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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
28 agosto 2013
Costruiamo insieme il nuovo modello di sviluppo per il futuro delle Marche.
Cari Amici,
vi segnalo il documento che il Segretario regionale del Pd delle Marche ha proposto come base di confronto sul tema del nuovo modello di sviluppo per il futuro delle Marche e alla cui stesura ho contribuito. Si tratta di una base di partenza per un dibattito quanto mai necessario, che possa giovarsi di contributi specifici e che è aperto in particolare alla declinazione dei singoli temi programmatici enunciati, incluso quello del partito. L'obiettivo è di mettere le idee al centro della nostra discussione e del confronto con la società marchigiana, anche in vista del Congresso del partito, previsto per entro la fine dell'anno.
Saluti.

 
Daniele
 

Costruiamo insieme il nuovo modello di sviluppo per il futuro delle Marche.

 

Il principio di realtà. La realtà è quella fotografata dal rapporto sull’economia delle Marche presentato lo scorso 10 giugno dalla sezione regionale della Banca d’Italia. Da quando è iniziata la crisi le Marche soffrono più di altre realtà la recessione in corso. E questo nonostante gli importanti e positivi sforzi del governo regionale per contrastarne gli effetti e per reagire.

E’ il segno che la profondità della crisi chiama in causa nel territorio marchigiano la tenuta del modello di sviluppo e coesione sociale che ha consentito ed ha contraddistinto il livello di benessere finora raggiunto. Le vicende di questi giorni di Indesit e Banca Marche sono da questo punto di vista emblematiche: il valore del lavoro e la forte spinta all’industrializzazione, insieme al valore del risparmio, proprio delle famiglie marchigiane, vengono scossi alle fondamenta dal dipanarsi di quelle vicende. La situazione reale deve indurci ad un serio ripensamento e a progettare le linee guida che possano orientare le scelte verso un nuovo modello di sviluppo delle Marche.

Un passo del suddetto rapporto è emblematico nella sua sinteticità: “L’economia marchigiana è risultata particolarmente esposta alla crisi iniziata nel 2008. Vi hanno concorso la spiccata vocazione industriale, la notevole diffusione di imprese subfornitrici di piccola dimensione e la specializzazione produttiva”. Altri dati rafforzano il concetto: il Pil marchigiano è diminuito di più che in Italia nell’arco dell’ultimo quinquennio, il ricorso agli ammortizzatori sociali in deroga ha visto un primato della nostra regione, il tasso di disoccupazione regionale ha raggiunto percentuali in linea con quello nazionale, cosa inedita per la storia recente delle Marche, la disoccupazione giovanile, seppure inferiore alla media nazionale, è in sensibile crescita, mentre “a differenza di quanto osservato nel resto del paese, dove le condizioni lavorative si sono deteriorate soprattutto per i lavoratori con bassi livelli di istruzione, in regione il peggioramento è risultato diffuso, indipendentemente dal titolo di studio posseduto”. E non basta l’export a sopperire al forte calo della produzione.

Ciò che sta avvenendo è una repentina trasformazione del tessuto produttivo marchigiano, caratterizzato prima della crisi da un peculiare rapporto tra un tasso di industrializzazione troppo alto (47%), rispetto a realtà analoghe come la Toscana e l’Emilia Romagna, ma anche l’Umbria, e uno dei servizi troppo basso (34%). Una parte del pulviscolo imprenditoriale, debole e più legato al mercato interno, è crollato, mentre i servizi, poco avanzati e limitati settorialmente, non sono riusciti a rappresentare un utile terreno di assorbimento della disoccupazione e dell’inoccupazione.

Se a questo aggiungiamo la tendenza di parte dell’imprenditoria marchigiana ad’impegnare il surplus d’azienda nella rendita parassitaria piuttosto che nell’investimento produttivo, nella ricerca e nell’innovazione, tendenza questa consolidatasi con la fine della svalutazione della moneta e l’ingresso nell’euro, si può comprendere come l’impatto della crisi internazionale sulla nostra realtà regionale sia stata particolarmente pesante.

 

Una nuova consapevolezza. Tutto ciò non può lasciare insensibile una forza politica come il Partito Democratico, forza di governo del territorio e attenta per sua stessa costituzione alle ragioni del lavoro, dello sviluppo sostenibile e della coesione sociale.

Siamo consapevoli che la svolta potrà venire soltanto da una presa di coscienza e da misure coerenti dell’Europa ed è anche per realizzare questa svolta che assumono un’importanza decisiva le prossime elezioni europee del 2014. Analogamente sosteniamo convintamente lo sforzo del Governo Letta, un governo “di scopo” nato -da un lato- per rilanciare la crescita, contrastare la disoccupazione a partire da quella giovanile ed alleviare gli effetti della crisi sulle fasce medio-basse della popolazione, pur dovendosi muovere dentro gli stretti margini consentiti dal bilancio statale e dagli impegni assunti in sede europea, e -dall’altro lato- per riformare le istituzioni e cambiare la legge elettorale.

Gli effetti della crisi hanno prodotto riflessi elettorali anche nella nostra regione, modificandone sensibilmente il quadro politico e mettendo in discussione anche noi stessi. Tuttavia possiamo dire che il Pd, in questi anni difficili, ha raccolto importanti risultati, innovando anche la sua proposta politica soprattutto in termini di alleanze. La vittoria alle elezioni regionali del 2010 e a quelle provinciali di Macerata del 2011, la tenuta nelle diverse elezioni amministrative del 2012, l’elezione di ben 14 parlamentari alle elezioni politiche del 2013 e, da ultimo, la vittoria nel capoluogo regionale Ancona e in altri centri, hanno riconfermato la nostra forza e sono stati il frutto di un lavoro che ha avuto la sua risorsa principale nella coesione del gruppo dirigente del partito regionale.

D’altro canto, non vanno sottovalutate le difficoltà che strada facendo si sono manifestate, le quali sono riconducibili ad un venir meno della presa in termini di classe dirigente e capacità progettuale sulla società locale, tendenze all’autoreferenzialità e perdita di slancio e capacità d’innovazione nell’azione di governo, come accaduto nel caso d’importanti città da sempre governate dal centrosinistra e che abbiamo perduto. Siamo consapevoli, comunque, che di più e meglio occorre fare per costruire un partito più radicato nei territori e con un profilo politico-programmatico più evidente ed incisivo, capace di esprimere un’azione di governo riformatrice, tanto più necessaria nel contesto di crisi in cui siamo chiamati ad operare.

 

Il principio responsabilità. Con responsabilità e convinzione abbiamo dato il nostro contributo al rilancio e alla ridefinizione delle priorità dell’azione amministrativa di fine legislatura della maggioranza di governo delle Marche. Dobbiamo essere tutti consapevoli che, data la situazione della finanza pubblica locale e regionale è impossibile chiedere meno tasse e più servizi, che la strada del rispetto delle politiche di bilancio è stretta, ma crediamo anche che, se la politica torna ad esercitare un’azione indispensabile di orientamento e di accompagnamento, è possibile mobilitare tante energie e risorse umane, intellettuali, imprenditoriali, giovanili.

Le questioni dell’investimento nel sapere e nella cultura, di un modello imprenditoriale che incorpori maggiore conoscenza, della diversificazione dello sviluppo verso nuovi ambiti (agricoltura di qualità, servizi alle persone, green economy), della riorganizzazione del sistema del welfare (sanità, scuola, mobilità), del riassetto e riordino dei livelli istituzionali, amministrativi e dei servizi a rete, della semplificazione ed efficientamento della macchina burocratico-amministrativa regionale, richiedono una visione d’insieme delle Marche, che va costruita in modo collegiale e con un forte dialogo con i territori.

La crisi, infatti, oltre a colpire in modo particolare il tessuto produttivo manifatturiero, determina un restringimento drastico dei trasferimenti statali e della sfera di competenza e influenza, oltre che dimensionale ed occupazionale, del settore pubblico, specie nelle amministrazioni periferiche. Aspetti quest’ultimi che stanno cambiando e cambieranno nel medio periodo il modo di essere del pubblico, il rapporto con il privato, la struttura e la stessa capacità di corrispondere alle esigenze dei cittadini. Per questo la riforma della P.A., l’elaborazione di veri e propri “piani industriali” di riorganizzazione, e il riordino istituzionale intorno alle Unioni dei Comuni, alle “nuove” Province e ad una Regione che rifocalizzi le sue funzioni, rappresentano dei terreni d’impegno strategici, non procrastinabili, per dare risposta alla crisi.

Aree di crisi, riequilibrio territoriale, dinamismo delle aree a maggiore intensità di sviluppo, funzione delle Città nell’ambito di sistemi territoriali integrati, ma anche come “catalizzatori creativi”, vanno tenuti insieme ridando un ruolo alla programmazione territoriale e su questa base è possibile individuare azioni di sistema e progetti di sviluppo locale su cui impegnare le risorse della nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020.

 

Il tema al centro del Congresso. Per questo riteniamo che sia giunto il momento per il Partito Democratico di porre al centro della sua riflessione politica il tema di un nuovo modello di sviluppo

per il futuro delle Marche, di chiamare a raccolta su questo saperi, competenze, esperienze, figure istituzionali e amministrative, espressione dei mondi vitali della nostra regione; di contribuire a rendere pubblico questo dibattito, sollecitando tutta la società marchigiana a cimentarsi su un tema decisivo per il nostro domani. Questo intende fare il Pd a partire dal prossimo Congresso, previsto per l’autunno; esso rappresenterà, tra l’altro, un momento preparatorio decisivo alla tornata amministrativa ordinaria della primavera del 2014 quando verranno rinnovate la stragrande maggioranza delle Amministrazioni comunali della nostra regione. I temi dell’identità e del rilancio del progetto politico del Pd dovranno trovare una loro declinazione e traduzione concreta nel confronto con le questioni che la crisi pone ad ogni livello, cercando di muovere da dati oggettivi per condividere un’analisi comune della situazione e definire un progetto per il futuro delle Marche, su cui sperimentare il nuovo gruppo dirigente, il perimetro delle alleanze politiche e sociali e la costruzione di un partito presente, competente e radicato sul territorio e nelle comunità locali.

Se è vero che dalla crisi si esce trasformati, il Pd, forza di governo che ha contributo in questi anni al buon governo della regione, delle province e delle città, ha il dovere di elaborare ed interpretare il cambiamento necessario per contribuire a costruire una nuova stagione di crescita, sviluppo, benessere e opportunità.

 

La sfida delle nuove politiche pubbliche. Rilanciare gli investimenti, creare lavoro, ridurre le diseguaglianze sociali, attuare politiche fiscali che supportino l’economia reale (impresa e lavoro) e i consumi, promuovere uno sviluppo sostenibile attraverso politiche industriali e di settore non è pensabile oggi senza un nuovo protagonismo delle politiche pubbliche, non invasive, ma capaci d’individuare le priorità d’intervento nei settori più innovativi e ad alto valore aggiunto, in quelli dove più alto è il contenuto di conoscenza, di sostenibilità ecologica e maggiore la potenzialità occupazionale. Un nuovo intervento pubblico, compatibile con le politiche di bilancio, è decisivo nella crisi per orientare e mobilitare energie e risorse private, abbandonate altrimenti a se stesse o relegate ad uno spontaneismo divenuto ormai sterile.

Questo vale anche per le Marche, dove il tessuto di piccola e piccolissima impresa, colpito sensibilmente dalla crisi e orfano della protezione dei tradizionali distretti, ormai insufficienti, non può più contare sulla svalutazione competitiva e vede restringersi gli spazi del mercato interno, i margini di evasione ed elusione fiscale, i canali di erogazione del credito, mentre non è riuscito a risolvere i problemi di sottocapitalizzazione e a compiere il sempre invocato salto dimensionale.

Se alle difficoltà del mondo imprenditoriale si aggiunge la precarietà (versione attuale e più drammatica della tradizione marchigiana ai bassi salari) che affligge il mondo del lavoro, in particolare per giovani, donne e immigrati, unitamente all’espulsione dal ciclo produttivo di manodopera over 50, in presenza dell’allungamento dei tempi per il raggiungimento dei requisiti pensionistici, è facile capire che quel che sta entrando fortemente in discussione anche nelle Marche è la tenuta della sua tradizionale coesione sociale, chiamata a far fronte ad un processo di oggettivo quanto inedito impoverimento. A fronteggiare questa situazione, che riguarda fasce sempre più ampie della popolazione, non sembrano più sufficienti le funzioni di ammortizzatore sociale svolte dalla famiglia, più o meno allargata, visti anche i profondi mutamenti che hanno interessato la sua conformazione, o dalla propensione al risparmio o dalla stessa proprietà patrimoniale della casa, che per molti giovani resta un miraggio. La crisi d’inserisce, poi, in una tendenza al calo demografico e all’invecchiamento che è l’altra faccia della difficoltà in termini di prospettive e di opportunità per le giovani generazioni.

 

Elaborare la nostra proposta. E’ qui che deve collocarsi la nostra riflessione, che pure può contare su alcuni punti di forza e che deve tenere presente lo scenario e le opportunità di Europa 2020: intelligente, inclusiva, sostenibile. Pensiamo, ad esempio, all’affermarsi in ambito imprenditoriale di una schiera di medie imprese che tengono alto il nome del made in Marche e che si sono fortemente internazionalizzate, intorno alle quali si sono formate “ragnatele” di piccole imprese altamente specializzate, oppure all’emergere di imprese culturali e creative, specie nei contesti più urbanizzati, dove trovano occupazione giovani con alta scolarizzazione e che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie, oppure alle reti di servizi più o meno avanzati che sempre più costituiscono le “intelaiature” dei sistemi di sviluppo locali più dinamici, oppure al grande capitale sociale fisso (es. beni culturali), inutilizzato e ricco di potenzialità delle aree interne della regione, che aspetta ancora di essere messo a frutto da una nuova generazione d’imprenditori che uniscano il saper fare all’uso delle nuove tecnologie.

Accompagnare la trasformazione di parte dell’impresa marchigiana da impresa manifatturiera, che ha prodotto finora soprattutto beni di consumo materiale (merci), in una che sia capace di produrre beni immateriali (tecnologie e servizi), anche incorporati ai prodotti, è una sfida che può aiutare a ripensare il policentrismo marchigiano in termini di città e territori creativi, dove “un artigiano e un giovane smanettone” possono declinare in forme più evolute e competitive il nostro tradizionale saper fare.

Scoraggiare la rendita e la fuga di ricchezze, investire sul capitale umano e sulla tutela e valorizzazione dei beni comuni, arrestare il consumo di suolo, puntare sulla riqualificazione energetica e ambientale, attirare investimenti e talenti, incentivare il rientro dei “cervelli” che hanno abbandonato la nostra regione, puntare alla costruzione della green society, sono azioni ed obiettivi che interpretano il cambiamento necessario per vincere la crisi.

E’ a partire da questa consapevolezza che possiamo individuare alcuni ambiti, di cui enunciamo per ora i titoli, e che dovranno essere gli alvei entro cui sviluppare approfondimenti specifici, ma nel loro insieme coerenti. Essi sono:

 

-         Lavoro, Impresa e Università;

 

-         Welfare (Scuola, Mobilità) e Sanità;

 

-         Riordino Istituzionale e Amministrativo;

 

-         Territorio (Ambiente, Paesaggio e Beni Culturali, Infrastrutture, Assetto urbanistico e  Servizi a rete);

 

-         Politiche Comunitarie 2014-2020;

 

-         Pubblica Amministrazione (Semplificazione ed efficientamento).

 

Il Partito. L’elenco non vuol certo essere esaustivo e dovrà essere completato da una proposta sul Partito, su come cioè rendere moderno, utile e partecipato lo strumento che la nostra Costituzione individua come quello attraverso cui si organizza la volontà popolare dei cittadini. Ciò vuol dire anche nelle Marche sviluppare gli aspetti valoriali, peculiari e di sintesi della sua identità e cultura politica, da cui deriva il senso di condivisione e di appartenenza, della ragione sociale, ossia chi si vuol rappresentare, della forma organizzativa che vuol assumere per essere più vicino ai cittadini e più efficace nell’iniziativa politica, delle regole certe e costanti nel tempo e del programma essenziale che vuol inverare concorrendo al governo della comunità regionale.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 28/8/2013 alle 6:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
23 agosto 2013
BANCA MARCHE: RESPONSABILITA’ E PROSPETTIVA.

E’ passata quasi del tutto sotto silenzio. Solo un trafiletto su Il Sole24Ore di domenica scorsa. Eppure, se non altro perché l’autore è marchigiano, jesino in particolare, e poi perché ha diretto per molti anni il centro studi di Mediobanca, la disamina di Fulvio Coltorti su Banca Marche, pubblicata su un giornale finanziario online, avrebbe meritato qualche considerazione in loco.

Lucido nell’analisi, netto nell’individuazione delle responsabilità, non disperato nelle possibilità della prospettiva, è utile che il ragionamento di Coltorti venga riassunto per grandi linee.

Innanzitutto il repentino disvelarsi della situazione reale della banca, che ha chiuso il 2012 con una perdita consistente (526 mln di euro) e di cui si aspetta con una certa trepidazione la semestrale 2013. Tutto è avvenuto nell’arco di sei mesi, anzi in meno di due, da quando cioè nel novembre 2012 Banca D’Italia, che pure aveva esercitato precedentemente delle ispezioni (nel 2006, 2008, 2010/2011), è intervenuta ulteriormente contestando i principi di valutazione dei crediti usati per la compilazione del bilancio e imponendo la svalutazione dei prestiti concessi ai clienti per oltre un miliardo di euro. Così, senza che fosse accaduto niente di eccezionale, il risultato di esercizio, che nel primo semestre del 2012 era stato dichiarato attivo, è diventato di colpo negativo nei termini della perdita suddetta, costringendo l’istituto alla ricapitalizzazione per conseguire la quale è in atto da settimane una mobilitazione delle forze economiche ed imprenditoriali del territorio regionale.

Crediti “inaciditi” per il 19,7% del totale delle esposizioni in essere (quando la media in tempi normali non dovrebbe superare l’1% e comunque in fase di crisi essere al di sotto del 10%), “incagli” esplosi nel 2012 per tre volte il valore dell’anno precedente, al netto delle “sofferenze”; come è potuto accadere?

Qui veniamo al secondo punto. Coltorti individua nella vicenda di Banca Marche “cinque fallimenti di governance”, legati al “sistema dei controlli”: in ordine crescente, “l’inefficacia dei controlli interni sulle azioni del direttore generale” (precedente), “il ruolo non del tutto comprensibile dei revisori”, “il malfunzionamento del Consiglio di amministrazione”, “l’incapacità delle Fondazioni azioniste di verificare la correttezza della gestione” e, infine, “la Banca d’Italia la cui vigilanza, calata a Jesi ogni due anni, avrebbe dovuto rilevare per tempo i malfunzionamenti” in quella che è una delle prime venti banche a livello nazionale.

Le responsabilità delle Fondazioni sono evidenti: “nel caso della banca di Jesi esiste un gruppo di controllo (tre fondazioni) che si è rivelato incapace di selezionare amministratori competenti e professionalmente severi e non ha saputo seguire la gestione. Di fatto, esso ha dimenticato il proprio interesse (e quello del territorio) a che il bene posseduto (le azioni della banca) fosse gestito al meglio. Il Cda che tale gruppo ha nominato, dal canto suo, ha ‘dimenticato’ di esercitare quei controlli interni sulla direzione generale che avrebbero impedito l’inappropriata politica del credito. Queste relazioni conducono alla società locale e ai meccanismi della sua rappresentanza nelle Fondazioni”.

Di fronte a queste parole, pronunciate da un severo intenditore, credo ci sia poco da aggiungere. Appaiono trasformiste le azioni di responsabilità intentate, inadeguate le nuove investiture avvenute nel frattempo ai vertici delle Fondazioni e del tutto assurdo ricercare una qualsiasi responsabilità nelle forze politiche attuali, tantomeno nel Pd, come pure hanno tentato di fare alcuni organi d’informazione nazionali alla vana ricerca di nuovi casi MPS.

Infine, la terza questione. Occorre ritrovare “fiducia” e restituire “vitalità” alla banca, l’unica “autoctona”. La politica delle grandi fusioni -sostiene Coltorti- è stata deleteria nel sostegno alla crescita dei territori e nel servizio a famiglie ed imprese. Serve un cambio di rotta; orientarsi verso il sostegno all’economia reale e non alla rendita, agli investimenti produttivi e a chi, magari giovane, ha una buona idea progettuale ma non ha i mezzi per realizzarla.

L’istituto merita fiducia. “Ha rinnovato gli amministratori, -dice l’ex-Mediobanca- ha sostituito i responsabili della direzione generale, ha perfezionato i controlli interni, ha designato un nuovo autorevole Presidente, ha approvato un nuovo piano industriale e sono in molti a ritenere che abbia il bilancio fin troppo in regola”. A questo punto deve riuscire la ricapitalizzazione e a tal fine è importante che “la Banca d’Italia conceda agli eventi (visti anche i tempi che corrono) di maturare con le giuste scadenze”. E’ la stessa cosa che ha chiesto il Pd in Parlamento e nel Consiglio provinciale di Macerata, dove una mozione su Banca Marche è stata approvata all’unanimità. Ma anche questo è passato quasi sotto silenzio.

 

Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/8/2013 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 agosto 2013
Letture....
Cari Amici,
torno a segnalarvi alcune interessanti letture fatte nel tempo che ci separa dall'ultimo post dello stesso genere. Il tema che ho più frequentato è quello della crisi. Tre in particolare i libri: il primo dello storico Ruggiero Romano, amico di gioventù del nostro Presidente Napolitano, che nel libro 'Tra due crisi: l'Italia del Rinascimento' (Einaudi, Torino 1971, pp. 211) indaga il nostro paese tra XIV e XVI sec. quando si trova a fronteggiare due crisi europee molto profonde, concomitanti con la "peste nera" del 1348 e la crisi della fine del Cinquecento. L'Italia, paese sostanzialmente agricolo e con un forte grado di sottomissione delle classi contadine, conobbe prima un processo di "de-feudalizzazione" e successivamente di "ri-feudalizzazione", non riuscendo a modernizzarsi , cioè a produrre quei meccanismi di accumulazione che sfoceranno altrove nello sviluppo capitalista e nella nascita degli stati nazionali. Sarà poi il '700 a gettare le basi di un primo sviluppo industriale. Tema storico, ma che ha forti rimandi e analogie con i limiti del di porsi del nostro Paese anche di fronte alla crisi attuale. Il secondo libro è di Giorgio Lunghini, economista di formazione marxiana, che in 'Conflitto, crisi, incertezza. La teoria economica dominante e le teorie alternative' (Bollati Boringhieri, Torino 2012, pp.132) rilegge in modo semplice ed essenziale i classici del pensiero economico, andando alla radice della critica dell'economia neoclassica che ha ispirato l'ultimo trentennio liberista e della possibile fondazione di una teoria economica che orienti diversamente il modo attuale di affrontare la crisi, secondo la risposta che il gatto dà ad Alice: 'Vuoi dirmi che strada dovrei prendere per uscire di qui? Dipende molto da dove vuoi andare'. Lunghini tratta Ricardo e l'idea di conflitto, Marx e il concetto di crisi, Keynes e l'incertezza delle aspettative, Sraffa, il grande dimenticato, che con il suo 'Produzione di merci a mezzo merci' del 1960 rilegge i classici in profondità e apre nuove prospettive, purtroppo del tutto accantonate e da cui invece bisognerebbe ripartire. Il terzo libro è di Aldo Bonomi, sociologo: 'Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi' (Einaudi, Torino 2013, pp. 198). Si tratta di un viaggio nei sistemi produttivi del nostro paese, che Bonomi ha analizzato negli anni e di cui oggi registra -dentro la crisi- la fine del capitalismo molecolare che aveva caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta e anche l'inizio del nuovo secolo. Tra economia dei flussi e protagonismo dei luoghi, l'Italia arranca a stare nel capitalismo delle reti e vede spegnersi quello spontaneismo che aveva dato linfa al capitalismo molecolare dei territori tra cui ad esempio le Marche. E non risulta sufficiente quello che a prima vista era sembrato in parte sostitutivo, in parte evolutivo, cioè l'emergere e l'espandersi delle professioni della creatività, da cui si pensava che il capitalismo molecolare avrebbe ricevuto nuova spinta e capacità competitiva. In Italia resta qualcosa della grande industria pubblica (Eni, Enel, Finmeccanica), che si vorrebbero addirittura privatizzare, 4000 medie imprese che esportano, una moria di piccole e piccolissime imprese e il "quinto stato" delle professioni creative, giovani e urbanizzate, che però non riesce a sposarsi con il saper fare artigiano che resiste e ad emanciparsi dal precariato. Anche Bonomi, in definitiva, riconosce che senza un nuovo intervento pubblico, senza nuove politiche industriali e il rilancio degli investimenti nel segno della green economy che diventa green society sarà difficile riorganizzare il nostro apparato produttivo in termini più moderni e competitivi e soprattutto in linea con la svolta ecologica e creativa delle economie sviluppate e anche europee. Ci fermiamo qui ma c'è dell'altro...
 
Quanto abbiamo sinteticamente detto del libro di Aldo Bonomi potrebbe costituire una buona base sociologica per capire che cosa è successo nel voto politico dello scorso febbraio. E proprio di che cosa è accaduto elettoralmente in quella circostanza tratta il libro di Ilvo Diamanti: 'Un salto nel voto. Ritratto politico dell'Italia di oggi' (Editori Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 230). L'analisi qui svolta coglie il dato elettorale complessivo e quello delle varie coalizioni e liste, raffrontandolo in particolare con quanto successo nel 2008. Efficaci come sempre le mappe di Diamanti che ci fanno vedere plasticamente cosa è avvenuto nei vari territori della penisola, così come l'identikit di massima degli elettori delle varie forze politiche. Interessanti gli scavi che vengono fatti rispetto ad ogni singola forza politica, l'attenzione rivolta alla legge elettorale, al ruolo ancora egemone della Tv nelle campagne elettorali, alla novità della Rete e a come i vari leader l'hanno maneggiata, fino all'ennesimo flop dei sondaggi, cui viene comunque affidata ancora troppo spesso una funzione predittiva e propagandistica. Sopravvalutazione del centrosinistra, sottovalutazione del Movimento Cinque, svolta nelle due ultime settimane del voto, peso della vicenda Monte Paschi, recupero del M5S dalla potenziale astensione ed emorragia dal centrosinistra a Grillo; a grandi linee questo è successo. Le mappe delineano un'area di forte sofferenza del centrosinistra e del Pd in tutto il centro Italia, ma in particolare lungo la fascia adriatica (Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia) e nel centro-sud del Paese (Abruzzo, Umbria, Lazio). L'analisi si sviluppa ad un livello che -a mio avviso- non coglie a sufficienza l'impatto della crisi economica e sociale sul dato elettorale, di cui hanno fatto le spese tutte le forze politiche che hanno avuto responsabilità di governo. Veniamo ad un bel romanzo storico, quello scritto al suo esordio da Pietro Gattari, di professione medico, ma innamorato della storia del Montefeltro e di Urbino. Il romanzo s'intitola 'Il Duca. Il romanzo di Federico da Montefeltro' (Castelvecchi, Roma 2013, pp. 383) e racconta la vicenda umana, politica e militare di una delle più grandi figure del Rinascimento italiano, mecenate delle arti. La narrazione avviene sotto forma di diario tenuto dal suo medico di fiducia, che lo accompagna ovunque e ne è anche fidato diplomatico. La personalità di Federico, il suo grande amore (ricambiato) per Battista Sforza, donna si altissime qualità, figlia di Costanza Varano e Alessandro Sforza, cresciuta alla corte milanese, il ruolo che ebbe l'urbinate (o meglio l'eugubino, in quanto nato a Gubbio, allora feudo montefeltresco) come Capitano Generale della Lega Italica, i rapporti con i vari Stati Italiani, le commesse per il Re di Napoli, la rivalità con i Malatesta ed i veneziani, la simpatia tra Federico e Lorenzo il Magnifico, i rapporti altalenanti con i diversi Papi, aprono nel romanzo uno squarcio sull'Italia della seconda metà del Quattrocento, alla continua ricerca di complessi equilibri tra gli attori territoriali e gli interessi in campo nel tentativo di non essere facile preda degli invasori stranieri. A questo scopo Federico lavorerà politicamente, diplomaticamente e militarmente in modo indefesso ed abile, da uomo di pace prima che di guerra, imbattuto condottiero nei campi di battaglia e amante delle arti. I fasti della corte urbinate, dove confluivano artisti e intellettuali da ogni parte d'Italia e d'Europa, sopra tutti Piero Della Francesca, il lungo e minuzioso lavoro di costruzione del Palazzo nuovo, quello con i torricini, immagine reale della città ideale, sono  aspetti ben trattati nel racconto, che si sofferma nel ritrarre il carattere e la personalità di Federico, percorrendone tutta la parabola che inizierà la sua discesa dopo la morte dell'amata Battista e con l'acuirsi di problemi fisici, tra i quali la gotta. Il romanzo si arricchisce di colpi di scena come quello della coincidenza nello stesso giorno, il 10 settembre 1482, della morte di Federico Da Montefeltro e del rivale Roberto Malatesta, l'anziano duca che spira di malaria durante la difesa di Ferrara dall'assedio dei veneziani e dei pontifici, lasciando erede il piccolo Guidubaldo, e il giovane condottiero, marito della primogenita di Federico, Elisabetta, il quale muore fulmineamente qualche giorno dopo aver sbaragliato il Duca di Calabria, alleato di Federico, a Campomorto, segnando così l'esito del conflitto che metterà fine al precario equilibrio di pace in Italia e aprirà una stagione di forte instabilità, che si dispiegherà in modo irredimibile nel nuovo secolo che si va appressando, il Cinquecento. Altro colpo di scena è quello di come questo diario di un medico fidato sia giunto sino a noi, ma non possiamo qui svelare tutto. Un libro da leggere anche vista la candidatura di Urbino e della sua civiltà a Città europea della Cultura 2019.

 



permalink | inviato da Daniele Salvi il 5/8/2013 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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