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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
23 febbraio 2013
Elezioni 24 - 25 Febbraio
Cari Amici,
siamo al punto. Questa lunga, decisiva, campagna elettorale è giunta al termine. Non rinunciamo a fare ciò che anche nelle ultime ore può essere fatto. E' la prima volta che abbiamo affrontato una campagna elettorale a febbraio. I media l'hanno fatta inevitabilmente da padroni, ma non abbiano rinunciato al contatto diretto e personale. Dentro la crisi più acuta dal dopoguerra il voto alle elezioni politiche assume un'importanza molto grande, per certi versi inedita, perchè dalle nostre scelte dipenderà il futuro di questo Paese, la strada che esso deciderà d'imboccare. Questo carica ciascuno di una grande responsabilità. Le giornate uggiose del fine settimana, annunciate da tutte le previsioni metereologiche, possono invitare al cattivo umore, spingerci a rimanere a casa, ma anche -io lo spero- a soppesare dentro di noi che cosa vogliamo veramente per noi stessi e per l'Italia. Io sono sicuro che queste giornate inviteranno ciascuno di noi ad un supplemento di riflessione per il bene comune.
Sapete per chi voterò, ma nel ripensare a quanto sin qui abbiamo fatto c'è qualcosa che mi spinge al principio, a ritornare a quelle parole di Bersani che -a mio avviso- alzarono il dibattito e la sfida delle Primarie: "Non vi chiedo di piacervi, vi chiedo di credermi; vi dirò come le cose stanno e insieme ne usciremo, con semplicità e verità". Mi sembrano le parole più alte, quelle che esemplificano il nostro obiettivo di fondo: chiudere una fase ventennale che ha illuso, ingannato e impoverito i cittadini italiani e aprirne una nuova fatta della riscoperta delle cose vere, semplici, essenziali (moralità, lavoro, produzione, un pò di giustizia, rispetto delle regole), che bisogna ritrovare e nominare per darci tutti insieme una prospettiva e un futuro degno di un grande paese civile, senza uomini soli al comando.
Ce la faremo, ancora uno sforzo, ancora una parola, ancora un pizzico di civismo.
Votiamo e facciamo votare il Partito Democratico!

Un caro saluto

Daniele



permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/2/2013 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 febbraio 2013
Un gesto che insegna alla politica

Della scelta storica del romano pontefice Joseph Ratzinger di rinunciare a proseguire il magistero petrino si sono dette molte cose, quasi tutte di gran senso e competenza. Essa ha colpito tutto il mondo, se non altro per i rarissimi e lontanissimi precedenti, ma credo di poter dire ha colpito anche chi, non essendo credente o cattolico praticante, è impegnato nella vita civile e nell’attività politica.

Non solo la Chiesa e la vita dei credenti sono stati scossi da quella decisione, ma anche il mondo laico e chi nella politica ricerca una traccia di verità.

L’eccezionalità della rinuncia, ma soprattutto l’inusualità del dimettersi da un qualsiasi ruolo in una società bulimica di apparenze e alla continua ricerca di spazi di visibilità individuale, hanno rappresentato un’indubbia cesura e un forte interpello alla coscienza di ciascuno.

Infatti, se anche chi è attorniato da un’aura di sacralità può fare consapevolmente un passo indietro, chiunque riveste un ruolo sociale è chiamato a sentirsi un po’ meno indispensabile di quel che in cuor suo può ritenere.

Coraggio, umiltà, libertà, rispetto sono state le parole più pronunciate per l’occasione. Tutte vere, soprattutto perché l’atto le ha condensate e racchiuse in sé, ispirato dalla profonda cultura di una personalità tra le più alte del nostro tempo.

Ciò che ha colpito, però, di questo pontefice, spesso a torto ritenuto un conservatore o addirittura un restauratore, è stata la profonda laicità del passo compiuto, l’ammissione dei limiti della condizione anziana e del venir meno nella sua persona della forza necessaria per l’esercizio del compito in un momento particolarmente delicato della vita dell’istituzione ecclesiastica.

Se il senso più autentico della laicità è avere coscienza del limite, come non intravvedere nella scelta fatta dal pontefice un tratto di profonda modernità, che è al contempo anche un gesto di estremo servizio nei confronti del mondo che si rappresenta.

Il bene dell’istituzione che si serve può venire a volte più dal compiere un passo indietro che dalla volontà di proseguire nonostante tutto. Sono entrambe modalità di sacrificarsi e in definitiva di “non scendere dalla croce”, ma il mantenimento del potere e il bene della comunità che si amministra non sempre vanno di pari passo. Tuttavia, se la scelta compiuta avesse trasmesso soltanto un senso rinunciatario, non avrebbe avuto la potenza che invece ha espresso. La potenza di scuotere un corpo diviso, a volte dilaniato e attraversato da ipocrisie umane, troppo umane. La potenza d’imprimere in ciascuno la presa di coscienza di quanto il tarlo dell’individualismo sia penetrato anche nell’istituzione più impermeabile. La potenza di liberare l’energia per un cambiamento necessario e non procrastinabile. La potenza di dare forza a chi questa esigenza ritiene giusta e intende raccoglierla per mettersi al suo servizio.

Ecco il valore ancipite della scelta compiuta, dove l’atto più esteriore ed esplicito della rinuncia è in realtà in se stesso fecondo, non lascia solo spiazzati, ma indica una rotta. Mi ha colpito che Pierluigi Bersani nel commentare il gesto del pontefice abbia colto il fatto che fosse “d’impostazione storica e teologica”. Detto da chi ha frequentato quei temi fin dai suoi studi filosofici, ha suscitato in me reminiscenze mai sopite di analoghe frequentazioni.

In quell’umiltà, in quel coraggio, in quella libertà che chiede rispetto, c’è una matrice cristica, un salire sulla croce per salvare chi sta sotto, un abbassarsi della parola fino al silenzio per ridare voce alla comunità. Una sorta di kénosis che mette la Chiesa nelle condizioni di porsi all’altezza delle sfide del nuovo secolo e del cambiamento in atto. Un insegnamento per chi pensa che anche la politica debba innalzarsi per ritrovare la forza dei gesti che contribuiscono a costruire il legame sociale e che ciò è possibile soltanto se chi la pratica, la viva anche un po’ come una laica vocazione.

 

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/2/2013 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 febbraio 2013
Banche. La partita dell’autonomia riguarda tutto il Centro Italia.
Quello che sta accadendo in alcuni istituti di credito tra Toscana, Umbria e Marche sembra avere le forme di un vero e proprio riassetto di poteri locali e su una scala più ampia. Complice la crisi, stanno venendo al pettine una serie di questioni, certo molto diverse tra loro, ma che richiederanno forti correttivi e modificheranno profondamente la realtà del mondo bancario sul territorio.

Se pensiamo che la funzione delle banche non è soltanto aziendale, tesa cioè a generare profitti, ma anche economico-sociale, cioè monetaria e creditizia, entrambe fondate sulla fiducia, è facile capire di cosa stiamo parlando.

Ossia, non solo di poteri interni all’establishment bancario, ma di potere locale, dal momento che le banche sono agenti dello sviluppo locale, che danno lavoro, ma che contribuiscono soprattutto a dare lavoro alle persone e alle imprese.

Infatti, “nello scegliere il metodo di credito, nel validare un progetto anziché un altro, [le banche] contribuiscono a selezionare una classe dirigente, a validare i requisiti di merito, a scegliere le vie dello sviluppo locale” (P. Alessandrini). Questo è esattamente quello che è avvenuto in questa parte d’Italia, forse più che in altre.

Le situazioni a cui ci riferiamo sono naturalmente quelle del Monte dei Paschi di Siena, della Banca Popolare di Spoleto, della Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e della Banca delle Marche, quest’ultima oggetto negli ultimi giorni anche dell’attenzione di quotidiani nazionali.

Siamo di fronte ad una casistica d’indubbio interesse, se non altro perché dopo l’assorbimento nella sfera di Banca Intesa della Cassa di Risparmio di Firenze, il Centro Italia rischia di perdere una qualsiasi autonomia del sistema creditizio, com’è successo da tempo per il Mezzogiorno, concentrando di fatto il potere bancario tutto nel Nord della penisola.

Ciò che entra in discussione è, inoltre, un meccanismo di coesione sociale. Come non definire in questi termini quello che ha riguardato il rapporto tra Siena e la sua banca, dal momento che il controllo sempre più difficile di una banca sempre più grande da parte della Fondazione garantiva alle istituzioni locali e al contesto economico-sociale una forma di distribuzione territoriale della ricchezza.

Diverso è il caso del commissariamento da parte di Banca d’Italia della Popolare di Spoleto, troppo condizionata da una gestione paternalistica di tipo tradizionale, così come diversa è la cessione del 34% delle quote da parte della Fondazione Carisap a beneficio di Banca Intesa, in cambio della permanenza del nome e della sede legale e direzionale nella città ascolana. Un modo un po’ di facciata di venire incontro al sentimento di territorialità che i clienti esprimono e da cui sono orientati nel rapporto con il credito.

Il caso Banca delle Marche, invece, è quello di una banca di medie dimensioni, che ha assunto una proiezione interregionale, controllata per il 55,8% dalle tre Fondazioni di Macerata, Pesaro e Jesi, con 40.000 azionisti e circa 3.200 dipendenti. Qui, come negli altri due casi appena citati, non ci sono istituzioni locali a condizionare le rispettive Fondazioni e tuttavia una situazione estremamente complessa è emersa a seguito degli atti ispettivi di Banca d’Italia. Problemi di patrimonializzazione, di liquidità ed una evidentemente eccessiva discrezionalità nelle scelte pregresse hanno determinato un risultato di bilancio che si preannuncia pesantemente negativo e richiederà un complesso aumento di capitale, oltre ad inevitabili azioni di riorganizzazione.

Pur nelle differenze di scala e di merito, quel che accomuna tutti questi casi è, da un lato, l’estendersi del controllo su un’area del Paese da parte di soggetti bancari del Nord e, dall’altro, la possibilità che intervengano partner internazionali e soggetti bancari di caratura nazionale a rafforzare le compagini azionarie delle ultime realtà rimaste finora autonome.

Tutto ciò rischia di avvenire, ora, in condizioni di crisi, essendo sfumato il tempo in cui operazioni di alleanze più compatibili e territorialmente più omogenee erano forse percorribili con maggior beneficio reciproco.

Rimangono aperti alcuni temi che con ogni probabilità il prossimo governo dovrà affrontare: quello dei requisiti di trasparenza, competenza e controllabilità della gestione delle banche e del management, e l’altro di come garantire i fattori di prudenza, stabilità, solidità e -perché no- anche il ruolo solidaristico che hanno svolto le Fondazioni, definite da Draghi, ben prima della vicenda senese, “un’àncora per le banche italiane”, dato il ruolo di sostegno che esse hanno svolto nella crisi.

Quella che sembra rendersi necessaria è una riforma del capitalismo finanziario di casa nostra, che non potendo contare su investitori istituzionali, fondi pensione e public company, deve trovare una strada propria, ma anche di forte raccordo con la realtà europea più avanzata, per rendere meno asfittici gli strumenti di governance del mondo creditizio e fare del capitalismo molecolare italiano uno dei protagonisti di una nuova stagione di fiducia tra banche e cittadini. Credo che sia un tassello non secondario della democrazia economica che vogliamo costruire.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/2/2013 alle 10:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
10 febbraio 2013
EVITARE QUEL MURO

Alcune notizie e dati dell’ultima settimana delineano una situazione di estrema pesantezza per le condizioni del nostro Paese e degli italiani.

Negli ultimi dieci anni le immatricolazioni all’università sono crollate di circa 50.000 unità. Tanti giovani hanno rinunciato a conseguire una laurea, resa sempre più incerta nella sua utilità e sempre più insostenibile per famiglie in difficoltà.

La produzione industriale è caduta di un ulteriore 6,7% rispetto all’anno precedente, arrivando a ridurre di un quarto la capacità produttiva del Paese dall’inizio della crisi, mentre i consumi sono al punto più basso dal dopoguerra. D’altra parte, come è pensabile diversamente, se la fotografia dei redditi 2011, tracciata dall’Istat, ci dice che al Nord il reddito medio per abitante è di 20.800 euro, al Centro di 19.300,al Sud di 13.400, cioè il 25,5% in meno rispetto alla media nazionale che si attesta sui 17.979 euro.

Un dato quest’ultimo che rivela l’incidenza delle tante situazioni di precarietà, cassa integrazione, disoccupazione e povertà che si sono estese dall’inizio della crisi economica. Da allora sono stati 818.000 i posti di lavoro persi, al ritmo di circa 480 al giorno, secondo le stime di Confartigianato.

L’investimento in ricerca e sviluppo in Italia è al 1,2% del Pil, mentre la Francia spende il 2,2% e la Germania il 2,8%. Se restringiamo l’investimento a quella finanziata dalle imprese scendiamo al 0,6%del Pil rispetto all’1,4% della Francia e al 1,9% della Germania. Ne consegue che l’Italia è diventata un importatore forte di prodotti tecnologici (per circa 21 mld nel 2010), mentre continua ad esportare prodotti manifatturieri nei settori più tradizionali, grazie ancora al buon gusto che non ci difetta.

L’assenza di politica industriale, gli aiuti alle imprese ridotti allo 0,21% del Pil, ed oggi in via di estinzione, e le difficoltà di accesso al credito fanno il resto, al punto che le industrie che continuano ad investire in ricerca e sviluppo sono passate dal 9,2% al 5,3% tra il 2008 e il 2011.

E’ vero che nel frattempo la pressione fiscale, per chi paga le tasse, ha toccato il massimo storico, raggiungendo il 45,1%, come dice la Cgia di Mestre, ma questo non sembra essere il dato più preoccupante in uno scenario che vede scivolare senza attrito il nostro Paese su un piano inclinato.

Pensare che da questa situazione di pesante recessione si possa uscire con la solita ricetta di riduzione delle tasse e di ulteriore riduzione della spesa pubblica, salvo poi fare promesse fasulle di elargizioni generalizzate (restituzione dell’Imu! 1000 euro a tutti! 30 mld di riduzione fiscale! 4 milioni di posti di lavoro!), vuol dire accelerare la caduta.

Per questo Bersani ha detto: “se non vince il Pd l’Italia andrà a sbattere contro un muro”. Non per presunzione, ma perché il tempo dei miracoli è finito e se non si sono verificati quando la situazione era migliore, è impossibile che accadano ora. E soprattutto perché, senza un cambiamento radicale delle politiche e una credibilità europea e internazionale, la strada è già segnata.

L’accordo al ribasso sul Bilancio della Ue dimostra che, anche senza una svolta a livello continentale, l’ortodossia dell’austerità non consentirà di rilanciare la crescita e creare nuovo lavoro. La sfida è costruire un nuovo modello di sviluppo non imperniato sull’aumento dei consumi privati, ma sul rilancio degli investimenti pubblici e privati, che aiuti a riposizionare il nostro sistema economico e produttivo dentro il mutamento globale.

Per questo è bene che gli ultimi giorni di campagna elettorale mettano al centro del confronto le ricette per evitare quel muro. Ogni tentativo di parlar d’altro è colpevole. Il Pd e Bersani parlano di scuole, ospedali e progetti ambientali, di restituzione dei crediti alle imprese, sanità e ammortizzatori sociali. E’ bene che ognuno svolga lo stesso compito a casa e in piazza.

 

Daniele Salvi

WebRep
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permalink | inviato da Daniele Salvi il 10/2/2013 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
8 febbraio 2013
L'ITALIA GIUSTA

RIDUZIONE NUMERO E STIPENDI DEI PARLAMENTARI

 
In questi anni grazie alle proposte del Pd sui costi della politica si sono dimezzati i rimborsi elettorali ai partiti, aboliti i vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali di molte Regioni tra cui le Marche, eliminati stupidi privilegi e ridotti il numero dei consiglieri regionali e comunali. Adesso bisogna proseguire per riformare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari e far sì che un parlamentare percepisca non più di un sindaco di una grande città.
 
MENO TASSE NELLA BUSTA PAGA DEI LAVORATORI PER RILANCIARE I CONSUMI
 
Più salario netto nella busta paga dei lavoratori e rivedere il sistema pensionistico per risolvere il problema degli esodati, l’uscita graduale e flessibile dal lavoro e dare una pensione dignitosa ai giovani. Inoltre, sul fisco la proposta del Pd si chiama “20 20 20”: ridurre l’aliquota Irpef più bassa dal 23 al 20%; portare al 20% quella sulle redite finanziarie ad esclusione dei titoli di stato; ridurre al 20% l’imposta sul reddito ordinario dei lavoratori autonomi.
 
IL LAVORO PRIMA DI TUTTO
 
Più lavoro vero e meno finanza. Più occupazione e meno precarietà. Eliminare l’Irap sul costo del lavoro. Un’ora di lavoro precario deve costare di più di un’ora di lavoro stabile. Incentivi per chi assume giovani e donne. Una tutela maggiore per chi perde il lavoro fino al nuovo reimpiego, garantendo un reddito minimo. Favorire l’accesso al credito per le piccole e piccolissime imprese. Zero tasse sugli utili delle imprese reinvestiti in azienda. Revisione degli studi di settore.
 
LAVORO E IMPRESA RIPARTONO DAGLI ENTI LOCALI
 
Allentamento del patto di stabilità degli Enti Locali per far ripartire l’economia locale, insieme a un piano infrastrutturale nazionale di piccole opere subito realizzabili. Pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese. Un forte investimento sulla cultura e sul turismo perché sono motori di nuovo sviluppo e nuova occupazione.
 
PER LA FAMIGLIA
 
Una politica per le famiglie non c’è mai stata nel nostro Paese. Di questa assenza hanno sofferto i giovani, l’equilibrio di tante famiglie e lo stesso tasso di natalità. Il sostegno alla conciliazione cura-lavoro, alla genitorialità, all’infanzia e all’adolescenza, all’invecchiamento attivo, alla non-autosufficienza e alla disabilità richiedono politiche pubbliche e sussidiarietà con i soggetti della società civile, del no-profit, del volontariato. Proponiamo il reddito di solidarietà attiva per le situazioni di povertà e il diritto alla casa, favorendo l’affitto, un piano di edilizia residenziale pubblica, il recupero dell’esistente e l’housing sociale.
 
IMU: ABOLIZIONE SULLA PRIMA CASA FINO A 500 EURO
 
L’IMU è stata istituita dal governo Berlusconi-Bossi-Tremonti (decreto legislativo n°23 del 14 marzo 2011). Chi ha tolto l’ICI ci ha “regalato” l’IMU! Per recuperare i 2,5 miliardi di euro che servono per ridurre la tassa sulla prima casa e sulle imprese, il Pd propone di renderla progressiva, caricandola sui grandi patrimoni. Chi ha di più deve dare di più.
 
FEDELTA’ FISCALE
 
Ogni euro recuperato dalla lotta all’elusione e all’evasione fiscale sarà destinato a ridurre le tasse e realizzare una più equa distribuzione della ricchezza.
 
IL PD FA ENTRARE LE MARCHE IN PARLAMENTO
 
Siamo l’unico partito ad aver democratizzato il Porcellum. Il 90% dei candidati sono stati scelti con le primarie e non nelle segrete stanze. Essi sono persone del territorio, giovani e donne, persone competenti ed oneste. Il Pd eleggerà il più alto numero di donne in Parlamento, circa il 40%, realizzando concretamente una democrazia paritaria tra generi.
 
COSTRUIAMO UN PAESE PER DONNE
 
Piano straordinario per aumentare gli asili nido e i servizi per l’infanzia. Incentivi all’occupazione femminile, anche con detrazioni fiscali alle donne con figli, e per il rientro al lavoro delle neomamme e l’inserimento delle ultratrentacinquenni. Deducibilità delle spese per assistenza figli e/o persone non-autosufficienti. Credito d’imposta per le assunzioni femminili. Presenza delle donne ai vertici delle organizzazioni sociali ed economiche e delle istituzioni.
 
I BENI COMUNI SONO PATRIMONIO DI TUTTI
 
Per noi sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono campi dove non deve esserci il povero, né il ricco. Per questo introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica e i compiti delle autorità di controllo a tutela dei cittadini.
 
RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI
 
Al posto dei cacciabombardieri F-35 proponiamo la messa in sicurezza di scuole, ospedali e dell’assetto idrogeologico del territorio per creare nuovo lavoro. Investire 7,5 miliardi di euro in tre anni utilizzando anche l’allentamento selettivo del patto di stabilità e i fondi strutturali europei, che non impieghiamo abbastanza.
 
 
IL FUTURO SI PREPARA A SCUOLA
 
La nostra idea di scuola vuol premiare il merito e ridurre le diseguaglianze sociali. Vogliamo dimezzare il tasso di abbandono e dispersione scolastica e migliorare l’offerta formativa collegandola al mondo del lavoro. Obbligo d’istruzione a 16 anni. Intervenire sulla sicurezza dell’edilizia scolastica, offrendo anche la possibilità ai cittadini di destinare l’8 per mille alla scuola. Adeguare gli stipendi dei docenti alla media europea. Assorbire progressivamente le graduatorie dei precari della scuola. Incentivare il tempo pieno e garantire il diritto allo studio per i giovani che intraprendono l’università.
 
SVILUPPO SOSTENIBILE
 
L’Italia deve dotarsi di politiche industriali in tutti i settori. Individuare grandi aree d’investimento, di ricerca e d’innovazione nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi. Vogliamo rendere le nostre città luoghi ad alta qualità ambientale, puntando sull’economia verde, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Bisogna intensificare la lotta all’abusivismo edilizio, frenare il consumo di suolo e riqualificare il territorio.
 
LA SALUTE E’ UN DIRITTO DI TUTTI
 
La spesa italiana per la salute resta tra le più basse tra i paesi europei. Basta tagli, se vogliamo un sistema sanitario equo, universale, solidale, efficiente e di qualità. Occorre investire sulla prevenzione, l’integrazione socio-sanitaria e la medicina del territorio. Uniformità e appropriatezza delle prestazioni e dei servizi sanitari su tutto il territorio nazionale. Eliminare gli sprechi, razionalizzare la rete ospedaliera e investire sulla professionalità del personale, sulle strutture e le tecnologie innovative. Fuori la salute dagli “affari” e fuori i partiti dalle nomine.
 
I DIRITTI VANNO GARANTITI
 
La nostra bussola sono i diritti personali, civili e sociali. Daremo sostanza normativa alle unioni civili e al principio riconosciuto dalla Corte Costituzionale per cui anche una coppia omosessuale ha diritto al riconoscimento giuridico della propria unione.
 
I “NUOVI ITALIANI” SONO CITTADINI
 
L’Italia è la patria dei nuovi italiani. Chi è nato e cresciuto qui deve essere cittadino del nostro Paese.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/2/2013 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
5 febbraio 2013
SU TERNA E SACCI, NO A STRUMENTALIZZAZIONI, SI’ ALLA CONCERTAZIONE E A DECISIONI COMPATIBILI CON IL TERRITORIO.

Il territorio provinciale è attraversato da iniziative e progetti d’investimento che trovano la contrarietà di comitati e prese di posizione, in alcuni casi motivate, in altri frutto di disinformazione e di strumentalizzazioni.

La prossimità delle elezioni politiche amplifica i toni e spinge molti a cavalcare timori e perplessità, a volte fondate, per lucrarne un beneficio elettorale.
Ciascuna situazione va affrontata a sé, con serietà e prudenza e soprattutto nel merito, diffidando da chi si propone come capopopolo o da chi alimenta le paure, invece di fornire soluzioni compatibili.
Sulle vicende dell’elettrodotto di Terna e dell’autorizzazione regionale per un nuovo impianto al cementificio Sacci di Castelraimondo, come in altre situazioni similari, va respinto innanzitutto l’atteggiamento di strumentalizzazione irresponsabile che alcuni partiti, Lega e Pdl in testa, stanno assumendo per pura esigenza di propaganda e visibilità e occorre entrare nel merito delle questioni.
Sull’elettrodotto non siamo contro l’infrastruttura, perché non ci si può lamentare del costo dell’energia, delle difficoltà di approvvigionamento, del rischio black out per la nostra regione e del fabbisogno energetico insoddisfatto e poi mettersi di traverso ad un investimento strategico.
Pensiamo che la questione vada approfondita, ad esempio dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica che la materia ha conosciuto da quando è stata avviato ormai diversi anni fa il progetto, e se del caso vadano riaperti il tavolo tecnico e la concertazione con le istituzioni locali per valutare altre ipotesi di corridoio e in subordine il tracciato meno impattante.
Sull’autorizzazione per un nuovo impianto al cementificio Sacci occorre dire, in primo luogo, che essa non riguarda la costruzione di un inceneritore, ma di un nuovo impianto per attività industriale, tecnologicamente più evoluto e con emissioni in atmosfera inferiori rispetto all’impianto attuale. Tale impianto, che al momento non sembra essere all’ordine del giorno, date le difficoltà dell’azienda e la crisi del settore edile, potrà usare come combustibile fino ad una percentuale consentita una tipologia di rifiuti, così come succede in altre parti d’Italia.
E’ giusto informare e coinvolgere cittadini e amministrazioni locali per renderli consapevoli e condividere tutto ciò che può avere un impatto sull’ambiente e sulla salute e noi non intendiamo delegare questo impegno ad altri. E’ altrettanto necessario che il Paese sia governato e le criticità siano affrontate con decisioni che arrestino il declino, tenendo il più possibile presenti le esigenze e le peculiarità dei territori e delle cittadinanze locali.
 
 
Daniele Salvi
Consigliere provinciale Pd



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politica interna
4 febbraio 2013
LA LEPRE E I CONIGLI

La campagna elettorale sta entrando nella sua fase più intensa, ma il confronto politico sembra voler evitare il cimento essenziale, quello sulle proposte per uscire dalla crisi e dare stabilità al Paese. E’ come se le forze politiche si sforzassero di parlare d’altro, invece di andare al cuore della questione. La stessa vicenda Mps non sembra interessare più di tanto gli italiani alle prese con problemi più ravvicinati e pressanti, rispetto alla strumentalizzazione che in diversi hanno cercato di fare di una questione che -come ha detto Bersani- svelerà in definitiva gli effetti dell’uso dei derivati, dell’abolizione del falso in bilancio e dell’adozione dello scudo fiscale, tre cose contro le quali il Pd si è battuto più di ogni altro.

Berlusconi e la Lega confidano di alimentare la retorica della rimonta, promettendo di tirar fuori conigli dal cilindro, anche se nei lunghi anni di governo con maggioranze amplissime non ne è uscito mezzo, a partire dal “meno tasse per tutti”. Dopo aver introdotto l’IMU ora Berlusconi ne promette la restituzione. Lo può dire proprio perché sa che non vincerà le elezioni. Anche Monti ha scoperto il piacere della promessa e della falsificazione storica, come quando ha detto che “il Pd è nato nel 1921”. E’ triste dover prendere atto che in Italia, scava, scava, i moderati e i conservatori non riescono a pensarsi senza riesumare l’anticomunismo e la logica amico-nemico.

Sarebbe ancor più triste dover prendere atto che il tentativo apprezzabile di Monti di costruire un centrodestra liberale ed europeo naufraghi non solo e non tanto per il risultato elettorale, ma perché in definitiva non è riuscito a parlare una lingua diversa da ciò da cui voleva intenzionalmente distinguersi.
E mentre Grillo evoca Al Quaeda, Casini gioca la sua partita al centro tra Monti e Fini, Montezemolo è tornato a presentare la nuova Ferrari, Maroni e Ingroia non sanno far meglio che  attaccare all’unisono il Capo dello Stato, Bersani insieme a Renzi lancia il rush finale della campagna elettorale, puntando nei due prossimi fine settimana, 9-10 e 16-17 febbraio, sulla mobilitazione del popolo delle primarie, con il quale il Pd ha costruito in questi mesi la sua proposta per la ricostruzione e il cambiamento.
In una lunga intervista, proprio ieri, Pierluigi Bersani ha reso ancora più chiaro che cosa intende per ricostruzione. Il senso è battere l’individualismo, l’idea che ognuno si salva da sé, che in questi anni è stata la vera malattia del Paese. Localismi, corporativismi, personalismi l’hanno fatta da padroni su ogni questione e ad ogni livello della vita sociale e politica. C’è bisogno di solidarietà, progetto comune, condivisione, unità nazionale per invertire il declino.
Il punto cruciale è creare nuovo lavoro. La partita è europea e anche nazionale. Continua ad illudere gli italiani chi promette o chi si converte all’improvviso alla riduzione generalizzata delle tasse. L’alleggerimento fiscale dovrà essere finalizzato alla produzione di nuovo lavoro. Primo: alleggerire il carico fiscale sui redditi medio-bassi, lavoratori e pensionati, per rilanciare i consumi, e su chi pensa di investire. Secondo: coprire la riduzione intervenendo sulla spesa pubblica, la riduzione dei tassi d’interesse, l’alienazione del patrimonio pubblico e l’aumento della fedeltà fiscale. Terzo: la lotta a elusione ed evasione fiscale si fa con la riduzione del contante, la tracciabilità dei movimenti e l’intervento su rendite e speculazione finanziaria. Quarto: maggiore progressività delle imposte, via l’Imu sulla prima casa fino a 500 euro e sui beni strumentali delle aziende per caricarla sui grandi patrimoni. Quinto: semplificazioni per le attività economiche, allentamento del Patto di Stabilità per rilanciare gli investimenti, ripresa delle politiche industriali in tutti i settori, una quota di investimenti pubblici e uso dei fondi strutturali europei, sui quali non facciamo abbastanza.
La stabilità finanziaria va perseguita, ma l’urgenza è creare nuovo lavoro; per fare questo serve il rapporto tra politica, governo e popolo e serve unire le forze ben oltre il 51%. Chi al centro o all’estrema sinistra si sta impegnando per impedire al Pd e al centrosinistra la vittoria piena, non fa un bel servizio all’Italia. L’importante è che in questi ultimi giorni la lepre corra più velocemente possibile e che non si volti a guardare chi la insegue.
 
 
Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 4/2/2013 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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