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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
30 settembre 2011
SICUREZZA SUL LAVORO NEI CANTIERI QUADRILATERO: SI DIA PIENA ATTUAZIONE AL PROTOCOLLO DEL 2008.

 

Il Consiglio provinciale, nella seduta di ieri, ha ricordato le due giovani vite cadute sul lavoro nelle ultime due settimane nel maceratese.

Seppure le statistiche segnalano un calo di decessi ed infortuni, occorre mantenere alta l’attenzione investendo su formazione, prevenzione e vigilanza, in particolare in una provincia come la nostra interessata da qualche anno da grandi lavori infrastrutturali.

Da questo punto di vista è bene che la Regione Marche recuperi il ritardo accumulato nell’attuazione del protocollo del 2008 per la sicurezza sul lavoro nei cantieri delle grandi opere, con particolare riferimento a quelli della Quadrilatero, dove siamo giunti al terzo decesso e a ben 13 infortuni, dei quali l’ultimo avvenuto proprio questa settimana.

Sappiamo che all’indomani della morte del capocantiere Vito Gentile, avvenuta il 23 settembre scorso, c’è stato un immediato incontro delle organizzazioni sindacali con l’Assessore alla Sanità e la Direzione dell’Asur, che hanno rassicurato circa il rapido completamento delle assunzioni di figure professionali e la predisposizione dell’ambulanza infermierizzata a Muccia o Serravalle del Chienti.

Quest’ultima in particolare era una misura prevista e che si sarebbe dovuta attivare subito, invece non è ancora operativa. Chiediamo alla società Quadrilatero e alla società Val di Chienti, aggiudicatrice dei lavori, di fare la loro parte, collaborando con la Regione Marche, perché la situazione -come giustamente ricordato dalle organizzazioni sindacali- sta diventando pesante.

Non vorremmo che dotare la provincia e la regione di infrastrutture da lungo tempo attese debba legarsi a qualche triste primato e che misure essenziali per garantire condizioni di lavoro umane e un’assistenza pronta ed efficace, laddove lavorano circa 1200 lavoratori, trovino attuazione quando i lavori sono finiti.

 

 

Daniele Salvi

Consigliere provinciale Pd

 


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politica interna
28 settembre 2011
“Ora basta, l’alternativa c’è: un grande Paese merita un futuro migliore”

                                                                   
                                                                                            Da ricordare...


                                                                                 

 

Il Pd delle Marche si mobilita per il cambiamento.

Con la riuscita manifestazione di ieri in piazza Roma ad Ancona il Pd delle Marche ha aperto una fase di mobilitazione e proposta che lo vedrà impegnato durante tutto l’autunno a fianco dei cittadini per il cambiamento del Paese. Contro una manovra iniqua, inefficace e depressiva, gli amministratori del Pd hanno manifestato il loro dissenso. I tagli costringeranno a ridurre i servizi e ad aumentare la tassazione locale, mentre tra i cittadini serpeggia disaffezione e sfiducia che le misure della manovra rischiano di acuire senza offrire uno sbocco e indicare un sentiero di crescita.

Le prossime tappe di questa mobilitazione saranno il fine settimana del 14-15-16 ottobre quando il Pd sarà nei 239 Comuni della regione per parlare con i cittadini con volantinaggi davanti ai luoghi di studio e di lavoro (scuole, università, fabbriche, ospedali, uffici pubblici, etc), nei mercati settimanali, con sit-in, gazebo e presidi nelle piazze principali di ogni Comune.

L’obiettivo è diffondere le proposte che come partito abbiamo avanzato da quando nel 2008 è esplosa la crisi, chiedendo al Governo di non sottovalutarla e di dire la verità agli italiani, fino all’approvazione dell’ultima versione della manovra finanziaria, quando è stato rifiutato l’apporto in termini di proposte che l’opposizione ha avanzato.

Il Pd rinnoverà in tutte le sedi la richiesta di dimissioni del Governo che ha perso ogni credibilità ed offuscato l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo. La profondità della crisi e il rischio di un contagio a catena tra i Paesi europei richiedono una svolta che solo la politica democratica e non qualche versione aggiornata del berlusconismo può determinare. E’ per questo che chiamiamo a raccolta le forze sane del Paese in un momento delicatissimo per il nostro avvenire, perché solo una politica seria e sobria, che dà l’esempio, che è partecipata, che chiami ciascuno a fare la propria parte e in particolare chi ha di più, che sostenga le fasce più deboli e rimetta al centro il lavoro, l’economia reale e la prospettiva delle giovani generazioni, può essere la risposta ai problemi dell’Italia.

L’Italia è un grande paese, non meritiamo di essere visti come la zavorra dell’Europa, quella che rischia di mandarla a fondo. Abbiamo le risorse, le energie e i talenti per farcela, per riprenderci il nostro futuro e per aprire una fase nuova di ricostruzione insieme a quanti riterranno che questo è oggi il compito di chi ha senso di responsabilità e civismo verso la comunità nazionale.

Per questo il 5 novembre saremo in tantissimi dalle Marche alla manifestazione di Piazza S. Giovanni a Roma con il nostro Segretario nazionale Pier Luigi Bersani.

Daniele Salvi

Resp. Organizzazione Pd Marche




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politica interna
25 settembre 2011
ORA BASTA! L'ALTERNATIVA C'E'!

                                                                                        Da ricordare...                       

          

                                             



Cari Amici e Compagni, vi aspetto numerosi alla manifestazione organizzata dal Pd delle Marche per martedì 27 Settembre alle ore 18 in Piazza Roma ad Ancona. Apriamo insieme un mese d'intensa mobilitazione e proposta in vista della grande manifestazione del 5 Novembre a Roma.
 E' tempo di scendere in piazza! A martedì! 
Daniele


 


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24 settembre 2011
Un pomeriggio con Murri...


                                                                                        Da ricordare...
      

 
"Giovedì scorso 21 settembre si è tenuto a Roma un interessante pomeriggio di ricordo della figura di Romolo Murri. Prima in via della Mercede un convegno con due interessantissime relazioni sul pensiero e l'azione del prete marchigiano, che fu anche parlamentare dal 1909 al 1913, tenute rispettivamente dal prof. Maurilio Guasco e dal prof. Filippo Mignini, poi a Palazzo Marini lo spettacolo teatrale di lettura e recitazione intitolato 'Aspettando una nuova generazione d'italiani' e interpretato da Cesare Bocci e Giovanni Moschella; tanto pregnante il primo momento, quanto toccante e coinvolgente il secondo, incentrato quest'ultimo sullo scontro con la Chiesa di Pio X fino alla scomunica del Murri. Tra i presenti il Sen. Franco Marini, già Presidente del Senato. La relazione del prof. Mignini 'Il Risorgimento intristito: l'Unità d'Italia nelle pagine di Romolo Murri' è stata davvero molto penetrante. Grazie al prezioso lavoro di catalogazione delle pagine inedite lasciate da Murri, portanto avanti con grande passione dal Centro Studi di Gualdo (Mc), Mignini ha potuto indagare il tema del Risorgimento con novità di contenuti e d'impostazione. In testi come 'Storia e coscienza nazionale', 'Fede e fascismo' e nel libretto su 'Cavour' del 1926, ma anche nelle ultime pagine inedite prima della morte (1943-44) Murri tocca il tema dell'asfittica coscienza nazionale, delle deboli basi intellettuali, morali e sociali del processo unitario, fino in qualche modo al fallimento dello Stato unitario nel momento della fine della dittatura fascista e della guerra in corso, rintracciando la causa profonda di tutto questo nella mancata riforma del 'cattolicismo' in quanto religione precipuamente nazionale. Parlando dell'oggi potremmo dire che la fragile etica pubblica e l'idea molto diffusa del potere come intrigo e spazio amorale (o immorale) dell'agire individuale e collettivo affonda le sue radici nel fatto che alla nascita dello Stato italiano è mancata la necessaria premessa storica di una riforma spirituale e religiosa che fin dal Rinascimento e nei secoli a seguire avrebbe dovuto spingere la Chiesa ad abbandonare velleità temporali ed essere lievito delle coscienze umane, distinguendo lo spazio della politica laica da quello di una religiosità dei cuori, delle menti e delle azioni, una religiosità che avrebbe dovuto ispirare la politica e non farsi essa stessa politica. Ciò ha rappresentato un limite, anche per l'etica laica e dei non credenti, la quale pure nella sua veste secolarizzata non ha avuto a riferimento un universo di valori storici condivisi, che sempre ha in definitiva un'origine e un rimando alla religiosità dei popoli. Il tema della rivoluzione spirituale e della riforma religiosa per Murri, il tema della riforma intellettuale e morale per Gramsci: lo stesso problema, risposte differenti. Gramsci non cita mai Murri nei 'Quaderni', ma se è vero che Gentile e Gramsci sono volutamente due pensieri estremi, filosoficamente agli antipodi, il Murri che dialoga con Gentile si confronta indirettamente anche con Gramsci, perchè tutti e tre si dibattono intorno alla stessa questione, quella della costruzione di una coscienza nazionale e ci spingono ancora oggi ad interrogarci sul destino della nazione italiana". 




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11 settembre 2011
Festa Democratica a Pesaro


 

"Cari Amici,
quella di ieri a Pesaro è stata una bella esperienza. Il viaggio in pulman insieme tanti cari amici e compagni democratici, una bellissima giornata nella quale abbiamo avuto il piacere di assaporare gli spazi gradevoli di una città ben amministrata, la grande manifestazione conclusiva della Festa e l'orgoglio di sentire il discorso conclusivo di Bersani che ha dimostrato ancora una volta e ancora di più la solidità e la stoffa politica e culturale del personaggio...Siamo tornati più consapevoli e motivati, in primo luogo del fatto che il partito è in mani capaci (e pulite, anche se non ne abbiamo mai avuto dubbio!), che c'è una linea politica chiara, che essa non è astratta, ma nasce da un'analisi seria di ciò che sta accadendo di drammatico a livello più generale e soprattutto nel nostro Paese e che s'innesta su una lettura profonda della storia e dei costumi dell'Italia, che il Pd ha proposte per affrontare la crisi e rilanciare il sistema-paese, per riguadagnare la credibilità perduta agli occhi dei cittadini e del mondo, che ha la classe dirigente e il leader che possono guidare insieme ad altre forze politiche un passaggio di fase con il coraggio necessario e la consapevolezza del ruolo storico e nazionale che dobbiamo assolvere, senza cedere a bassi compromessi, faziosità e personalismi. Il discorso di Bersani è stata una vera e propria piattaforma politico-programmatica per la ricostruzione civile, morale, economica, sociale dell'Italia e per la rilegittimazione della politica, consapevole delle storture e dei privilegi da eliminare, ma senza indulgere all'antipolitica, anzi combattendola energicamente e rilanciando sul terreno della riforma dei partiti e delle istituzioni repubblicane, secondo l'idea di una "democrazia rappresentativa riformata". 
Bersani ha annunciato una ripresa ricca di impegni: la conferenza sul partito con tanti appuntamenti territoriali, la manifestazione del 5 novembre e la convenzione sul progetto per l'Italia a dicembre. Un calendario con tanti appuntamenti, tanto lavoro da fare, che ci consegna una forte responsabilità nel perseguirli con efficacia. Da ieri ci siamo, in tanti e con forza!"

Daniele 




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politica interna
7 settembre 2011
SCIOPERO Cgil: un atto di responsabilità

 

Lo sciopero di ieri della Cgil è stato, contrariamente a quanto si dice, un atto di responsabilità verso il mondo del lavoro e il Paese. Alta partecipazione, clima combattivo e interventi propositivi. Molti i giovani presenti. Quando un Paese sta scivolando pericolosamente e vi regna la confusione e l’incertezza è irresponsabile rimanere con le mani in mano e il mondo del lavoro ha il diritto e il dovere di dire la sua. E’ salutare che vi sia chi si mobilita e che lo faccia non solo per denunciare la situazione, ma soprattutto per proporre. Le misure della manovra finanziaria cambiano di ora in ora, senza che cambi il segno di iniquità e inefficacia che la attraversa. Non c’è un disegno chiaro per affrontare la crisi, non si avanzano proposte strutturali a partire dalla lotta all’evasione fiscale e dalla progressività del prelievo per risanare la finanza pubblica. Si continua, invece, pervicacemente a dividere il mondo del lavoro in modo ideologico anche quando esso riesce a trovare degli accordi e poi ci si stupisce se c’è chi protesta. Da iscritto e dirigente del Pd mi chiedo, dopo il successo delle manifestazioni, che cosa si sarebbe detto oggi se il Pd non avesse partecipato. Quello della Cgil è stato un sussulto di responsabilità e di dignità, un’utile sponda a larghi strati popolari in oggettiva difficoltà, il giusto tentativo di un grande sindacato di arginare una doppia deriva verso la rassegnazione o l’esplosione della rabbia sociale. Per questo dovremo ringraziarla.
 
P.S. Anche oggi c’è chi scrive sul giornale su ciò di cui non sa…ma non ci curiamo di loro, ci preoccupano molto di più i danni che hanno prodotto e stanno producendo (da Scilipoti al Comune di Ancona…)
 
A presto.
 
Daniele



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politica interna
4 settembre 2011
CHE COSA CI SIAMO DETTI A PESARO ?

 

L’incontro dei trenta-quarantenni del Pd a Pesaro ha avuto un merito, quello di mettere insieme una generazione politica di dirigenti e amministratori del partito che, seppur attraversati da punti di vista molto differenti, è alla ricerca di un minimo comun denominatore per dare un contributo in avanti nella vita del partito e nella proposta da avanzare all’Italia.

La mission non è ancora chiara e l’obiettivo neanche. Bersani premier e un quarantenne al partito? Tuttavia il tema del ricambio generazionale esiste ed è sentito soprattutto fuori dal partito. Chi ha avuto modo di fare recentemente la campagna elettorale sa che un pezzo decisivo della credibilità del centrosinistra, quale che esso sia, dipenderà da questo. E’ del tutto evidente che chi ha vissuto la caduta del Muro e Tangentopoli, ha interpretato la Terza Via e il centrosinistra al governo, ha ritentato nel primo decennio del nuovo secolo, non possa anche interpretare una fase nuova nella quale si tratta di uscire da una crisi senza precedenti e di ricostruire l’Italia e l’Europa in presenza di una sfiducia forte nei confronti della politica.

Non è un problema di chi vuol emergere nel Pd, è un problema del Pd nei confronti dell’elettorato.

Crisi economica e sfiducia nella politica, queste sono le Scilla e Cariddi tra cui è costretta a muoversi una generazione che per certi versi sta già sfiorendo. Ce la farà? Uscire dalla crisi e rilegittimare la politica dei partiti sembrano essere i compiti che essa ha davanti. Per fare questo non serve aggirarsi come certi animali intorno alla preda ferita per profittarne, presi unicamente dall’ambizione per il potere, ma servono idee.

L’incontro ha offerto alcuni spunti che vanno chiariti (si è parlato di un prossimo incontro a Ottobre) e resi coerenti e sui quali non è da escludere che permangano delle differenze sostanziali.

Se il tema è quale consapevolezza si ha del passaggio di fase storico che stiamo vivendo e come da essa può derivare una proposta politica e delle politiche specifiche, allora mi pare che due siano i capisaldi da cui muovere. Il primo, un’analisi critica della globalizzazione; il ciclo apertosi con lo slogan reaganiano “lo Stato non è la soluzione, ma il problema” si chiude con lo Stato americano che compra le banche per non farle fallire. Nel frattempo, l’11 settembre del 2001 c’aveva già detto che esisteva anche un “lato oscuro” della globalizzazione, ben oltre le magnifiche sorti e progressive degli anni Novanta.

Questo vuol dire, innanzitutto, smascherare le parole d’ordine della nuova destra emersa in questi anni dagli Stati Uniti all’Italia: no tasse, tolleranza zero, flessibilità ad oltranza, Europa minima, Nord contro Sud, padri contro figli, cittadini contro migranti, coppie vere contro quelle di fatto, il tutto ispirato ai miti dell’individualismo, del privato contro il pubblico, all’egoismo dei ricchi e alla ricerca del nemico di turno. Ciò che troppo spesso non si è avuto il coraggio di combattere, anzi si è stati subalterni, è stato il chiaro segno “classista” o, se la parola imbarazza, diciamo “discriminatorio”, “conservatore” e “corporativo” che vi era in questi slogan. Altro che il riformismo come tratto comune del centrodestra e del centrosinistra! A Pesaro si è parlato di nuovo modello di sviluppo e di lotta alle diseguaglianze come capitoli di una risposta che deve poggiare su un’Europa politica e sociale forte, di imprescindibilità del lavoro anche come elemento identitario e di economia reale, di produzione ecosostenibile, di legalità, di giovani e donne e dei loro diritti negati, delle città come luoghi dell’innovazione.

Il secondo caposaldo mi pare quello di una critica all’illusione del direttismo sul versante istituzionale e politico; l’idea cioè che contro la corruzione della Repubblica dei partiti bastasse stabilire un rapporto diretto tra eletti ed elettori, amministratori ed amministrati, governanti e governati, leader e popolo, per superare l’ostacolo della mediazione politica e risolvere i problemi del Paese. Questa scorciatoia non ha funzionato e gli effetti peggiori sono stati la personalizzazione della politica, il populismo, che ha riguardato anche il centrosinistra e il cui campione è stato inevitabilmente Berlusconi, l’antipolitica e il qualunquismo. Su questo punto, più che su altri è possibile che questa generazione non la pensi alla stessa maniera. Qui sta un banco di prova politico dirimente e di non facile soluzione.

L’opzione maggioritaria che anche in questi giorni sta impegnando il dibattito interno al Pd è stata o no il modo attraverso cui l’illusione del direttismo ha preso corpo negli ultimi vent’anni? Nessuno rimpiange la Prima Repubblica, ma è ora di dirci che la Seconda è stata ben più misera della precedente, in primo luogo di risultati. Questa generazione dovrebbe avere il coraggio di dire che vuol ritrovare una dimensione collettiva della politica, perché è finito il tempo dell’ “uomo solo al comando” e “leader è chi sa organizzare un collettivo” non altri, che i “costi della politica” sono un problema, ma in verità sono un capitolo di un’irrealizzata riforma dello Stato, che la “questione morale” ha a che fare con una politica che ha sempre più bisogno di soldi specie nella sua versione maggioritaria, notabilare e correntizia, mentre si rifugge come satana un serio, trasparente e rigoroso finanziamento pubblico dei partiti, che il professionismo politico è un male se è ipertrofico, ma che la storia della politica democratica non sarebbe neppure esistita senza persone dedite al compito di organizzare le masse popolari, che le primarie vanno bene, ma che la verticalizzazione correntizia interna al Pd è causata da esse, che il partito organizzato sui territori e non solo presente sui social network non esiste se tutto ruota intorno al rapporto diretto tra eletto ed elettori, che gli stessi corpi intermedi non hanno ruolo in questo contesto e che nella democrazia maggioritaria ci sono spesso accozzaglie elettorali, non alleanze.

Questo almeno possiamo dire del caso italiano, che evidentemente mal si presta ad una “americanizzazione” o “anglosassizzazione” del suo sistema politico, così come mi pare di poter dire della sua economia. La transizione italiana aspetta di vedere coniugate in un sapiente equilibrio rappresentanza e decisione, rimettendo al centro l’idea di una democrazia rappresentativa, ma decidente, insieme al ruolo di partiti rinnovati.

A Pesaro ci si è chiesto quanto della situazione attuale del nostro Paese abbia a che fare con le categorie d’analisi gramsciane di “rivoluzione passiva” e di “sovversivismo delle classi dirigenti”; fuor di categoria penso che abbiamo bisogno di un’idea della politica che sia sforzo del pensiero e della proposta e non si riduca, come troppo spesso capita, alla polemica opportunista e ad una comunicazione senza messaggio.

Ce la faranno i nostri eroi? L’alternativa di fronte all’Italia è speranza o depressione. Vale la pena tentare.

 

 

Daniele Salvi

Consigliere provinciale Pd

e Resp. Organizzazione Pd Marche




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politica interna
2 settembre 2011
CHE SENSO HA RITORNARE AL MATTARELLUM?

 

Alla fine ha fatto bene Bersani a non schierare il partito nella raccolta di firme per ritornare al Mattarellum, pur ritenendo che il referendum sulla legge elettorale può rappresentare una pressione sul Parlamento e uno strumento che a tempo debito potrebbe risultare utile per tentare di cambiare la legge in vigore.

Qualsiasi cosa è meglio rispetto alla legge “Porcellum”, la quale infatti non porta il nome di una persona, bensì quello di un animale… Bisogna però anche dire che i precedenti più recenti in materia di referendum sulle leggi elettorali non aiutano e il successo delle ultime consultazioni referendarie è molto dovuto alla sensibilizzazione causata da eventi internazionali come il disastro ambientale e nucleare in Giappone.

La drammatica situazione economica e sociale rende i cittadini distanti dal tema della legge elettorale e senza un “affiancamento” di tematiche che riscuotano l’interesse prioritario dei cittadini, penso ad esempio al tema della precarietà del lavoro, è difficile ritenere che il referendum sulla legge elettorale da solo possa raggiungere il quorum.

Quel che sorprende, invece, è la convinzione di alcuni esponenti politici promotori del referendum che il Mattarellum possa rappresentare la legge elettorale che serve all’Italia, sino al punto di riesumare sigle, formule e proposte della fine degli anni Novanta, come se nel frattempo nulla fosse cambiato.

In primo luogo mi pare che si dimentichino le critiche che da moltissime parti si levarono a quel tempo su una legge che con il suo  impianto maggioritario incentivava la frammentazione politica, costringendo a costruire coalizioni amplissime ed eterogenee dove l’ultimo dei contraenti poteva fare la differenza e condizionare tutti gli altri, rendendo così ardue la stabilità e la coesione politica delle maggioranze. Anche per segnare un percorso inverso a questa tendenza è nato nel 2007 il Partito Democratico, che ai suoi inizi ha puntato con forza sull'idea della propria vocazione maggioritaria intesa come autosufficienza. In secondo luogo la quota proporzionale del 25% induceva a ritenere che il Mattarellum non fosse in realtà né carne né pesce, né maggioritario né proporzionale, lasciando ai partiti una voce in capitolo che i sostenitori del maggioritario puro ritenevano un impaccio della “vecchia politica”. Maggioritario puro, occorre ricordarlo, sottoposto ad un referendum nel quale non si raggiunse il quorum.

Tra le altre cose non andrebbe dimenticato che il principio di eleggere i propri rappresentanti si concretizzò spesso nella candidatura nei collegi uninominali dei cosiddetti “catapultati”, nel migliore dei casi da Roma; che il meccanismo dello “scorporo” era tanto difficile da spiegare quanto ancor più da capire; che le campagne elettorali uninominali e maggioritarie non inducevano certo alla sobrietà, essendo molto dispendiose e basate sulla personalizzazione del candidato.

Ora il Pd ha una proposta di legge approvata dai suoi organismi dirigenti e dai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Già questo rende difficile agli occhi dell’opinione pubblica comprendere l’innesco dell’iniziativa referendaria da parte di alcuni suoi esponenti. Una proposta che ha il pregio di prevedere il doppio turno, vera conquista mancata della transizione italiana in tema di norme elettorali, e di favorire alleanze ampie ma omogenee. Una proposta che garantisce la governabilità, insieme ad un bipolarismo più mite e che prevede il diritto di tribuna per le forze minori, oggi escluse dal Parlamento. Il punto più importante, però, è capire quale ruolo vogliamo che svolga il Pd, quell’investimento che abbiamo fatto chiamandoci “partito” e “democratico”, e quale riforma delle istituzioni pensiamo per l’Italia, ammesso che si esca -e si dovrà prima o poi uscire- dalla legge attuale che ha prodotto un presidenzialismo di fatto e la dipendenza del Parlamento dall’esecutivo.

La questione di coniugare rappresentanza e decisione non credo possa scaturire dal ritorno ai “fasti” degli anni Novanta, quasi che quel percorso sia stato interrotto o “tradito”, ma può nascere solo da una lettura critica degli ultimi vent’anni e dal coraggio di scegliere una strada diversa e un diverso equilibrio istituzionale e politico che rimetta al centro l’idea di una democrazia rappresentativa, ma decidente, insieme al ruolo di partiti rinnovati, prendendo tutti insieme atto che al determinarsi dello stato di cose presente non è stata indifferente l’illusione di voler costruire una sorta di democrazia diretta, il cui esito in un certo senso più coerente è stato il plebiscitarismo berlusconiano.

Daniele




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