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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
20 ottobre 2013
La “nassa” di Barca

Il paese è impigliato in una “nassa”, si dimena, ma più si agita e più s’imprigiona, se non si hanno gli strumenti per liberarsene. La metafora è calzante, soprattutto se fatta da un signore di nome Barca. L’incontro di sabato alla Fiera della Pesca (sic!) di Ancona ha dimostrato che è ancora possibile per la politica democratica coniugare valori alti, buone pratiche e mezzi appropriati. Non è poco.

Bisogna riconoscere che in questi mesi un contributo di reale novità al dibattito del Pd è venuto proprio dalle proposte e dalle cose scritte da Fabrizio Barca e da quel suo viaggio in Italia che ha portato un alto dirigente dello Stato, cresciuto in una famiglia dove la politica era di casa, prima ad iscriversi ad un partito e poi a girare in lungo e in largo il paese per dire una cosa assolutamente controcorrente: senza partiti rinnovati non c’è buongoverno e non si esce dalla crisi.

E non ci sono partiti rinnovati se non si crea innanzitutto un link tra lo studio, la conoscenza e la politica. L’illusione tecnocratica e quella populista sono due lati della stessa medaglia, ciò su cui è tempo di puntare è la partecipazione consapevole e la metodologia dello “sperimentalismo democratico” che unisce la formazione informata, aperta e conflittuale della decisione alla capacità di attuazione e monitoraggio della stessa.

Barca ha parlato di qualcosa di nuovo, ma anche di antico, ed ogni proposta che ha una propria forza è sempre tutte e due queste cose insieme. Ha delineato con chiarezza e con una ricca messe di esemplificazioni, rivelatrici dello sguardo ampio e al contempo profondo che egli ha maturato del Paese, che cosa debba essere un partito nella società della conoscenza.

Il partito della sinistra che abbiamo conosciuto in passato era ricalcato sulla società fordista: struttura piramidale, un’avanguardia intellettuale e morale, il ruolo di snodo politico-organizzativo dei quadri intermedi, la partecipazione di massa in cui ad ogni gradino e a ciascuno corrispondeva un compito. Oggi, nella società in cui i cittadini spesso non sono meno informati delle classi dirigenti ed esprimono forme di volontariato civile che poggiano su competenze diffuse, il partito nuovo della sinistra dovrebbe essere lo spazio reale e virtuale, valoriale e organizzato, inclusivo e concludente, nel quale tante di queste competenze possano confrontarsi e essere messe a frutto.

Certo il modello da lui descritto rischia di apparire un prototipo da laboratorio, oppure un metodo un po’ farraginoso, poco consono al bisogno di semplificazione e alla velocità con la quale si richiede oggi alla politica di decidere. Ma, oltre al fatto che semplificare ciò che è complesso non porta mai bene, credo che la sfida posta da Barca vada raccolta nel senso d’imprimere innanzitutto una svolta al modo di essere del partito e di tendere il più possibile verso l’inveramento di quel modello. L’obiettivo è quello di superare l’autoreferenzialità di un partito come il Pd, dalla sua nascita alle prese ogni anno con elezioni primarie, e il rischio sempre più concreto che ai partiti sfugga di mano la situazione sociale, come dimostrano le manifestazioni di questi giorni e il proliferare ormai incontrollato sui territori di comitati spontanei e di protesta rispetto ad ogni decisione venga assunta dalle amministrazioni locali.

Il punto è che il Pd è attraversato da una linea di faglia che il Congresso deve cercare assolutamente di chiarire e superare: da un lato, l’idea di un partito leaderistico, fondato sul rapporto diretto tra il leader e il popolo delle primarie. Così è stato fin dalla sua fondazione e chi come Bersani ha cercato una correzione rispetto a questo impianto ha finito per riproporre, peraltro più negli enunciati che nei fatti, un’idea troppo tradizionale del partito, che ha cozzato con la destrutturazione dei corpi intermedi e dei poteri locali pesantemente acuita dalla crisi e dalle decisioni assunte su questi versanti, purtroppo anche dal Pd.

La proposta di Barca di un partito-palestra sembra porsi come una opzione innovativa nel solco della rivalutazione di quei soggetti che la Costituzione riconosce come organizzatori della democrazia, ma perché ciò sia possibile temo che non si possa eludere la questione delle riforme istituzionali che in questi anni, tra quelle realizzate nella sfera degli Enti locali e quelle solo proposte a livello nazionale, si sono ispirate ad una accentuata e a volte eccessiva impronta di forte personalizzazione, leaderistica e maggioritaria, con tratti persino plebiscitari come nel caso del Porcellum o della proposta del “sindaco d’Italia”.

 

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 20/10/2013 alle 10:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
14 ottobre 2013
Buon compleanno Pd!!

Era il 14 Ottobre 2007 quando milioni di italiani si recarono ai gazebo delle primarie e con la loro partecipazione e il loro voto decisero la nascita del Pd. Sono passati sei anni da allora ed oggi nello stesso giorno prende il via il Congresso dal quale dipenderà l’identità e il ruolo che esso giocherà nello scenario nazionale ed europeo dei prossimi anni.

Perché su una cosa tutti, a partire dai cinque candidati alla segreteria nazionale, sono convinti e cioè che il Pd non è ancora il partito che sei anni fa ognuno si aspettava.

Dopo la sconfitta del 2008 e la non vittoria del 2013, questo Congresso dovrebbe aiutare a decidere che cosa vuol essere e quale fase nuova della vita nazionale il Pd intende contribuire ad aprire.

Tuttavia, sarebbe illusorio pensare che tutto si deciderà in questo passaggio, per quanto importante. La costruzione di un grande partito è un processo, lungo e complesso, e nessuno ha la bacchetta magica per farne d’un colpo ciò che si vorrebbe.

Le nubi della crisi non accennano a diradarsi sul nostro paese, così come su tutta l’eurozona, e proprio il tema di quale Europa e di quali politiche per la crescita sarà al centro del confronto, vista anche la scadenza delle elezioni europee del prossimo anno. L’esito delle elezioni germaniche dovrebbe aver ricordato che, al di là dei provincialismi di casa nostra, il Pd accusa le stesse difficoltà di consenso delle altre forze socialiste europee. Non è un caso che Hollande abbia vinto, Bersani non vinto e la Spd perso con all’incirca il 25-26% dei consensi.

Rilanciare il sogno europeo, di cui le forze socialiste e democratiche sono state nel recente passato le più convinte sostenitrici, nel momento della crisi più profonda, non è affatto facile e anche la piattaforma che i Progressisti europei si sono dati per affrontare il voto politico nei tre più grandi paesi, dovrà essere più coraggiosa e incisiva per determinare la svolta da cui dipende il futuro dell’euro e del disegno europeo.

Come si allarga il raggio del consenso al centrosinistra sarà, quindi, un tema del confronto congressuale, anche se mi pare difficile pensare che esso possa venire dalla conquista dei delusi di Berlusconi, invece che dalla necessità di rimobilitare e recuperare tante energie e risorse che gli effetti della crisi e la delusione verso una nostra stessa incapacità di cambiare nel profondo le cose hanno allontanato e demotivato.

Altro tema pregnante non potrà che essere il rapporto con il governo attuale. Sappiamo che le cosiddette “larghe intese” sono state una necessità e farle diventare una “virtù” non è per niente semplice. Fatto sta che il Pd ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato ed esprime il Presidente del Consiglio. Esso ha, dunque, il dovere d’imprimere un’agenda programmatica all’azione di governo nella quale siano chiare le priorità: lavoro, lavoro per la nuova generazione, meno tasse sul lavoro e l’impresa e più giustizia fiscale, rilancio degli investimenti nell’istruzione, nei servizi collettivi e nelle grandi infrastrutture, difesa di alcuni asset pubblici strategici, lotta a sprechi, privilegi e rendite corporative, riduzione del dualismo Nord-Sud. Sul fronte delle riforme istituzionali un argine va posto al presidenzialismo, ovvero all’idea che i nostri problemi nascano dalla mancanza del potere necessario a decidere e non invece da uno Stato arretrato e da una pubblica amministrazione poco efficiente. Ma anche su questi temi i punti di vista interni al Pd non sono gli stessi.

Infine, il tema del partito. Innanzitutto, se vogliamo essere un partito e non lo spazio di protagonismi individuali. La questione è pressante dopo le vicende dell’elezione del Presidente della Repubblica e il declino di Berlusconi, ma non del berlusconismo e dei partiti padronali o personali. Essere un partito significa, aspetto finora trascurato, costruirlo. In secondo luogo, che tipo di partito vogliamo essere, ovvero come si è partito moderno nella società scissa dalla crisi, percorsa da un lato dalla sofferenza sociale degli esclusi e di un ceto medio che arretra, e dall’altro da dinamismi effimeri e nuove ricchezze che insultano la dignità umana.

Da che parte stare? E come starci, con quale capacità di radicamento e di proposta? Ci vorrebbe un po’ di “francescanesimo” anche nel Pd!

Le ultime elezioni hanno sancito, secondo il giudizio di influenti commentatori, la fine della seconda Repubblica: crisi del bipolarismo, nuovo assetto tripolare… Si apre insomma una fase nuova, di cui vanno definiti i contorni. La prossima discussione sulla legge elettorale sarà -da questo punto di vista- un banco di prova. Il Pd mette in campo, non a caso, candidati alla segreteria che rappresentano tutti una nuova generazione, ma dopo vent’anni bisogna delineare anche una reale discontinuità con gli stilemi dell’epoca che si vuol superare: il leaderismo maggioritario, il mediatismo, il giustizialismo, la subalternità al “pensiero unico” e l’inganno che possa esistere una “democrazia senza partiti”. Anche su questo, credo, il confronto dovrà essere stringente.

Daniele Salvi

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 14/10/2013 alle 12:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 ottobre 2013
Tra Paesaggio e Politica

Tre libri letti ultimamente e che meritano di essere segnalati. Il primo è di Giorgio Mangani (“Geopolitica del paesaggio. Storie e geografie dell’identità marchigiana”, Il lavoro editoriale, Ancona 2012, pp. 245), valido editore marchigiano e studioso dell’identità regionale attraverso l’archeologia foucaultiana del paesaggio e della cartografia regionali. Un libro erudito, imprescindibile per ricostruire come il paesaggio e la sua proiezione sulle carte geografiche abbia rappresentato nei secoli il medium del continuo aggiornarsi e modificarsi della percezione che i marchigiani (e non solo loro) hanno avuto di se stessi e delle Marche. Il paesaggio come specchio dell’ideologia che ha presieduto al governo e alla costruzione del consenso rispetto all’assetto socio-economico che hanno fatto della nostra regione una realtà a lungo feudale e poi comunale ed agraria e solo dal dopoguerra industriale, secondo la nota organizzazione distrettuale, indisgiungibile dalla sua tradizione mezzadrile.

La “topica” della selva eremitica, dell’orto monastico, della città umanistica in forma di palazzo, dello Stato-paesaggio rinascimentale e del giardino tardo cinquecentesco e seicentesco, così come la spinta immaginifica dell’infinito leopardiano che supera la leziosità arcadica e scaturisce dal limite della siepe, delineano un’idea del paesaggio che è a lungo un tratto caratteristico dell’identità regionale: tradizionalista, con una statualità debole, intimista e a tratti evasiva, capace soltanto con Leopardi di una visione liberatoria, ma inevitabilmente venata di malinconia e di frustrazione. Manca insomma nel carattere delle Marche una vera capacità di presa sulla realtà, anche laddove si appalesa la concretezza dei marchigiani, perché permane una scissione tra l’agire particolare e la tensione visionaria, scissione che rivela la fragilità della coscienza civile e della consapevolezza propria di una “società stretta”, di una classe dirigente coesa. Soltanto dai “luoghi” della Resistenza emerge -per l’autore- quella carica di riscatto e di liberazione civile e sociale che nasce per la prima volta dall’interazione tra intellettualità cittadina e contado subalterno e dall’integrazione tra paesaggio e lotta per l’emancipazione, delineando per la prima volta una sorta di comunità di destino, non aliena tuttavia anch’essa da contraddizioni.

Il secondo libro è un saggio storico sulla Rocca di Colonnalta (Rossano Cicconi: “Il Castrum Columpnati cum arce in territorio di San Ginesio”, Biblioteca Egidiana, Tolentino 2013, pp. 93), oggi visibile più che nel recente passato risalendo la Val di Fiastra all’altezza di Pian di Pieca grazie al disboscamento operato dai proprietari e allo scavo archeologico in corso. Lo studio di Cicconi ricostruisce le vicende della progressiva costruzione del castello e poi della annessa rocca, il suo sorgere in una posizione strategica ed ambita per il controllo del territorio circostante, i vasti possedimenti ad essa attribuiti e instancabilmente contesi e l’essere situata al crocevia delle zone d’influenza di Comuni in perenne confronto e scontro tra loro come San Ginesio, Sarnano, Camerino nel governo della Val di Fiastra. Di architettura afferibile ai modelli angioini siciliani e dell’area della linguadoca, feudo dei Brunforte già nel corso del XIII secolo, a seguito della decadenza della famiglia ghibellina che aveva ereditato il potere un tempo dei Mainardi e degli Offoni, decadenza dovuta alla sconfitta del fronte imperiale e al prevalere della parte guelfa nella Marca, il castello fu ceduto dagli stessi Brunforte al Comune di San Ginesio nel 1330, il quale ne vantò poi sempre in seguito i diritti nelle alterne vicende che lo videro continuamente conteso. Su di esso non mancarono di gettare più che lo sguardo i confinanti Da Varano, possessori di terre nelle immediate adiacenze, prima con Rodolfo II, poi con Gentile III e infine con Rodolfo III nel periodo del loro massimo potere sulla Marca. L’importanza di Rocca Colonnalta fu tale che persino l’ultimo duca Giovanni Maria ambì invano a controllarla con l’annesso patrimonio di terre coltivate, pascoli, macchie e mulini. Con le vicine realtà di San Liberato, Monastero, Col di Pietra merita una visita escursionista tra storia, cultura e natura.

Il terzo libro ci riporta alla attualità politica. Si tratta della raccolta degli scritti di Fabrizio Barca (“La traversata. Una nuova idea di partito e di governo”, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 185) frutto del suo viaggio nel Pd, inaugurato dalla pubblicazione della sua “Memoria di Governo” dopo l’esperienza del governo Monti, di cui è stato Ministro e da cui ha desunto il convincimento che non può esserci buongoverno nel nostro Paese senza una ricostruzione e contestuale modernizzazione del ruolo dei partiti politici. Detto da chi si è costruito nel tempo un’alta competenza tecnica, pur avendo conosciuto in famiglia e in gioventù il valore dell’impegno politico, e che a seguito di questa maturazione ha scelto di iscriversi ad un partito e di iniziare un viaggio in Italia per confrontare le proprie idee con quelle di centinaia di militanti, non c’è che da credergli. Per chi già conosce l’interessante Memoria, qui ripubblicata in versione rimaneggiata e corretta, vale la pena leggere l’intervista iniziale del libro, dove è presente un’acuta analisi del deficit della sinistra nello scalfire il blocco sociale berlusconiano, e le note di sintesi finali, che rappresentano un bilancio di metà percorso, nel quale oltre a ribadire i concetti di “sperimentalismo democratico”, “mobilitazione cognitiva”, “partito-palestra”, separazione dei partiti dallo Stato, Barca insiste nel sottolineare l’arretratezza del nostro Stato e lo strabismo che nasce da una analisi della situazione italiana come malata di scarsa possibilità/capacità decisionale, mentre il problema -a suo avviso- nasce dall’assenza di ponti solidi ed accessibili tra la società e le istituzioni e da una partecipazione e un conflitto non governati. Qui sta il ruolo proprio di un partito di sinistra, ovvero in Italia del Pd, l’unico che se dovesse decidere finalmente di essere un vero partito e non uno spazio per i protagonismi personali non potrà che ripartire da queste riflessioni di Barca per svolgere un ruolo realmente utile nella società della rete e delle competenze diffuse. Seppure il ragionamento di Barca appare a volte delineare un modello stilizzato e quasi da laboratorio, esso rappresenta pur sempre un punto di vista che i fatti più recenti non fanno che corroborare, immersi come siamo nelle derive personalistiche, elitiste o padronali. Provare ad avvicinarsi il più possibile all’unica riflessione strutturata da molti anni a questa parte nel nostro Paese su come riposizionare e riattualizzare la funzione del partito politico può essere utile, per non dire indispensabile.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 1/10/2013 alle 6:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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