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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
30 settembre 2012
PERCHE’ RENZI CE L’HA CON D’ALEMA?

Lo so, il tema è distante dalle cose che concretamente pressano oggi i cittadini, ma forse affrontarlo non è inutile e soprattutto serve a fare chiarezza. Perché Matteo Renzi ce l’ha sempre con Massimo D’Alema? Potrebbe sembrare l’ennesima rissa tra esponenti del centrosinistra, ma dopotutto la polemica l’ha cominciata Renzi, e D’Alema -come si sa- non le manda a dire.

Si potrebbe pensare che D’Alema è un bersaglio facile, che su di lui -come succede sempre alle figure carismatiche- si addensino grandi amori e grandi odi, e che oggi i secondi sembrano prevalere sui primi, o forse più probabilmente si colpisce D’Alema in quanto simbolo di qualcosa.
D’altra parte egli non è il primo, né l’unico che siede in Parlamento da più legislature e se questo dovesse essere l’unico metro della selezione delle classi dirigenti diciamoci tranquillamente che non avremmo avuto né Pertini, né Scalfaro o Napolitano, così come molte altre figure che sono state personalità di elevatissimo profilo, che hanno fatto la storia della Repubblica con onestà e dedizione assoluta, e che soprattuto hanno saputo gestire passaggi delicatissimi della vita nazionale.
Massimo D’Alema oggi è sicuramente un influente dirigente politico, presiede la Fondazione europea di studi progressisti e la Fondazione Italianieuropei, che pubblica un’ottima rivista di approfondimento politico, siede nel Parlamento italiano e ha sostenuto l’attuale segretario dei Democratici Pier Luigi Bersani.
Perché tanto accanimento, allora, verso di lui? D’altra parte resta l’unico Presidente del Consiglio che si dimise sua sponte dopo un voto negativo alle elezioni regionali del 2000 per il cui buon esito si era speso in prima persona.
Ha presieduto la Commissione Bicamerale, che concluse per la prima volta i suoi lavori consegnando al Parlamento una proposta organica di riforma delle istituzioni, che ancora oggi manca, dove figurava anche la riduzione dei Parlamentari, ma poi Berlusconi non votò la riforma, perché non aveva ricevuto rassicurazioni sulle sue beghe giudiziarie.
Da allora D’Alema è stato attaccato da sinistra per aver “inciuciato” con Berlusconi, ma non credo che questa, oltre a non essere una versione delle cose verosimile, possa essere la critica che gli muove Matteo Renzi, visto che lui con Berlusconi ci è andato a cena ad Arcore e da allora ha deciso di “scendere in campo”.
A D’Alema si può rimproverare di aver deluso le aspettative che molti riponevano in lui, di non essere stato deciso più di quanto non solo sia, ma appaia, oppure si colpisce lui per colpire Bersani. La prima ipotesi potrebbe essere la ragione di tanti che a lui hanno guardato con affetto, ma non mi sembra propriamente il caso di Renzi; la seconda ipotesi è più probabile, ma questa critica è spuntata, perché non solo non valse a suo tempo ad impedire l’elezione di Bersani a segretario del Pd, ma, oltre ad essere offensiva, è destituita di fondamento, perché Bersani è stato sempre un dirigente che non ha mai avuto bisogno di essere imbeccato da nessuno.
E come lui Prodi, Veltroni e chiunque altro a quei livelli. Ma già vedo un renziano alzarsi e dire: “Appunto, D’Alema è l’emblema di un’intera classe dirigente del centrosinistra, di cui fanno parte anche tutti gli altri, che hanno fallito e devono andare a casa!”.
Ma dove pensiamo di andare se il modo di ragionare è questo? Pensiamo che il “tutti uguali” possa portare nel nostro campo a qualcosa di buono, possa essere un viatico per la vittoria?
Ma allora, insisto, perché Renzi ce l’ha tanto con D’Alema, al punto da non dimostrare tanto astio verso tanti altri che pure siedono in Parlamento da più tempo di lui? Mi sovviene un aneddoto. Vi ricordate la campagna elettorale del 2001, quella in cui l’Ulivo guidato da Rutelli, dopo cinque anni travagliatissimi di governo del centrosinistra, incappò in una dura sconfitta dalla quale ci si risollevò con grandi difficoltà fino a poi riguadagnare, seppur per soli due anni, il governo del Paese? Ebbene, allora il vituperato D’Alema, rifiutando si stare nel listino proporzionale ad elezione garantita, si candidò nel solo collegio uninominale di Gallipoli. Suo avversario era uno dei volti nuovi di maggior presa dell’allora Casa delle Libertà, Alfredo Mantovano, poi Sottosegretario del Governo Berlusconi.
Il suo obiettivo era, su preciso imput di Berlusconi, riportato dai giornali, “cacciare D’Alema dal Parlamento italiano” e per sostenere il suo pupillo in questa battaglia scese addirittura in elicottero nel collegio pugliese. In verità non si voleva cacciare una persona, ma una storia, una cultura, o meglio tante storie individuali dalla massima assise democratica del Paese. La destra italiana, geneticamente reazionaria e sovversiva, non è mai riuscita a liberarsi da un modo di pensare e di fare illiberale.
Non ha niente a che vedere con questo episodio l’afflato rottamatore di Renzi o almeno voglio sperarlo. Ma a D’Alema che in questi giorni ha risposto alle accuse personali di Renzi, che con una sua ipotetica vittoria alle primarie il centrosinistra non esisterebbe più, dal momento che egli sostiene di non volersi alleare con nessuno, il fiorentino non ha saputo rispondere altro che se lui dovesse vincere può solo finire la carriera parlamentare di D’Alema.
Mi pare in realtà che egli non faccia molto per allontanarsi dal senso dell’episodio che ho ricordato, la qual cosa mi preoccupa, essendo un militante del Pd, partito che è nato da un incontro di diverse culture politiche, ma soprattutto, pensandoci a fondo, m’indigna.
 
Daniele Salvi



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politica interna
25 settembre 2012
Corrado Augias: “I segreti d’Italia”, Rizzoli, Milano 2012, pp. 292.

“Prosegue la serie dei ‘Segreti’ di Augias, stavolta riguardanti l’Italia. Un viaggio nella penisola attraverso storia, letteratura, episodi, citazioni e aneddoti alla ricerca del segreto del suo carattere nazionale. Con la consueta capacità affabulatoria veniamo condotti in una serie di affreschi che vanno alla discoperta della convivenza degli opposti che costituisce la cifra della nostra vita nazionale: la Roma deludente vista con gli occhi di Giacomo Leopardi, la Palermo crocevia delle culture mediterranee, il Sud disvelato al resto d’Italia con l’unificazione nazionale, la Napoli delle mille contraddizioni, l’Umbria attraverso la figura di San Francesco, la Parma di Stendhal tra realtà e fantasia, la Milano del dopoguerra e della ricostruzione, la rappresentazione dei Giudizi universali nella politica della chiesa tridentina, l’invenzione del ghetto ebraico e la sua fine insieme a quella della Serenissima. Oltre a questo due libri quasi simbolici delle due Italie che continuamente si confrontano nella vita civile: ‘Cuore’ di Edmondo De Amicis e ‘Il Piacere’ di Gabriele D’Annunzio.

Ci preme qui riportare l’ultimo capoverso del libro che ne riassume il senso: ‘Di tutti i segreti d’Italia questo è il meglio custodito e il più importante, un segreto che racchiude quasi tutti gli altri: come mai la storia della Penisola abbia avuto così poco a che fare con la storia della libertà. Molti, me compreso, si sono posti più volte la domanda. Nessuno ha la risposta definitiva ma tra le ipotesi possibili quella che a me sembra avere maggior peso è nelle celebri parole di Benedetto Croce rispondendo a chi gli chiedeva che cosa sia il carattere di un popolo. Il carattere di un popolo, disse il filosofo, è la sua storia, tutta la sua storia. Se Croce ha ragione, lì dobbiamo cercare questo segreto, per imparare a riconoscerlo, e, chissà, in un domani, a correggerlo. Parole non nuove, più volte ripetute, tra gli altri da Ugo Foscolo che nell’orazione inaugurale all’Università di Pavia (22 gennaio 1809) conosciuta con il titolo ‘Dell’origine e dell’ufficio della letteratura’, ammoniva: ‘O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare’. Si può sperare che prima o poi l’esortazione venga accolta’.
Augias coglie nel segno e ancor più lo fa in un altro passaggio del libro nel quale annota l’incomunicabilità e il conflitto che sono sempre esistiti nel costume degli italiani tra le ‘libertà spicciole’, che nel tentativo di preservare la sfera e l’interesse personale sfociano nell’ arbitrio e nell’abuso, e ‘le grandi libertà civili’, quelle che garantiscono agli individui l’esercizio dei diritti universali. La libertà è una e va scelta come tale; essa ci obbliga a rileggere alla sua luce l’intera nostra storia, perché in prospettiva vita e libertà possano essere sempre meno all’insegna della tragedia e della farsa.



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politica interna
22 settembre 2012
VEDI ALLA VOCE RICOSTRUZIONE

“Rottamare” o “ricostruire”? Le parole sono pietre. Rottamare lo s’intende di cose, di macchine in particolare. Ricostruire può intendersi di tante cose, ma anche dei rapporti umani. Rottamare implica un azzeramento, ricostruire vuol dire rimettere insieme sulla base di un’idea o di una forma e, così facendo, correggere ed innovare.

In politica come nella vita si ha a che fare con le persone, non tanto con le cose, e verso le persone anche quelle più distanti nel loro modo di pensare ci vuole rispetto. Se poi esse fanno parte della comunità cui si appartiene, forse anche un po’ di solidarietà non guasterebbe.

Rottamare ha un che di aggressivo, di divisivo, quasi che il “nemico” lo sia abbia in casa, piuttosto che dall’altra parte. In questi giorni in cui si rispolverano le accuse di “stalinismo”, bisognerebbe ricordare che, se quel termine ha un senso, è proprio quello di vedere il nemico nella propria parte. Forse a forza di giovinezza, giovinezza, si dimentica un po’ di storia e si finisce per scimmiottarla. Ricostruire implica la partecipazione per costruire di nuovo, unire le forze, le competenze, le esperienze, le risorse, le generazioni, i territori per fare una cosa non solo come era prima, ma migliore e più al passo con i tempi.

In politica, come nella vita e nella storia, non è mai possibile ricominciare da zero; occorre sempre poggiare su qualcosa e anche quando si vuol poggiare per due volte sulla stessa cosa, quel punto d’appoggio non è più lo stesso, perché il tempo l’ha cambiato. Tutto scorre, diceva un antico, e non c’è rinnovamento senza radici.

Rottamare non è un programma per l’Italia; dopo la rabbia della rottamazione l’Italia non è affatto detto che sia migliore. Ricostruire è un orizzonte, che l’Italia ha già conosciuto e raggiunto. Si tratta di reinventarlo per l’Italia del nuovo secolo.

Nel centrosinistra ci si vuol rottamare tra quarantenni e sessantenni, mentre nel centrodestra il miliardario ottantenne sta a guardare, e forse non solo a guardare, per vedere come va a finire.

Perché il rinnovamento, di cui pure bisognerà tematizzare ad un certo punto la qualità, i media lo chiedono solo al centrosinistra? Nel centrodestra è bastato che il “giovane” segretario Alfano ricandidasse Berlusconi e la partita si è chiusa. Nessuno s’interroga su chi debba essere il leader del centrodestra. Nel centrosinistra gli esami non finiscono mai.

Per fortuna il Pd ha un gruppo dirigente che è meno insipiente di quel che si dica. Dopo la prova di generosità del sostegno al governo Monti, il Pd ne offre un’altra, consapevole della profondità della crisi italiana e del fatto che, contrariamente a chi pensa che la democrazia possa essere sospesa o dimezzata, pur di mantenere i tecnici al governo, la parola deve passare agli italiani, perché non si esce dalla crisi da soli o in pochi, ma con la partecipazione dei cittadini.

Le elezioni italiane saranno fondamentali per lo scenario europeo e per le ricette da applicare per uscire dalla crisi. Dopo la vittoria del grigio funzionario di partito François Hollande, la vittoria del centrosinistra in Italia porrebbe un definitivo argine alle politiche di austerità e recessione, cui ci ha condotto la destra europea, per imboccare quelle del rigore, dello sviluppo e dell'equità. Il Pd si mette a disposizione di questo progetto di alternativa, ricostruzione e cambiamento. Le primarie del centrosinistra dovranno essere il modo per ricostruire il rapporto tra politica e società, per scommettere sulla partecipazione consapevole come chiave di volta del superamento della crisi, perché l’efficienza nasce da una buona democrazia, mentre non è vero il contrario.

Ma la democrazia ha bisogno di regole, altrimenti è anarchia. E’ inutile che si facciano i sondaggi testando il gradimento anche degli elettori di centrodestra. Le primarie saranno regolamentate: chi vi partecipa si dovrà dichiarare e chi ha già partecipato dovrà pur contare. Il centrodestra si faccia le sue primarie, se ne ha il coraggio e la capacità, o piuttosto si limiti a bissare il “predellino”. A noi, nonostante il gran vociare di questi giorni, sta di fronte un compito: non smarrire la vera posta in gioco che è quella di un governo che chiuda con la stagione del berlusconismo e ridia futuro all’Italia e all’Europa. Il Pd è nato per questo; dovremmo esserne convinti un po’ di più, tutti.

 

Daniele Salvi

 




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CULTURA
9 settembre 2012
Andrea Carandini: “Il nuovo dell’Italia è nel passato”, Intervista a cura di Paolo Conti, Laterza, Bari 2012, pp.147

Un libro-intervista del Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali che è un’appassionata difesa del ruolo che la cultura, i beni culturali, il paesaggio, l’istruzione e la ricerca hanno per un futuro migliore, che può nascere soltanto se il presente non è senza memoria. Carandini, allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, di cui ricostruisce la figura di grande archeologo, uomo di cultura e comunista anomalo, fa il punto sul posto che la cultura ha nel nostro Paese. Siamo al punto più basso, appena lo 0,21% del bilancio dello Stato viene destinato alle politiche culturali e il governo Berlusconi ha rappresentato proprio questa discesa agli inferi, fino al fondo toccato dal ministero Bondi e dai tagli lineari di Tremonti. Oggi, comunque, possiamo dire che anche con i tecnici al governo non si è avuta la svolta che ci si aspettava, almeno in questo settore, nel quale tutti gli altri grandi stati europei continuano invece ad investire. Preoccupate le sue parole sul futuro del Mibac, in primo luogo per la carenza di personale e la perdita di fondamentali competenze, e sulla tenuta del Codice dei Beni culturali, che fino ad oggi, insieme, hanno rappresentato un argine rispetto alle mille tentazioni che attraversano un paese spesso distratto nel curare e gestire il suo grande e ineguagliabile patrimonio storico-artistico-architettonico e il suo paesaggio, frutto dell’interazione del lavoro umano con la natura. Carandini in questa intervista spazia, però, a tutto campo; non si limita alla sua esperienza di archeologo di chiara fama o di uomo di cultura chiamato ad esprimere pareri sul modo di affrontare le numerose problematiche che riguardano le diverse articolazioni del mondo culturale nazionale, una per tutte, Pompei. Egli non si sottrae a dire la sua sul perché siamo giunti ad un tale stato di prostrazione della cultura nel nostro paese e individua la causa nella fine di quella borghesia che ha svolto un compito fino all’avvento del fascismo e che poi non ha saputo più esprimere un profilo culturale autonomo. Prima il fascismo, poi il partito cattolico e quello comunista, nel quale ultimo pure egli ha militato insieme al fratello Guido, parlamentare del Pci, hanno sedotto ed abbandonato la debole borghesia italiana e i suoi intellettuali, producendo di fatto un avvento della società di massa che nel caso dell’Italia ha rappresentato anche un caso unico d’involgarimento progressivo, fino alla decadenza berlusconiana. Tra un po’ di retorica anticasta e un giudizio un po’ ingeneroso verso il centrosinistra, Carandini cerca un recupero di questo profilo borghese, che pure per famiglia ed educazione gli è appartento, essendo suo nonno da parte materna quel Luigi Albertini, direttore antifascista de “Il Corriere della Sera”, di origini anconetane. Per lui la borghesia è un insieme di valori, di regole di vita e di virtù civiche che non contrastano con l’interesse individuale, una sorta di aristocrazia del pensare e del sentire, un ‘romanzo di formazione’, che è riassumibile in una parola: merito. Parolina frequentatissima in un paese spesso maldisposto a riconoscerla concretamente, al punto da aver selezionato nel tempo, a forza di nuovismo, una classe dirigente politica in cui di merito c’è ben poco. Su questo punto, oltre che su un apprezzamento per come sta gestendo il settennato, avviene probabilmente il punto di maggior contatto con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale Carandini riconosce la qualità di politico in cui senso dello Stato e bagaglio culturale si fondono in uno. Infine, un riferimento al valore repubblicano dell’uguaglianza di fronte alla legge, grande retaggio della Roma antica che parla ancora all’oggi, persino ai giovani delle rivoluzioni arabe, e una critica a quella prepotenza della maggioranza che umilia il Parlamento, frutto di quel maggioritario di coalizione che dobbiamo superare se vogliamo che la tentazione al regnum non si riproduca nella nostra tanto sudata e giovane Repubblica. 




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politica estera
5 settembre 2012
DOVE ANDIAMO? DA DOVE VENIAMO.

“Se non sai dove stai andando, girati per vedere da dove vieni”. In questa frase di Moni Ovadia credo stia tutta la sfida delle prossime primarie del Pd. Forse il suggerimento che la frase racchiude non riguarda solo il Pd, ma l’intero Paese. Si tratta, in altri termini, di decidere se proseguire sulla strada di un nuovismo sempre più stantio, che propone ricette rimasticate e insegue i luoghi comuni del qualunquismo imperante, finendo per produrre mostri, invece che risposte, oppure se tentare una rilettura critica degli ultimi vent’anni per rimettere il Paese sui binari solidi della sua storia, che costituisce anche l’ancoraggio più fermo perché esso abbia un futuro degno.

Dovremmo fare come c’insegnavano i nostri maestri alle scuole elementari; quando nello scrivere ci si blocca e non si sa come proseguire, la cosa migliore da fare è rileggere da capo quanto fino a quel punto scritto e allora riusciamo a riprendere con facilità il filo di ciò che volevamo dire.
Oggi la maggiore incertezza che sta di fronte all’Italia è proprio quella di riuscire a capire dove stiamo andando, dal momento che le ricette finora propinate sempre come l’ennesima novità da inseguire hanno clamorosamente fallito.
Renzi è l’ulteriore versione di qualcosa che abbiamo già conosciuto e che in questi anni è penetrato anche nel corpo vivo del centrosinistra; si muove, cioè, sulla scia di un’evocazione del “nuovo”, che è sempre più povera d’ispirazione al punto da sconfinare, come nei casi di Grillo e Di Pietro, nell’insulto pubblico e nello scontro continuo, mentre nel suo caso trova l’unica ragione di proposizione non in una qualche discontinuità programmatica, ma solo nell’attacco verso la classe dirigente del partito in cui milita.
Da qui nasce anche il consenso di cui gode in larga parte dei media, i quali sono per lo più impegnati a tenere debole la politica e a ricercare ogni volta l’alternativa alla leadership del momento che guida il centrosinistra, ritratta puntualmente come inadeguata, oscillante e non abbastanza carismatica.
La riprova che Renzi si muove nel solco del nuovismo imperante degli ultimi vent’anni sta tutta nelle modalità con cui è nata la sua candidatura. A fronte di un segretario eletto da tre milioni di persone nelle ultime primarie e di regole del partito che recitano che il segretario è anche il candidato premier del partito, egli ha ritenuto di forzare la situazione candidandosi ugualmente, pur svolgendo la funzione delicatissima di sindaco di una grande e bellissima città come Firenze.
In questo gesto c’è non solo la supposizione che il mondo abbia necessità di lui, ma anche un modo di considerarsi al di sopra e al di fuori delle regole, il che ricorda tristi precedenti e discutibili frequentazioni domestiche.
E’ questa l’Italia che vogliamo? Quella che aggira le regole e si sente sciolta da esse o quella che le regole le rispetta e nel caso pensa che siano ingiuste s’impegna a modificarle? Mentre Bersani ha sempre ritenuto che quella specifica norma andasse rivista e anche per questo, a fronte di una sfida lanciata, ha giustamente ritenuto di raccoglierla, lo stesso non può dirsi di Renzi, che invece quella norma ha sostenuto in nome di una vocazione maggioritaria del Pd che rischia ancora di riproporsi in termini superficiali e liquidatori rispetto al tema delle alleanze.
Bersani, dal canto suo, ha cercato in questi anni pazientemente di costruire il profilo del Pd in sintonia con la storia e i problemi concreti del Paese e della Repubblica, come dimostra la Carta d’intenti che egli ha presentato durante l’estate. In essa è scritto: “Il prossimo Parlamento e il governo che gli elettori sceglieranno avranno tre compiti decisivi. Dovranno guidare l’economia fuori dalla crisi rimettendola salda sulle gambe. Dovranno ridare autorità, efficienza e prestigio alle istituzioni e alla politica, ripartendo dai principi della Costituzione. Dovranno rilanciare -in un gioco di squadra con le altre nazioni e i loro governi- l’unità e l’integrazione politica dell’Europa”.
Niente di più chiaro e forse anche per questo il documento è passato finora in sordina e non ha ricevuto l’attenzione che spesso invece si dedica alle, vere o presunte, lacune programmatiche del centrosinistra.
Su quella sintetica base è possibile offrire una direzione di marcia all’Italia nell’ambito di una nuova Europa e rafforzare anche il profilo del Pd come partito in cui, ad esempio, hanno scelto di militare tanti cattolici che hanno preferito la via del confronto con i non credenti, come ci ricorda in questi giorni la scomparsa del cardinal Martini, a quella del mantenimento di un recinto identitario. Insomma, ci sembra che la scelta che sta davanti al popolo del centrosinistra è un po’ più complessa di un semplice ricambio generazionale o di una battaglia congressuale. Essa ha piuttosto a che fare con la credibilità con cui si vuol affrontare la battaglia contro la crisi e per il governo del Paese.
 
Daniele Salvi



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CULTURA
3 settembre 2012
LE MARCHE, TERRA DI LIBERTA’.

 

Quando si è formata in modo determinante l’identità di una regione plurale come le Marche? La risposta a questa domanda percorre gli scritti di un valido storico locale come Alberto Meriggi, di cui ho avuto quest’estate la possibilità di leggere diversi scritti di storia medievale. Il gusto che si prova leggendo testi di storia di quel periodo genetico per la nazione italiana e per le Marche è anche quello poi di visitare i luoghi che hanno visto compiersi le gesta che in essi vengono narrate. Luoghi nel caso della nostra regione il più delle volte ancora esistenti, in buono stato di conservazione e sempre molto evocativi. Perché, tra l’altro, la nostra è certamente una regione dove si è compiuta la grande storia, insieme alla microstoria.
La risposta di Meriggi all’interrogativo iniziale chiama in causa l’epoca sveva, quella di Federico II, Manfredi e Corrado d’Antiochia, che si dispiega tra XII e XIII secolo, quando nello scontro tra papato ed impero la gran parte dei Comuni delle Marche scelgono l’imperatore illuminato, iniziatore di una riforma profonda degli ordinamenti amministrativi e della cittadinanza. L’influenza del papato non è stata così determinante come tante volte si pensa e si dice nel formarsi della nostra identità, anche perché il suo era un potere intermediato dalle signorie locali, tra le quali spiccheranno per rango i Montefeltro, i Da Varano e i Malatesti, e sempre in deficit di efficacia per via della natura ambigua e contraddittoria del potere papale, spirituale e temporale al contempo. Le Marche saranno quella terra che si estende “dal Foglia al Tronto, dal crinale appenninico al mare”, come la descriverà l’umanista Flavio Biondo, “regione omogenea, nel suo dolce digradare dai monti al mare, relativamente isolata, con una forte tradizione di autonomia ereditata dal Medioevo”, quell’autonomia appunto che si forgiò con la nascita dei Comuni, con la simpatia verso la buona amministrazione federiciana, con lo sviluppo di movimenti ereticali e francescani, con il culto della libertà che le diverse comunità locali concepivano in funzione della loro crescita e sviluppo, senza legarsi in modo definitivo a nessuna delle partite più generali che si giocavano sopra le loro teste. Forte senso dell’autonomia, dunque, che accomuna tutte le Marche e che spingeva ogni Comune a pensarsi come uno Stato, ad adottare statuti e curare archivi, a rendere partecipata la cittadinanza da parte dei diversi ceti sociali e del contado, a non pensare la città come contrapposta alla campagna, cosa che ha contribuito non poco a disegnare quel paesaggio che è ancora una delle caratteristiche, forse la più evidente, dell’identità territoriale delle Marche. Certo l’identità pulviscolare e policentrica significò e significa tuttora eccesso d’individualismo e campanilismo, fonti di scontri perenni, instabilità e segni di scarsa affidabilità o volubilità per chi guardava alle Marche come ad un soggetto dal quale aspettarsi fedeltà ad una causa; tuttavia non comprenderemmo la natura, lo spirito profondo di questa nostra terra, se non vedessimo in questo suo “particolarismo” non solo il grande attaccamento di ciascuna comunità e di ciascun cittadino alle radici della propria città e territorio, una sorta di “patriottismo municipale”, ma anche il modo di tutelare e garantire la crescita e quella che oggi chiamiamo “qualità della vita” della comunità che si rappresenta. D’altra parte, se le Marche oggi sono una regione economicamente evoluta, ma dove al contempo la qualità della vita è alta, lo dobbiamo forse proprio a questo metro “municipalistico” e a misura d’uomo, che -come un rasoio di Ockam- ha guidato le scelte e l’agire di chi è stato nei secoli chiamato ad amministrare le realtà civiche di questa regione. Va da sé che questo modo di pensarsi e di fare ha impedito il più delle volte di nutrire ambizioni più alte, di ampliare lo sguardo e di mancare l’appuntamento con scelte e opportunità importanti, per non dire storiche, e che soprattutto oggi è necessario che si sappia andare oltre, ma di una cosa siamo certi: non si può pensare di governare le Marche contro questo sentimento che le appartiene più di ogni altra cosa. Governare le Marche è come affrontare dal punto di vista filosofico il problema più arduo, quale lo riteneva Platone, quello dell’uno e dei molti, che nella sua versione storico-politica è anche il modo imprescindibile, necessario anche se non sufficiente, per mettere il cittadino o la persona il più possibile al centro della dimensione pubblica delle scelte che in definitiva lo riguardano. Per questo le Marche, così come è universalmente riconosciuto per regioni come la Bretagna, potrebbero essere ben più di altre definite terra di libertà.
 
P.S. Alcune letture che hanno ispirato queste righe e che consiglio sono in particolare: A. Meriggi “Le Marche nel Medioevo”, Ed. Quattroventi, Urbino 2000, pp. 141; A. Meriggi “Identità, politica, cittadinanza nella marca medievale. Indagini di microstoria (secoli XII-XIV)”, Ed. Quattroventi, Urbino, pp. 259; A. Meriggi “Corrado I d’Antiochia. Un ‘principe’ ghibellino nelle vicende della seconda metà del XIII secolo”, Ed. Quattroventi, Urbino 1990, pp. 205; A. Meriggi “Honorabilibus amicis nostris carissimis. Lettere inedite dei Da Varano di Camerino al Comune di Montecchio (Treia) (1381-1426)”, Ed. Studi e testi per la storia dell’Università di Camerino, Unicam 1996, pp. 151; AA.VV. Cesare Borgia di Francia. Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa 1498-1503. Conquiste effimere e progettualità statale”, Atti del convegno di studi di Urbino 4-5-6 dicembre 2003, a cura di Marinella Bonvini Mazzanti e Monica Miretti, 2005, pp. 512. Questo testo è interessante per il passaggio storico che si consumerà nelle Marche con la loro conquista da parte del Duca Valentino, di cui vengono ricostruite con dettaglio, tra le altre vicende, la presa di Urbino, l’assedio di Camerino e “il bellissimo inganno” della strage di Senigallia. Un esempio di forte senso di autonomia municipale è, invece, quello che si desume dal saggio di Cinzia Cardinali, riferito alle vicende del Comune di San Ginesio, narrate nel volume a cura del Centro Internazionale di Studi Gentiliani “Statutorum volumen della Comunità di San Ginesio. La presenza di Alberigo Gentili dalla redazione manoscritta alla stampa”, a cura di Andrea Maiarelli e Sonia Merli, Quaderni del CISG, San Ginesio 2008, pp. 320.



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