.
Annunci online

PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
28 aprile 2013
L’ONERE DELLA PROVA.

Ci sono momenti nella storia e nella vita delle comunità come dei singoli in cui non si può sfuggire all’onere della prova. La nascita del governo Letta è -con ogni probabilità- uno di questi momenti e risponde a questa necessità.

La prova è quella che il bipolarismo manicheo della Seconda Repubblica ha sempre esorcizzato e che l’anomalia Berlusconi ha impedito: dare all’Italia riforme condivise. Ora, si è arrivati al dunque: la crisi morde dappertutto senza precedenti, il Cavaliere è stato scavalcato dalla demagogia di Grillo e il Pd, dopo il cortocircuito determinatosi in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica che ha reso impraticabile la nascita -già difficile- di un governo di cambiamento, è giunto di fronte all’unica strada a questo punto percorribile. Anche per questo, al di là delle formule politiche, ha ragione Letta a definire il nuovo governo semplicemente “di servizio” al Paese.

Avrebbe dovuto essere imboccata questa strada fin dall’inizio, quando dopo le elezioni si era registrata l’assenza di una maggioranza assoluta al Senato? Così da giocare d’anticipo e gestire la partita da un punto di forza? Prevedendo anche soluzioni diverse per le cariche di Camera e Senato? Può darsi, ma il “budino” grillino andava assaggiato, se non altro per tastarne il tasso di reale volontà di cambiamento, e nessuno poteva immaginare che si rivelasse così protestatario, minoritario e massimalista; detto altrimenti, così conservatore.

La questione vera è che il Paese è politicamente fermo alla Bicamerale del 1998. Non aver dato in quella circostanza alle istituzioni un assetto riformato, tale da intercettare e tradurre le tante spinte alla riforma della politica che -dopo l’esplosione del sistema politico e la stagione di Tangentopoli- si erano manifestate, in condizioni economiche molto diverse dalle attuali, ha finito per rattrappire la spinta riformatrice e per esasperare lo scontro e la personalizzazione della politica, mentre il progressivo declino del Paese e poi l’esplosione della crisi finanziaria hanno reso tutto più complicato. Sta forse in questo passaggio incompiuto anche l’errore più grande di un’intera generazione, che non potremmo dire anagraficamente “vecchia”, se pensiamo agli 88 anni di Napolitano, ma che oggi con la nascita di questo governo sembra uscire definitivamente di scena.

Il risultato di una sfida mancata ha fatto sì che l’unico modello d’innovazione della politica  rimasto in campo sia stato il berlusconismo e la stessa nascita del Pd, che per un attimo ha consentito di riacciuffare da sinistra il tema della riforma della politica e dei partiti, non è stata però esente da questo pesante condizionamento. Le vicende di questi giorni in casa Pd hanno molto a che fare con tutto ciò, dal momento che la lente generazionale, se utilizzata per filtrare ogni cosa in modo esclusivo, rischia di produrre -come si è visto- solo disastri.

Nel Pd, però, in questa circostanza si è rotto qualcosa di profondo, che la nascita del governo, per quanto rinnovato o competente o attento alla presenza di genere, non ricompone, né potrebbe farlo. La rottura ha riguardato il tratto di fondo, il carattere proprio che il Pd sembrava non solo aver ereditato dalle tradizioni politiche che gli hanno dato vita, ma che aveva ispirato finora -pur tra contraddizioni e ambiguità- il suo modo di agire. Stiamo parlando del respiro progettuale, dell’autonomia del proprio punto di vista sulla realtà e del senso del limite alle ambizioni personali che hanno portato sempre la sinistra italiana nelle sue diverse espressioni a saper anteporre il bene comune, l’interesse generale, la responsabilità verso il Paese in ognuno dei passaggi più delicati della vita nazionale.

Sentir parlare oggi di Midas, dimenticando forse dove condusse e come finì quell’esperienza, o di “rifondazione” non meglio precisata di un organismo che non ha neppure sei anni di vita, la dice lunga sul punto a cui siamo giunti. Rimediare al danno arrecato non sarà semplice, né è detto che sia possibile, perché esso ha come causa una caduta di cultura politica che si manifesta quando le classi dirigenti vengono meno alla loro funzione e a ciò non può che corrispondere una perdita di credibilità.

Questo è l’onere della prova più serio in politica ed oggi per il Pd, il quale dovrà tentare di recuperare rapidamente un ruolo che non sia soltanto quello di sostenere le riforme necessarie. Insomma, bisognerà intendersi se il partito è solo uno strumento per vincere, per affermare se stessi, o se invece esso è lo strumento per affermare un progetto di società e vincere è funzionale a questo. Non è una differenza da poco, perché chiama in causa la cultura costituitiva di un soggetto politico, la possibilità di rendere utile un collettivo per la comunità che ci si candida a governare.

Il governo Letta nasce per dare una risposta alla crisi economica, tentare di correggere l’austerità europea, far ripartire un po’ di economia e lavoro, rilanciare investimenti e mercati interni, tamponare il disagio sociale. Ma non sarebbe male se, oltre alla modifica della legge elettorale, riuscisse a mettere mano a quelle riforme istituzionali da vent’anni annunciate e mai realizzate.

E’ un governo “politico”, che risponde a crismi e prassi costituzionali, come ha tenuto a precisare il Presidente Napolitano. L’Italia ha finalmente un governo, ma il centrosinistra è in terra incognita, l’orizzonte si è offuscato e non basta restare in attesa che si manifesti qualcosa.

Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 28/4/2013 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
21 aprile 2013
ANALFABETISMO POLITICO

Il passaggio era stretto, lo avevamo detto; era la cruna dell’ago più stretta della vita repubblicana degli ultimi vent’anni o forse più. La rielezione di Giorgio Napolitano ridà tranquillità ad uno scenario politico-istituzionale arrivato sull’orlo della crisi di nervi. A fare le spese della surreale impasse determinatasi è stato il Pd, che, nell’intento di seguire il doppio binario su cui aveva pensato di mettere la risoluzione della questione istituzionale e di quella di governo, non è riuscito nel compito e appare oggi come un convoglio deragliato.

Quello che è successo è grave, anche perché proprio la situazione richiedeva da parte di tutti un di più di responsabilità che invece non c’è stato, determinando così non solo le dimissioni di Bersani e il discredito di tutto il gruppo parlamentare del partito di maggioranza relativa, ma mettendo seriamente a rischio la tenuta stessa del progetto politico del Pd. Non essere riusciti ad eleggere prima il nome di Marini, sul quale si era registrata un’ampia convergenza delle forze rappresentate in Parlamento, e poi il nome di Prodi, unanimemente acclamato dall’assemblea dei grandi elettori del centrosinistra, ha dato più che l’impressione che il Pd stava facendo il suo Congresso, mentre eleggeva il Presidente della Repubblica, nel più completo disinteresse per la situazione reale del Paese, che è altra cosa dalle frequentazioni sui social media.

Come è potuto accadere tutto ciò? Dopotutto il Pd era l’unico partito rimasto in piedi in un panorama politico devastato, quello che aveva l’ambizione di ricostruire il sistema politico e il sistema-paese e quello a cui si guardava da più parti come al punto di riferimento dell’evoluzione della vicenda politica italiana, tra l’altro potendo contare su numeri indispensabili per qualsiasi soluzione alle questioni aperte sul piano istituzionale e sociale.

C’è sicuramente chi è contento di quanto è avvenuto: il centrodestra che si ridà la patente di forza responsabile, Grillo che è riuscito a destabilizzare il principale nemico che sogna di abbattere definitivamente, Vendola che spera di lucrare sulle spoglie della sinistra e Monti che si gode in solitudine un malinconico “io c’ero”.

Ma la domanda richiede una risposta urgente, anche per capire da dove è possibile ripartire, al di là dell’ennesima conta interna che il Pd ormai consuma dalla sua nascita al ritmo di una semestrale di cassa.

Si è richiamata l’assenza di una comune cultura politica e la “fusione fredda” da cui il Pd è nato. Cose sicuramente da dibattere e approfondire, ma io credo che la ragione più semplice vada ricercata in una sorta di “analfabetismo politico”, più o meno di ritorno. Come spiegarsi altrimenti l’assenza di minima disciplina nell’atteggiamento dei gruppi parlamentari o il comportamento dello sfidante perdente del segretario dimissionario, che, in un momento topico della vita della Repubblica e di fronte alla complessità delle soluzioni da dare alle istituzioni democratiche e al Paese, ingaggia in ogni dove l’ultimo duello, incurante degli effetti che le entrate a gamba tesa cui abbiamo assistito potessero produrre. Tra l’altro senza portare a casa nulla di quanto da lui proposto.

Come darsi una ragione del fatto che ogni convergenza, compromesso e mediazione vengano ormai apostrofati come “inciucio” da rigettare con sdegno, quando la politica da sempre è conflitto e mediazione. Come spiegarsi la perdita di qualsiasi autonomia della politica per inseguire, rispetto ad ogni decisione d’assumere, gli umori irrazionali del web. Come giustificare il fatto che si aderisce ad un partito e non si rispettano i fondamentali dello stare insieme in una comunità organizzata. Come riuscire a capire i termini delle questioni, se, invece di discuterne il merito, ogni volta si chiede preliminarmente se l’ha detta tizio o caio, quanti hanni ha o da quanti siede in Parlamento.

 Dirigenti sperimentati li abbiamo mandati a casa, ma le classi dirigenti non s’improvvisano. E non basterà la palingenesi generazionale, perché la credibilità si costruisce negli anni e si può perdere in un istante. Oggi il Pd ha di fronte tre questioni da affrontare in tempi celeri: un governo di larghe intese, sì di larghe intese; un Congresso anticipato, di “rifondazione”; ma soprattutto ritrovare l’A, B, C della politica, senza alcuna subalternità se non ai propri valori.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 21/4/2013 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
politica interna
15 aprile 2013
PARTITA DOPPIA

Si apre una settimana decisiva per il futuro delle istituzioni repubblicane e per la società italiana. L’elezione del Presidente della Repubblica e poi la nascita di un governo che comunque -come ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani- “si farà”.

S’intensificano gli appelli a fare presto e si arriva a quantificare quanta ricchezza si è persa nei cinquanta giorni trascorsi dalle elezioni e che ancora non hanno portato ad essere operativi come si dovrebbe. Ma siamo nel pieno di un passaggio delicatissimo che tutti conoscevano e che l’esito elettorale ha reso ancor più complicato; passaggio che più che affrontare con velocità, va gestito bene. Altrimenti potremmo dolercene ben più cospicuamente a venire.

C’è, tuttavia, un po’ di strumentalità nell’appello alla celerità, soprattutto se rivolto a chi da anni sollecita una reazione alla crisi che non c’è stata e un cambiamento nelle politiche economiche e industriali che ha segnato il passo per eccessivo ossequio all’ortodossia monetarista della destra europea.

Scelto il Presidente della Repubblica, ricercando il più largo consenso intorno ad una figura che sia di garanzia, sarà meno complicato dare vita ad un governo, anche perché con la riacquisita possibilità di sciogliere le Camere da parte del Quirinale e con l’impossibilità di tornare immediatamente al voto senza aver prima cambiato la legge elettorale, sarà gioco forza varare un esecutivo che assuma anche provvedimenti urgenti contro la crisi e per rilanciare l’economia.

Ma quale governo serve al Paese? Questo è il punto. Continuo a pensare che serva un governo di cambiamento e che la proposta di Bersani per un esecutivo di questo tipo e per una Convenzione per le riforme, guidata da un esponente della minoranza, sia ancora l’unica che risponde realmente agli interessi e alle esigenze della società italiana.

Non c’è nessun baratto tra la scelta sul Quirinale e la nascita del governo, né alcun governo di minoranza all’ordine del giorno. E se tutti si sentono indispensabili, più indispensabile di tutti è il Pd dal quale non si può prescindere. L’obiettivo è, dunque, un’assunzione di responsabilità delle forze politiche e del Parlamento, che interpretino il sentire e le esigenze vere del Paese e sappiano per questo, oltre le manifestazioni di piazza o le selezioni via web, affrontare in modo distinto i vari passaggi, dentro un percorso di rilegittimazione dei partiti, delle istituzioni e della politica agli occhi dei cittadini. Qui si capirà anche chi vuol costruire e chi soltanto distruggere.

L’alternativa sarebbe o un “governissimo” privo di alcuna credibilità o un “governicchio” nel pieno di una crisi, i cui indicatori dicono essere più profonda di quella del 1929, o un ravvicinato ritorno alle urne che si celebrerebbe nell’apoteosi della demagogia dilagante. E sarebbe la fine.

La fuoriuscita dalla Seconda Repubblica resta il tema di fondo. Essa è finita nel risentimento e nella disperazione sociali, esponendo oltre il dovuto la tenuta della nostra democrazia. Ne è indirettamente un sintomo l’interesse che suscita lo snodo dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica; elezione sempre importante, ma questa volta più delle altre, per via del ruolo di inevitabile e sempre più accentuata supplenza alle difficoltà e alle inerzie della politica, svolto negli almeno ultimi tre settennati dall’ultima istituzione di garanzia del Paese.

La partita del governo si giocherà invece in Parlamento, il quale ha assunto di fatto una nuova centralità con la quale fare i conti. E mentre la Lega finisce nella rissa, Monti scopre le asprezze della vita di partito, a Grillo s’inceppa il web, il Pd -contrariamente a come viene dipinto dai media, che lo ritraggono prossimo alla scissione- mostra pur tra tante difficoltà una certa vitalità: un uomo delle istituzioni e alto funzionario pubblico come Fabrizio Barca decide d’impegnarsi nel partito, perché dalla sua esperienza ha tratto il convincimento che “senza partiti rinnovati non ci può essere buon governo”, invertendo così in modo fortemente simbolico il percorso che di solito dal partito porta alle istituzioni, Vendola apre ad una ricomposizione unitaria nello stesso soggetto politico del centrosinistra di governo, persino D’Alema s’incontra con Renzi ed è disgelo.

Certo nella dirigenza nazionale, come un po’ a tutti i livelli, non abbondano i “cuor di leone”, tuttavia sarebbe opportuno che mentre l’unico partito rimasto nello scenario politico nazionale cerca di dipanare il bandolo di una matassa intricata, per tentare di dare qualche risposta e ritessere i legami con l’Italia profonda, anche l’Italia -almeno quella perbene- si tenga stretto quest’ultimo cuore pulsante di responsabilità.

 

Daniele Salvi

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 15/4/2013 alle 6:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
3 aprile 2013
G. Napolitano, G. Ravasi: “Il Dio ignoto”, con F. De Bortoli, Corriere della Sera, RCS Media Group, Milano 2013, pp.114.

Un dialogo a tre voci ambientato ad Assisi dove si è tenuta una delle sempre interessanti iniziative promosse da “Il Cortile dei Gentili”, progetto di confronto tra credenti e non credenti portato avanti dal cardinal Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura. Un libretto agile, la cui lettura s’addice al periodo pasquale, e che mette a confronto un laico che, seppure educato religiosamente, si è distaccato dalla Chiesa e dai suoi riti per immergersi nella dimensione della prassi politica e un religioso di grande finezza intellettuale, attento a che la dimensione dialogica sia effettivo attraversamento e approfondimento coerente (dia-logos) delle posizioni in gioco. In questo, che è uno dei pochi confronti di Napolitano con i credenti e il mondo cattolico, essendo egli storicamente più incline al dialogo con il pensiero liberale e socialista, vanno sottolineati i passaggi in cui il Presidente riconosce l’apporto decisivo del pensiero e del solidarismo cristiano alla Carta costituzionale (art.2 e 3) e delinea il modo laico di confrontarsi con la trascendenza, ossia quell’avere “il senso del limite”, che è altra cosa dall’essere ateo o agnostico, e da cui nasce la misura, il rispetto e la responsabilità dell’agire, anche politico. Un senso del limite che lascia intatto il “mistero”, a partire da quello della morte, ma che non per questo rinuncia a capire e a cercare. A questa tradizione di laicità aperta, che ha profonde radici nel nostro Paese e che ha favorito il dialogo e la comprensione tra credenti e non credenti, si richiama il Presidente Napolitano, perché da essa è nata storicamente, ed è sommamente utile nel momento attuale, la collaborazione e la promozione dell’uomo e del bene dell’Italia. Bene comune o interesse generale che invece di essere qualcosa di non “contendibile”, al quale piuttosto è doveroso concorrere, è stato sacrificato sull’altare di una politica di parte nel quadro di un confronto bipolare muscolare. Tutto ciò ha finito per trasmettere l’idea di un quadro politico inadeguato, ha favorito logiche di corto respiro, difensive ed anacronistiche, oltre a produrre una contrapposizione sterile, di reciproca delegittimazione e negazione. Napolitano è tornato a confrontarsi con i temi posti dal cardinal Ravasi in occasione del settantesimo compleanno del prelato, dopo il convegno di Assisi, ponendo a credenti e non credenti la sfida comune di ritrovare insieme “la forza degli ideali”. Quella forza che unica può spingere i giovani ad abbracciare la politica come strumento del miglioramento civile, morale, sociale ed economico e senza la quale “il visibile impoverimento ideale e culturale della politica”, che “ha rappresentato il terreno di coltura del suo inquinamento morale”, non potrà che continuare con esiti nefasti per tutti e per ciascuno.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 3/4/2013 alle 5:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
marzo        maggio