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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
CULTURA
27 febbraio 2012
Vittorio Foa: "Passaggi", RCS Mediagroup S.p.a. Divisione Quotidiani, Milano 2012, pp.189.

"E' interessante leggere questo libro dato alle stampe nel 2000 e uscito per la Giulio Einaudi editore, ora ripubblicato da 'Il Corriere della Sera' nella collana "Laicicattolici - i maestri del pensiero democratico". E' interessante non solo per la statura del personaggio e chiaramente per le cose che dice, ma perchè consente di ripercorrere gli anni Novanta con lo sguardo lungo sul secolo passato di un novantenne incredibilmente lucido. Il libro è, infatti, una raccolta di zettel, di pensieri e di ricordi tutti datati tra l'inizio e la fine degli anni Novanta. Ciascuno di essi offre occasioni di riflessione molteplici, sono quasi degli incipit di una riflessione, che, a partire dallo spunto che Foa lancia, si propaga e interroga indefinitamente il lettore. Mai banalità, nè indulgenza retorica alla memoria, sempre la lucida analisi del presente o il ricordo come elemento vivificatore delle contraddizioni attuali e perlustrazione del futuro. Si parla spesso, oggi, di quanto la sinistra che ha raggiunto negli anni Novanta in Italia il traguardo del governo e negli stessi anni in Europa la guida di tredici Stati su quindici, sia stata subalterna nelle sue politiche al pensiero unico neoliberista, limitandosi ad addolcirne gli effetti o a cavalcarne spregiudicatamente l'onda come una sorta di mosca cocchiera. Questo libro è utile proprio a questo riguardo, perchè parliamo di una mente, quella di Foa, educata ai valori dell'azionismo, refrattaria ad ogni logica collettivista e immune dalla crisi del comunismo italiano e internazionale. Una personalità che non è stata rapita dal 'silenzio dei comunisti', come egli definisce -stupendosene- quella rimozione generale che riguardò il mondo della cultura e la classe dirigente che facevano parte della originale tradizione comunista italiana, la quale insieme alla perdita dell'orizzonte visse una sorta di schiacciamento della propria capacità di visione tutta sul presente, il quotidiano e l'amministrazione per quanto buona dell'esistente. Foa, in quegli anni, fu una sorta di padre nobile di una sinistra impegnata a ricostruire la propria identità, oltre ogni ideologia, e una propria prassi coerente, tra mille oscillazioni. Lo fu perchè la sua idea di una sinistra non dogmatica, liberalsocialista, attenta alle ragioni dell'individuo e della libertà come responsabilità delle scelte, trovava in quegli anni -dopo la caduta del Muro- l'apertura giusta per farsi sentire. Il suo messaggio fu proprio quello di vivere quella fase non sentendosi orfani di qualcosa, ma come di fronte ad una grande opportunità per liberare il meglio di sè, che il più delle volte era stato represso dall'obbedienza a precetti fatui e vecchi luoghi comuni. Tuttavia ciò che colpisce in Foa, oltre al rapporto con la sua identità ebraica, con la città di Torino, con il sindacato, è la costante presenza del tema della giustizia sociale. Libertà e giustizia, o meglio Giustizia e Libertà, come nella tradizione azionista. La lunga esperienza maturata nel secolo che si chiudeva costituisce per Foa un formidabile antidoto contro le infatuazioni e le mode del momento. Pur nello stile problematico che gli è proprio, con quel suo modo di ragionare che è costante stimolo ed esortazione a unire pensiero e azione, Foa non disperde la lezione secolare di una sinistra che lotta per l'uguaglianza, per il riscatto sociale, l'emancipazione, la conquista di diritti, che non siano però 'fucili alzati al cielo' contro lo Stato, dal quale si pretende il riconoscimento, ma piuttosto diritti che vanno contemperati orizzontalmente, superando le divisioni, che ad esempio esistono nel mondo del lavoro e che è compito di un sindacato rinnovato rappresentare e di una sinistra intelligente fare propri politicamente. Sappiamo quante volte è stata rivolta al pensiero azionista la critica di astrattezza, di mancanza di realismo politico, di percorrere cioè strade non chiaramente demarcate, dove è facile perdersi, avendo come bussola la sola libertà responsabile dell'individuo, che non è sufficiente per muoversi abilmente in un mondo grande e terribile. Come quando egli dice che se una scelta è di destra o di sinistra potranno deciderlo soltanto i posteri, oppure risponde ad una domanda -alla maniera ebraica- cioè facendo un'altra domanda. Il suo lascito migliore è -invece- proprio questo: una testimonianza di acume, d'intelligenza, di esercizio critico, in cui l'esperienza del passato, lo scavo del presente e il presentimento del futuro, proprio a partire da un'individualità irrequieta, ci consegnano non solo domande, ma anche risposte, insieme ad un'idea della politica e a un modo di essere che non conoscono le ingiurie del tempo e della contingenza". 




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CULTURA
24 febbraio 2012
POLITICHE CULTURALI E NUOVA CRESCITA (Comunicato stampa)

INCONTRI SULL’EUROPA “LE POLITICHE CULTURALI COME FATTORE DI NUOVA CRESCITA”

Incontro a Camerino presso la Sala degli Stemmi
 
 
Camerino 22 febbraio 2012 - Si è svolto ieri 21 febbraio 2012 all’interno di una gremitissima Sala degli Stemmi dell’Università di Camerino,  il convegno “Le politiche culturali come fattore di nuova crescita” .  All’incontro, organizzato dall’associazione di Cultura Politica “Nuovo Riformismo” in collaborazione con Unicam e coordinato dal consigliere provinciale Daniele Salvi, hanno partecipato l’assessore alla cultura della Regione Marche Pietro Marcolini,  l’assessore al turismo Serenella Moroder, all’industria e all’ artigianato Sara Giannini e il vicepresidente della Regione Marche Paolo Petrini, oltrechè  l’ Assessore alla cultura e turismo della Regione Umbria Fabrizio Bracco e il Rettore dell’Università di Camerino, Professor Flavio Corradini. All’incontro hanno partecipato anche i sindaci dei comuni di Camerino, Fabriano e Macerata. Le conclusioni sono state affidate all’europarlamentare Roberto Gualtieri. L’incontro si è posto l’obiettivo di stabilire una sinergia tra i diversi ambiti delle politiche regionali per avviare una collaborazione con le regioni confinanti a partire dall’Umbria e di collegare le progettualità territoriali con le opportunità della politica europea.
 
“Quella di oggi è certamente un’occasione importante che vede l’Università di Camerino protagonista in questo incontro di coesione tra enti per raggiunger l’obbiettivo fissato dal programma Europa2020 – afferma il magnifico Rettore Unicam Prof. Flavio Corradini – dove istruzione e ricerca sono i punti cardine su cui vertono le richieste rivolte dall’Europa agli stati membri. Unicam in collaborazione con la Regione Marche e in sinergia con gli altri enti del territorio potrà favorire questa nuova crescita investendo in competenze e in formazione, permettendo una modernizzazione del mercato del lavoro grazie all’innovazione tecnologica e alla ricerca.”
Cultura come risorsa e volano per la crescita: “Le politiche culturali sono e saranno un fattore di crescita- ha sottolineato  l’assessore alla cultura della Regione Marche Pietro Marcolini - come si evidenzia a livello europeo la cultura è un settore trasversale di sostegno allo sviluppo economico e sociale, non solo ha un suo specifico intervento, che è quello tradizionale dello spettacolo, dell’arte, ma è anche un settore fertilizzante sul piano dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica. L’Università è un agente di sviluppo molto importante – continua Marcolini - per questo abbiamo scelto di svolgere l’incontro di oggi proprio a Camerino per evidenziare una collaborazione che ci permette di lavorare a moltissimi programmi che vanno dall’informazione alla formazione, dal sostegno alla riconversione del tessuto produttivo fino all’anticipazione di nuove professioni, possiamo e dobbiamo lavorare insieme.”
 
Le conclusioni sono state affidate all’europarlamentare on.le Roberto Gualtieri che ha proprio in queste settimane lavorato alla revisione del Trattato UE per conto del Parlamento europeo  “Oggi se vogliamo affrontare la crisi non possiamo non partire da una concezione più ricca e più forte della cultura proprio come quella che è stata evidenziata in questo incontro. Dobbiamo partire da una concezione che superi quella visione tutta incentrata sulla dimensione del consumo culturale, per avere una dimensione forte, pregnante della cultura che diviene oggi il fattore centrale, la nostra principale risorsa per affrontare e per superare la crisi. Cultura come generatore di un valore aggiunto, come cemento sociale e infrastruttura civile, anche per superare una visione economicistica quale è quella che ha prevalso in questi ultimi decenni che ha sicuramente contribuito non poco a determinare la crisi drammatica che stiamo affrontando.”



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23 febbraio 2012
LE POLITICHE CULTURALI COME FATTORE DI NUOVA CRESCITA
(Camerino 21 febbraio 2012)
 
Nell’avviare i lavori di questo pomeriggio vogliamo gettare uno sguardo ai disagi, le difficoltà e i danni che l’eccezionale nevicata ha prodotto nella nostra regione e in particolare qui nel camerte, come pure nell’urbinate, dove si è ancora alle prese con il ritorno alla normalità. La cosa ha a che fare con la discussione odierna, in quanto anche i beni culturali hanno subito lesioni e la stima dei danni non è lieve. La Regione Marche è già in campo per cercare di sostenere i Comuni, le imprese e i privati, la presenza di tanti esponenti della Giunta regionale qui oggi credo sia un segnale forte di vicinanza al territorio, ma un segnale necessario e tempestivo occorre che venga dal Governo, che -dopo l’abrogazione della “tassa sulla disgrazia” da parte della Corte Costituzionale- deve dare una risposta alle Marche anche per quanto riguarda l’alluvione del marzo 2011.
 
Per entrare invece nel tema “le politiche culturali come fattore di nuova crescita” dobbiamo partire dalla crisi che attraversa l’Europa, su cui abbondano le analisi, ma credo sia venuto il tempo di concentrare l’attenzione su come uscirne.
La crisi dell’Europa e degli Stati Uniti, che per qualcuno è crisi dell’Occidente, rappresenta una grande cesura storica, di cui non riusciamo ancora a decifrare fino in fondo le implicazioni, ma possiamo dire con ogni probabilità che essa è una crisi culturale, economica e di sovranità.
La lettera dei 12 Paesi europei, tra cui l’Italia e l’Inghilterra, sulla necessità di puntare sulla crescita per salvare l’eurozona è un chiaro messaggio alla politica finora perseguita da Francia e Germania e insieme l’ammissione che “l’austerità fiscale ed espansiva”, se non accompagnata da politiche per la crescita, non ci condurrà fuori dal guado, come dimostra il caso della Grecia.
Prima c’era stato il documento congiunto Spd e Grunen tedeschi che al 12° punto esplicita con chiarezza che “la stabilità finanziaria e di bilancio è importante, ma essa va coniugata con una politica di sviluppo capace di ridurre la disoccupazione in Europa” che colpisce in particolare i giovani.
Per l’Italia, divenuta il punto di snodo della crisi dell’eurozona, la questione europea non si pone più semplicemente come un vincolo esterno, cui tendenzialmente adeguarci, ma rappresenta una questione co-essenziale, cui siamo legati a doppio filo. Passa, cioè, attraverso la riuscita della missione del Governo Monti la salvezza non solo nostra, ma dell’Europa. Non mi pare poco.
Se interesse nazionale e integrazione europea sono per noi due aspetti della stessa politica, è sul secondo elemento, quello dell’integrazione, che occorre, però, fare un salto di qualità nel mentre ciascuno Stato “fa i suoi compiti a casa”. Ciò significa rilancio del metodo comunitario, rispetto a quello intergovernativo finora egemone, riforma delle istituzioni politiche dell’Unione e contestuale rafforzamento della governance economica con lo sviluppo del mercato unico, l’emissione degli Eurobond, la tassazione delle transazioni finanziarie a breve e una disciplina di bilancio che scorpori la spesa per investimenti, la quale va rilanciata e ottimizzata.
Se, quindi, il tema della crescita è centrale per uscire dalla crisi, possono le politiche culturali essere un pezzo di una strategia più generale di cui l’Europa si dota e dalla quale discendono politiche nazionali e regionali coerenti?
Questo è il tema. Qui intervengono tre aspetti: il primo è l’importanza del sapere, della conoscenza, della formazione, della ricerca e dell’innovazione, insomma l’investimento sul capitale umano come ingrediente fondamentale dell’innalzamento delle capacità competitive dei sistemi economici e della qualità del lavoro. Era questo il cuore della strategia di Lisbona.
Il secondo aspetto è la necessità di promuovere una crescita nuova, cioè -come dice la prospettiva di Europa 2020- intelligente, inclusiva e sostenibile, ma anche capace di ridurre le diseguaglianze, redistribuire la ricchezza, costruire e consolidare reti di solidarietà. Questa aggiunta riferita alla lotta alle diseguaglianze e alla solidarietà non è rituale, ma la novità che dobbiamo saper raccogliere se vogliamo trarre un insegnamento utile dalla crisi. Giustizia è una parola che bussa prepotentemente dentro ciascuno di noi, solo che vogliamo ascoltarla.
Giustizia, uguaglianza e solidarietà tra ceti, redditi, Paesi, aree territoriali dell’Europa e non solo. Lo diciamo dalle Marche, regione da sempre aperta verso l’Est e i Balcani e sede del Segretariato della Macroregione Adriatico-Ionica.
Il terzo aspetto, infine, è la necessità di nuove politiche pubbliche e contestualmente di un nuovo rapporto pubblico-privato. Ci viene in soccorso su questo terreno l’importante manifesto “Per una costituente della cultura”, pubblicato domenica scorsa da Il Sole 24 Ore con il titolo “Niente cultura, niente sviluppo”, del quale vogliamo riportare due frasi. La prima: “La crisi dei mercati e la recessione in corso, se da un lato ci impartiscono una dura lezione sul rapporto tra speculazione finanziaria ed economia reale, dall’altro devono indurci a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo”. E’ vero la crisi sta cambiando modi di produrre, di consumare, costumi e comportamenti. E l’altra: “Si è osservato in questi anni che laddove il pubblico si ritira anche il privato diminuisce in incisività, mentre politiche pubbliche assennate hanno un forte potere motivazionale e spingono anche i privati a partecipare alla gestione della cosa pubblica”. Mi sembra un importante passo in avanti nell’elaborazione di logiche collaborative, complementari e sussidiarie tra pubblico e privato.
D’altra parte, l’intervento pubblico non può essere demonizzato quando si parla di profitti e invocato quando si tratta di salvare le banche.
Regolazione, programmazione, sostegno selettivo e cofinanziamento, possono essere i termini di un nuovo intervento pubblico che supporti il disegno di una ricostruzione nazionale, alla quale proprio il documento citato inaspettatamente ci richiama come al compito precipuo dell’oggi e del prossimo futuro.
 
A partire da questa impostazione l’iniziativa di oggi vuol ricercare una declinazione ulteriore lungo tre direzioni:
 
a) la trasversalità: suffragati da quanto ha scritto Il Sole 24 Ore, che ha invitato l’intero Governo e tutti i Ministeri a “porre la reale funzione di sviluppo della cultura al centro delle scelte”, teniamo a precisare che l’idea di fare della cultura il fertilizzante di settori diversi, ma in realtà contigui, come possono essere il turismo, l’agricoltura, le produzioni manifatturiere, l’internazionalizzazione, è una sfida che la Regione Marche ha raccolto da almeno due anni, con l’obiettivo proprio di promuovere un nuovo modello di sviluppo. Anche per questo sono state aumentate le risorse destinate alla cultura, nonostante il taglio dei trasferimenti nazionali. Ora, proprio a partire dall’occasione odierna e dalla presenza qui degli assessori delegati, è necessario fare in modo che il coordinamento tra le politiche di sviluppo regionali sia più forte e strutturato, se comprendiamo quanto una crescita equilibrata e qualitativa abbiano ancor più a che fare con l’innovazione di cui stiamo parlando. Ciò dovrebbe avere una ricaduta concreta in eventuali bandi o misure che vengono adottate. Lo si sta facendo con l’Industria; da ultimo lo si è fatto nel Protocollo d’intesa con i Gal insieme al Turismo.
 
b) l’interregionalità: la collaborazione con le Regioni limitrofe a partire dall’Umbria, alla quale ci lega un retroterra storico, culturale, economico e sociale largamente omogeneo. L’esperienza del terremoto del 1997, della gestione dell’emergenza e del modello di ricostruzione esemplare che insieme abbiamo portato avanti e che dobbiamo sempre ricordare e rivendicare, deve vederci ancora impegnati nel mettere in campo progetti di sviluppo per continuare una traiettoria a quei tempi avviata e non compiuta, ma anche per rispondere alla crisi in atto (es. Antonio Merloni, Faber, etc.). Penso a come, dopo la fase della ricostruzione e a quella in atto dell’infrastrutturazione viaria (con il progetto “Quadrilatero”), che determinerà nuove condizioni di accessibilità e di potenziale attrattività per le due regioni, sia necessario concentrare gli sforzi e le iniziative per promuovere un nuovo sviluppo. In questo senso è importante la progettualità che si sta avviando nella logica del Distretto Culturale Evoluto (DCE) tra il fabrianese e l’eugubino, inclusa la candidatura di Fabriano nel network delle “città creative” dell’Unesco, ma è ormai necessario che anche in ambito maceratese si avvii quanto prima qualcosa di analogo, coinvolgendo il Capoluogo e l’entroterra, le città di Camerino e San Severino Marche, il Parco nazionale dei Monti Sibillini e guardando oltre il confine regionale, il cui superamento dal 2013 diventerà rapidissimo verso Foligno per andare verso Terni-Roma o verso Perugia-Firenze. Ciò renderà anche il mare Adriatico più vicino, con una potenziale ricaduta positiva sul turismo balneare. Rapporto Marche-Umbria, quindi, anche come primo passo per allargare lo sguardo al Centro Italia, al ruolo che questa area geografica del Paese può svolgere come cerniera di una rinnovata unità nazionale.
 
c) la territorialità: la possibilità di iscrivere le iniziative dei territori dentro le politiche europee e la nuova programmazione 2014-2020, muovendosi fin d’ora con largo anticipo per ideare progetti praticabili, coinvolgere partners e competenze, attrezzarsi ai meccanismi della concorrenza e della condizionalità, agire con tempestività per cogliere le opportunità delle call dei vari programmi europei. Le sollecitazioni che più volte il Prof. Sacco ci ha fatto sulle opportunità che fanno capo alla DG Cultura, ma soprattutto alla DG Impresa e ai vari Programmi comunitari che ne discendono, vanno rese operative avviando quella rassegna ricognitiva delle attività nei settori del fashion, del design, del patrimonio digitalizzato, del food intelligente, del welfare culturale, della rigenerazione creativa dei centri storici. Sono tutti filoni sui quali le Marche, ma anche anche regioni a noi vicine hanno molto da dire, puntando su una nuova leva imprenditoriale, sulla possibilità di far nascere imprese culturali-creative e di attrarre nuovi investimenti.
 
In questo quadro fondamentale è il contributo dell’Università, del sistema universitario marchigiano, delle nostre due università di Camerino e Macerata con il loro percorso d’integrazione, ma anche della loro collaborazione con altri atenei (es. Perugia-Camerino su Start Cup). Di fronte c’è la sfida di Horizon 2020, il Programma unico per la ricerca e l’innovazione dell’Unione europea che ha stanziato all’uopo 80 mld di euro per il periodo 2014-2020 sui temi di frontiera dello sviluppo dei prossimi anni, dentro cui, oltre alle risorse per le PME, vi sono quelle per realizzare sei nuove Comunità della conoscenza e dell’innovazione (KICs), 600 start-up, formare 25.000 studenti e 10.000 dottorandi. Tra i temi quello dell’invecchiamento attivo e della qualità della vita, su cui le Marche hanno progetti già in campo attraverso la costituenda Agenzia nazionale per la Terza Età, la domotica e la proposta di “polo tecnologico” che anche recentemente il Presidente Spacca è tornato a sollecitare al Ministro Passera.
Sguardo europeo e internazionale, radicamento sul territorio, per dare concretezza a quel che s’impara e si elabora e per accompagnare l’innovazione del tessuto produttivo. Questo è quello che ci aspettiamo dall’Università, in particolare quella di Camerino che ci ospita e che si è distinta in questi anni per iniziative molto interessanti. Voglio citare nel campo più prettamente culturale la Biennale del Design, il ritorno di Video Art Electronics, l’attività dell’ILO e dei suoi spin-off universitari, le idee di valorizzazione museale sul versante scientifico (Science Center).
La sfida è tuttavia complessa. Le Marche ha tassi di specializzazione produttiva e di occupazione nel settore manifatturiero, quello che sta pagando più duramente la crisi, ben oltre la media nazionale; ha un basso investimento in ricerca e innovazione, al di sotto della media nazionale, e una seria difficoltà d’inserimento di manodopera giovane, altamente scolarizzata, nel mondo del lavoro, in particolare a causa di una struttura imprenditoriale di piccolissima dimensione. Reggeremo? Basterà la vocazione all’export delle nostre medie imprese? Innovare è essenziale, ma diversificare lo è parimenti, forse di più. In che direzione? La cultura, nell’accezione ampia e con le implicazioni che abbiamo cercato di delineare, può rappresentare un terreno prospettico d’azione.
 
Diciamo tutto questo in un territorio, penso al Sindaco di Camerino, ma guardo anche quello di Fabriano, molto diverso e insieme molto simile: da un lato, il camerte, che nella carta regionale dei distretti industriali è l’unico territorio omogeneo a livello regionale che non ricade in un distretto produttivo (vedi slide Alessandrini / riferimento ai sec. XIV-XV), dall’altro il fabrianese che è il distretto a più alta specializzazione produttiva, a più alto tasso di addetti all’industria e con la concentrazione più alta di grande industria (meccanica). Due contesti molto diversi tra loro, con problemi molto diversi, eppure entrambi con il rischio di essere colpiti in modo fatale dalla crisi. Forse ragionare su qualche possibile complementarietà non sarebbe male lungo la sinclinare camertina-fabrianese. A partire da quella infrastruttura che dovrebbe avvicinare le due città, rompendo la barriera naturale e storica delle vallate, che è la Pedemontana.
Ma non voglio divagare. Esiste il tema di come possiamo rendere fruibile l’immenso patrimonio culturale, storico, artistico e architettonico, recuperato con il sisma e la cui gestione in molti casi resta un problema. Penso alla ricchezza, da questo punto di vista, della Diocesi di Camerino-San Severino Marche. Ma penso anche alle fortificazioni e ai borghi storici dell’antico ducato varanesco, di cui il tempo sta distruggendo importanti tracce e che invece potrebbero costituire l’asset privilegiato, insieme all’offerta ambientale ed enogastronomica, di un turismo culturale, sportivo, scolastico e naturalistico.
L’idea lanciata da Federculture di un Fondo rotativo sul modello di quello della Cassa Depositi e Prestiti che finanzi la progettazione per il recupero, la rifunzionalizzazione e la gestione sostenibile potrebbe costituire un valido supporto, se recepito dal Governo, per aiutare la fruibilità di beni che andrebbero, però, visti in un’ottica unitaria e coordinata.
Consentitemi un riferimento (demodé) all’esperienza dei Patti territoriali, che nello specifico di questa provincia, abbiamo avuto modo di conoscere all’indomani del sisma del 1997, ormai quasi 15 anni fa. Sappiamo tutti gli eccessi burocratici e le farraginosità dei meccanismi che presiedevano alla realizzazione dei progetti della cosiddetta programmazione negoziata e nessuno vuol riesumarli. Ma l’idea di una mobilitazione delle energie locali, aperte ai necessari apporti esterni, ma motivate da un forte spirito di coesione e dalla condivisione di un obiettivo strategico di sviluppo che si traduce in interventi integrati, credo che andrebbe rivalutata. Con maggiori automatismi e semplificazioni, un diverso rapporto pubblico-privato, con la logica della corresponsabilità. Può essere l’Appennino il soggetto di una iniziativa che abbia questi caratteri? Non più Parco d’Europa, ma crocevia tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest, dove si misura una diversa qualità del vivere strettamente connessa alla valorizzazione dei beni comuni? Può essere la strutturazione dei percorsi delle vie storiche e religiose, penso alla direttrice Roma-Assisi-Loreto, alle vie francescana e lauretana? Può essere l’idea di un “distretto della conoscenza”, come lo ha chiamato il Rettore Corradini, sul modello dei metadistretti del Veneto, che può prendere spunto da progettualità specifiche, come quella della domotica o del “polo tecnologico” sopra menzionati, per ampliarsi in termini inclusivi proprio a partire dal fatto che, ad esempio, se parliamo d’invecchiamento è qui nel camerte che abbiamo il più alto tasso di popolazione anziana della regione, con picchi record di longevità, con una domanda impellente di servizi alla persona e una necessità di profonda riorganizzazione dell’offerta? Può essere la sfida del restauro ambientale e paesaggistico che preveda l’impiego sui manufatti delle energie verdi e delle tecniche della bioedilizia, liberando i nostri campi e i crinali delle colline dalle estensioni di pannelli fotovoltaici? Può essere la circuitazione di manifestazioni, rassegne musicali ed artistiche, festival come Musicultura, Macerata Opera, Poiesis, Popsophia o Montelago Celtic Night, insieme all’incentivazione di location per produzioni cinematografiche? Può essere.
 
Sono soltanto spunti per tentare di avviare concretamente progetti che uniscano cultura e sviluppo, lavorando insieme, per fare della cultura fattore di nuova crescita, per uscire dalla crisi dei territori, per ricostruire l’Italia, per fare un’altra Europa, dove viga un patto tra lo sviluppo, la persona e le comunità, capace di rifomulare il legame tra economia e democrazia. Vogliamo provarci?



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CULTURA
19 febbraio 2012
Europa, Cultura e Crescita.

“Le politiche culturali come fattore di nuova crescita”. Questo il titolo dell’iniziativa pubblica che si terrà martedì 21 febbraio a Camerino presso la Sala degli Stemmi di Palazzo Ducale, sede del Rettorato, organizzata dall’associazione di cultura politica “Nuovo Riformismo” in collaborazione con Unicam.

Può l’investimento in cultura produrre sviluppo e occupazione? Quali politiche pubbliche e quali progettualità sono necessarie a tal fine? In che modo la cultura può costituire una priorità per rilanciare la crescita a livello europeo e nazionale? Come i territori possono diventare protagonisti e cogliere così opportunità di sviluppo locale? Queste in sintesi le motivazioni che hanno spinto gli organizzatori a coinvolgere amministratori e decisori politici per un confronto a tutto campo.
All’iniziativa parteciperanno gli assessori regionali alla Cultura e al Turismo di Marche ed Umbria, Pietro Marcolini, Serenella Moroder, Fabrizio Bracco, il Rettore di Unicam Flavio Corradini, l’assessore regionali all’industria e artigianato Sara Giannini, il Vicepresidente della Giunta regionale con delega alle politiche agricole Paolo Petrini, i Sindaci di Camerino, Fabriano e Macerata. Introduce e coordina il consigliere provinciale Daniele Salvi e concluderà i lavori l’europarlamentare del Pd Roberto Gualtieri, che proprio in queste settimane ha lavorato alla revisione del Trattato UE per conto del Parlamento europeo.
L’incontro si pone l’obiettivo di stabilire una sinergia tra i diversi ambiti delle politiche regionali, di avviare una collaborazione con le regioni confinanti a partire dall’Umbria e di collegare le progettualità territoriali con le opportunità della politica europea.
La cittadinanza è invitata a partecipare.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 19/2/2012 alle 12:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
14 febbraio 2012
TRE CONSIDERAZIONI SULLE PROVINCE.

L’articolo di Antonio Saitta su l’Unità del 12 febbraio ha esplicitato un punto di vista diverso sulla riorganizzazione delle Province, senza cedere a una visione strumentale che purtroppo si è affermata anche nel decreto “Salva Italia”.

Nel condividere le considerazioni da lui svolte, vorrei soffermarmi su tre aspetti:

 

1)      Quale coerenza ha quanto il Parlamento ha approvato con il percorso di decentramento e la riforma federalista del 2001? Dopo aver decentrato nel corso degli anni Novanta ruoli e funzioni a Regioni, Province e Comuni, il che ha prodotto indubbi benefici per i cittadini, ma ha anche prodotto costi, si rimette in discussione un assetto che aveva raggiunto un buon grado di stabilizzazione, con il rischio di produrre ulteriori costi, insieme a confusione operativa e funzionale. D’alta parte, l’unica riforma della Costituzione fatta dopo tanti dibattiti e ancora oggi inattuata, quella del Titolo V, subirà un’ulteriore modifica, rimettendo in discussione un impianto istituzionale che non trova requie e che unirà al centralismo nazionale quello regionale.

 

2)      Comuni e Province sono i livelli istituzionali che in questi anni hanno registrato stabilità e governabilità a seguito di riforme elettorali che hanno coniugato l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti, con il ruolo di partiti e coalizioni sufficientemente omogenee, grazie al meccanismo del doppio turno. Si vorrebbe ora fare delle Province enti di secondo grado, in cui siedano Sindaci o eletti dai consigli comunali, determinando in tal modo un cambiamento di 180 gradi e riesumando il modello delle Comunità montane per estenderlo all’area vasta. Avremo squilibri nella rappresentanza e una Provincia che rappresenterà i Comuni più grandi, quando la funzione di programmazione, coordinamento e gestione degli enti intermedi è stata spesso a garanzia di uno sviluppo equilibrato dei territori.

  

3)      L’emergenza neve di questi giorni dovrebbe aiutare a riflettere. Pensiamo, ad esempio, che il 40% della rete stradale nazionale, attualmente gestita dalle Province, le quali anche in questo caso hanno dimostrato di reggere l’urto, possa essere gestita dai Comuni o direttamente dalle Regioni? Il problema è in realtà più ampio: preso atto che le funzioni amministrative svolte dalle Province non sono sopprimibili (come avrebbero voluto i teorici della “casta”), come attuare una riforma sostenibile?

 

La proposta di Saitta, condivisa da molti amministratori del Pd, è ragionevole, perché quando parliamo d’istituzioni e di democrazia ponderazione e oculatezza sono d’obbligo: mantenere il carattere elettivo delle Province, precisare le funzioni amministrative essenziali cui devono dedicarsi, rivedere il dimensionamento, attuando le Città metropolitane e ricomponendo la sciagurata proliferazione prodotta negli ultimi venti anni, che ha contribuito soltanto a discreditare l’istituzione Provincia, accorpare gli uffici periferici dello Stato e chiudere gli enti strumentali, le cui funzioni possono, queste sì, essere svolte dalle Province. Forse tutto ciò è meno roboante, ma sicuramente più efficace.

 

 

Daniele Salvi

Consigliere provinciale/

Resp. Organizzazione Pd Marche




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POLITICA
13 febbraio 2012
J. M. Keynes: “Come uscire dalla crisi”, Laterza, Roma 2009, pp. 142.
Una raccolta di articoli del più grande economista del secolo scorso, di cui in questi giorni l’Unità ha ricordato una frase molto attuale che in realtà suona così: “Il boom e non la crisi rappresenta il momento giusto per manovre improntate all’austerità da parte del Tesoro”. Lettura stimolante non solo per la chiarezza con cui vengono affrontati i capisaldi della teoria e della ricetta economica dell’inglese, ma anche per il naturale raffronto tra le sue proposte e la crisi attuale. In realtà esse furono formulate nell’ambito della Grande Depressione del 1929 e per superarne gli effetti, per cui sarebbe fuorviante operarne una trasposizione rispetto alla crisi odierna. Certo si possono cogliere analogie, insieme allo stimolo intellettuale ad affrontare le crisi rompendo schemi consolidati ed elaborando “espedienti” innovativi e pragmatici. Keynes fu un liberale non dogmatico che nell’epoca degli esperimenti totalitari, che avevano l’ambizione d’indicare una via alternativa alla democrazia borghese e al capitalismo, seppe in modo egemonico cogliere alcune novità come la pianificazione e l’autosufficienza nazionale e conciliarle con il principio liberale della libertà d’iniziativa. Già, perché a quei tempi l’obiettivo strategico era salvare l’economia di mercato e la democrazia di cui Inghilterra e Stati Uniti d’America erano state madrine. L’innovazione keynesiana ebbe grande successo dopo la seconda guerra mondiale, quando su di essa si fondò il compromesso tra capitale, democrazia e lavoro, che resse fino agli anni Settanta, e la cosiddetta società dei consumi. La sua intuizione basilare fu che l’epoca dell’internazionalismo economico (laissez-faire), che aveva caratterizzato la fine dell’Ottocento fino alla Grande Guerra, si era chiusa e i precetti economici che l’avevano intrisa non erano in grado di guidare la fuoriuscita dalla crisi del dopoguerra. Signoraggio del dollaro, politica monetaria espansiva, riduzione dei saggi d’interesse, soprattutto a lungo termine, rilancio degli investimenti attraverso l’intervento dello Stato nell’economia, difesa dei salari e dei prezzi, lotta alla disoccupazione, attenzione alla bilancia dei pagamenti, senza eccessi protezionisti, ed incentivo ai consumi interni, hanno rappresentato le coordinate di un’idea della politica economica molto previdente e pragmatica, capace di usare con intelligenza gli strumenti in buona parte in mano agli Stati nazione. Che cosa resta di tutto ciò nell’epoca della mondializzazione e dentro la Grande Contrazione cui essa ci ha condotto? La necessità di rompere i dogmatismi, l’indicazione di fare della finanza uno strumento e non un fine, la lotta alle diseguaglianze tra i redditi e l’imprescindibilità di unire alle politiche di rigore quelle per la crescita, senza le quali dalla recessione non si esce.



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politica interna
12 febbraio 2012
EMERGENZA NEVE: RUOLO INSOSTITUIBILE DI COMUNI E PROVINCIA.
Superata la parte più dura dell’emergenza neve, almeno stando a quanto dicono le previsioni metereologiche, occorre dare atto ai Sindaci e alla Provincia di Macerata di aver retto all’urto e di aver svolto ovunque un lavoro egregio.
L’impegno, in tanti casi anche diretto, degli amministratori locali, Sindaci in testa, della Protezione civile con i suoi nuclei comunali, dei Vigili del fuoco, delle forze dell’ordine, dei tanti volontari, spesso giovani e giovanissimi, hanno consentito di far fronte ad una situazione eccezionale.
La Provincia di Macerata, a partire dal suo personale, si è distinta ancora una volta per la capacità di coordinare gli interventi e di gestire in modo efficace i 1462 Km di strade provinciali.
Ancora una volta si dimostra che di fronte alle emergenze e alle fragilità di questa nostra Italia sono gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, il presidio e i protagonisti della tenuta della funzione statale e della capacità di reagire.
Riformare le Autonomie è necessario, indebolire questa rete sarebbe esiziale. Riflettano, ad esempio, per un attimo i sostenitori dell’abolizione delle Province: chi si sarebbe occupato del 40% della viabilità della nostra provincia? I Comuni? Ancona?
Oppure una Provincia senza più nessuna capacità gestionale? Quando c’è un terremoto, una forte nevicata, un dissesto idrogeologico, un’alluvione, quando è colpito il lavoro o non c’è credito per le imprese, riscopriamo concretamente quanto siano necessarie le istituzioni.
Il resto del tempo lo si passa a dileggiarle, non sempre a torto. Spesso, però, non ci interessiamo al fatto che, più che i “costi della politica”, è importante la gestione oculata d’ingenti risorse pubbliche. Nelle Marche dovremmo essere minimamente orgogliosi della sobrietà che caratterizza l’agire delle istituzioni locali.
Speriamo che il senso di sospensione che la nevicata ha prodotto nel nostro Paese e che ha fatto scomparire di colpo l’urgenza, evidentemente fatua, di tante cose che la routine giornaliera c’impone, aiuti a mettere da parte anche qualche sciocco luogo comune.
 
 
Daniele Salvi
Consigliere provinciale Pd



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politica interna
8 febbraio 2012
Salvi (Pd): “La misura è colma. Giusto isolare chi pratica una politica incivile”.

La scelta del partito civitanovese di chiudere il rapporto con l’Idv è condivisibile e rappresenta un atto politico di chiarezza e dignità dopo gli inqualificabili attacchi che da mesi chi rappresenta quel partito ha portato al Pd e al suo segretario.

La triade Favia, Giorgi, Torresi, responsabile di una pianificata destabilizzazione politica del centrosinistra ad Ancona, a Macerata, a Civitanova e ovunque abbiano una qualche influenza, si sta assumendo una responsabilità senza precedenti.
Dopo aver tentato in tutti i modi di far prevalere nei loro confronti la razionalità e la ragionevolezza politica, stante il perdurare di veti e attacchi incivili, è bene che le forze del centrosinistra si uniscano, condividano programmi, adottino metodi per la selezione delle candidature da offrire alla città, isolando chi ha avvelenato il clima ed i rapporti tra le forze politiche.
Di fronte ad un centrodestra diviso, sfibrato da polemiche intestine, che non trova l’unità sul sindaco uscente, era ormai necessario fare chiarezza tra chi vuole una reale alternativa di governo per la città e chi pretestuosamente sta cercando di dare una mano al re di Prussia.
Civitanova Marche merita un governo diverso, frutto di un percorso partecipato e condiviso, che non ha nulla a che fare con chi pratica una pessima idea della politica, lontana sideralmente da quella delle forze democratiche e popolari.
 
 
Daniele Salvi
Resp. Organizzazione Pd Marche



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POLITICA
5 febbraio 2012
E. Laclau, C. Mouffe: "Egemonia e strategia socialista", Il Melangolo, Genova 2011, pp. 285.
E. Laclau, C. Mouffe: "Egemonia e strategia socialista", Il Melangolo, Genova 2011, pp. 285.

"Pubblicato nel 1985 e oggi per la prima volta nell'edizione italiana, arricchito da una prefazione molto attuale degli autori, questo testo nonostante gli anni merita di essere letto da chi è interessato all'idea di una "politica democratica radicale", come recita il sottotitolo. Testo complesso, ma che coglieva già a suo tempo a pieno i caratteri della "nuova destra" reaganiana e thatcheriana e cercava di abbozzare una controffensiva democratica e socialista. Oggetto del discorso: l'egemonia. Il gioco dell'egemonia, per dirla con Laclau e Mouffe, perchè essa non è un concetto, ma una logica del sociale, che viene tematizzata attraverso un percorso di decostruzione del marxismo nelle sue varie forme e nei vari autori. Per appassionati la lettura dei primi due capitoli "Egemonia: genealogia di un concetto" e "Egemonia: la difficile emergenza di una nuova logica politica", nei quali attraverso un ricchissimo excursus tra i diversi pensatori marxisti (Luxemburg, Kautsky, Bauer, Labriola, Bernstein, Adler, Sorel, Plekhanov, Lenin e Gramsci) e attraverso il supporto di strumenti critici propri di altri filoni di pensiero contemporaneo (dal decostruzionismo alla psicanalisi lacaniana, dalla linguistica al postmoderno), viene tematizzato il nucleo fecondo dell'egemonia, di cui si riconosce l'importanza decisiva della riflessione gramsciana. In verità questo lavoro di scavo ci restituisce la complessità insita nel pensiero marxista, insieme al tentativo di scioglierne le aporie e di rispondere alla sua crisi. L'idea di egemonia nasce proprio con questo intento e diventa poi la parte potenzialmente viva di un'idea di democrazia che si va precisando via via secondo i caratteri della radicalità e del pluralismo, nella quale il definirsi degli antagonismi propri di un campo del sociale sempre aperto non è altro che l'articolazione delle varie posizioni soggettive secondo logiche d'autonomia e di equivalenza. L'egemonia è proprio questa prassi articolatoria che modifica continuamente le identità e che si lascia alle spalle il determinismo storico, il concetto di classe, l'economicismo, l'essenzialismo, lo statalismo, propri della tradizione marxista. In questo senso la prospettiva dei due autori è post-marxista, muove dall'assialità della "rivoluzione democratica" che ha la sua origine nella Rivoluzione francese, ma ci consegna un'idea agonistica e libertaria della democrazia, dove libertà ed eguaglianza s'incarnano in un campo della discorsità e attraverso formazioni discorsive e sociali contingenti che ogni volta vanno rinegoziate. Sta ad una nuova sinistra saper integrare governo della positività del sociale e articolazione delle diverse rivendicazioni democratiche, ovvero progresso massimo della rivoluzione democratica (interpretata dai nuovi movimenti delle donne, ambientalisti, dei giovani, etnici, dei consumatori, etc.) e strategia di costruzione (o ricostruzione) di un nuovo ordine. In questa direzione muovono gli ultimi due capitoli del libro: "Oltre la positività del sociale: antagonismo ed egemonia" e soprattutto "Egemonia e democrazia radicale". Uno studio serio su una parola spesso abusata soprattutto nel campo politico. Chi la usa farebbe bene a conoscerlo".   




 




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politica interna
1 febbraio 2012
TORNA A BORDO POLITICA!

 

In Italia è in corso un gigantesco conflitto sociale. Sì, proprio questo: un gigantesco conflitto sociale. Chi non se ne fosse accorto è bene che lo faccia quanto prima. Nel crollo di trent’anni di politiche liberiste, che hanno rappresentato la grande offensiva contro le politiche di welfare, di redistribuzione della ricchezza, di crescita dei salari e di conquiste di cittadinanza, in Italia come altrove, la crisi sta riscrivendo la geografia dei poteri e delle classi sociali.

L’obiettivo ormai esplicito della parte più ricca del Paese, di quel famoso 10% che detiene il 46% della ricchezza nazionale e che influenza fortemente l’informazione e la costruzione del senso comune, la cosiddetta opinione pubblica, è evitare di perdere status e ruolo, ossia potere. Per fare questo si contrastano le liberalizzazioni nei settori dove c’è la polpa, s’impedisce in tutti i modi che il lavoro ritrovi una sua forza e i salari tornino a crescere, si scongiura che la lotta all’evasione fiscale assuma una sua efficacia, ormai indispensabile.

Emblematica, da questo punto di vista, è la campagna che si sta portando avanti sull’art. 18: nel momento in cui i licenziamenti sono all’ordine del giorno, si vorrebbe far credere che la sua soppressione rappresenterebbe una scelta per favorire la crescita. Semplicemente assurdo.

Affinchè questi obiettivi siano raggiunti e non si perda il potere acquisito in questi anni rapaci, i “ricchi” hanno un unico assillo: tenere debole la politica, metterla sotto schiaffo, umiliarla continuamente, perché non diventi capace di fare scelte forti e riforme efficaci, le quali -data la situazione- non potrebbero che andare contro i loro interessi.

Questo è il principale sport di tutti i media nazionali e le campagne contro la “casta” e i “costi della politica” hanno esattamente questo scopo: denigrare la politica, i partiti, chi fa politica ad ogni livello. Una volta c’era la strategia della tensione, oggi l’antipolitica, l’antipartitismo e l’antiparlamentarismo.

Dove ci condurrà tutto ciò? Avrà un limite questo attacco? Di fronte a quale livello istituzionale democratico ci si vorrà fermare? I precedenti li ricordiamo: la più grande stagione antiparlamentarista della nostra storia unitaria fu quella successiva alla grande Guerra, a cui contribuì anche la sinistra massimalista, e finì per aprire la strada al fascismo.

Fin dove si vuol arrivare stavolta? Nessuna istituzione è risparmiata dall’attacco che viene portato, la tecnica viene contrapposta tout court alla politica, la democrazia è già malferma sulle sue gambe, scossa da una crisi finanziaria, che è divenuta economica e sociale e che ora rischia di diventare istituzionale e democratica.

Eppure anche questo modo di agire è prettamente politico, a dimostrazione che della politica non si può fare a meno e che piuttosto manca un’adeguata e consapevole controffensiva da parte delle forze democratiche e popolari; ci si dimentica che i partiti hanno una funzione costituzionale e che non c’è democrazia, cioè libertà, senza partiti; si dileggiano persone che hanno una loro onorabilità e che si dedicano alla politica nei partiti e nelle istituzioni con passione, spirito di sacrificio e di servizio, animate da un forte civismo e non solo da ambizioni.

Esse continuano ad essere la stragrande maggioranza, checchè se ne dica. Dobbiamo ripartire dalla funzione costituzionale dei partiti, dalla politica fatta con disciplina ed onore, dalla democrazia reale nei partiti, dall’esigibilità dei codici etici, dai bilanci trasparenti e certificati, da un rapporto limpido tra politica ed economia, specie in occasione delle consultazioni elettorali.

Persino l’appropriazione indebita delle risorse di un partito da parte di una persona che avrebbe dovuto amministrarle nell’interesse dell’organizzazione, diviene il motivo per una campagna contro il finanziamento pubblico della politica, unica misura capace in verità di preservare l’autonomia della funzione dei partiti e della politica, altrimenti destinati ad essere strumento di chi maggiormente li finanzia.

Dobbiamo ribadire la sacralità delle istituzioni democratiche, non per considerarle immutabili e nicchia di privilegi, ma per essere fermi nella condanna di chi le tradisce e per giudicare da come si svolge la funzione istituzionale il valore di chi fa politica.

Non dobbiamo avere paura di dire che nella modernità la politica è Beruf, “professione”, nel senso di compito, impegno, “vocazione”, ovvero un laico mettersi al servizio dei valori in cui si crede e della comunità che sceglie, a cui in definitiva si è chiamati a rispondere. Questa è l’idea che più di altre ha trasmesso con la sua vicenda umana e politica Oscar Luigi Scalfaro. E forse in questo modo anche tante chiacchiere sul professionismo politico avrebbero un altro tono.

Il disorientamento è generale. Guardate come si è agito sulle Province. La riduzione delle istituzioni democratiche a mera questione economico-finanziaria ha portato a trattare il livello istituzionale d’area vasta, costituzionalmente garantito, sul quale tra l’altro si è incardinato lo Stato unitario e la secolare autonomia-identità amministrativa dei territori, al pari di un qualsiasi altro ente, di cui si decide la soppressione con decretazione d’urgenza e lo scioglimento degli organi come quelli infiltrati per mafia. In più, senza un progetto complessivo di riordino delle funzioni, senza dimostrare analoga fermezza nella soppressione di enti strumentali che nulla hanno a che fare con l’organizzazione della nostra democrazia, sconfessando la riforma federalista dello Stato del 2001 ed estendendo il modello fallimentare delle Comunità montane, organismi di secondo grado, all’area vasta; tutto questo per risparmiare sì e no 100 mln di euro di “costi della politica” su circa 1000 mld di spesa dello Stato. Un vero capolavoro!

Il punto vero di questa vicenda è che, se le funzioni che oggi svolgono le Province e che possono essere chiaramente riviste e razionalizzate (insieme ad un’analisi attenta della spesa e ad una revisione della dimensione territoriale) sono sopprimibili, allora di produce un effettivo risparmio, ma se non lo sono -come dovrebbe essere ormai evidente-  si produce soltanto confusione e un costo aggiuntivo per i cittadini, i Comuni e per le casse statali. Investimenti, mutui, personale, che fine faranno? Ai costi del decentramento si uniranno quelli di un nuovo centralismo, statale e regionale.

Il fatto stesso che siano le Regioni a promuovere ricorsi alla Corte costituzionale contro le norme sulle Province contenute nel decreto “Salva Italia” e che i Comuni guardino con fortissima preoccupazione alla rottura di una filiera istituzionale che mette in discussione il livello dell’area vasta, è emblematico delle problematicità insite in una simile scelta e che non sono riconducibili all’ansia di un ceto politico di governo o di opposizione.

I frutti avvelenati del populismo rischiano di avere la meglio nel momento in cui s’interviene sulle istituzioni democraticamente elette nella maniera suddetta, quasi esse siano esclusivamente centri di spesa, consigli d’amministrazione, apparati tecnici. Lo “svuotamento” è già avvenuto da un pezzo quando si ragiona in questi termini ed è la conseguenza di un pensiero debole, di corto respiro, di un decadimento culturale della classe dirigente che si è impossessata della politica e che oggi paga ad esempio l’inutile proliferazione delle Province con la loro decisiva messa all’angolo.

Viene da dire: “Torna a bordo Politica! E’ un ordine!” Ma forse è più un’esigenza vitale. Per tutti.

 

 

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 1/2/2012 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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