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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
30 aprile 2012
BCE-PROVINCE: SOLERZIA SOSPETTA.

 

 
E' incredibile quanto la Bce s'interessi alle Province d'Italia. Dopo la famigerata lettera dell'agosto scorso, ritorna sul tema proponendone l'accorpamento. Allora propose l'abolizione. Quindi un qualche ravvedimento è possibile anche ai rigorosi tecnocrati di Francoforte. Sarà una posizione, ora come allora, suggerita? Impossibile sapere.
In quella stessa lettera, conviene ricordare che tra i vari "pesanti" suggerimenti fatti all’Italia non vi era una riga spesa per la lotta all'evasione fiscale. Però si sentenziava sulle istituzioni democratiche.
D’altra parte lo si era fatto per la Grecia, dove sono scomparsi Comuni, Province e Regioni, licenziati dipendenti pubblici e, visti gli ottimi risultati raggiunti, si era pensato bene che l’Italia dovesse seguire la stessa strada…
Che una Banca indichi perentoriamente per l'ennesima volta come si debba intervenire sul destino di un'istituzione eletta dal popolo la dice lunga sul periodo che stiamo vivendo e su quale sia oggi il rapporto tra l'economia e la democrazia. L'una sopra, l'altra sotto.
Non so dove andremo a finire se la logica con la quale s’interviene sulle cose continua ad essere questa. Intanto, bisognerebbe cogliere al volo il ravvedimento operoso dei “funzionari dell’umanità”, molto solerti ed operativi in terra tedesca (dove anche il clima evidentemente ispira l’efficienza), per rilanciare la proposta dell’Upi che prevede appunto l’accorpamento delle Province, per ridurle al numero di quelle previste nel 1861, quando fu fatta l’Italia, e dalla quale ci si possono aspettare 5 mld di euro stimati, salvaguardando però il nucleo vitale delle funzioni che le Province possono svolgere per le comunità amministrate e la democrazia, ossia la scelta di chi deve amministrarle da parte dei cittadini.
Di questi tempi, non sarebbe poco.
 
 
Daniele Salvi
Consigliere provinciale Pd



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politica interna
20 aprile 2012
ASSEMBLEA UPI A MACERATA.

L’assemblea dell’Upi che si è tenuta oggi all’Abbadia di Fiastra è stato un utile momento di dibattito sul punto in cui è giunta la battaglia per evitare l’abolizione delle Province e sulle prospettive delle correzioni che si stanno apportando in materia.

Tra gli interventi ha spiccato per lucidità d’analisi e consapevolezza della posta in gioco quello del Vicepresidente dell’Upi Antonio Saitta, Presidente della Provincia di Torino.
Il suo è stato un contributo da sottoscrivere in toto e c’è da sperare che le sue argomentazioni, difficilmente confutabili, possano illuminare Governo e forze politiche che in Parlamento hanno l’obbligo di fare riforme che funzionino.
Pregiudizio verso le Autonomie e gli Enti locali, pregiudizio verso la politica tout court, la fanno ancora da padrone e alcune forze politiche hanno deciso di lanciare in pasto all’opinione pubblica, in parte giustamente arrabbiata, in parte aizzata ad arte contro le istituzioni, le Province nella speranza di chetarla.
Ci si sta rendendo conto che il boccone è stato del tutto insufficiente per le fameliche fauci dell’antipolitica e che non si può proseguire su questa strada senza un disegno organico di riforma delle istituzioni e dei poteri locali.
Le questioni in campo sono in sostanza tre: 1) mantenere o no le Province nella Costituzione; questo è oggetto della legge di riforma costituzionale che a soli dieci anni dalla riforma federalista pensa di ritoccare nuovamente la Costituzione. Il processo di accentramento tecnocratico in atto a livello europeo e dei singoli Stati è giunto al limite del conflitto esplicito con l’impostazione federalista e federativa perseguita negli ultimi venti anni. Uscire dalla crisi passa anche attraverso il modo in cui si scioglie questo nodo, che vuol dire dove deve dimagrire realmente lo Stato, se al centro o in periferia.
2) approvare la Carta delle Autonomie, nell’ambito della quale le Province possano trovare una loro ridefinizione che s’integri con gli altri livelli istituzionali locali, ragionando seriamenti sulle funzioni da mantenere in capo al livello amministrativo d’area vasta. Il governo sembra disponibile a seguire questa strada.
3) La legge elettorale: sembra assodato ormai che le Province debbano diventare organismi di secondo grado come le Comunità Montane. Questo è lo scoglio più duro, perché dalla dignità del sistema di rappresentanza che s’intenderà dare alle Province dipenderà anche la pregnanza delle funzioni che potrà esercitare. L’una cosa è collegata all’altra. Anche qui si disfa un sistema che ha garantito terzietà, autorevolezza e stabilità, per inseguire false soluzioni. Si dice che occorre cambiare la legge elettorale nazionale, si fanno le primarie nei partiti e poi s’elimina l’elezione diretta del Presidente e del Consiglio provinciale.
Speriamo nella forza di convincimento della ragione, ma da tutta questa vicenda -che ha già determinato il venir meno di un equilibrio tra livelli istituzionali- non si può che provare una certa delusione. Gli errori della proliferazione delle Province nel recente passato sono stati fatali, per difendere credibilmente quello che oggi andrebbe difeso. Assistiamo ad una caduta verticale della cultura istituzionale e amministrativa di cui sono prova, da un lato, il modo di procedere, per decreto, da parte del Governo sulla vita di un’istituzione (il che rappresenta un precedente allarmante), ma anche, dall’altro, tutte le modifiche avvenute in questi anni in assenza di una proposta condivisa di riforma, condizionate da un populismo che ha piegato ogni cosa alla ricerca del consenso, il quale si pensava dipendesse dalla campagna giornalistica del momento.
Regola aurea: non si interviene sull’organizzazione della democrazia secondo logiche di emergenza.
Infine, una nota stonata dell’incontro. Sentire autorevoli amministratori ed esponenti politici prendersela genericamente con “la politica” e “i partiti”. E’ veramente difficile liberarsi dell’antipolitica. Ci mancava che l’assemblea applaudisse…
 
Daniele Salvi
Consigliere provinciale Pd



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politica interna
12 aprile 2012
“Tre riflessioni sul momento politico attuale”

In queste settimane si stanno intrecciando nella politica nazionale almeno tre questioni che segneranno la fine della legislatura e la prospettiva politica del Paese oltre il 2013.

La prima riguarda il lavoro e la crescita. Raggiunta l’intesa sulla modifica dell’art. 18, perché di modifica si tratta, ma ragionevole, e non di mera conservazione dello stesso, come si vorrebbe far credere, sarebbe ora di concentrarsi sulle politiche per la crescita e sulle politiche industriali. Stupisce, da questo punto di vista, l’atteggiamento aggressivo di Confindustria, che ha lavorato alla stesura della riforma del mercato del lavoro ed oggi sembra rinnegare il contributo dato, concentrando la sua offensiva contro l’intesa raggiunta.
Non sembra aver avuto effetto l’elezione del neopresidente Squinzi, che dell’art. 18 giustamente non aveva fatto una questione dirimente, e non vorremmo che tra gli industriali prevalesse l’idea, molto diffusa per la verità nella destra europea, che dalla crisi si possa uscire, operando una sorta di “svalutazione interna” ai singoli Stati che ha come bersaglio il lavoro. Una strada perseguita da almeno tre decenni e che ci ha condotto alla crisi attuale, mentre quando si dice che l’art. 18 scoraggia gli investimenti esteri, mi viene da chiedere se le multinazionali che hanno lasciato centinaia di disoccupati nella nostra regione, penso al Piceno, siano state frenate prima nel venire qui e oggi nella possibilità di licenziare dalla presunta rigidità del nostro mercato del lavoro.
In termini di attrazione degli investimenti valgono molto di più la lotta alla corruzione e la riforma della giustizia.
La seconda riflessione riguarda la legge elettorale. Su questo, cioè sulla possibilità di un’intesa sui temi istituzionali e del superamento del Porcellum, i partiti si giocano la residua credibilità. Fare una nuova legge elettorale è -come è stato detto- un dovere civile e morale. Non è concesso fallire. Dovrebbero pensarla così sia coloro che auspicano il proseguimento della “grande coalizione” dopo il voto, sia chi -e sono tra questi- vuol esplicitare tutte le potenzialità di un confronto tra ricette politiche alternative che poggino su partiti rinnovati.
E anche chi pensa alla novità del Pd, l’unico partito che non si vergogna di chiamarsi tale, non deve temere nulla da una riforma che superi la gabbia delle coalizioni, ridotte ad ammucchiate contro, e che spinga il cittadino a votare per il partito in cui crede, il programma che condivide e il leader in cui si riconosce. Il partito e il leader più votati siano poi incaricati di formare il governo in Parlamento, condividendo un programma realizzabile, al posto dei tanti, troppi, programmi annunciati con largo anticipo prima del voto e mai realizzati alla prova del governo, com’è accaduto in questi anni. Sfiducia costruttiva e sbarramento aiutino la stabilità e la semplificazione, insieme a regolamenti parlamentari che evitino la frammentazione. Riduzione ragionevole dei parlamentari e superamento del bicameralismo dovrebbero completare sostanzialmente il quadro.
La terza riguarda il futuro della nostra democrazia. In fondo ciò che il governo Monti sta facendo risponde alla necessità di “europeizzare” il nostro paese. Bilancio in regola, riforma della previdenza, liberalizzazioni, mercato del lavoro, lotta all’evasione fiscale, rispondono a questa esigenza. Sul piano istituzionale viene richiesta una riforma delle istituzioni che renda l’Italia più simile agli altri grandi paesi europei, ma quando si arriva a parlare di politica e del ruolo dei partiti, ruolo -vorrei ricordare- costituzionale, scatta un riflesso pavloviano che pensa che della politica e dei partiti si possa fare a meno. Certo, ciò avviene per responsabilità di certi modi di fare politica e a causa della patologia dei partiti personali, ma anche in questo caso si dovrebbe richiedere una riforma europea della politica e dei partiti, a partire dai costi della politica e della democrazia. La democrazia costa, la dittatura -non dimentichiamolo- ancora di di più!
Invece, spesso, si ha la sensazione che poteri influenti lavorino per far credere che un grande paese possa esistere e vivere meglio senza politica e senza partiti. Non è così. Il finanziamento pubblico dei partiti, rendicontato e certificato, ad esempio, tutela dalla plutocrazia e dal lobbismo opaco che produce corruzione. Se vogliamo essere europei, sforziamoci tutti di esserlo anche quando immaginiamo la politica e i partiti.   



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politica interna
6 aprile 2012
INTERVENTO PROGRAMMA DI MANDATO PROVINCIA DI MACERATA
Cari Amici, questo è l'intervento che ho tenuto in Consiglio provinciale lo scorso 20 marzo in occasione della presentazione delle Linee programmatiche di mandato della nuova Amministrazione provinciale.
A presto.
 
Daniele.
 
Il documento sulle Linee di Mandato 2011-2016 dell’Amministrazione provinciale è innanzitutto scritto bene, e vorrei fare i complimenti a chi l’ha scritto, perché non è facile trovare documenti politici scritti bene, poi è anche completo, tocca tutti gli aspetti dell’azione amministrativa della Provincia.
E’ un atto politico e anche se arriva con un po’ di ritardo sappiamo a quali ragioni ciò sia stato dovuto, per cui non voglio ritornarci. Dicevo che è un atto politico, l’atto politico-amministrativo fondamentale del nuovo esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. Una sorta di grundprogramm, direbbero i tedeschi, che rappresenta l’identità e la cifra dello schieramento che ha vinto le elezioni e che è alternativo alla destra. Per cui ho modo di ritenere che, essendo gli schieramenti che si sono confrontati alle elezioni tra loro alternativi, il programma della minoranza sia diverso.
Non capisco l’accanimento che l’opposizione esplicita ogni volta contro la “politica“. Le scelte di un governo non sono mai tecniche, sono sempre politiche. Non esiste la tecnica al governo. Anche l’opposizione fa giustamente politica. E poi non si può prima attaccare la prosopopea che a vostro dire sarebbe contenuta in questo documento e poi ricercare pratiche consociative, pensando che il documento sia emendabile. Non so se all’opposizione stia bene essere politicamente subalterna alla maggioranza. Io penso che voi non lo vogliate, perché ho modo di ritenere che abbiate le vostre proposte, la vostra identità e un programma alternativo al nostro, che avreste presentato nel caso aveste vinto, così come fu fatto in passato.
Comunque siete liberi di fare ciò che volete.
Io penso che il tema di fondo con cui ci dobbiamo misurare è come cambia il ruolo del pubblico nella crisi. Sta cambiando un’era geologica, siamo dentro una grande glaciazione, e la questione riguarda in primo luogo come le istituzioni democratiche si riorganizzano per affrontare la crisi, sopravvivere ad essa, continuando ad essere utile punto di riferimento per i cittadini.
Questo vuol dire immaginare come cambiano le politiche pubbliche, ma anche quale assetto istituzionale più snello e funzionale ci diamo, affinchè sia sostenibile e utile alle comunità amministrate. Dentro questa discussione sta anche il ruolo nuovo che deve assolvere la Provincia.
Siccome, tra l’altro, noi saremo una delle poche amministrazioni provinciali che scadranno più in là nel tempo, ossia nel 2016, abbiamo l’imperativo categorico di dimostrare che questo ente è utile. Questa mi pare anche l’ambizione del documento che andiamo ad approvare, mentre le singole proposte non potranno che trovare una loro specificazione negli atti programmatici di settore e nei piani operativi annuali. Non si tratta, d’altra parte, di sostenere che la Provincia così com’è va difesa, ma che il livello amministrativo di area vasta è essenziale e va mantenuto anche nell’ottica di una riorganizzazione necessaria della nostra democrazia.
Questa missione non si assolve soltanto occupandoci della quotidianità, ma rimettendo al centro la programmazione, come si fa opportunamente del documento, sapendo che è cambiata e cambierà la percezione che i cittadini avranno nei nostri confronti e che, sulla base dei cambiamenti legislativi in itinere, dovremo necessariamente adeguare il percorso alla complessità insita nella riscrittura delle funzioni amministrative.
Si pensa alla Provincia come ente di secondo grado. Io penso che questo sia un errore, nato da una campagna demagogica di cui ha pagato il prezzo l’anello più debole della filiera istituzionale, perché così facendo si contraddice la riforma del titolo V della Costituzione e si destruttura un meccanismo, quello dell’elezione diretta, che nel caso dei Comuni, ma ancor più delle Province, ha garantito stabilità ed efficacia. Il rischio, poi, è che lo spacchettamento delle funzioni produrrà costi aggiuntivi, a proposito di costi della politica, ovvero aumento della burocrazia, farraginosità, più che economie, com’è accaduto al processo di decentramento praticato negli ultimi vent’anni.
Riportare tutto ad un centro minimo di comando, nazionale o regionale, sarà un processo che c’impegnerà per altri vent’anni, producendo disfunzionalità e diseconomie, prima che si entri a regime. Si sarebbero potute fare scelte più efficaci e sostenibili, producendo fin da subito reali risparmi, come ho cercato di dire in più occasioni, ma purtroppo questa è un’epoca in cui la demagogia antipolitica e chi la interpreta hanno la meglio. Poi sarà il tempo a dirci se le scelte fatte, saranno anche state buone.
Sta di fatto che noi siamo chiamati a riscrivere le funzioni amministrative della Provincia in termini d’indirizzo e coordinamento, ma mi pare che si stia facendo strada l’idea che anche alcune funzioni essenziali di gestione non possano che stare in capo all’organismo di area vasta. Dobbiamo, quindi, stare dentro la partita della riforma istituzionale, disponibili a ragionare e a tradurre la migliore dislocazione delle funzioni, ma essere fermi nel rivendicare l’utilità e l’imprescindibilità del livello di governo intermedio del territorio.
La Provincia, innanzitutto, come costruttore di relazioni territoriali, attore d’indirizzo e coordinamento di area vasta, che solo noi possiamo articolare, mettendo intorno ad un tavolo i soggetti, istituzionali e non, i corpi sociali intermedi, le autonomie funzionali, per ragionare con loro, sviluppare progettualità, accompagnare i percorsi d’integrazione, anche in settori in cui non si ha specifica competenza, come si è iniziato a fare sulla riorganizzazione condivisa del sistema sanitario dell’area vasta maceratese. Sapendo che non decidiamo noi, ma è utile che si condividano impostazioni con la Regione e che si possano definire idee più ambiziose che traguardano la gestione del quotidiano.
Quindi costruire relazioni con i soggetti sociali, imprenditoriali, con le Università, la Camera di Commercio, le Fondazioni bancarie, i Comuni; verso questi ultimi, ad esempio, c’è un lavoro urgente e significativo da fare per accompagnarne la riorganizzazione e sostenerne l’attività.
Bene il discorso che si sta portando avanti con le due Università, nell’ambito dell’accordo di programma, ad esempio mettendo in rete gli uffici Europa (di Provincia e Università) per cominciare a discutere sulla nuova programmazione europea 2014-2020 e per coglierne le opportunità. E’ un passo importante, come pure quello siglato in questi giorni con la Camera di Commercio e l’Università di Camerino sull’innovazione, la ricerca e il trasferimento tecnologico.
La Provincia deve essere al fianco dei Comuni nel supportare il processo di associazionismo delle funzioni comunali, nell’azione di riordino amministrativo e degli enti strumentali, nel sostenere tanti Comuni che si trovano in grande difficoltà, non riescono a chiudere i bilanci, alcuni dei quali sono addirittura considerati “appestati” come quelli sotto i 1000 abitanti.
Se pensiamo ad una Provincia che perderà il ruolo che finora ha avuto, perché si assottiglieranno le funzioni di sua competenza, dobbiamo prevedere che il livello regionale, seppur anch’esso dimagrito, assumerà una maggiore importanza e dobbiamo lavorare perché si superi la polverizzazione comunale, dando fiato alle Unioni dei Comuni, anche nell’ottica di determinare una rappresentanza più equilibrata nell’ambito della nuova Provincia. La Provincia ha da sempre un suo tratto specifico nell’essere istituzione del riequilibrio territoriale, che lavora cioè per ridurre gli squilibri e le diseguaglianze tra territori, proprio esercitando la sua funzione di coordinamento.
Uno dei rischi della riforma abbozzata è che, invece, essa diventerà la sede dei Comuni maggiori, della competizione e dello scontro tra loro, mentre tradizionalmente i Comuni più forti si sono sempre difesi da sé e non hanno avuto gran che bisogno della Provincia.
Quello della crescita equilibrata e collettiva della comunità provinciale, che supera gli squilibri tra le aree interne e la costa, tra le vallate, deve restare un compito strategico del livello amministrativo intermedio di area vasta. Questo lavoro di compensazione, di armonizzazione è fondamentale e va aiutato anche attraverso la creazione delle Unioni dei Comuni, per evitare che siano i quattro-cinque Comuni più grandi quelli che nel nuovo assetto decidono tutto. Questo sarebbe profondamente sbagliato.
L’altro compito strategico di mandato dovrà essere la riorganizzazione dei servizi a rete: idrico, rifiuti, energia, trasporto pubblico locale. Ma anche servizi alla persona, la rete scolastica e quella dell’assistenza agli anziani. Gestore unico del servizio idrico, modernizzazione del settore dei rifiuti, su cui è bene che smettiamo di raccontarci la storia dell’eccellenza, del fatto che siamo all’avanguardia, etc, etc. Razionalizzazione nel trasporto pubblico. Ci sono grandi scelte da fare e decisi passi in avanti da compiere, senza cullarci sugli allori, ma guardando all’apertura del mercato, all’ammodernamento degli impianti, alla qualità del servizio, al rapporto costi/benefici. C’è il tema della viabilità, per la cui manutenzione non ci sono più risorse. Ma anche sulle grandi infrastrutture abbiano nodi da sciogliere se non vogliamo creare nuove incompiute; penso alla Pedemontana che dovrebbe completare il tracciato basilare del progetto Quadrilatero e per la quale mancano 200 mln. Il Progetto è al Cipe e sarà finanziato il primo tratto, ma poi? Deve essere una priorità da affrontare.
C’è la questione di che fare della Civitanova-Albacina, atteso che il progetto di metropolitana di superficie forse va ridimensionato perché ha costi difficilmente abbordabili, anche se la logica da seguire è quella, per fare ciò che è possibile e per integrare meglio gomma e ferro, anche attraverso un’unica società di gestione.
L’attività programmatoria sarà intensa, come ha richiamato il Presidente; ci sono piani e programmi in scadenza che richiedono di essere aggiornati (Ptc, commercio, cave, trasporto pubblico, rifiuti), così come ce ne sono nuovi da fare (energia). Per il resto le poche risorse disponibili vanno concentrate su pochi Progetti speciali. Fin d’ora va indirizzata l’attività sulle funzioni che permarranno in capo all’istituzione e su alcuni progetti speciali. Tra questi penso alla cultura, come fattore d’innovazione traversale ai vari settori del turismo, dell’agricoltura (tramite il Gal), delle produzioni manifatturiere, anche attraverso la logica dei distretti culturali evoluti; penso allo sviluppo economico e alla necessità che esso resti sotto la lente d’ingrandimento della Provincia per quel che riguarda la “grande migrazione” dal manifatturiero che la crisi sta nei fatti producendo. Per questo è importante continuare a parlare di accesso al credito, del ruolo delle medie imprese, delle reti d’impresa, d’innovazione e ricerca; allo stesso modo nel turismo occorre mettere al centro informazione, accoglienza e residenzialità diffusa.
Mi pare che nel documento sulle linee programmatiche di mandato di questa amministrazione le cose che ho cercato di sottolineare, dando un ordine minimo al nostro impegno in una fase di profondi cambiamenti, ci siano e mi pare che da oggi non potranno mancare il necessario slancio per perseguirle e raggiungerle, dimostrando che un livello intermedio di governo è utile non a noi, ma ai cittadini.



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politica interna
3 aprile 2012
LETTURE
Cari Amici,
vorrei consigliarvi alcune letture che nei giorni che ci separano dall'ultimo post ho avuto modo di fare. La prima è il libro di Stefano Fassina "Il lavoro prima di tutto" (Ed. Donzelli, Roma 2012, pp. 191), che contribuisce a delineare in modo chiaro, anche se a volte un pò ripetitivo, un primo chiaro punto d'appoggio culturale dell'identità politica del Pd. Il lavoro come chiave per rileggere la lunga rivoluzione conservatrice, come valore da rimettere al centro della politica e dell'idea di civiltà occidentale ed europea, come punto di riferimento per la lotta alle diseguaglianze e la redistribuzione della ricchezza, per una diversa idea dell'Europa politica e per cambiare le politiche macroeconomiche europee, per dialogare -attraverso "la persona che lavora"- con il mondo cattolico. Un libro sul quale avremo occasione di ritornare. La seconda lettura è il libro di Ermete Realacci "Green Italy" (Ed. Chiarelettere, Milano 2012, pp.315), un viaggio nelle eccellenze sulla scia della Fondazione per le qualità italiane, Symbola, che ci dimostra perchè ce la possiamo fare ad uscire dalla crisi. Una galleria di esempi imprenditoriali e di esperienze positive, di cui si sentiva il bisogno nella depressione-recessione dovuta alla crisi. Uno sprazzo di ottimismo motivato che incoraggia a conoscere tante realtà, anche marchigiane, che hanno saputo coniugare radicamento territoriale e sguardo sul mondo, tradizione e innovazione, qualità e responsabilità sociale, facendo della green economy la cifra di questo amalgama riuscito. Nuova Simonelli e Varnelli, Loccioni e Frau, Faam e Della Valle, sono solo accennati tra gli esempi, mentre la Revolution di Sergio Lupi e la Raimbow di Igino Straffi vengono trattate come casi di scuola in due capitoli specifici del libro. Orgoglio marchigiano! La terza lettura è il libretto-manifesto di Popsophia, steso da Umberto Curi e intitolato evocativamente "Prolegomeni per una popsophia" (Ed. Popsophia Kultur, Grafiche Fioroni 2011, pp.31). Si tratta di un saggio dedicato all'idea di fondo che per ritornare all'essenza della filosofia non basta tornare alle sue origini, ma occorre coglierne il senso più proprio e cioè il fatto che la filosofia è nata come pop-sophìa, interrogazione radicale sul presente, sulla vita, la società e la natura (pòlis e physis). Nulla di accademico e d'intellettualistico, ma un modo di vita, questo era e deve tornare ad essere -per Curi- la filosofia. Alla base del successo del Festival omonimo, che si tiene per il secondo anno a Civitanova Marche, questo articolo coglie un punto vero, il fatto che la filosofia sia diventata qualcosa di estremamente specialistico e quasi senz'anima, anche se per contrario si può rischiare la banalizzazione postmodernista o il vezzo di una nuova sofistica. Mythos e lògos nascono entrambi dal thauma, ci dice Curi, e mythos e poiesis sono forme di razionalità anch'esse, seppur diverse da quella che sembra essersi rattrappita in una forma di razionalismo cieco. Dai presocratici a Platone fino ad Aristotele: con rapide pennellate concettuali viene offerto un affresco accattivante di quella che comunque resta una disciplina, forse la più alta, che non può fare a meno di ascesi e rigore intellettuale. Infine, la quarta lettura, lo scritto di una vera filosofa, Simone Weil, vergato alla vigilia della seconda guerra mondiale tra il 1936 e il 1939, "L'Iliade o il poema della forza" (Asterios Editore, Trieste 2012, pp. 109). L'esordio della poesia occidentale, l'Iliade omerica, racchiude -secondo Simone- una grande verità il cui soggetto è la forza, la forza che rende l'uomo cosa, sia l'uomo che la usa che l'uomo che la subisce, materia che sopravanza lo spirito e rottura dell'equilibrio instabile senza il quale non c'è civiltà, ma solo sventura. Un testo da leggere avendo come termine di confronto la dialettica servo-padrone della 'Fenomenologia dello Spirito' di Hegel. Esso ci aiuta a ricostruire la vicenda umana e intellettuale di una delle figure più grandi del Novecento e il perchè dell'olocausto che di lì a poco avrebbe insanguinato l'Europa.  



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