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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
21 settembre 2013
STORIE DELLE MARCHE

Giorni di forzato riposo mi hanno consentito di coltivare alcune letture. Alcune di storia, storia delle Marche in particolare, tra Trecento e Quattrocento. Sto parlando di tre saggi di Bernardino Feliciangeli, lo storico camerte, che ha sottratto dall'oblio la piccola e grande storia che ha visto protagoniste le Marche tra Medioevo e Rinascimento. Il primo, "Delle relazioni di Francesco Sforza coi Camerti e del suo governo nella Marca" (1908) in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche vol. V fasc. III-IV, pp. 311-462, è capitale per comprendere la vicenda di Francesco Sforza tra Marche e Umbria, al servizio del duca di Milano e poi egli stesso asceso a quel rango. Lo studio del Feliciangeli è importante perchè affronta la crisi del 1434, segnata l'anno precedente dallo scontro fratricida interno alla famiglia Varano di Camerino, con l'uccisione da parte di Gentilpandolfo e di Berardo dei fratelli Piergentile e Giovanni, tutti figli di Rodolfo III, ma i primi due avuti da Elisabetta figlia di Pandolfo Malatesta e i secondi due da Costanza di Bartolomeo Smeducci. Al fratricidio seguirà l'anno successivo per ribellione interna alla città, ma sostenuta dallo stesso Sforza, l'eccidio di Gentilpandolfo e dei figli di Berardo (Berardo nel frattempo era stato ucciso a Tolentino), nei pressi della chiesa di San Domenico. Il fatto suscitò in tutta Italia sgomento, contribuendo a fare del Quattrocento italiano uno dei secoli più sanguinari di ogni tempo, data la frequenza della risoluzione per via violenta dei rapporti politici tra le classi dirigenti. Dal 1434 al 1443 la città e il contado di Camerino saranno governate da un regime repubblicano e alterne saranno le vicende nel confronto con lo Sforza, fino al reinsediamento della Signoria ad opera di Elisabetta Malatesta Varano, moglie del defunto Piergentile, madre di Costanza, Rodolfo e Primavera e zia di Giulio Cesare, figlio dell'anch'esso defunto Giovanni. Qui s'inserisce il secondo saggio, proprio sulla figura di Elisabetta Malatesta Varano ("Notizie della vita di Elisabetta Malatesta Varano" in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche, vol. VI 1909-1910, pp. 171-216), che alla morte del marito, caduto nella trappola tesagli dai fratelli e da Giovanni Vitelleschi, spregiudicato legato pontificio nella Marca, sarà costretta a rifugiarsi con suo figlio Rodolfo nel castello di Visso per sfuggire alla furia omicida esplosa all'interno della famiglia Varano, per poi riparare a Pesaro presso la sua famiglia. Elisabetta è una delle grandi figure del Quattrocento marchigiano ed italiano, attende all'educazione dei figli, tra i quali Costanza Varano che andrà sposa ad Alessandro Sforza e sarà madre di Battista Sforza, moglie di Federico Da Montefeltro, intraprende affari e commerci, sostiene opere pie e intanto tesse la tela politica e diplomatica per riportare al governo di Camerino i Da Varano. Avvalendosi dell'azione di Carlo Fortebraccio, imparentato con i Da Varano e al servizio dell'alter-ego dello Sforza Niccolò Piccinino, ella riuscirà nel 1443 a ripristinare il governo varanesco e ad accompagnare con la sua reggenza il fanciullo Rodolfo e il cugino bambino Giulio Cesare fino al governo effettivo della città e del contado camerti. Saranno fondamentali nelle alterne sorti del confronto con lo Sforza i buoni uffici e la stima reciproca tra Elisabetta e Federico Da Montefeltro, il quale più tardi la vorrà a dirigere il nuovo convento delle Clarisse da lui fatto costruire ad Urbino. Completata l'opera di riscatto familiare e politico Elisabetta si dedicherà alla vita monastica, diventando suor Elisabetta prima presso il monastero di S. Lucia a Foligno, dove era suora sua figlia Primavera con il nome di suor Felice, poi nel convento di Monteluce a Perugia e infine ad Urbino, dove ella dopo aver conosciuto la morte di tutti i suoi tre figlioli, morirà e sarà sepolta. Il terzo saggio ci riporta indietro nel tempo al 1382 ("Sul passaggio di Luigi I D'Angiò e di Amedeo VI di Savoia attraverso la Marca e l'Umbria (1382)", in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le province delle Marche (1907), vol. IV, fasc. IV, pp. 369-459) quando Luigi I D'Angiò e Amedeo VI di Savoia attraversano la Marca e l'Umbria alla conquista del regno di Napoli, rivendicato dagli Angiò e tenuto per conto del Papa, in piena cattività avignonese, da Carlo di Durazzo. L'opera è interessante perchè ci fa conoscere le vicende storiche del tempo, il percorso e i luoghi della spedizione, l'ostilità palese o malcelata, ovvero il sostegno più o meno esplicito o di comodo con cui essa fu vissuta dalle varie città e territori, la correttezza della spedizione verso le popolazioni coinvolte, fino al suo attraversamento dei domini varaneschi che all'epoca di Rodolfo II si estendevano dalle vicinanze di Ancona (Castelfidardo) fino ai Sibillini (Valnerina), includendo larghissima parte delle vallate del Chienti e del Potenza. L'esercito risalirà la valle del Potenza, poi si sposterà su quella del Chienti all'altezza di Serrapetrona, muoverà verso Serravalle del Chienti, mentre il Duca e il Conte Verde saranno ospiti di Rodolfo a Camerino, e poi attraverso la valle di San Martino arriveranno a Norcia e di lì all'Aquila. L'esito della spedizione fu -come si sa- negativo, l'Angiò non ebbe il regno e Amedeo VI vi perse la vita, la sua salma peregrinò per l'Italia prima di tornare nella sua terra, viaggio simbolico di quello che secoli dopo i suoi discendenti dovranno fare su e giù per la penisola per unificarla. In questo quadro emerge la figura abile e salace Di Rodolfo II, che muovendosi scaltramente nelle divisioni del Papato e coltivando le più ampie relazioni con i potenti del tempo seppe accrescere quant'altri mai i domini della famiglia Varano nella Marca. 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 21/9/2013 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
7 settembre 2013
“Il Duca” a Rocca Varano
Si terrà il prossimo venerdì 13 settembre alle ore 16,30 nella suggestiva cornice di Rocca Varano in località Sfercia di Camerino la presentazione del libro “Il Duca. Il romanzo di Federico da Montefeltro”, opera prima del Dr. Pietro Gattari. L’iniziativa, organizzata dalle associazioni “Nuovo Riformismo” e “Arti e Mestieri”, e patrocinata dall’Anci Marche e da Urbino 2019, rappresenta un’occasione imperdibile per conoscere dalla viva voce dell’autore un bel romanzo storico, edito recentemente da Castelvecchi, ma è anche l’occasione per discutere, partendo dalla storia e dalla cultura dei luoghi che hanno rappresentato la civiltà del Rinascimento marchigiano, della scommessa che le Marche hanno lanciato con la candidatura di Urbino a capitale europea della cultura 2019.

Oltre all’autore interverranno il prof. Pierluigi Falaschi che parlerà dei “Da Montefeltro e Da Varano: due famiglie nel governo delle Marche (sec. XIII-XVI)”, i sindaci di Camerino e Urbino, Dario Conti e Franco Corbucci, e il presidente dell’Anci Marche, Maurizio Mangialardi, sindaco di Senigallia. Infine, l’assessore regionale alla Cultura Pietro Marcolini parlerà di “Urbino 2019: una scommessa per le Marche, un messaggio per l’Europa”. Coordina Daniele Salvi, consigliere della Provincia di Macerata.

L’incontro è aperto a tutti e chi vorrà potrà cogliere l’occasione per visitare la mostra su “Girolamo di Giovanni: il Quattrocento a Camerino”, allestita presso i Musei Civici e sostenuta, tra gli altri enti, dalla Regione Marche.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 7/9/2013 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
3 settembre 2013
LETTURE...
Tre libri che mi hanno accompagnato in questo periodo estivo. Il primo è di Christian Caliandro ("Italia Revolution. Rinascere con la cultura", Bompiani, Milano 2013, pp.253), un giovane scrittore, che rilegge in modo critico gli ultimi trent'anni e forse più della vita nazionale, in particolare nella sua declinazione culturale, e propone un nuovo realismo come discontinuità valoriale, contenutistica e generazionale rispetto alla gigantesca distopia che dagli anni Ottanta in avanti ha caratterizzato, sotto l'egida di un postmodernismo fatuo, povero e per lo più importato, il disorientamento della società italiana. Da Vermicino a 'Colpo Grosso', dalla nascita della Tv commerciale all'Aquila terremotata: gli usi e costumi degli italiani vengono indagati attraverso i prodotti culturali e il ruolo dei media con acume e consapevolezza della generale rimozione che è stata alla base del cosiddetto "riflusso" e poi della "spettacolarizzazione" che ha imbarbarito ed invaso ogni ambito del vivere civile. In questo libro, che parla prevalentemente di cultura pop, c'è molto che interroga la politica. A partire dal fatto che essa ha vissuto la trasposizione ed è divenuta la sublimazione stessa dei modelli propri della rimozione che l'autore denuncia. Ciò ha finito per allontanare pericolosamente la politica dalla realtà, rinchiudendola dentro una bolla autoreferenziale, che ha prodotto soltanto ritardi e asfissia democratica. C'è addirittura la possibilità di fare della critica e della proposta contenute nel libro gli elementi di una piattaforma nuova per una sinistra degna di questo nome, che faccia del confronto senza elusioni ed esorcismi con la realtà, con la sua natura conflittuale e spesso nel nostro paese tragica e farsesca insieme, la propria identità e forse l'unico modo attraverso cui ha un senso porre come dirimente la questione generazionale. Trovo che il dibattito in corso sul realismo in letteratura, che torna a riflettere sul trentennio alternativo che va dagli anni Cinquanta alla lezione di Pasolini e che ha avuto percorsi carsici ed è riemerso ora con una nuova leva di scrittori, sia qualcosa di molto più interessante e profondo del dibattito, un pò schematico, sul realismo in filosofia.
Il secondo libro è un classico della storia economica e come per ogni classico è stato un piacere leggerlo, soprattutto se ha lo stile sapiente e leggero, divulgativo e arguto, di uno storico di grande qualità come fu Carlo Maria Cipolla ("Storia economica dell'Europa pre-industriale", Il Mulino, Bologna 2002 (1974), pp. 491). Recensirlo meriterebbe ben altro spazio. Qui possiamo sottolineare innanzitutto la semplicità e la comprensibilità con cui la storia viene interpretata in chiave economica, poi la prevalenza che Cipolla attribuisce al fattore umano rispetto ad ogni dinamica economica e sociale, pure importante, infine il salto che la modernità ha rappresentato nella storia dell'uomo, ma anche il fatto che gli ingredienti di quel salto furono posti proprio nei secoli che Cipolla indaga più da presso nel libro e cioè quelli dal X al XVI. Resta il tema che ci appassiona, perchè vediamo delle analogie con l'attualità; come fu possibile che l'Italia centro-settentrionale, che sul finire del Quattrocento era insieme alle Fiandre e ad alcune zone della Francia e della Germania tra le più sviluppate a livello europeo o forse la più sviluppata, fallì l'appuntamento con la nascita delle statualità nazionali (oggi potremmo dire con il 'processo di europeizzazione' che in casa nostra incontra molti ostacoli). Cipolla ci offre un'analisi chiara e anche convincente. Il libro è divenuto nel tempo la base per tutto un fiorire di studi di storia locale o regionale, riferiti al periodo indagato e che hanno messo in risalto gli aspetti economici e sociali dimenticati dalla tradizionale storiografia di tipo diplomatico. 
Il terzo e ultimo libro è di Marcello Simonetta ("L'enigma Montefeltro", Bur Saggi Rizzoli, Milano 2010 (2008), pp. 308), un giovane studioso, discendente tra l'altro di quel Cicco Simonetta che fu cancelliere di Francesco Sforza, duca di Milano, e protagonista tra i più influenti dell'epoca che viene narrata nel libro. L'autore parte dal ritrovamento e dalla decifrazione della lettera che dimostra il coinvolgimento e il ruolo eminente che ebbe Federico Da Montefeltro nella congiura de' Pazzi con la quale in particolare il Papa Sisto IV e i suoi nipoti, ma anche il Re di Napoli e appunto il Duca di Urbino, tentarono di 'mutare lo stato di Firenze', allora governata dai Medici e in particolare dai due fratelli Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali fu ucciso in quella circostanza, mentre il secondo riuscì a scampare all'attentato e sopravvisse poi a tutti i congiuranti. Il libro è uno studio storico e un thriller avvincente che ricostruisce la congiura e la successiva 'guerra de Pazzi', fino all'epilogo delle maggiori figure della seconda metà del Quattrocento italiano e alla vendetta medicea che si consumerà nel modo più sottile, raffinato ed 'egemonico', ovvero nelle stesse scene della Cappella Sistina e nell'opera del Botticelli, pittore filomediceo per eccellenza. Da leggere, anche in vista del nostro appuntamento del prossimo 13 Settembre a Rocca Varano.
 
Saluti a tutti.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 3/9/2013 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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