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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
25 luglio 2012
IL PD PUNTA SU NUOVI ITALIANI E DISTRETTO CULTURALE.
Il gruppo consiliare del Pd della Provincia di Macerata ha presentato due ordini del giorno da discutere nel prossimo Consiglio provinciale su temi estremamente attuali. Il primo riguarda la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati regolarmente residenti e a quelli che hanno compiuto nel nostro paese almeno un ciclo scolastico. Il documento valorizza l’integrazione senza conflitti delle persone immigrate nelle comunità della nostra provincia, la cui popolazione è costituita per oltre l’11% da uomini e donne provenienti da altri paesi e da oltre il 16% di minori figli d’immigrati. In questo modo il Pd vuol affermare il principio dello ius soli, dando voce ad una battaglia di civiltà che punta a modificare a livello nazionale l’istituto della cittadinanza, obiettivo che può essere raggiunto attraverso un percorso di mobilitazione che parta dalle comunità locali dove queste persone vivono come italiani, seppure non riconosciuti fino in fondo nei loro diritti e doveri.
Il secondo ordine del giorno, invece, punta a sostenere la progettualità del Distretto Culturale Evoluto, lanciata dalla Regione Marche e che è stata oggetto di diverse iniziative anche in provincia di Macerata, nello specifico prima Caldarola e da ultimo a Treia.
Quella del DCE (distretto culturale evoluto) è un’idea di politica di sviluppo territoriale che ha nella cultura, intesa come beni e attività, ma anche come industrie culturali e creative, performing arts, artigianato e industria manifatturiera di qualità, il fattore trasversale di traino e d’innovazione che metta insieme pubblico e privato.
Recentemente proprio il Rapporto 2012 della Fondazione Symbola ha evidenziato come la provincia di Macerata sia ottava in Italia per incidenza del valore aggiunto del sistema produttivo culturale e degli occupati sul totale dell’economia, mentre le Marche siano seconde per gli stessi motivi tra le regioni italiane. Ciò vuol dire che una progettualità come quella del distretto culturale ha buone possibilità di riuscita in una realtà dove la tradizione del Made in Italy è solida e può contare su imprese e competenze lavorative uniche.
In questo senso il Pd ritiene che la Provincia di Macerata debba aderire ad un simile progetto e investirvi come strategia innovativa di sviluppo locale, capace d’intercettare anche le risorse europee della prossima programmazione 2014-2020.
“Con questi due ordini del giorno, che sembrano molto differenti per i temi affrontati, -afferma il consigliere Daniele Salvi (Pd), estensore dei documenti- vogliamo in realtà dare un segnale preciso, e cioè che la crisi richiede risposte che vanno nella direzione di politiche di sviluppo dei territori e dell’allargamento dei diritti e degli spazi di democrazia. Austerità e paura portano solo recessione e conflitto. Questo è il nostro modo di pensare un governo diverso che tenga insieme questione sociale e questione democratica”. 



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politica interna
22 luglio 2012
SI ALL’ACCORPAMENTO, MA SE SI DIMEZZANO LE REGIONI.

No, proprio non convince. Aver acceduto alla proposta dell’UPI di tentare la strada più ragionevole dell’accorpamento, rispetto all’idea prima dell’abolizione e poi dello svuotamento delle Province, ha sortito l’ennesima forzatura.

Si continua pervicacemente a mettere le istituzioni sullo stesso piano delle strutture burocratiche dell’amministrazione statale, quasi fossero la stessa cosa, e si continua nella linea di mortificazione dei territori. Per una riforma seria, lo ribadiamo, sarebbe bastato tornare alle Province del 1861, onorando così anche la ricorrenza dei 150 anni, focalizzarne le funzioni, costituire le città metropolitane, razionalizzare gli uffici periferici dello Stato di qualsiasi natura, disboscare la pletora degli enti strumentali.
Resta, invece, la prurigine verso la democrazia e la testardaggine nel voler ridurre le Province a enti di secondo grado, come le vituperate Comunità Montane. Si sente addirittura dire che le Camere di Commercio potrebbero svolgere un ruolo in qualche modo sostitutivo. Non scherziamo.
La proposta di soppressione delle Province che non hanno contemporaneamente 350.000 abitanti e 2.500 km quadrati di territorio porterebbe nelle Marche alla soppressione di tre Province su cinque. In Toscana alla soppressione di tutte, tranne quella di Firenze, che a sua volta dovrebbe trasformarsi in città metropolitana.
Non sappiamo se questo porterà alla possibilità di annettere alcuni Comuni di altre Province al fine di rientrare nei criteri, il che rischia di aprire dispute inenarrabili, oppure al semplice accorpamento delle realtà soppresse, che nel nostro caso riguarderebbe Macerata, Fermo ed Ascoli Piceno.
In quest’ultimo caso l’operazione avrebbe un senso se contestualmente si rivedessero anche i confini regionali. Che senso ha, infatti, una Provincia che è la metà di un’intera regione? E di una regione come le Marche per giunta. Quale sostenibilità politica potrebbero avere le decisioni di una Regione che fossero non condivise o persino osteggiate da metà del suo territorio?
L’accorpamento potrebbe, inoltre, attivare anche dinamiche incontrollabili. Ad esempio, perché non aggiungere anche la Provincia di Teramo, che più di un occhio ha già rivolto al di là del Tronto, e costituire la Regione del Piceno e magari a nord la Regione Romagna?
Una Provincia di circa 700.000 abitanti, come quella che si andrebbe a formare, avrebbe invece un senso se si riducessero le Regioni e si costituissero le macroregioni sulla falsariga dei Lander tedeschi, come all’inizio degli anni Novanta propose la Fondazione Agnelli.
Farei, allora, una proposta al Governo dei tecnici: dimezziamo il numero delle Regioni, da venti a dieci, allora sì che anche un accorpamento come quello ipotizzato avrebbe un senso.
 
 
Daniele Salvi
Consigliere provinciale Pd



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politica interna
20 luglio 2012
RELAZIONE SYMBOLA

 

Marchefactory. Forum sulle linee strategiche e progettuali per i Distretti Culturali Evoluti delle Marche. (Treia 19 Luglio 2012)
 
Ringrazio Symbola per l’invito a dare un contributo a questo seminario sui Distretti Culturali Evoluti. Premetto che non sono un teorico degli stessi e che il mio contributo consisterà in una riflessione generale e di supporto alla scelta della Regione Marche di lanciare questa progettualità di sviluppo territoriale.
Oggi di fronte all’avvitarsi della situazione economico-finanziaria non possiamo non partire dal tema della crisi e dei suoi riflessi, perché in fondo anche l’idea del Distretto Culturale Evoluto, di cui ci è stata appena esposta la metodologia applicativa, rappresenta un modo di contrastare la crisi.
Essa sta diventando sociale, istituzionale e democratica; produce disoccupazione, soprattutto giovanile, e vede ridursi gli spazi delle autonomie locali e del welfare, colpiti al cuore da tagli sproporzionati.
Siamo di fronte alla crisi del progetto di costruzione europea per come l’abbiamo conosciuto da vent’anni a questa parte. Le cause risiedono nelle diseguaglianze non superate tra i vari Paesi europei, nell’assenza di una banca prestatore di ultima istanza della moneta, nella mancanza di istituzioni politiche comunitarie realmente unitarie.
Si è parlato in questi ultimi tempi di “guerra delle monete” e di scontro tra aree regionali del mondo. Il Governatore della Banca d’Italia Visco ci dice che 200-250 punti di spread ce li meritiamo, ma che il resto è frutto dell’attacco della speculazione.
La partita che si sta giocando chiama in causa la divisione internazionale del lavoro, la nuova forma che questa sta assumendo, decretando il declino di alcuni Stati e l’affermarsi di altri, per cui quando diciamo “dopo la crisi nulla sarà come prima” alludiamo proprio a questo, cioè all’interrogativo su “dove saremo?”, “come saremo?” in quanto Italia e in quanto Europa.
Se questo è per sommi capi il quadro e la sfida che abbiamo di fronte, dobbiamo essere chiari, capire su che cosa c’intendiamo e cosa condividiamo fino in fondo, affinchè si possa essere conseguenti nelle azioni.
Il tema è su quali basi costruiamo un’alleanza per la cultura, che per essere efficace deve essere anche un’alleanza sociale e questa, a sua volta, per essere tale deve portare la cultura oltre i propri confini tradizionali, altrimenti non ce n’è per nessuno!
Il primo punto di condivisione è, a mio avviso, quello di partire ripartire dall’economia reale, cioè dalla produzione e dal lavoro. Rimetterli al centro. Non è una scelta scontata, perché altri paesi hanno scelto altre vie del tutto diverse.
Il secondo punto è promuovere un’economia della conoscenza, dove l’accento sull’immaterialità e la creatività siano sinonimi di un’evoluzione del nostro tessuto produttivo e non di una sua scomparsa o di un’evanescente aleatorietà delle sue prestazioni. In altri termini, l’industria creativa non è l’equivalente su scala produttiva della finanza creativa che abbiamo conosciuto in questi anni e che ci ha condotto al punto in cui siamo giunti.
Il terzo punto, se parliamo di economia della conoscenza, è partire dai fondamentali e cioè dall’emergenza educativa. Lo slogan blairiano è ancora terribilmente attuale e insoddisfatto: “education, education, education”! Ne ha parlato alla presentazione dell’annuale Rapporto di Federculture Roberto Grossi sottolineando come essa non sia una questione ideologica, ma una cosa molto concreta: “Il nostro sistema formativo -dice Grossi- sembra perdere capacità di attrarre giovani”. Crollano gli iscritti alle Accademia artistiche nazionali di maggior pregio e tradizione e nell’ultimo anno sono crollate le immatricolazioni negli atenei italiani, dove i nuovi iscritti sono il 60% dei diplomati, mentre solo dieci anni fa erano il 70%. In questi giorni ci siamo consolati per il fatto che l’Università Politecnica delle Marche tallona la Sapienza e che l’Università di Camerino è la prima tra i piccoli atenei, peccato che nessuna delle Università italiane sia tra le prime cento al mondo e che la Sapienza sia 210esima, mentre il Ministro Profumo è venuto a dirci proprio ieri che “voi quattro siete bravi, ma siete troppo piccoli” e che servirebbe l’Università delle Marche, sul modello di quella della California. Paragone, tra l’altro, comunque azzardato.
“Siamo tra gli ultimi in Europa per la spesa nell’istruzione pubblica”, conclude Grossi, e anche nelle Marche abbiamo a che fare con la disoccupazione e sottoccupazione dei giovani laureati, con la fuga non solo dei “cervelli”, ma anche delle persone normali, e con alti tassi di disoccupazione giovanile e difficoltà nell’inserimento di forze fresche nel mercato del lavoro.
Il quarto punto di condivisione consiste nella volontà di “non spegnere le luci del territorio”, ovvero nel continuare a tenere accesi i riflettori delle politiche territoriali, mentre si sta consumando la riedizione del centralismo nella forma dello Stato minimo sostenibile, tendenzialmente neoliberale. Recentemente Ilvo Diamanti ci ha parlato del “declino dei poteri locali” e di come ad esso non corrisponda una nuova autorevolezza dello Stato. Ciò non può non indurci ad una rivisitazione critica del ventennio in cui il territorio, insieme ad altre parole, costituiva uno dei punti di riferimento dell’azione pubblica. I processi di decentramento, devoluzione, federalismo, hanno determinato burocraticismi, aumento della spesa, eccessi particolaristici, ma hanno anche mobilitato energie nuove e sane, che sono state decisive per l’affermarsi dei processi riformatori e della competitività del sistema paese. Una visione eccessivamente ipersemplificata, che dimentica e mortifica la realtà profonda dell’Italia, fatta di comunità locali, comunali e provinciali, rischia di produrre guasti non inferiori alla malattia che si vorrebbe curare.
Il quinto punto di condivisione è, a mio avviso, quello di puntare su ciò che nasce o è nato e non su ciò che sta morendo o è già morto.
Quando dico questo penso alle medie imprese di qualità, vocate all’export, ma anche alle nuove professioni, alle realtà e alle imprese innovative e tecnologiche, nate ad opera di giovani e che i loro padri non avrebbero saputo né pensarle, né gestirle; ma penso anche ai comportamenti e ai costumi ispirati da un bisogno di autenticità, di consapevolezza e di ricerca di senso in ciò che si fa.
La ricerca del bello e ben fatto, ci ha ricordato recentemente il filosofo Remo Bodei, accomuna scienziati, filosofi e artigiani. “La soddisfazione e la gioia del lavoro arduo, ma ben fatto, (…) caratterizzata dal tendere al controllo dei materiali, dal desiderio di svolgere coscienziosamente il proprio compito e dall’ossessione della qualità” è propria dell’artigiano, ma è simile alla condotta dello scienziato o del filosofo che ricerca la verità".
“Tra gli artigiani -prosegue Bodei- si raggiungono talvolta livelli di eccellenza che annullano i confini con l’arte, come nel caso delle saliere di Benvenuto Cellini o dei violini di Antonio Stradivari”.
Per questo non possiamo considerare il destino dei ragazzi che studiano all’Accademia di Belle Arti qualcosa di estraneo rispetto al destino delle nostre imprese, che producono e vendono i loro prodotti sui mercati internazionali. Un connubio è possibile, anzi deve esserci, se è vero che le idee vengono prima delle tecnologie.
E’ su queste basi, sulla condivisione di questi punti, credo, che possiamo ripensare il ruolo della cultura e il suo rapporto con lo sviluppo, come d’altra parte ci costringe a fare l’idea del Distretto Culturale Evoluto.
Cultura come spirito critico, come patrimonio cui attingere nei momenti di crisi e per rispondere ad essa, come legante e fattore trasversale alle varie attività umane; cultura come elemento che aiuta la crescita delle comunità locali e dei territori e che, inserito nei prodotti e nei processi, spinge l’evoluzione del tessuto produttivo. Cultura come ingrediente essenziale della social innovation, che fa evolvere il sistema manifatturiero verso forme più smart, processo questo finora troppo lento e bisognoso d’investimenti più coraggiosi e continuativi, come ci ha ricordato spesso Rullani.
Il campo della sfida, quindi, è quello -da un alto- dell’innovazione continua per il sistema produttivo e -dall’altro- della diversificazione dello sviluppo verso ambiti come quello dei beni e delle attività culturali, mentre per quest’ultimo si tratta di aprirsi a nuovi soggetti, energie ed apporti, ma anche di contaminarsi di più con le logiche d’impresa e con settori apparentemente distanti.
La grande dotazione culturale del nostro Paese, che non ha eguali nel mondo, e la nostra capacità di esportare cultura, rappresentano qualcosa su cui investire con maggior decisione. Infatti, come ci insegna Symbola nel suo Rapporto 2012, che vede le Marche ai vertici di diverse classifiche settoriali, mettere a fattor comune P.A., non profit, sistema culturale, imprese culturali e creative, incluse quelle del manifatturiero di qualità che esportano, quelle cioè che come diceva un imprenditore di successo di questo territorio “hanno investito nell’immateriale, perché quelle che in questi anni hanno comprato macchinari sono tutte fallite”, significa non solo delineare una vera e propria filiera della cultura, ma descrivere una realtà di primo piano e che ha grandi potenzialità, specialmente nella nostra regione.
Dobbiamo, quindi, cominciare a pensare al sistema produttivo culturale come a qualcosa che ha un proprio perimetro, nel quale c’è l’impresa manifatturiera, di cui riconosciamo il valore culturale insito nel prodotto, e c’è l’istituzione culturale più tradizionale, ma disposta a misurarsi con la qualità, le nuove tecnologie, l’innovazione, la managerialità e la sostenibilità economica.
 
Il Distretto Culturale Evoluto racchiude un po’ tutto questo, ma soprattutto rappresenta una scelta politica che la Regione Marche fa: è un modo di raccogliere la sfida della modernizzazione territoriale, senza smanie di esaustività e completezza, ma avviando sperimentazioni progettuali che:
1)      tengano insieme il triangolo economia, cultura e territorio. E’ bene che ci diciamo che senza imprese non c’è Distretto Culturale Evoluto. Le risorse ad esso destinate non potranno essere la “zuccheriera” da cui attingere quel che viene meno al sistema della cultura per via dei tagli;
2)      tengano accesa la “fiaccola”, non dico della programmazione territoriale, sfida troppo ambiziosa e forse d’altri tempi, ma delle politiche territoriali, intese come agende di sviluppo locale a traino culturale. Non ci pare un’ambizione vana, ma il modo di resistere e reagire ad una dinamica che altrimenti, nel periodo gramo che stiamo vivendo, rischia d’impoverire le Marche più di altre regioni, vuoi per la sua storia, vuoi per il suo scarso peso specifico, vuoi per il suo policentrismo troppo accentuato. Ci pare, in altri termini, essenziale continuare una riflessione sull’identità regionale, sulle Marche e sul suo processo di regionalizzazione, sfida intorno alla quale non ci sembra sia tramontata la necessità di costruire ed impegnare una classe dirigente diffusa veramente regionale;
3)      superino le diseconomie territoriali ed aprano nuovi spazi allo sviluppo sostenibile. Pensiamo alle aree di riconversione come il fabrianese e il piceno, a quelle sottoutilizzate o da riequilibrare come il Montefeltro, il Camerinese, i Sibillini, a quelle che richiedono nuovo adattamento e innovazione come i distretti tradizionali. Le suggestioni progettuali non mancano: da quelle dei distretti ecosostenibili alla blue economy, dalle Smart Cities and Coummunities all’Appennino e il Centro Italia, collegati dalla nuova viabilità in fase di completamento, fino alla Macro-regione Adriatico-ionica;
4)      spingano avanti sia il tessuto produttivo manifatturiero, attraverso la contaminazione con idee, progetti e prassi a base culturale, che il sistema culturale, ancora ancorato su un versante troppo tradizionale. Qui i punti di contatto trasversale sono costituiti dall’ICT, dalla green economy, dalla brain economy. L’obiettivo è un saldo positivo in termini di formazione di talenti e creatività, nuova occupazione, attrazione d’intelligenze e investimenti.
 
Da questo punto di vista, ci sembrano utili alcune raccomandazioni, la prima delle quali voglio riprenderla dal Ministro Profumo, che proprio ieri a Camerino ci ha esortato a “partire da ciò che c’è, da ciò che è costruito per costruirci sopra”. Ci sembra un suggerimento saggio, non foss’altro perché la superficie agricola utile si è ridotta nella nostra regione di ben 214.000 ettari nell’arco degli ultimi 40 anni, mentre la superficie urbanizzata è passata negli ultimi 60 anni dall’1,39% al 5,22% del territorio regionale. In entrambi i casi siamo ben oltre la media nazionale.
Ma per quel che riguarda il Distretto Culturale la raccomandazione potrebbe voler dire che esso nella versione che abbiamo proposto è un po’ poco Evoluto e magari non raccoglie il consenso del Prof. Sacco, che della materia se ne intende. Tuttavia, riteniamo che esso, per come è stato delineato, riesca a fare maggiormente i conti con la realtà marchigiana, indubbiamente vivace, ma -come ci ha ricordato proprio ieri il Presidente Spacca- afflitta da alcuni ritardi in particolare sul versante dell’investimento in ricerca e sviluppo, del ricambio nelle fonti di energia, del tasso molto elevato di occupati nel settore manifatturiero e della dimensione atomizzata dell’impresa.
Il secondo suggerimento è quello di “lavorare insieme”, proprio come abbiamo fatto dopo il sisma del 1997, con i Patti territoriali, con l’infrastrutturazione viaria e telematica, come facciamo nell’esperienza preziosa dei Gal, come dovremo fare di fronte alla sfida digitale, che segna un cambiamento epocale, paragonabile a quello dalla scrittura alla stampa.
Lavorare insieme, quindi, per fare del 2013 un anno di sperimentazione e di affinamento delle strategie di sviluppo per farle confluire all’interno degli assi della nuova programmazione 2014-2020, che sappiamo essere più competitiva e più attenta alla capacità progettuale autonoma, così da sostanziare i programmi integrati plurifondo a gestione e cofinanziamento regionale (CLD e ITI).
Il terzo suggerimento è “robustezza”, cioè dare prospettiva e continuità alle sperimentazioni che mettiamo in campo non solo attraverso la leva delle risorse europee, ma anche perché il loro profilo progettuale, la loro traducibilità e cantierabilità siano reali, cioè finanziariamente sostenibili. Qui subentra un soggetto fondamentale nel rapporto pubblico-privato che riteniamo alla base dell’idea del Distretto Culturale Evoluto: il credito, le banche, il ruolo delle Fondazioni, che non dovrebbero distogliersi dall’impegno encomiabile e determinante che hanno dato negli anni alla cultura.
 
Siamo di fronte ad “un viaggio da fare insieme”, come ci ha ricordato l’Arch. Mazzotti, quello del “governo della complessità”, dove è fondamentale “prima condividere poi personalizzare”. Le Marche sono una media regione, come è quasi sempre nella loro storia, se guardiamo al nesso cultura e sviluppo con occhi tradizionali, come peraltro anche recentemente fatto da un egregio studio della Banca d’Italia. Diventano qualcosa d’altro e di molto più interessante se allarghiamo in modo motivato e circostanziato il concetto di cultura, come sta cercando di fare la Regione anche con il supporto di Symbola e Unioncamere e seguendo la rotta dell’Europa e di ciò che stanno facendo i grandi paesi-continente del mondo.
Per vincere questa sfida, che è la sfida del futuro, occorre cooperare. Questo è il senso e la novità: non più “competere, competere, competere”, ma “cooperare per competere”. Sfida ardua per le Marche, ma oggi proprio qui cerchiamo di mettere un punto. Grazie.
 
 
Daniele Salvi



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CULTURA
11 luglio 2012
ANTEPRIMA SEMINARIO SYMBOLA ESTIVO 2012

 Giovedì, 19 luglio 2012

Ore 15,00 – 18,30
Treia (MC)
Teatro Comunale - Piazza Arcangeli
Anteprima Seminario Estivo 2012
Marchefactory
Forum sulle linee strategiche e progettuali per i Distretti Culturali Evoluti delle Marche
 
 
 
Saluti
Giuliano Bianchi Presidente Camera di Commercio Macerata
 
Presiede
Luigi Lacchè Rettore Università Macerata
 
Relazioni di apertura
Paola Mazzotti Dirigente Servizio Cultura Regione Marche
Daniele Salvi Segreteria Assessorato Cultura Regione Marche
 
Al dibattito coordinato da Cristiana Colli hanno assicurato la loro partecipazione:
Francesco Adornato Preside Facoltà Scienze Politiche Università Macerata, Andrea Maria Antonini Assessore Cultura Provincia Ascoli Piceno,Valeriano Balloni Direttore scientifico Istao, Stefania Benatti Direttore Fondazione Marche Cinema Multimedia, Massimiliano Bianchini Assessore Cultura Provincia Macerata, Claudio Bocci Direttore Relazioni EsterneFederculture,Peppino Buondonno  Assessore Cultura Provincia Fermo, Nella Brambatti Sindaco Fermo, Franco Capponi Presidente Ente Disfida del Bracciale, Romano Carancini Sindaco Macerata, Flavio Cavalli Direttore generale Rossini Opera Festival, Pippo Ciorra Facoltà  Architettura Camerino e Curatore architettura MAXXI, Valentina Conti Fondatrice e Presidente Affinità Elettive, Evio Hermas Ercoli Direttore Artistico Popsophia e Presidente Accademia Belle Arti Macerata, Rodolfo Giampieri Presidente Camera di Commercio Ancona, Fabrizio Giuliani Presidente Federparchi Marche, Stefano Greco Tuber Communication, MarioGagliardini Imprenditore ed editore di Mappe-Marche, Giorgio Mangani Direttore Sistema Museale Ancona,Tiziana Maffei Direttore Musei Piceni, MarcoMencoboni Direttore Artistico Festival CantarLontano, Alberto Meriggi Facoltà Sociologia Università Camerino, Francesca Merloni Ideatrice e Direttrice Festival Poiesis, FrancescoMicheli Direttore Artistico Macerata Opera Festival, Antonella Nonnis Presidente Fabbrica Cultura, Manuel Orazi Responsabile ufficio stampa Quodlibet, Lorenza Mochi Onori Sovrintendente Marche, Nando Ottavi Presidente Nuova Simonelli e Confindustria Marche, Velia Papa Direttore Inteatro e Fondazione Teatro delle Muse, Renato Pasqualetti Presidente Fondazione Orchestra Regionale Marche, Roberto Perna Direttore Sistema Museale Macerata, Carlo Pesaresi Presidente Consorzio Marche Spettacolo, Luca Piermattei Direttore Gal Colli Esini San Vicino, Luigi Ricci AssociazioneCasale delle Noci, Davide Rossi  Assessore Cultura Provincia Pesaro Urbino, Pierluigi Sacco Presidente Osservatorio Cultura Regione Marche, Vittorio Salmoni Architetto membro Direttivo Inu Marche, Giovanni Seneca Direttore ArtisticoFestival Adriatico Mediterraneo, Iginio Straffi Ad Rainbow, Massimo Tarsetti Direttore Conservatorio Pesaro,  Gianfranco Tonti Presidente Gruppo IFI eADI Marche Abruzzo e Molise, Maurizio Tosoroni Direttore Marketing Consorzio Grotte Frasassi, Gino Troli Presidente Amat Marche, Orietta Maria Varnelli Ad Distillerie Varnelli.
 
Conclude Pietro Marcolini  Assessore Cultura e Bilancio Regione Marche

 




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politica interna
8 luglio 2012
IL SILENZIO DEI MIGLIORI.

 Dove può condurre l’attuale fuga dalla politica da parte dei migliori? Lo si è chiesto il Presidente Napolitano nel colloquio dei giorni scorsi con Eugenio Scalfari, dopo aver regalato al vecchio giornalista una copia del diario di Giame Pintor, morto durante la Resistenza, nel quale erano sottolineate queste parole: “La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere ad un estremo pericolo”.

Se la politica non è più il terreno di pensiero e d’azione della parte migliore del Paese, ci può essere un futuro? E chi sono oggi i migliori o la parte migliore che deve essere protagonista della politica?
Se ci sono stati provvedimenti legislativi denominati “SalvaItalia”, non ci può essere dubbio che questo debba essere il momento del massimo impegno politico delle energie sane di una nazione. Invece, il periodo attuale è quello del maggior distacco e della sfiducia più acuta nei confronti della politica. Allora, delle due l’una: o non c’è percezione, non dico diffusa, ma addirittura nelle classi dirigenti e neppure nei potenziali “migliori”, del pericolo che stiamo correndo e della “grave malattia” da cui dobbiamo salvarci, o -come ci dicono importanti commentatori- questa politica, questi partiti, queste istituzioni, non meritano l’impegno dei migliori.
Potrebbe anche essere vera quest’ultima ipotesi; allora, si dovrebbe dire con chiarezza che i migliori non frequentano le attuali classi dirigenti, le quali a mio avviso non sono invece altro che lo specchio del paese, e li si dovebbe incoraggiare a fare politica, se non altro per cambiarla. Invece, si dileggia in modo qualunquistico la politica, si strizza l’occhio a Grillo e si coltiva l’idea dell’originalità italiana, ennesima versione dell’anomalia europea del nostro paese.
Ci sarebbe anche un’altra possibilità, e cioè che l’assunto sia sbagliato, ovvero che non siamo all’ “estremo pericolo”, come pure è stato unanimemente e autorevolmente detto, ma ciò vorrebbe dire che il peggio deve ancora venire. Il che evidentemente non consente di nutrire buone speranze.
La questione -quindi- è seria, perché è in gioco la capacità di una società di reagire e di darsi una prospettiva.
L’Europa rischia una doppia sconfitta. Avrebbe dovuto essere il continente che esportava il suo modello di civiltà, la sua economia sociale di mercato, ai paesi a forte sviluppo, ma a scarsa tutela dei diritti, e invece -ironia della sorte- deve abbassare il suo livello di benessere per reggere la competitività e la nuova distribuzione del lavoro tra le diverse aree regionali del mondo.
Pensiamo alla revisione della spesa statale di questi giorni. Se a fronte di tutti i sacrifici che vengono chiesti ai cittadini, la crisi s’amplierà, sarà difficile far capire perché, nonostante tutto, essa si acuisce. Rischiamo un’oscurità delle ragioni della crisi che potrebbe alimentare molto più di quanto non è stato finora pulsioni e atteggiamenti populistici e irrazionali.
Dovrà arrivare, speriamo più prima che poi, un Keynes a dirci che piuttosto che continuare a pagare i sussidi ai disoccupati, sarebbe meglio destinare quelle risorse a creare nuovo lavoro e sviluppo sostenibile.
Persino la parola guerra ha ritrovato dopo decenni una sua riabilitazione. Abbiamo cominciato chiamando così l’intervento in Libia, forse sulla scorta di antiche analogie, e sempre più frequentemente la si ritrova sulla bocca delle persone più comuni come esemplificazione della necessità di una catastrofe palingenetica da cui possa ripartire una situazione nuova di equità e di crescita. Talvolta i cambiamenti negli usi linguistici sono impercettibili, ma rischiano di diventare decisivi.
Eppure continua il silenzio dei migliori, la loro lontananza dalla prassi della decisione collettiva. Perché? Aver pensato che bastasse far spazio al “nuovo” per far emergere la qualità è stato il grande errore degli ultimi vent’anni e, se oggi ci ritroviamo senza classi dirigenti, molto lo si deve a quella che più che un’operazione maieutica è stata un’operazione d’illusionismo e demolizione irresponsabile.
Dobbiamo rimetterci in cammino, disporci a ricercare, sulla base però di un presupposto; che “migliore” non è ciò che è nuovo a tutti i costi o ciò che merita, il che finisce troppo spesso per coincidere con il censo, il successo e il culto dell’immagine.
Questa litania sulla meritocrazia, che ogni tanto riemerge, puzza di discriminazione di classe nel paese più diseguale d’Europa e prima del merito bisognerebbe seriamente preoccuparsi di garantire almeno ai più di avere uguali condizioni di partenza.
Come dice Don Riboldi abbiamo bisogno non di uno che parla e che magari parla anche bene, ma di uno che è. O meglio di tanti che, prim’ancora di dire, sono, e se dicono, dicono quel che sono. Abbiamo cioè bisogno di esempio e testimonianza. E’ un’idea religiosa? Sicuramente, ma potrebbe essere la cifra anche di una religione civile, senza la quale non c’è buona politica e non ci sono neppure i migliori.
 
 
Daniele Salvi

 




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CULTURA
5 luglio 2012
Giorgio Mangani: "Fare le Marche. L'identità regionale fra tradizione e progetto", Il lavoro editoriale, Ancona 1998, pp. 126.
"Una riflessione sull'identità dei marchigiani e delle Marche che l'autore ha sviluppato a più riprese e condensato in questo libro, lontano di oltre dieci anni, ma che varrebbe la pena riprendere in mano per riannodare un ragionamento che sta svanendo. Le celebrazioni dei 150 anni dell'unità nazionale hanno fornito l'occasione per riattualizzare il tema del processo di regionalizzazione, al centro tra l'altro di diverse pubblicazioni ed iniziative, ma esso rischia di spegnersi nuovamente con la fine delle ricorrenze e con l'apoteosi dello stato minimo centralista indotta dai dimagrimenti imposti dalla crisi. Eppure pensare le Marche e pensare i marchigiani tra tradizione e progetto sarebbe ancora necessario e fruttuoso, così come continuare a lavorare per costruire quella "società stretta", come la chiamava Leopardi e che Mangani continuamente rievoca, e cioè una classe dirigente veramente regionale, che ancora manca. Tra luoghi comuni sapientemente interrogati, citazioni colte sulle Marche e i marchigiani, raccolte da chi nel corso della storia le ha e li ha conosciuti per i più diversi motivi, riferimenti a personalità che tra sette-ottocento e novecento ci hanno studiati, fossero anch'essi marchigiani, Mangani va alla ricerca non tanto del "carattere" dei corregionali, quanto di una sorta d'identità senza trovare certezze. Ciò che è fisso per tradizione, consuetudine, luogo comune, sotto la sua argomentazione finisce per diventare mobile, discutibile, incerto, così come ciò che non era stato prima focalizzato, grazie alla sua passione per gli studi storico-geografici, assume una qualche stabilità e un contorno leggibile. Un pò come il paesaggio marchigiano, sempre inconfondibile e sempre sfuggente, o come il mare azzurro e i monti azzurri, sempre uguali e sempre cangianti. Marche terra di mezzo, aurea mediocritas e medietà per definizione, marchigiani riservati, laboriosi e quieti, primato della campagna e della mentalità mezzadrile sulla città, o meglio sulle città. Retorica della pluralità e assenza di stato, dinamicità del sistema produttivo, mai staccatosi dalle sue origini, ricchezza culturale e incapacità della cultura, presa tra universalismo e localismo, di assumere una visione regionale, di dare forma al governo e ad una classe dirigente che pensasse le Marche da Gabicce al Tronto. Senza classe dirigente non c'è cultura, senza cultura non c'è classe dirigente. Unica eccezione l'esperienza di Giorgio Fuà e del suo cenacolo interdisciplinare. Forse anche questo sentirci eternamente marginali o troppo equilibrati fa parte di un esercizio malinconico della politica, che c'impedisce di valorizzare senza boria ciò che siamo, ciò che vogliamo, e magari di rintracciare un essere sistema nel sottosuolo del policentrismo. Chissà? La mancanza dell'oggetto amato (la malinconia) come molla del progetto, può essere, ma comunque vale la pena di (continuare a) scavare e di fare, prima che il pendolo della storia recente, che è transitato negli ultimi vent'anni nella zona delle politiche territoriali e che già sta volgendo altrove, ci riconsegni ad una stagione non sappiamo quanto lunga di oblio". 



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politica interna
2 luglio 2012
Resoconto seduta Consiglio provinciale 21 giugno 2012
Cari Amici, questo è l'intervento che ho fatto in Consiglio provinciale in occasione dell'approvazione del Bilancio preventivo 2012 dell'Amministrazione. Saluti. Daniele.
 
 
 
Consiglio della Provincia di Macerata ___________
resoconto integrale seduta del 21 giugno 2012
 
 
SALVI – Grazie, Presidente. Io cerco sempre di raccogliere positivamente gli stimoli che vengono dall’opposizione, perché ci sono molte idee che ci sono state illustrate e sicuramente ce ne sono di buone. Se, però, posso dare un consiglio all’opposizione, è questo: mi pare che prevalga un’idea dell’opposizione come pratica ostruzionistica, ammantata di buone intenzioni; quindi, il suggerimento, è di qualificare l’azione d’opposizione, sapendo scegliere delle priorità, come è d’altro canto costretta a fare la maggioranza, e su quelle priorità cerchi di fare una battaglia politica, di preparare un terreno, di tessere dei rapporti.
Se si arriva qui con una mole di emendamenti, tra i quali ce ne sono alcuni anche di apprezzabili, ma che poi di fatto costituiscono una prassi ostativa e ostruzionistica, è chiaro che a questo modo di fare non può che esserci la risposta di chi non può accettare un simile metodo, al di là del merito, al di là dei pareri tecnici che sono stati dati.
E anche in questa discussione sul bilancio dovremmo, io credo, fare innanzitutto un discorso di verità. Mi sembra che l’Assessore lo abbia fatto nell’illustrazione del bilancio. E io credo che tutti dobbiamo stare dentro a quelle coordinate che ci ha dato perché sono molto significative.
Innanzitutto, mi pare che possiamo salutare un metodo di sobrietà e di rigore, che è stato più volte richiamato e che di questi tempi è prezioso. Dobbiamo soprattutto considerare che con il bilancio previsionale 2012 usciamo concretamente dalla gestione commissariale, che aveva molto condizionato il bilancio precedente, e quindi il bilancio prende respiro, anche attraverso la programmazione del Piano degli investimenti, delle infrastrutture e gli annessi strumenti che discuteremo nei prossimi Consigli, come il Piano della formazione e del lavoro.
In primo luogo, dobbiamo ribadire e condividere questo quadro difficile che c’è. Esso nasce da un calo del 31% di trasferimenti dallo Stato, tra il 2009 e il 2012, di cui 2,4 mln nel 2012. A questi si aggiunge la riduzione dei trasferimenti dalla Regione (meno 8 mln nel 2011), perché sono state le Regioni le più colpite dalla mannaia dei tagli previsti dal 2010 in avanti e quelle da cui venivano alle Province sostanziosi trasferimenti. Il combinato disposto dei tagli statali e di quelli regionali fanno una cifra rilevante che va a coniugarsi, in modo perverso, alla contestuale riduzione dell’autonomia impositiva, la negazione del federalismo, per cui non solo si decurtano le risorse e i trasferimenti, ma le si vincolano ad un Fondo sperimentale di riequilibrio, che mortifica la capacità di autonomia impositiva dell’Ente.
Questa situazione, unita ai vincoli del Patto di Stabilità, non può che costringere, a meno che non si voglia condannare alla paralisi totale l’Ente, ad agire sulle poche leve che sono rimaste, tra cui quella della RC Auto.
Riferirsi continuamente -come fa l’opposizione- all’aumento dell’RC Auto, che tra l’altro la Provincia di Fermo ha portato anch’essa al massimo, proprio l’altro giorno, credo che sia un argomento che alla lunga non paga.
Credo, invece, che vada valorizzata la destinazione, secondo bisogni ed esigenze concreti ed oggettivi, dei proventi (1,9 mln) dell’aumento dal 1 luglio della RC Auto:
350.000 euro per il fondo di garanzia per le imprese, 410.000 euro per le famiglie numerose e indigenti, 550.000 euro per la manutenzione e sicurezza di strade e fiumi, altrimenti abbandonati a se stessi, 600.000 euro per l’edilizia scolastica.
Io non mi faccio illusioni su ciò che lo Stato possa trasferirci per i danni della eccezionale nevicata di quest’inverno, visto anche il terremoto dell’Emilia che nel frattempo è sopraggiunto. A livello regionale i 25 milioni dell’alluvione saranno un piccolo ristoro per le casse degli Enti locali che hanno sostenuto ingenti spese per i lavori di somma urgenza.
Mi pare che dall’illustrazione del bilancio vadano rilevati altri elementi: il fatto che diminuisca la spesa corrente, una diminuzione del 18%, e che vi sia un rapporto positivo, pur nel picco di caduta che si registra, tra le entrate e la spesa corrente.
Il Piano delle alienazioni che riguarda immobili e quote di partecipazione in enti e società mi sembra un atto sul quale investire e spingere, pure in una fase di estrema difficoltà, perchè le risorse che potranno derivare da qui sono sganciate dal Patto di Stabilità ed hanno perciò una doppia utilità.
E soprattutto va evidenziato che la Provincia di Macerata è un ente sano, che ha ancora una discreta capacità mutuabile, che vede ridotto l’indebitamento e conseguentemente anche il costo del debito.
Per quel che riguarda la regionalizzazione del Patto di Stabilità, che ha dato un’importante risposta l’anno passato a Comuni e Province e rispetto al quale ci sono grandi aspettative anche quest’anno, dobbiamo fin d’ora dirci che non saremo nelle stesse condizioni.
La Regione Marche non sarà nelle condizioni di fare una cessione di capacità di spesa di 91,4 milioni, come è stato l’anno scorso, perché i vincoli del Patto di Stabilità sono diventati più rigidi anche per la Regione, rispettivamente del 14% e del 16% sulla cassa e la competenza. Però credo che un provvedimento verrà studiato, anche se questo crea molti problemi alla Regione, perché essa rinvia la propria capacità di spesa per destinarla a Comuni e Province, però le imprese, i fornitori che devono essere pagati dalla Regione non sono diversi da quelli dei Comuni e delle Province.
Sul Piano degli investimenti mi pare che venga raccolta l’esigenza di una razionalizzazione nella dislocazione degli uffici dell’Ente; la piena rifunzionalizzazione di Palazzo degli Studi è una cosa su cui l’Amministrazione è impegnata, quindi non capisco a che si riferisca il consigliere Agostini.
Credo che noi dobbiamo sperare che vi sia la possibilità di una revisione più generale del Patto di stabilità a livello europeo; sono cose che si stanno discutendo in questi giorni, e cioè il fatto che all’Euro si diano ormai “tre mesi di vita”, che la scadenza di fine giugno sia individuata da tutti i leader europei come decisiva per trovare delle soluzioni che ci possano portare fuori dalla situazione sempre più drammatica, da quel “cratere” che si sta allargando, come lo ha chiamato Monti. Ciò dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che almeno una parte degli investimenti possa essere messa fuori dal Patto.
Così come le misure di risposta alla crisi – ne discuteremo per quel pocco che noi possiamo fare con il Piano della formazione e del lavoro – non possono essere solo misure difensive o di sussidio, ma dobbiamo individuare una quota di risorse che siano proattive, che creino lavoro, che generino iniziativa economica. Quindi, in tutto questo è decisivo quello che ormai si deciderà a livello europeo, ancora di più di quello che si può fare a livello nazionale.
Il contenzioso nella determinazione dei crediti con la Regione deve essere un altro terreno sul quale aprire un capitolo, sapendo che qui bisogna trovare un accordo realistico tra soggetti che vivono entrambi delle difficoltà, e quindi le “sparate” del passato non hanno senso, bisogna individuare un percorso realistico che punta a chiudere un contenzioso che la Provincia di Macerata è rimasta l’unica a non sanare, mentre tutte le altre lo hanno fatto.
Per quel che riguarda il Piano delle infrastrutture siamo di fronte al problema della riduzione delle risorse, insieme all’impossibilità di spendere per via del Patto di Stabilità. C’è il problema principe della manutenzione e della sicurezza, che sta diventando sempre più drammatico. Io credo che l’idea di confermare, sostanzialmente, la programmazione, cercando di mandarla avanti, seppure, evidentemente, in modo rallentato, ma in progress, man mano che si liberano le risorse, sia una scelta necessaria.
Sulla rimodulazione del FAS occore dire che la Regione Marche ha avuto una destinazione di 240 milioni di FAS, che poi si sono ridotti a 210 per via dei tagli continui che ha subito il Fondo delle aree sottoutilizzate e tuttora il Governo ha trasferito solo qualche decina di milioni. La Regione opera in anticipazione rispetto al FAS. Quindi pensare di andare a rimodulare il FAS, dopo che già una volta è stato rimodulato secondo me, significa renderlo inattualizzabile e inspendibile. Io penso che gli investimenti confermati debbano essere, man mano che si liberano le risorse, affrontati, però dobbiamo concentrarci amministrativamente su un disegno essenziale, che in qualche modo mi pare che anche il Presidente abbia individuato.
Noi dobbiamo lavorare, a livello delle infrastrutture, sul completamento dello schema essenziale della Quadrilatero. E lo schema essenziale della Quadrilatero sono la SS76, la SS77 e la Pedemontana. Questo è, come dire, l’architrave che ha dato il nome all’operazione subito dopo il sisma del 1997 e sul quale bisogna che quell’operazione, che è nata per rispondere a quel dramma, porti a casa dei risultati. Sappiamo che al momento non siamo nelle migliori condizioni, perché sulla Pedemontana bisogna fare un’azione a livello nazionale affinchè siano reperite le risorse per completare un’opera che altrimenti, a livello di una zona che già ha conosciuto l’incompiuta del Cornello, rischia di diventare un’altra incompiuta.
Quindi l’azione a livello dell’infrastrutturazione che riguarda la Quadrilatero deve essere per il completamento dello schema essenziale per il quale quel progetto è nato.
Dobbiamo, poi, lavorare al riequilibrio delle vallate. L’idea di collegare la vallata del Potenza a quella del Chienti, che a fine 2013-inizio 2014, sarà percorsa molto più velocemente dai marchigiani che vanno in Umbria e nel Lazio, e dai i laziali e dagli umbri che verranno nelle Marche, dal momento che verrà abbattuto per la prima volta il diaframma appenninico, è giusta.
Per intercettare i flussi del collegamento diretto della SS77 ci dobbiamo preparare anche in altri termini e in altri campi, però l’idea di un collegamento collinare, a metà valle, nel punto più vicino tra le due vallate, dove i due fiumi sono più vicini, sul quale si sta lavorando, e che colleghi la 361 con la SS77 tra Treia e Casette Verdini, è un’infrastruttura che può aiutare un riequilibrio delle vallate.
C’è poi il tema del capoluogo, che deve essere punto di snodo tra le vallate, liberando il traffico dal il centro e quindi svolgere una funzione di raccordo a livello territoriale, investendo sul collegamento via Mattei-La Pieve e sul tratto Montanello-Villa Potenza.
Infine, il collegamento della 77 con la città di Civitanova Marche, un tema tutto aperto, che però riguarda il secondo centro della Provincia e, quindi, è l’altro tema che va aggredito.
Sull’ex Liceo Scientifico di Civitanova Marche io credo che sia positivo l’accordo che è stato trovato tra il Presidente della Provincia e il Sindaco, perché mi pare che, al di là delle polemiche se abbiamo iniziato noi o avete iniziato voi, ad alienare l’ex Liceo Scientifico, sta di fatto che alla fine mi sembra che la pensiamo un po’ tutti alla stessa maniera, e cioè che quell’area deve essere messa sul mercato e deve essere fatto di concerto con il Comune per quanto riguarda la destinazione urbanistica e l’impatto che essa determina sulla vita di quella parte della città.
Penso che occorra andare avanti non facendo della concertazione l’alibi per rallentare, perché le risorse che possono derivare da quell’operazione sono fondamentali per tutta la Provincia, inclusa Civitanova, e perché non ci può essere un modo di fare che punta a frenare in un momento in cui il mondo è cambiato e le risorse di cui hanno bisogno gli Enti pubblici sono essenziali come l’aria.
Da ultimo, qualche aiuto sta venendo ancora dalle risorse del sisma e dalle economie che nascono da rinunce e revoche su quei 2.500 miliardi di vecchie lire della ricostruzione: la variante del Glorioso va a compimento e s’interviene sulle chiese di San Giuseppe a San Severino Marche, di San Giovanni a Macerata, sull complesso di Santa Caterina a Camerino di proprietà dell’Università degli Studi. Così come dalla Regione stanno venendo le uniche risposte ai danni della nevicata con un piano di interventi che per la nostra provincia toccherà i Comuni di Cingoli, Apiro, San Severino e Loro Piceno.
Tutto questo credo faccia parte anche di una buona collaborazione con la Regione, di quel rapporto che si diceva “Provincia e Regione insieme”, e mi pare che questo bilancio preventivo segni il concreto avvio di un lavoro fattivo e speriamo fruttuoso.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 2/7/2012 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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