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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
29 marzo 2013
Enrico Berlinguer: “La passione non è finita”

Un’antologia selezionata di scritti, discorsi e interviste del segretario del Pci dal 1973 al 1983. Dieci anni lungo i quali si esplicitò l’elaborazione politica di una delle personalità più amate e stimate della Repubblica, fino alla morte avvenuta sul campo e alla nascita di quello che per certi versi è un “mito”. Parole e formule come austerità, valore universale della democrazia, compromesso storico, eurocomunismo, questione morale, alternativa democratica, ci ricordano la politica che produceva “pensieri lunghi” e non insulti. Quelli qui raccolti sono testi conosciuti, spesso anche fraintesi, e che personalmente abbiamo frequentato più volte, ma ciò che rende interessante ripercorrerli deriva dalla lettura del saggio introduttivo di Miguel Gotor. 

Storicizzare la figura e il pensiero di Enrico Berlinguer è il suo intento, in linea con quanto ormai sta facendo la storiografia più avveduta, superando la riduzione del personaggio a “mito” o a “moralista antimoderno”, del quale si finisce per ricordare soltanto l’intervista del 1981 sulla “questione morale”, che qui -proprio per favorirne una conoscenza adeguata- viene riportata integralmente. Storicizzarlo per Gotor significa non interessarsi del “passato in modo antiquario”, ma cogliere “quello che è ancora vivo e utile per comprendere il presente”. E se il mondo di Berlinguer è ormai un altro mondo rispetto a quello attuale, ciò non vuol dire che la sua eredità, che ha impegnato in modo originale un’intera generazione che raccolse il suo testimone, non rappresenti una di quelle “sopravvivenze politiche e culturali” con le quali misurarsi non solo per conoscerla, ma soprattutto perché il bisogno dei progressisti e riformatori di questo Paese di allargare i propri confini culturali, aprendosi a idee nuove e guardando avanti, si possa nutrire di una lettura critica e di una elaborazione intellettuale autonoma. 

Interessante, da questo punto di vista, è la rilettura che viene fatta della proposta berlingueriana dell’austerità, che per il sardo era sinonimo di “rigore, efficienza, serietà e giustizia”, oggi che la parola è tornata al centro del dibattito politico, evocativa tanto delle politiche economiche recessive, conclusive del trentennio neoliberista, quanto del “passaggio antropologico”, frutto dell’egemonia del berlusconismo, “da una democrazia dei diritti e dei doveri a una democrazia dei desideri e dei consumi”. Altrettanto interessante, anche per i precedenti lavori storici di Gotor su Aldo Moro, è la riflessione che egli svolge intorno alla formula del “compromesso storico”, corrispettiva sul piano politico della proposta di tipo economico e sociale dell’ “austerità”, intesa quest’ultima come risposta alla crisi degli anni Settanta e come occasione per trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, per ridurre le differenze sociali e per modernizzare il paese, puntando sugli investimenti più che sui consumi.

Berlinguer pensa al compromesso storico -secondo Gotor- in modo lucido e disperato al contempo, “dai bordi di un precipizio in cui le opposte potenze dei due blocchi avevano dispiegato il massimo del loro potere condizionante e destabilizzante in senso convergente”, “comunemente interessate a schiacciare ogni tentativo di politica riformatrice nel nostro Paese”. A questa situazione s’univa la crisi economica nazionale e internazionale e l’estendersi di forme di contestazione giovanile, sempre più esacerbate, non solo e tanto contro l’ordine costituito, ma contro la democrazia rappresentativa e il ruolo dei partiti nati dalla Resistenza. Certo, s’imponeva una riflessione sui limiti del movimento comunista italiano e internazionale, cosa che Berlinguer fece, ma senza arrivare alla necessità di una “svolta socialdemocratica” del Pci. E mentre la crisi del capitalismo si risolse in una gigantesca ristrutturazione che lo rilanciò sotto nuove forme e su scala globale, il movimento comunista -al contrario- “visse un corrusco e rapidissimo tramonto che in molti, di ogni generazione, commisero l’errore di scambiare per un’alba rinnovata nelle luci, nei colori e nelle speranze”.

All’idea del compromesso storico seguirà la sua traduzione concreta nella stagione della “solidarietà nazionale”, fino alla cesura di fatto rappresentata dal rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Con ogni probabilità anche allora ci fu chi criticò Berlinguer per aver declinato la strategia quasi soltanto in termini di alleanze. Mi pare di sentirlo. Ma “chi ha criticato il compromesso storico ha finto di non guardare il contesto in cui esso è maturato”, sostiene Gotor. Resta il fatto che, come scriveva Berlinguer, la proposta avanzata coglieva nel profondo della vicenda italiana: “Noi abbiamo sempre pensato -e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione- che l’unità dei partiti di lavoratori e di forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democrazia, ove a questa unità si contrapponga un blocco dei partiti che si situano dal centro fino all’estrema destra. Il problema politico centrale in Italia è stato, e rimane più che mai, proprio quello di evitare che si giunga a una saldatura stabile ed organica tra il centro e la destra…”.

L’intesa tra Moro e Berlinguer nascerà, dunque, proprio sul terreno della comune consapevolezza della “democrazia difficile”, di quanto essa fosse giovane, fragile e immatura, se solo si pensa al fatto che una delle principali forze fondatrici della Repubblica e della Costituzione era “impossibilitata” ad accedere al ruolo di governo, e di quanto per converso fosse profonda l’eredità del fascismo e dei suoi caratteri, rintracciabili in più snodi della volubile e drammatica storia d’Italia.

Gotor scrive questa introduzione nel dicembre scorso (2012), quando l’Italia s’avvia alle elezioni politiche di cui abbiamo visto l’esito, e spera che l’avvenuta separazione dei moderati dalla destra e la possibile intesa tra progressisti e moderati possa aprire una fase nuova nel Paese. Così non è stato, probabilmente per aver troppo confidato su una divisione dei compiti, ognuno nel proprio campo, che ha impedito di far emergere più i punti in comune che la polemica e l’accentuazione delle differenze. Non è da escludere che nel determinare il mancato sostegno di Monti ad un’alleanza organica con il Pd, dopo che il centrodestra aveva sfiduciato il professore, abbia giocato anche un residuo di quella “discriminazione contro di noi” a cui si riferiva Berlinguer quando denunciava la ragione del blocco della democrazia repubblicana e dell’emergere della questione morale che investiva il sistema politico e la società civile.

Dal voto è uscita un’Italia dove il 55% degli elettori ha dato il proprio consenso a forze populiste, vecchie e nuove. E’ questo il frutto di una crisi economica nazionale ed europea che è la più profonda dal dopoguerra, della frattura di tipo sociale, generazionale e democratica che si è generata nel Paese, della delegittimazione dei partiti e della politica che ha raggiunto un livello senza precedenti. Il quadro politico-istituzionale rasenta ora l’ingovernabilità, il passaggio è forse il più delicato della storia repubblicana e il Pd è rimasto l’unico partito del panorama politico, contro il quale si dispiegano “le vele senza tempo dell’antipolitica e dell’antipartitismo italici” e i sermoni dei profeti della “democrazia senza partiti”, nuova suggestione della mai esausta propaganda che alimenta la passività dei cittadini e delle masse, mentre cela i peggiori trasformismi e il mantenimento dei più biechi privilegi di casato.

C’è almeno da sperare che la passione non sia finita, come in modo condizionale auspica lo stesso Gotor, perché al momento questa sembra essere l’ultima risorsa cui attingere per tentare di uscire dalla situazione che si è determinata e per continuare ad investire nella politica. Il libro, che muove dal “presupposto che tra politica e cultura esista un rapporto necessario”, ci aiuta a far sì che almeno l'ultima dea non abbandoni il Pd nella landa sempre più arida e imbarbarita della politica italiana.

 

 

Daniele Salvi




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27 marzo 2013
Realtà, storia e politica.

Tre libri che mi hanno accompagnato in queste settimane e di cui consiglio la lettura. Il primo riguarda il dibattito che si è sviluppato intorno al nuovo realismo e al superamento del post-moderno. Parliamo di “Bentornata realtà” (AA.VV. a cura di M. De Caro e M. Ferraris, Einaudi, Torino 2012, pp. 230), un testo che si pone come un manifesto collettivo della nuova tendenza filosofica e come cesura divulgativa così come avvenne nei primi anni Ottanta con il testo collettaneo su “Il pensiero debole” che inaugurò il post-moderno nel nostro paese. Devo dire che, pur non essendo uno specialista e pur guardando con simpatia all’intento polemico di fondo del nuovo realismo, cioè quello di superare il relativismo nichilistico, cui sembra approdata la carica emancipatoria del post-moderno, mi sembra che teoreticamente esso sia molto debole. Per certi versi sembra un passo indietro rispetto al tentativo dell’ermeneutica di superare i dualismi, per altri il residuo ontologico dell’ “inemendabile” di Ferraris oscilla tra un mero e cieco dato materico e una totalità di senso abscondita. Comunque il dibattito continua e vale la pena seguirlo se mai riuscirà a produrre un che di teoreticamente significativo, capace di andare oltre le mode filosofiche del momento.

Dalla filosofia alla storia locale, per segnalare un raro scritto -come tutti gli altri del resto- dello storico Bernardino Feliciangeli, dal titolo “Itinerario d’Isabella D’Este Gonzaga tra la Marca e l’Umbria nell’aprile 1494” (in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province delle Marche, Nuova serie, Vol. VIII, 1912) che rivela le rare doti di questo studioso, maestro dello storico Gioacchino Volpe. Il libro prende l’avvio da alcune lettere della nobildonna, al tempo una delle protagoniste indiscusse e più raffinate del Rinascimento italiano, nelle quali prende forma l’accoglimento dell’invito rivoltole dal signore di Camerino Giulio Cesare Varano a visitare il suo “stato”, dal momento che ella era in visita a Loreto nelle Marche. La visita si materializza di ritorno da Assisi e prima di recarsi ad Urbino per passare la Pasqua presso i Da Montefeltro e a partire dalle poche notizie che rimangono di quella visita il Feliciangeli costruisce un affresco gustosissimo di alcune delle località che saranno oggetto del percorso della visita (Serravalle del Chienti, Camerino, Lanciano, Pioraco), dei modi e costumi del tempo, della realtà e dello splendore del Rinascimento camerte, delle architetture, pitture e lavorazioni artigianali del tempo, dell’opera della dinastia Da Varano nell’Appennino centrale. Si tratta di una sorta d’itinerario storico-turistico-culturale che viene restituito esclusivamente attraverso le fonti storiche e tuttavia assume movimento, vita e vivacità sotto gli occhi del lettore, riportandolo a quei tempi e facendogli capire anche molte cose dell’oggi.

Infine, dalla storia alla politica con il bel libro di Paolo Franchi sul Presidente della Repubblica: “Giorgio Napolitano. La traversata da Botteghe Oscure al Quirinale”, Rizzoli, Milano 2013, pp. 427. Ripercorrere la “scelta di vita” del Presidente Napolitano equivale veramente a seguire la traversata, come viene detto nel titolo, non solo di una personalità politica di grande levatura morale e intellettuale dalla militanza e formazione togliattiana al vertice delle istituzioni democratiche, ma anche della storia della sinistra italiana e della Repubblica. Il libro, molto ben scritto da uno che è stato sempre molto vicino al Presidente, ha il pregio di parlare dell’Italia e della storia dei partiti e delle istituzioni nazionali ed europee attraverso la vicenda umana e politica di uno dei suoi più autorevoli protagonisti, che ha saputo dosare con estrema sensibilità e capacità appartenenza politica, qualità di analisi, visione lungimirante e azione politica prudente, ma coerente e determinata nel tempo. In uno dei momenti più difficili della nostra democrazia, alle prese con gli effetti drammatici della crisi più grande dal dopoguerra, e della politica democratica, alle prese con un decadimento e impoverimento delle classi dirigenti, conviene ripetere le parole del Presidente: “Bisogna trovare il modo di fare ancora della politica una scelta di vita”, senza il quale essa non si rigenererà.

Bello il pezzo di Max Weber che Franchi mette alla fine del libro e che vale la pena citare: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E’ perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può accingersi a questa impresa deve essere un capo, non solo, ma anche -in un senso molto sobrio della parola- un eroe. E anche chi non sia né l’uno, né l’altro, deve foggiarsi quella tempra d’animo tale da poter reggere al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti non sarà nemmeno in grado di portare a compimento quel poco che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “Non importa, continuiamo!”, solo un uomo siffatto ha la vocazione (Beruf)”. Che altro dire?

 




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politica interna
17 marzo 2013
IL TENTATIVO DI BERSANI
Tenere insieme responsabilità e cambiamento. Nel momento attuale un governo che non si ponga la necessità del cambiamento non farebbe l’interesse generale del Paese. E’ questo il senso del tentativo che Pierluigi Bersani sta portando avanti per formare il nuovo governo, nel rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica, ma anche di quanto emerso dal voto politico di tre settimane fa.

Vent’anni sembrano passati invano, le promesse della Seconda Repubblica sono clamorosamente fallite, il Paese non conosce solo una rivoluzione del quadro politico con partiti nuovi che emergono e altri che si dimezzano o scompaiono, ma vive la crisi economica e sociale più profonda dal dopoguerra. Urgono risposte, soprattutto diverse da quelle finora perseguite. Altrimenti si va a sbattere e con noi l’intera zona euro.

Il Pd c’è, Grillo ha raccolto nel voto un po’ di tutto ed ora fatica a tenere insieme le sue contraddizioni, Berlusconi è sempre più alle prese con i processi e Monti vive tutta l’amarezza di quella che più che una salita è stata una discesa, speriamo non fino agli inferi per chi era stato chiamato a salvare il Paese ed ha finito per contribuire alla sua ingovernabilità.

Ora il momento è delicatissimo. Il nuovo Papa è stato eletto, con grandi speranze. Le istituzioni repubblicane sono nel pieno di un passaggio che rappresenta la cruna dell’ago più stretta della sua storia con la necessità di rinnovare tutti i vertici istituzionali, inclusa la Presidenza della Repubblica, con un Senato senza maggioranza, a causa di una legge elettorale illogica, e con l’incomunicabilità tra le forze politiche ivi rappresentate, o perché alla ricerca del salvacondotto giudiziario, o perché non ci si riesce a liberare da un’idea della rappresentanza come mero rispecchiamento degli umori popolari.

In questa situazione è chiaro che sta al Pd l’iniziativa, nella speranza che i contenuti proposti al Parlamento, gli otto punti di Bersani per il cambiamento, e la responsabilità degli eletti e delle forze politiche si facciano strada nel rispetto di un esito elettorale che ha visto la coalizione di centrosinistra prevalere, seppure di misura, sia alla Camera che al Senato.

Il Paese esige risposte precise alla crisi e non gradisce tornare a votare. Il Pd ha già dimostrato di essere una forza responsabile e ha ricercato anche nella fase convulsa di questi giorni il coinvolgimento delle varie forze politiche nella guida delle Camere, tenendo distinto il piano istituzionale da quello di governo. Ha raccolto finora chiusure preventive, proposte indecenti o atteggiamenti pilateschi, anche da parte degli alfieri della responsabilità. Ma in gioco non c’è Bersani, c’è l’Italia.

La mossa di proporre per la presidenza delle Camere due nomi di rinnovamento, di qualità e onestà indiscusse e di forte valore simbolico come quelli di Laura Boldrini e di Piero Grasso, ha indebolito enormemente le argomentazioni di chi vuol continuare a tenersi distante, ritenendo il cambiamento impossibile o pericoloso.

Nel Paese si è determinata una frattura sociale, generazionale e democratica con la quale non si può scherzare. Rompere il muro dell’autoreferenzialità dentro il quale si vorrebbe confinare tutta la politica è il tentativo del segretario del Pd. La strada è stretta e Bersani lo sa, ma nella sua offensiva non c’è solo tattica, come si vorrebbe far credere, ossia stanare i grillini, metterli di fronte alle loro responsabilità. C’è la condizione reale degli italiani e la convinzione che se si prosegue con le mezze misure non ce la facciamo. Il cambiamento è possibile, ora, non domani.

A questo bisogna rispondere, non sul web, ma in Parlamento. “Bisogna fare ciò che si deve, non ciò che si vuole” ha detto Bersani nel corso dell’ultima direzione nazionale. Oggi dopo la mossa intelligente che ha portato all’elezione dei Presidenti di Camera e Senato il suo tentativo è un po’ più praticabile o quanto meno chi vi si oppone ha perso molto del suo appeal.

 

Daniele Salvi




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CULTURA
8 marzo 2013
DUE INIZIATIVE SUL DISTRETTO CULTURALE EVOLUTO DELLE MARCHE

Si terranno lunedì 11 marzo due iniziative per presentare il bando per progetti d’interesse regionale che la Regione ha recentemente emanato per realizzare il distretto culturale evoluto delle Marche. Si tratta di un’opportunità rivolta a soggetti pubblici e privati, imprese creative e culturali, operatori del settore, ma anche del settore manifatturiero di qualità per creare progetti sperimentali di una nuova idea di sviluppo locale che veda la cultura come fattore di crescita civile e morale, ma anche e soprattutto economica, reddituale e occupazionale. Le iniziative organizzate dall’associazione di cultura politica “Nuovo Riformismo” si terranno a San Severino Marche presso il piano nobile del Comune alle 17,30 e a Macerata presso la Sala Castiglioni della Biblioteca Mozzi-Borgetti alle ore 21. Parteciperanno i Sindaci di San Severino e Macerata, Cesare Martini e Romano Carancini, i Rettori delle due università, Flavio Corradini di Unicam e Luigi Lacchè di Unimc, il prof. Francesco Adornato dell’Osservatorio regionale per la cultura, e Daniele Salvi, consigliere provinciale. Illustrerà il bando e le annesse misure regionali l’assessore regionale ai Beni e alle Attività culturali Pietro Marcolini. Quanti interessati sono invitati a partecipare.




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politica interna
3 marzo 2013
LO TSUNAMI E LA POLITICA

Alla fine lo tsunami è arrivato. Il mare si è gonfiato sempre più e al dunque si è scaricato sulla costa, penetrando molto all’interno e portando ovunque distruzione. Ora le acque hanno abbandonato il terreno e si contano i danni, insieme ai sopravvissuti e alle cose che hanno resistito alla forza dell’urto.

E’ quello che è successo con il voto di domenica e lunedì scorsi e tra le strutture portanti che hanno resistito c’è il Pd. Lo ha detto con grande onestà intellettuale Pierluigi Bersani subito dopo il voto: “Non abbiamo vinto, sebbene siamo arrivati primi, e questo è il motivo della nostra delusione”. Certo una legge elettorale che avesse conferito anche al Senato un premio di maggioranza nazionale avrebbe consentito, come accade in altri paesi europei, che il risultato elettorale, per quanto risicato, esprimesse una maggioranza sufficiente per formare il governo.

Ma la partita, lo si sapeva, si giocava con le regole esistenti. Ora la situazione è delicatissima. C’è da confidare che il senso di responsabilità di chi ancora crede in questo Paese e la saggezza del Quirinale sappiano indicare una via di sbocco.

Il Pd deve dimostrare di avere un po’ di tenuta e di solidità, stringendosi intorno al proprio segretario. Le reazioni dei minuti, neppure delle ore, successivi all’esito elettorale, oltre ad essere dettate da una comprensibile delusione, si sono spesso avventurate in letture e analisi semplicistiche e politiciste, ripetendo in modo pavloviano il riflesso della ricerca del capro espiatorio di turno.

“Del senno di poi son piene le fosse” dice il proverbio. Certo c’è bisogno di ricostruire e di cambiare, perché lo tsunami non torni, ma intanto nel ricercare il bandolo di un’analisi seria bisognerebbe forse partire dal fatto che dove più profonda è la crisi, più forte è stato il voto a Grillo.

Da qui bisognerebbe muovere anche per una lettura del voto nella nostra regione, se mai c’è una specificità che riguarda le Marche, dove pure bisogna dire che il Pd elegge ben 14 parlamentari, mentre altri partiti dimezzano il proprio consenso o scompaiono. E non è bastato aver prodotto il più forte rinnovamento che si potesse immaginare in termini di metodo (le primarie), di ricambio generazionale e di presenza di donne nelle liste. Perché il tema è come rispondere alla crisi, alle sue emergenze, e per questo il rinnovamento è necessario, ma di per sé non sufficiente.

I dati Istat su disoccupazione e precarietà record, crollo del Pil e dei consumi, pressione fiscale al punto più alto, aumento del debito stanno lì a dimostrarlo. Abbiamo centrato il tema, ma probabilmente non lo abbiamo svolto, frequentando e prestando abbastanza ascolto ai luoghi della sofferenza, ai senza lavoro, alle famiglie alle prese con l’essenziale per vivere, alle piccole imprese che devono decidere se chiudere o pagare le tasse. Abbiamo trasmesso le nostre proposte, ma non sono apparse sufficientemente aderenti all’emergenzialità delle situazioni, al punto cioè di poter far dire a chi ci stava ascoltando ed ha un problema: “finalmente si sta parlando di me!”. Ne è prevalso un voto di protesta, un voto contro la politica da Seconda Repubblica, con tutti i suoi vizi, ben maggiori delle virtù.

Il punto, quindi, non è che avremmo dovuto assomigliare anche noi un po’ di più agli altri, raccontando qualche favola con il contorno di fuochi pirotecnici; caso mai avremmo dovuto distinguerci di più, con maggior coraggio, con la passione e l’esemplarità dei gesti con i quali si fa la politica, da quelli con i quali siamo stati -nostro malgrado- assimilati.

Ma questo è il campo della riflessione che va fatta e dell’azione politica e organizzativa che ne dovrà scaturire, che avrà i suoi tempi e le sue sedi. Ora c’è davanti a noi, che abbiamo resistito, l’Italia e la necessità di evitare la deriva greca attraverso un governo di scopo e di cambiamento. E c’è materia di che riflettere anche per i livelli istituzionali e di governo locali alle prese con una crisi che va guardata negli occhi, unendo le forze.

 

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 3/3/2013 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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