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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
28 maggio 2013
DAL VOTO UNA CONFERMA E LA SPINTA PER RIPARTIRE.

Il voto amministrativo premia chi si è proposto come forza di governo, chi ha interpretato un rinnovamento intelligente ed è -più o meno direttamente- una conferma per il governo Letta. Certo bisognerà aspettare i ballottaggi, ma intanto il confronto politico-elettorale sembra rientrato nel solco di un bipolarismo meno astioso, grazie anche al nuovo clima nazionale, mentre il forte astensionismo, che lasciava pensare alla vigilia dello spoglio ad una penalizzazione del centrosinistra e del Pd, non ha confermato questa ipotesi. Anzi.

Chi ha avuto una lezione è il Movimento 5 Stelle, che ha irresponsabilmente sterilizzato la volontà di cambiamento dei cittadini italiani, si è baloccato nei preliminari del fare politica, discutendo di diarie e responsabili della comunicazione, mentre fuori il Paese chiedeva risposte urgenti.

Il risultato di Roma è significativo, così come quello di Ancona e degli altri comuni marchigiani al voto: da Porto Sant’Elpidio a Chiaravalle, da Grottammare ad Ostra Vetere, da Mondavio a San Ginesio. Il voto politico rilevante era quello di Roma, dove il centrodestra ricandidava il sindaco uscente Alemanno, e dove ora il ballottaggio vede in condizioni molto avvantaggiate il candidato del centrosinistra Ignazio Marino.

Anche il dato di Ancona è molto importante. Il centrosinistra veniva da un’esperienza deludente e in molti davano per difficilissima la riproposizione credibile del Pd e dei suoi alleati. Valeria Mancinelli si è imposta per capacità e competenza e per aver scelto una coalizione nuova fondata sull’accordo chiaro tra riformisti e moderati. Ora il ballottaggio può essere affrontato con maggiore serenità, ma senza sottovalutazioni.

Le elezioni amministrative sono -come sempre si dice- partite a sé, da cui è difficile trarre insegnamenti generali, tuttavia possiamo dire che il Pd -dopo le settimane travagliate del dopo voto, dell’elezione del Presidente della Repubblica e della nascita del Governo- ritrova fiducia in se stesso e se anche l’astensionismo lo riguarda cospicuamente, il suo elettorato non approda però in altri lidi. Ciò consente ai Democratici di ritessere un rapporto con la società e il suo elettorato ed è questo il compito principale di Guglielmo Epifani, il quale dovrà preparare bene un Congresso importante, attraverso un ampio e profondo dibattito e l’individuazione di uno sbocco tanto chiaro nel ridefinire e rilanciare i caratteri costitutivi del Pd, quanto unitario e collegiale nelle soluzioni, a partire da quella del segretario, chiunque esso sia.

La sorte della sinistra è molto strana in questo Paese: perde quando è convinta di vincere e vince quando nessuno scommetterebbe su di essa. Ma tant’è; anche questo evidentemente fa parte del suo essere una sorta di salmone destinato a risalire sempre la corrente. Basterebbe pensare a Siena o Treviso.

Nel dato del Movimento 5 Stelle c’è sicuramente la scarsa credibilità delle sue improvvisate classi dirigenti sul territorio, fattore quest’ultimo che nelle competizioni comunali richiama ciascuno alla realtà delle persone e delle cose rispetto alle spire della rete o al circo mediatico.

Un’influenza positiva su questo primo esito elettorale l’ha avuta -io credo- la nascita del governo Letta, il clima meno rissoso instauratosi tra le principali forze politiche, la precedenza che hanno assunto nel dibattito le questioni concrete e i problemi reali del Paese, la possibilità che da un accordo non di breve respiro possano venire finalmente quelle riforme che l’Italia aspetta da vent’anni. Il presunto grande sconforto della base Pd per il comune impegno di governo con Berlusconi è stato di molto meno di quanto ci avessero fatto credere. Sarà perché la politica deve sempre essere tenuta debole e sotto schiaffo? Anzi vedere convintamente e concretamente all’opera un giovane preparato e volenteroso come Enrico Letta, credo sia apprezzato molto più di quanto si pensi e si dica, anche nel suo partito.

Ma ora non ci resta che cogliere fino in fondo l’ottimo risultato di questo primo turno, mettendo in campo il massimo impegno nei prossimi quindici giorni. Buon lavoro!

Daniele Salvi

 




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POLITICA
11 maggio 2013
Tra Olivetti e le Marche.

Il ritorno delle Edizioni di Comunità, la casa editrice fondata da Adriano Olivetti, ha esordito con la pubblicazione di alcuni discorsi e scritti del suo fondatore, imprenditore illuminato, intellettuale e uomo politico morto prematuramente nel 1960. Si tratta di due libriccini da leggere tutti d’un fiato (A. Olivetti: “Ai lavoratori”, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2012, pp. 55; A. Olivetti: “Democrazia senza partiti”, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2013, pp.79) che ripropongono la prospettiva comunitaria olivettiana, fortemente ancorata al valore del lavoro e della fabbrica, ma anche ad un’idea visionaria di una società fondata sulla dignità della persona umana, sulla fabbrica come luogo di realizzazione e di liberazione umana, sulle Comunità come forme concrete di una democrazia più avanzata, “integrata” -secondo Olivetti-, rispetto a quella rappresentativa che poggia sui partiti, sull’idea di una civiltà cristiana. Pur non essendo il pensiero di Adriano Olivetti, è tuttavia sintomatico che uno dei libri s’intitoli “Democrazia senza partiti”, mentre il titolo originario del saggio riproposto è “Fini e fine della politica”. Ansia di attualità o forzatura cui si stanno piegando scientemente, ma scorrettamente, figure di altissimo profilo umano e intellettuale come Olivetti o Simone Weil, della quale ad esempio da qualche tempo va per la maggiore in varie edizioni uno scritto in cui ella propone l’abolizione dei partiti politici sulla base dell’esperienza tremenda dei partiti totalitari fascisti, nazisti e staliniani e della guerra che produssero? Non mi pare eticamente giusto, nè filologicamente corretto proporre oggi il pensiero “sperimentale” di pensatori che, di fronte all’orrore della seconda guerra mondiale, tentarono d’immaginare un futuro diverso per la società umana, a volte visionario e sicuramente molto stimolante, costruendo ipotesi più o meno realistiche che poi le Costituzioni post-belliche s’incaricarono di tradurre in modo democratico. Ripubblicare oggi quelle pagine, pensando che ci sia da abolire ciò che invece andrebbe ricostruito, mi pare operazione fortemente discutibile.
Ultimo libro è di nuovo dello storico che più ci appassiona in questo periodo, perchè ci aiuta a conoscere la storia delle Marche nel periodo fulgido e tormentato del Rinascimento. Stiamo parlando di Bernardino Feliciangeli e del suo lavoro del 1891, ripubblicato nel 2005, sulla figura di Caterina Cibo Varano, Duchessa di Camerino (B. Feliciangeli: Notizie e documenti sulla vita di caterina Cibo-Varano Duchessa di Camerino, Libreria Editrice favorino, Camerino 1891, ristampa anastatica ad opera della Tipolitografia La Nuova Stampa, Camerino 2005, pp. 317). Un saggio storico che è anche un romanzo documentato sulla vita di una delle figure femminili più interessanti del Rinascimento: donna colta, fiera e combattiva, d’integerrimi costumi e di sapiente capacità di governo, sostenitrice della riforma religiosa della Chiesa e stimata da pontefici e intellettuali dell’epoca. La sua storia è anche quella delle sue tribolazioni e della fine della “città e stato di Camerino”, che dopo tre secoli concludeva la sua vita e con essa quella della longeva singoria varanesca, determinando un vuoto politico, culturale, economico e sociale nella Marca del Cinquecento, mentre l’Italia era nel pieno di una delle sue crisi più profonde, che determinerà il rinvio per oltre tre secoli della nascita di uno stato moderno e unitario della penisola italica. Il tentativo di unire i destini dei due ducati delle Marche, quello di Camerino e quello di Urbino, attraverso le nozze dell’erede Giulia Varano con Guidubaldo della Rovere, si rivelerà precario e di brevissima durata, fortemente osteggiato dalla Roma papale di Paolo III Farnese, che vedeva costituirsi un potere sul versante adriatico d’intralcio al suo disegno di rafforzamento dei possedimenti pontifici in senso statuale. Potremmo, tuttavia, riconoscere in quella breve e tardiva esperienza un ulteriore passo nel processo di “regionalizzazione” delle Marche, seppure impostato nei modi e nelle forme che la crisi s’incaricherà di dimostrare ormai superati.




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CULTURA
2 maggio 2013
LETTURE

Cari Amici,

nel tempo intercorso dall’ultimo post sul tema ho potuto coltivare alcune letture che vi segnalo. La prima riguarda il libro di Lucio Villari su Niccolò Machiavelli (L.Villari: “Niccolò Machiavelli”, Piemme Pocket, Casale Monferrato 2003, pp. 240); un testo che proprio in questi giorni credo si a stato ripubblicato con lievi rimaneggiamenti in concomitanza con il cinquecentenario della nascita dell’opera principale del segretario fiorentino, “Il Principe”. Il libro, agile e scorrevole per via della scelta, tipica di Villari, di unire stile romanzato e saggio storico, tratteggia in modo avvincente la personalità e l’opera del Machiavelli, che pensò la politica come opera d’arte e in questo dimostrò d’essere uomo del suo tempo. Passione, scavo analitico, stile libertino, spirito indomito e “repubblicano”, gusto per la letteratura, Machiavelli viene restituito a tutto tondo fuori dai luoghi comuni e dalla distorsione volutamente malefica di cui la sua immagine è stata vittima. Un altro libro è quello di Bruno Arpaia e Pietro Greco, “La cultura si mangia!”, Guanda, Parma 2013, pp. 175. Si tratta di un pamphlét sul tema della cultura e del suo nesso con lo sviluppo e il lavoro, nesso poco percepito e sostenuto in Italia, ma già realtà nei paesi, anche europei, che hanno raccolto la sfida della “società della conoscenza”, creando degli “habitat adatti all’innovazione” e puntando con investimenti sensibili sul cosiddetto “tringolo della conoscenza”, così come formulato da Umberto Eco: industria culturale e creativa, formazione, ricerca e sviluppo. Utile la ricognizione che i due autori fanno delle situazioni e delle esperienze in questi campi, rivolgendo un’attenzione particolare ai dati concreti dell’investimento in cultura fatto dal nostro Paese (ahimè!) e dagli altri stati non solo europei. Pregevole il continuo riferimento, sia per i dati che per l’adozione di un concetto ampio e trasversale di “cultura”, alla ricerca “L’Italia che verrà”, promossa dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere e che ha avuto come partner esclusivo la Regione Marche, molto impegnata intorno al binomio cultura-sviluppo. Questo libro, insieme all’altro testo “Cultura e sviluppo locale”, AA.VV., Prisma, Rivista dell’Ires Marche – Cgil, N° 1/2012, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 126, starebbero bene sul tavolo del nuovo Ministro per i Beni e le Attività culturali Massimo Bray, che sappiamo essere persona molto bene informata dei fatti e della materia che è stato chiamato ad amministrare, al quale facciamo i migliori auguri di buon lavoro. Il numero della rivista citata contiene alcuni articoli d’inquadramento generale e altri specifici sulla realtà marchigiana di utile lettura non solo per gli addetti ai lavori. Infine, un libretto denso e molto attuale; si tratta dell’ultimo scritto dello storico dell’economia Giulio Sapelli (G. Sapelli: “Chi comanda in Italia?”, Guerini e Associati, Milano 2013, pp. 151) che tratta il tema del potere, delle classi dirigenti e della loro circuitazione italica dentro il nesso economico-politico-democratico tra nazionale e internazionale nella fase attuale e con riferimenti alla nostra storia più o meno lontana. Sapelli, si sa, è studioso onnivoro di ogni materia e scrittore spesso ellittico e al contempo fulminante nelle sue osservazioni e considerazioni. Una sua frase riesce ad aprire uno squarcio e ad illuminare come raramente capita; così succede in più passi di questo libro sul destino della nostra Nazione, sempre analizzato nel contesto delle linee di tendenza globali che vedono in azione poteri invisibili, visibili e oligarchici. La forza del pensiero di Sapelli, a volte volutamente apodittico e solo in apparenza poco coerente, è quello di offrire una lettura controcorrente dei rapporti di forza “situazionali” e dei poteri più o meno “periclitanti”, senza smarrire mai dati reali e inquadramento globale. L’autore spazia nella storia: Dante, Petrarca e Machiavelli, Cavour, Giolitti, il Fascismo, la Resistenza e la lotta di Liberazione, il primo centrosinistra, la rivoluzione conservatrice, la globalizzazione economica e l’ultimo ventennio italico fino ai fatti di oggi.

  

E allarga lo sguardo sul presente e il passato recente: la centralità del rapporto transatlantico, il secolo asiatico e la sfida del Pacifico, il ruolo importante dell’Inghilterra nelle vicende italiane, l’Europa germanocentrica, la globalizzazione, con il suo portato di privatizzazioni senza liberalizzazioni, di “ordini” -come quello giudiziario- che trasmutano in “poteri” e di potenza del circuito mass-mediatico, che rompe un ordine “poliarchico” ormai consunto (quello costituito da sindacati, partiti, grande impresa, impresa di stato, Banca d’Italia) e mette in scacco la politica e le sue classi dirigenti, deboli, perché troppo compromesse (come del resto tuttora) con l’economia. I tecnici sopra tutti.

La fine di un ciclo economico e politico nella nostra Italia fa tornare alla mente quel momento fulgido delle classi dirigenti della Resistenza, fatte di “anti-italiani”, formatisi nel carcere, nel confino, nella clandestinità o in ambienti politici a prova di sopravvivenza, che seppero -proprio perché profondi conoscitori sulla propria pelle dei vizi italici- dirigere: fondare la Repubblica, scrivere la Costituzione e ricostruire l’Italia. Ad esse bisogna tornare a guardare, nella speranza che un nuovo ordine internazionale e mondiale, essenziale per uscire dalla crisi, si materializzi, mentre la “crisi della direzione politica” sembra essere un fenomeno non soltanto del nostro paese, ma sempre più universale. Alla fine della lettura del libro resta il quesito: chi comanda in Italia? Chi incarna il potere? Di certo non la politica o la cultura, ben poco sindacati e capitalismo molecolare, un po’ le banche e quel poco di grande impresa che resta, ma forse più di tutto le oligarchie della finanza, il danaro e il casato, secondo la legge del perenne “familismo amorale italico”.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 2/5/2013 alle 5:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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