio” capace per territorio, Comuni e numeri di incidere sulle scelte che riguardano il futuro dell’entroterra. Daniele Salvi



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18 luglio 2017
BANANE FASCISTE (di Sergio Salvi)
Cari Amici, vi segnalo una lettura interessante e ironica per la vostra estate. Saluti. Daniele SERGIO SALVI: BANANE FASCISTE. BREVE STORIA DELLA BANANA ITALICA AI TEMPI DELL’AUTARCHIA - EDIZIONI AE/AFFINITÀ ELETTIVE (http://www.edizioniae.it/catalogo/banane-fasciste/) Realizzato dopo aver consultato quasi esclusivamente fonti bibliografiche d’epoca, questo piccolo libro ricostruisce ed analizza - tra rigore storico e leggera ironia - la vicenda delle banane prodotte nella Somalia Italiana durante il periodo fascista e in particolare negli anni dell’Autarchia. Le velleitarie ambizioni coloniali del fascismo trovarono nella produzione e nel monopolio commerciale della banana somala l’unico motivo di giustificazione ed esaltazione dell’opera di “civilizzazione” messa in atto dall’Italia nei suoi possedimenti in Africa. La banana della Somalia diventò, dunque, l’unico vero simbolo di un’avventura coloniale tanto enfatizzata dal regime quanto fallimentare nella sua nuda realtà. Il libro si apre con un’introduzione dedicata ai cenni storici sull’evoluzione del nome scientifico della specie, ai molteplici significati assunti dalla banana nel lessico comune e al posto che il frutto ha trovato in molti ambiti della nostra cultura. Partendo dalla proclamazione dell’Impero fascista, la vicenda della banana somala è ripercorsa toccando temi quali la produzione, il trasporto, il commercio e la propaganda dell’esotico frutto negli anni dell’Autarchia, fino al rocambolesco destino che toccò alle navi bananiere della Regia Azienda Monopolio Banane al momento dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale e all’atto finale dell’epopea bananiera nazionale, consumatosi nel 1963 con lo “scandalo delle banane” e la fine del monopolio.



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5 luglio 2017
LE AREE INTERNE TRA QUESTIONE TERRITORIALE E POST SISMA
Il libro di Enrico Borghi, “Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale” (2017), ha il pregio del punto di vista informato e d’insieme su un tema che da qualche tempo è ritornato nel dibattito pubblico. Dopo il 4 dicembre il nostro Paese si trova in una situazione di sospensione, rassenerato da un lato per il fatto che la Costituzione non è stata toccata, ma incerto sulle proprie gambe per il fatto che le forme dell’impianto statuale assumono sempre più sembianze nominalistiche piuttosto che sostanziali. Borghi concentra l’attenzione sulla cosiddetta governance pubblica multilivello che è ancora lontana da un assetto sostenibile e funzionale, se è vero che al rischio scampato del neocentralismo corrispondono però “autonomie” che vivono di finanza derivata, Regioni in grandissimo affanno, Province ancora scritte nella Costituzione ma in realtà aree vaste senza risorse, città metropolitane senza consistenza, Comuni le cui unioni esistono più sulla carta che nel concreto agire. Anni di polemiche sulla casta, i costi della politica, spending review fatte per tagliare la spesa più che per qualificarla, hanno prodotto un impoverimento del tessuto dei poteri locali e territoriali e favorito quella disintermediazione tra i flussi della globalizzazione e i luoghi del vivere che non vuole filtri tra quel che di bene o di male di volta in volta l'economia decide. Viene al pettine quella che Borghi definisce la “questione territoriale come grande questione nazionale” che va affrontata passando dalle grandi riforme alle riforme possibili, dalla discussione sui contenitori ai contenuti, cioè alle politiche, e attraverso una nuova fase ri-costituente che prenda di petto il tema del governo del territorio concentrandosi su quella parte d’Italia rappresentata dalle “aree interne”, rurali e montane, che per i fenomeni anticipatori di declino o di vantaggio costituiscono l’essenza stessa del problema da affrontare. L’autore, che è stato sindaco e presidente nazionale dell’Uncem, e che oggi è parlamentare del Pd e referente per il Governo della Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI), ideata dall’ex Ministro Fabrizio Barca, ripercorre in primo luogo la vicenda storica delle aree interne nel nostro Paese in stretta relazione con il suo sviluppo economico e sociale e con l’evoluzione legislativa, istituzionale e amministrativa che le ha riguardate. Vengono, così, richiamate la “legge Serpieri” del 1923 sulla forestazione, il rivoluzionario art. 44 della Costituzione Repubblicana, che in relazione alla montagna richiama la necessità di “equi rapporti sociali” e di un “corretto sfruttamento del suolo”, lo “schema” Vanoni di sviluppo nazionale (1955), preceduto dalla lg. 991/52 (Fanfani) sulla montagna e dalla lg. 959/53 (Vanoni) sui bacini imbriferi montani, l’esperienza dei Consigli di Valle di Giulio Pastore, il Piano Verde e la nascita delle Regioni. Le aree interne e montane finiranno per essere assimilate in quanto “aree depresse” al sud del Paese e la loro specificità fagocitata dalla straordinarietà divenuta strutturale dell’intervento per il Mezzogiorno. Con la nascita delle Regioni e delle Comunità montane (lg. 1102/71) si apre una nuova stagione. Gli italiani ormai sono scesi nelle valli e lungo le coste o emigrati dal sud al nord del Paese per abitare le città della produzione fordista o l’urbanizzazione diffusa dei nascenti distretti industriali. Gli anni Novanta partoriranno, invece, la lg. 97/94 sulle zone montane e la stagione della programmazione territoriale (i “patti territoriali”). Con la riforma costituzionale federalista (lg. cost. 3/01) le Comunità montane saranno escluse dall’art. 114 della Costituzione, mentre l’art. 117 renderà di fatto le politiche di sviluppo per la montagna una funzione cedevole in mano alle Regioni. Sono gli anni della soppressione del Ministero per le Politiche agricole e forestali, dell’esplosione della frammentazione legislativa regionale, della persistenza di enti, agenzie e strutture che svuotano di compiti e funzioni le istituzioni preposte, mentre viene azzerato il Fondo nazionale per la montagna (nel 2010) e quello ordinario statale per le Comunità montane. Siamo ormai dentro la “grande glaciazione”… Con il Dlg 78/2010 e poi con la legge Delrio del 2013 si tenta un riassetto per alcuni versi inevitabile e per altri funzionale alla logica della disintermediazione e dello svuotamento: nascono gli enti territoriali di area vasta, le città metropolitane e le unioni dei Comuni, montani e non. Con la nuova programmazione europea 2014-2020 prende il via la stagione delle “strategie”, in primis quella sulle Aree interne, che sembra prefigurare finalmente una politica nazionale per il territorio fatta di analisi, partecipazione, proposte, intervento dal centro e dai luoghi, servizi essenziali (scuola, sanità, mobilità, accessibilità) e progetti di sviluppo territoriali che puntano sull’intercomunalità e sul rafforzamento della rete tra territori periferici e città regionali, che - al di là delle città metropolitane – rappresentano l’intelaiatura più autentica del Paese. Ma qual è l’analisi che Borghi fa della situazione delle aree interne oggi? I problemi li conosciamo: spopolamento, denatalità, invecchiamento, presenza immigrata in calo per le conseguenze della crisi. Ci sono circa 200 Comuni a rischio estinzione e il terremoto del centro Italia ne ha aggiunto con ogni probabilità qualcuno in più all’elenco. Il raffronto tra i dati dei censimenti del 1951 e del 2011 lasciano intendere che in un arco decisamente inferiore di tempo molte comunità diventeranno residuali o scompariranno. La causa di ciò è nell’assenza di opportunità, di lavoro innanzitutto: nel periodo 2010-2014 la perdita di popolazione giovanile (0-24 anni) nelle aree interne è risultata più che doppia rispetto alla media nazionale e da sola rappresenta in termini numerici quasi la metà della perdita, pur rappresentando un quarto del totale della popolazione. Allo stesso modo la diminuzione della popolazione in età di lavoro è di due volte e mezzo più intensa di quanto avviene a livello nazionale. La crescita più contenuta dei grandi anziani si deve soltanto al fatto che la base di partenza è molto più ampia che altrove. Queste dinamiche demografiche e sociali mettono in crisi il sistema di welfare e rappresentano una sorta di acutizzazioni anticipatrici dello scenario che riguarderà in un arco di tempo più lungo l’intera società italiana e in parte quella europea. Il terremoto ha amplificato e accelerato questi processi in un pezzo rilevante dell’Italia. La ricostruzione, che Borghi ha ben presente nel libro (vedi pp. 66-67), potrà essere un “modello” - come spesso si dice – se saprà soprattutto dare risposte a queste criticità, ben oltre la fisicità degli abitati. La stessa esigenza di ricostruire le istituzioni territoriali, che per l’autore rappresenta la sfida riformista dopo l’esito negativo del referendum costituzionale, è stata amplificata dall’emergenza sismica. Infatti, la fragilità della governance pubblica multilivello, sopra richiamata, è stata un fattore non secondario delle difficoltà finora incontrate. Resta, quindi, aperto il tema del livello intermedio di governance tra Comuni e Regioni. Oltre che per la ricchezza dei dati, il libro di Borghi è utile perché ci offre uno spaccato di come questo tema è stato affrontato e in alcuni casi risolto in altri grandi paesi europei come la Francia, la Germania, la Spagna, l’Austria e la Svizzera. Scopriremo, al di là del qualunquismo di casa nostra, che tutti si sono impegnati nella riforma di un complesso articolato di poteri istituzionali locali sovracomunali, conferendo ad essi competenze e risorse. L’autore rifugge da soluzioni standardizzate e ideologiche (il limite dei 5000 abitanti o le fusioni ad ogni costo), preferendo da un lato l’individuazione di bacini amministrativi territoriali omogenei (se ne potrebbero individuare 1000/1500 tenendo conto ad esempio dei Sistemi Locali del Lavoro) e dall’altro lato un ruolo attivo del centro nelle politiche di sviluppo e in quelle di riordino istituzionale e amministrativo: “Lo Stato deve essere un convinto accompagnatore, una sorta di allevatore, un soggetto che promuove la crescita dei soggetti comunali sui territori” (p.78). Da questo punto di vista andrebbe considerata anche una “riabilitazione” degli enti territoriali di area vasta che potrebbero occuparsi utilmente non solo di strade e scuole, ma essere anche centrali di committenza, progettazione europea, servizi informatici e formazione a servizio dei Comuni. L’esperienza del sisma in un territorio orograficamente difficile, che ha in larga parte le criticità tipiche delle aree interne, che sconta un deficit infrastrutturale e un’altissima frammentazione istituzionale, elementi oggi tutti drammaticamente acuiti, deve farci prendere coscienza che non possiamo affrontare la prospettiva così come siamo. In molti casi a fronteggiare la catastrofe si sono trovati un sindaco, un tecnico e un paio di operai comunali. Stiamo parlando di eroi civili, senza dubbio, che non smetteremo mai di ringraziare. Purtuttavia, sappiamo con Brecht che “sventurato è quel paese che ha bisogno di eroi”. Passare, invece, dai contenitori ai contenuti significa lavorare sulle green communities, sulle oil free zone o sull'amianto free zone, sul pagamento dei servizi ecosistemici che le aree interne offrono in primo luogo a quelle urbane, sulla riforma dei parchi e delle aree protette, sull'agricoltura di montagna, gli usi civici e le cooperative di comunità, su una legge coraggiosa per i piccoli Comuni, sull'intreccio tra settore primario e settore culturale-turistico coinvolgendo i giovani, sull'addizionale idrica per il finanziamento di opere in montagna, sulla realizzazione degli alberghi diffusi, sull'integrazione degli immigrati, sulla manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico e per la sicurezza sismica. La crisi climatico-ambientale e la crisi fiscale dello Stato - sostiene Borghi – sono eredità del Novecento e possono essere affrontate soltanto partendo dall'assunto che le aree interne sono in vantaggio rispetto a dove ci sono 540 abitazioni per Kmq, come nelle coste italiane. Bisogna, però, non avere tentennamenti, spingere sull'innovazione sociale, istituzionale ed economico-produttiva. Nella convinzione che anche e soprattutto per le aree interne vale il fatto che “il senso di appartenenza a una comunità non si forma più soltanto all'interno di ambiti territoriali ristretti, ma in reti aperte alla contaminazione globale” (p.150). Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 5/7/2017 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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