.
Annunci online

PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
30 agosto 2012
IL PDL PENSI A SE’. IL RIORDINO SERIO PASSA PER QUATTRO PROVINCE.

Ognuno faccia i compiti a casa propria. La partita che si sta giocando è già difficile di suo e con stretti margini di manovra. Serve unità. Capponi e Agostini farebbero bene a guardare al comportamento schizoide del Pdl nei vari Comuni dove si è votato il documento approvato all’unanimità dalla Conferenza delle Autonomie e dal Consiglio provinciale.

Non c’è nessun accordo fatto e il sindaco di Macerata ha intrapreso con dinamismo un’intensa iniziativa a salvaguardia del Comune capoluogo. Lo stesso segretario regionale del Pd Palmiro Ucchielli ha sottolineato come la soluzione più idonea per le Marche sia quella di quattro Province. Le subordinate le vedremo a suo tempo. Oggi sono in gioco due questioni: la prima, è se la Regione ha un ruolo nella partita del riordino o è un mero notaio che applica criteri tecnicamente rozzi. Non penso che la Regione voglia esserlo. La seconda, quale idea abbiamo da un punto di vista prettamente amministrativo di come si governano le Marche.
Ha ragione il Presidente Pettinari a dire che questo, non altri, è il tema a cui va data una risposta. Se ciascuno di noi si spogliasse degli abiti che riveste, riconoscerebbe che l’equilibrio, l’efficienza e l’oggettività di un assetto di governo, che non prevede l’abolizione delle Province, ma la loro razionalizzazione, è dato dalle quattro aree vaste storiche delle Marche.
Su questo bisogna riaprire la partita con il Governo con il ricorso alla Corte costituzionale e svolgendo un ruolo come Conferenza delle Regioni.
L’Italia aveva bisogno di una simile bagarre? Questi sono i frutti della demagogia e del populismo. Il Pd è l’unico partito ad aver messo tutti in guardia su quello che sarebbe potuto succedere. Ci piacerebbe sapere come la pensa il coordinatore regionale del Pdl l’On. Ceroni. Non lo abbiamo ancora sentito.
Si mettano al centro gli interessi dei cittadini, dei marchigiani e delle Marche. L’errore è stata la proliferazione delle Province secondo una malintesa idea del decentramento e del federalismo. Le Marche sono una regione sobria, può rimediare a questo errore e presentarsi al Governo in modo credibile, facendo capire il senso di un serio riordino. La politica, in questo grande bailamme, cerchi di non smarrire il senso delle priorità. Sarebbe esiziale nel suo rapporto già compromesso con i cittadini. La priorità è il lavoro, uscire dalla crisi, produrre sviluppo e giustizia sociale. Anche da questo punto di vista non andrebbero mortificati i territori.
 
 
Daniele Salvi
 



permalink | inviato da Daniele Salvi il 30/8/2012 alle 8:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 agosto 2012
Niccolò Macchiavelli: “Il Principe”, Einaudi, Torino 1995, pp. 214.

Ricorrerà il prossimo anno il cinquecentenario della stesura di questo libro il cui influsso sulla storia è stato incalcolabile. Esso è anche il libro della sventura italica, di un popolo, una nazione, una cultura che tanto dovrà soffrire per giungere a unità e che proprio nel periodo di maggior fulgore, quello rinascimentale, perderà l’appuntamento con la nascita degli stati nazionali moderni.

Il dibattito per l’appuntamento è già aperto e interessanti contributi sulla stampa si sono già avuti con interventi di Esposito e Amato su ‘La Repubblica’ e di Baccelli e Maggi su ‘L’Unità’.

L’attualità di questo classico sta proprio nel cuore della questione che tratta: lo statuto del politico, la sua forza costituente, l’autonomia che lo deve contraddistinguere. Forza, astuzia e fortuna come ingredienti dell’azione politica, virtù e fortuna che fanno la ‘prudentia’ del principe, il ‘principe nuovo’ come parte che sa farsi tutto, la politica come esercizio del potere e sua necessità, nell’epoca moderna, di confrontarsi con il consenso popolare, distinzione tra etica e politica e assunzione del punto di vista della realtà effettuale come piano della valutazione storica e politica: queste e altre sono le cose che abbiamo appreso fin dalla scuola.

Ma oggi che si tratta di rimettere la politica al di sopra dell’economia e di pensare a nuove forme di statualità, come quella europea, non è un caso che si torni a parlare de ‘Il Principe’.

Il punto è che, ora come allora, questo libro seppe affermare il ‘volto demoniaco’ del potere, come è stato detto, ma non fu altrettanto all’altezza nel delineare la ‘forma’ dello stato che il ‘principe nuovo’ avrebbe dovuto costruire, specie nella sua versione peculiarmente nazionale.

Il bisogno di stato rimarrà, quindi, a livello dell’evocazione (di retaggio petrarchesco) tutta affidata alle capacità del singolo, mentre i contributi più alti al completamento della dottrina machiavelliana verranno soltanto con l’azione cavourriana e la riflessione gramsciana sul partito politico come ‘moderno principe’.

Un’interessante integrazione alla lettura dell’opera machiavelliana, specie per il valore che ha per il fiorentino la figura di Cesare Borgia, detto il Valentino, è lo studio collettaneo “Cesare Borgia di Francia/Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa 1498-1503. Conquiste effimere e progettualità statale.” (ed. a cura di Marinella Bonvini Mazzanti e di Monica Miretti, anno 2005, pp. 512), raccolta dei saggi di un convegno tenutosi nel 2003 ad Urbino. Ma soprattutto la lettura di questo volume è interessante per capire a fondo il significato del tentativo più grande che venne perseguito in quel tempo nel nostro Paese per farne uno stato autonomo, in condizioni però di estrema difficoltà per il peso che i paesi stranieri avevano ancora in Italia e per le ambiguità consustanziali allo stato pontificio, che quel tentativo mise in atto.

L’ulteriore interesse è dato dall’analisi dettagliata che viene fatta della campagna del duca Valentino nelle Romagne e nelle Marche, tra forme di statualità locali e loro frammentarietà; un viaggio nelle Marche tra fine quattrocento e inizio cinquecento alle prese con un ciclone che sconvolgerà l’equilibrio interregionale raggiunto e segnerà di fatto la fine di un’epoca e dello splendore delle corti rinascimentali locali, da quella camerte a quella urbinate.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 26/8/2012 alle 12:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
25 agosto 2012
SUPERBANCA SI’, MA LA GOVERNANCE?

La cessione del 34% delle azioni della Fondazione Carisap ad Intesa San Paolo rappresenta un reale potenziamento della marchigianità (e ascolanità) nel settore del credito? In un momento in cui il credit crounch rappresenta uno dei principali problemi per il sistema produttivo alle prese con gli effetti della crisi economica, le operazioni d’integrazione nel mondo bancario vanno guardate con attenzione e rispetto, ma anche chiedendosi se il rapporto tra banche e territorio si rafforza o meno.

Le difficoltà di approvvigionarsi sul mercato interbancario, l’obbligo di patrimonializzazione imposto da Basilea, la crisi di liquidità stanno determinando per le banche una forte riduzione degli spazi di autonomia gestionale, di cui fanno le spese famiglie ed imprese, determinando, ad esempio su quest’ultimo versante, il rischio di crisi aziendali.

Si può mantenere il nome, avere la sede legale e gli uffici sul territorio o in città, ma ciò non equivale affatto a garantire la cosiddetta ‘testa’ o la governance vicine alle esigenze del territorio.

Il processo di trasferimento reale delle decisioni in materia creditizia è avvenuto in modo progressivo nella nostra regione, coinvolgendo prima la Banca Popolare di Ancona, quindi la Carifac e la Carifano, le quali oggi hanno un controllo riconducibile in tutti i casi al nord Italia. Il tentativo negli anni perseguito da Intesa San Paolo di acquisire il controllo di Banca delle Marche, l’unica che mantiene ad oggi realmente la governance e l’autonomia a livello territoriale, riesce ora in forma esplicita su Carisap, producendo sicuramente un’integrazione funzionale, rispetto alla quale però mi pare d’obbigo mantenere una reale cautela su quelli che possono essere i benefici per il territorio, le famiglie e le imprese.

 

 

Daniele Salvi

Resp. Organizzazione Pd Marche

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 25/8/2012 alle 9:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
23 agosto 2012
A CAMERINO E IL TERRITORIO SERVONO PROGETTI, NON PROVOCAZIONI.

Che ci faranno i quattro esponenti del Pdl di Camerino nella “rossa” Umbria? Leggendo le cronache dell’ultimo consiglio comunale della città ducale c’è da rimanere esterrefatti. Il Pdl camerte annuncia di essere disponibile a sedersi intorno a qualsiasi tavolo in cui si discuta di come organizzare il passaggio di Camerino e del territorio circostante all’Umbria.

In ragione di che? Si pensa forse che questa sia la soluzione alla soppressione del tribunale? Che l’università avrebbe maggiore ruolo in altra regione? Che su queste questioni Foligno o Perugia siano più munifiche e disposte a cedere spazi e risorse?
La provocazione può avere un valore se è una tantum, ma quando essa è reiterata, anche da parte di amministratori sperimentati, nasconde quasi sempre una carenza di idee e progetti e rischia di diventare qualcosa d’incontrollato.
E’ successo così in Valmarecchia. Il venticello della secessione ha cominciato a spirare tra battute e provocazioni ed ha finito per travolgere un intero territorio, che oggi non ha trovato niente di più sul versante in cui è confluito e i mezzi per spalare la neve in Valmarecchia la Provincia di Rimini ha dovuto chiederli a quella di Pesaro-Urbino…
Perché succede sempre così e c’è sempre qualcuno più spregiudicato disposto a costruire la propria fortuna, cavalcando il malessere vero o presunto dei cittadini.
Servono progetti nuovi, non è più sufficiente attestarsi nella difesa dell’esistente. Ad esempio, sul tribunale l’amministrazione provinciale ha approvato un ordine del giorno di difesa dell’ente, ma nell’assenza degli esponenti del Pdl che quel giorno avevano deciso di “marinare” il Consiglio. A quali amministratori provinciali si rivolgono, dunque, gli esponenti del Pdl camerte quando dicono che gli attuali amministratori della Provincia hanno “preso a pesci in faccia” Camerino?
Il sottoscritto, che ha presentato quel documento insieme ai colleghi Mazzoli e Montesi, pensa che nella crisi che viviamo, nella necessità di riorganizzare tutti i livelli dell’amministrazione statale, inclusa quella giudiziaria, nell’epoca delle tecnologie informatiche, vada difeso un presidio giudiziario a Camerino, ma con altrettanta convinzione dice che non può essere questa la frontiera intorno alla quale immaginare il proprio sviluppo. Così come la questione tribunale per valore e impatto non può essere messa sullo stesso piano del rischio di soppressione per riordino o accorpamento -che dir si voglia- della Provincia.
Va bene il nuovo carcere, se si farà, ma vogliamo anche parlare di che destinazione dare alle Casermette, di come qualificare le aree artigianali e produttive, di come sfruttare l’immenso patrimonio culturale, artistico ed architettonico della città ducale e del territorio montano, di nuove progettualità come quella del distretto culturale, di come investire sul turismo e sulla prossimità con il Parco nazionale dei Monti Sibillini, di nuove infrastrutture a partire dalla prossima incompiuta che avrà nome Pedemontana se non si fa qualcosa adesso, di trasporti su gomma e su ferro, di reale sinergia con l’Università, di quali opportunità dotare un territorio che verrà investito di qui ad un paio d’anni da inedite possibilità di accesso grazie alla nuova viabilità?
Sono sicuro che gli amministratori di Camerino si stiano cimentando su questi e su altri temi, il punto è che non si nota, perché non c’è coinvolgimento di quel territorio che da una città come Camerino s’aspetterebbe il tentativo almeno di svolgere un ruolo, di fare una prima mossa e ciò non favorisce certo un concorso maggiore da parte di altri livelli istituzionali.
Concorso che pure non è mancato: penso soltanto all’impegno della Provincia per sbloccare il polo scolastico di Vallicelle, così come all’intervento della Regione sull’Ersu, sull’ex-convento di Santa Caterina e sulla Facoltà di Veterinaria. I tempi sono grami, senza idee non si va da nessuna parte, converrà che tutti ci teniamo stretti, evitando battute o provocazioni.
Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/8/2012 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 agosto 2012
Matteo Orfini: “Con le nostre parole. Sinistra, democrazia, eguaglianza”, Editori Internazionali Riuniti, Roma 2012, pp. 223.

“Un libro ben scritto, scorrevole, non banale, ricco di argomentazioni e in più tratti sferzante. E’ l’opera prima di uno dei più giovani dirigenti del Pd, che insieme a Fassina e Orlando, rappresentano la nuova leva del partito. Andrebbe letto come premessa della dichiarazione d’intenti presentata dal segretario del Pd Bersani, giacchè se il libro assolve alla necessità di una rilettura critica del percorso della sinistra da Tangentopoli all’avvento della segreteria Bersani, il documento presentato l’altro giorno costituisce la base programmatica coerente rispetto a quell’impianto.

L’esigenza di fondo è quella di riportare la sinistra al centro della scena e ciò è possibile se essa diventa capace di elaborare un punto di vista autonomo, superando ogni subalternità e sfidando i luoghi comuni, benchè ciò non sia affatto semplice nella società della comunicazione, specie in quella italiana dove la comunicazione è proprietà ed appannaggio di poteri economici che hanno tutto l’interesse a tenere debole la politica.
Anche per questo il compito che ci propone Orfini non è semplice, ma mi pare resti l’unico per ‘tornare avanti’ -come dice lui- e cioè per ridare una forza alla politica e ai partiti, invertendo la china che sta indebolendo le istituzioni e la democrazia. E il compito è quello di una battaglia culturale, politica e organizzativa contro i cascami della rivoluzione conservatrice e neoliberista che ancora dettano legge e che hanno portato a sbattere l’intero mondo occidentale.
Per questo il libro è anche e soprattutto un esercizio critico, tra l’altro a più voci giacchè le note specialistiche del libro sono curate ogni volta da una persona diversa dall’autore, verso le subalternità di cui è stata vittima una sinistra e la sua ‘meglio classe dirigente’ che per ansia di legittimazione, per fascinazione indiretta, per il venir meno di un pensiero critico e di forze organizzate che lo traducessero in azione politica, ha finito per parlare su tante cose lo stesso linguaggio della destra.
In realtà il pieno dispiegarsi della globalizzazione economica nella versione neoliberista, dove il mercato è stato l’unica regola, ha prodotto la destrutturazione di quel compromesso socialdemocratico su cui si era fondato il patto solidale che sta alla base dell’Europa e delle democrazie dei singoli Stati: svalorizzazione del lavoro, aumento delle diseguaglienze, attacco al welfare, condito dalla propaganda dei ‘padri contro i figli’, dei ‘garantiti contro gli esclusi’, dei ‘flessibili meglio che stabili’, del ‘privato meglio che pubblico’, dei ‘sindacati conservatori e politici tutti uguali’ a prescindere. Ciò, in definitiva, ha prodotto il blocco dei salari e la divaricazione tra i redditi, la polarizzazione e l’impoverimento del ceto medio, il crollo dei consumi e il blocco della mobilità sociale, fino alla crisi odierna, che i protagonisti del disastro, gli stessi che fino a ieri promettevano prosperità a tutti, pensano di affrontare con overdose di austerità. Tutto questo mentre sul piano politico ed istituzionale la semplificazione personalistica e maggioritaria, l’ideologia bipolarista, hanno messo fuori gioco i partiti, i corpi intermedi e le assemblee elettive, producendo il mito della società civile, l’antipolitica contro la casta e il populismo antidemocratico.
Orfini ci propone di ridare forza ai partiti, ritornando veramente a costruirli là dove c’è il conflitto, l’emarginazione, la precarietà, la solitudine, la sofferenza, di ripensare il sistema istituzionale ed elettorale, che debbono restare nel solco e nello spirito della Costituzione, superando il ‘presidenzialismo di fatto’ cui siamo giunti, e riabilitare l’intervento dello Stato nell’economia, ovvero l’intervento pubblico, seppure più dal lato europeo che dei singoli Stati. Tra sistema istituzionale-elettorale e sistema economico-sociale c’è un nesso, ci ricorda Orfini, e anche questo significa tenere insieme questione sociale e questione democratica. Insomma, fine del pensiero unico e rinascita di un pensiero critico che alimenti un movimento democratico e progressista, questo è quanto viene denunciato e proposto. Opera ardua, certamente, viziata da passatismo, si direbbe. Ma anche quella del ‘nuovo contro vecchio’, come le tanti ‘fine’ (delle ideologie, della storia, del conflitto, del lavoro, etc.) che sono state declarate, non sono state altro che semplificazioni propagandistiche e queste sì ideologiche del pensiero unico. Non ci sembra quella di Orfini un’impostazione conservatrice, casomai potrebbe esserlo nel senso amendoliano del ‘rivoluzionario conservatore’ e credo che il riferimento gli piaccia, nonostante la sua esplicita predilezione per Togliatti, del quale pubblica in appendice l’attualissimo discorso sui rapporti tra la Chiesa e lo Stato del 25 marzo del 1947. Il suo è piuttosto un ritorno alle origini, della Costituzione, di un’idea nobile e popolare della politica, di una società di liberi e di eguali, un’ambizione che non si concede solo ai giovani, ma che diventa decisiva per ricostruire e cambiare l’Italia e l’Europa. Infine, il Pd: la sua reale novità, l’originalità della ricchezza del confronto tra culture diverse che esso consente, l’apporto del pensiero cristiano, la falsa partenza veltroniana e la discontinuità di Bersani, in linea però con l’originaria elaborazione del partito avvenuta nel poco ricordato seminario di Orvieto del 2006, il limite del correntismo, l’importanza del rapporto con i progressisti e il socialismo europeo e la necessità di una nuova classe dirigente, purchè non sia fatta di quelli che Gramsci chiamava ‘costruttori di soffitte’”.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 2/8/2012 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
luglio        settembre