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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
politica interna
30 agosto 2011
BASTA DEMAGOGIA, SERVE UN DISEGNO ISTITUZIONALE CHIARO

 

"Cari Amici, riporto qui di seguito l'articolo del Segretario regionale del Pd delle Marche sui temi della manovra finanziaria e della riforma dei livelli istituzionali ed amministrativi dello Stato che mi sembra particolarmente condivisibile...A presto".

Daniele

 

BASTA DEMAGOGIA, SERVE UN DISEGNO ISTITUZIONALE CHIARO

 

E’ bastata una poltrona al Ministero dell’Interno per far cambiare idea alla Lega. Non voleva il partito di Bossi abolire le Prefetture a vantaggio delle Province, quali istituzioni rappresentative del territorio? La saga del populismo e della demagogia non ha fine ed ha trovato nella cena di Arcore un’ulteriore occasione per ingrassarsi.

Si stralcia l’articolo boomerang sulla soppressione dei Piccoli Comuni e si vuol adesso abolire per via costituzionale le Province.

Ovvero non se ne farà nulla, perché prima di metter mano alla questione sarà finita la legislatura e chi vivrà vedrà… Intanto però non cessa, anzi aumenta, la confusione in assenza di un disegno organico di riforma dello Stato e di riordino istituzionale ed amministrativo.

La manovra resta iniqua, recessiva e incapace di cogliere i risultati che si propone. L’unica strada che il Governo conosce è quella dei tagli, senza nessun provvedimento per la crescita.

In questo quadro si alimenta la polemica demagogica sui costi della politica come se essi, invece, non fossero un capitolo serio di una più ampia e altrettanto seria riforma dello Stato e della pubblica amministrazione. Si accredita in questo modo l’idea che basta una sforbiciata qua e una là, magari alla fine anche una sforbiciata alla democrazia in quanto tale, per risolvere problemi per i quali occorre prima di tutto avere una credibilità che questo Governo non ha.

Il Pd ritiene che dalla crisi bisogna uscire con istituzioni democratiche più sobrie e più solide, facendo valere il principio che chi più ha più deve dare e aggredendo il problema dell’evasione e dell’elusione fiscale. In permanenza di 200 mld di imponibile evaso ogni anno l’Italia non può pensare di essere un paese moderno, europeo, con servizi adeguati e capace di affrontare il futuro. Occorre distinguere tra le istituzioni democratiche e gli enti, consorzi, autorità, le cui funzioni vanno ricondotte in capo ai livelli amministrativi eletti e controllati dai cittadini. Per questo siamo contrari all’abolizione delle Province e tuttavia abbiamo le nostre proposte. Pensiamo che bisognerebbe superare la proliferazione delle Province avvenuta negli ultimi due decenni, che andrebbero costituite nelle aree urbane le Città Metropolitane in sostituzione delle Province secondo quanto scritto nella Costituzione, che i Comuni fino a 10.000 abitanti debbano associare le loro funzioni, costituendo Unioni dei Comuni per ambiti omogenei e senza appesantimenti burocratici, che il numero dei Parlamentari debba essere ridotto e il loro trattamento adeguato agli standard europei, che si costituisca finalmente il Senato delle Autonomie.

Queste sono le idee del Partito Democratico delle Marche e il motivo per cui siamo e saremo a fianco degli Amministratori, Sindaci e Presidenti di Provincia in testa, che in questi giorni sono scesi nelle piazze.

 

Palmiro Ucchielli

Segretario regionale Pd Marche

 




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politica interna
27 agosto 2011
Appuntamento con Pier Luigi Bersani alla chiusura della Festa Democratica Nazionale
 



Partecipiamo insieme

alla manifestazione

conclusiva con

PIER LUIGI BERSANI

Sabato 10 settembre

Organizziamo un pullman

con partenza da Fiuminata alle ore 9,00

e fermate successive a

Pioraco, Castelraimondo

per proseguire a Pesaro

alla Festa Nazionale del PD.




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POLITICA
26 agosto 2011
Miguel Gotor: "Il memoriale della Repubblica", Einaudi, Torino 2011, pp. 622.


 

"Un libro come pochi, anzi pochissimi. Un libro bellissimo, di quelli che ti trasformano dentro. Questo giovane storico ci ha regalato emozioni e riflessioni come non era riuscito ad altri ben più blasonati. Il sottotitolo recita 'Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano". Dopo l'edizione delle lettere dell'uomo politico democristiano, curate con estrema perizia critica e filologica, un saggio storico sulle 'carte di Moro', quelle dell'interrogatorio che egli subì nel 'carcere del popolo' brigatista. Attraverso la vicenda di quelle carte, il loro duplice ufficiale rinvenimento nello stesso luogo, il covo brigatista di Via Monte Nevoso a Milano, prima nell'ottobre del 1978 ad opera del Generale Dalla Chiesa e poi nel 1990 ad opera di un idraulico, a cui capitò di rimuovere un intercapedine, si dipanano mille rimandi a ciò che esse hanno rappresentato nella storia della Repubblica, non solo per essere il frutto di un sequestro, di una prigionia e di una morte eccellenti, ma anche per l'effetto destabilizzante, vero o temuto, che esse implicavano per un determinato assetto del potere italiano costruitosi nel tempo come punto di convergenza tra le ascisse di una democrazia bloccata e le ordinate della divisione del mondo sancita a Yalta. Per questo la storia degli scritti di Moro è costellata di manomissioni, conflitti, contiguità e complicità inimmaginali, di silenzi rumorosi o di un vociare depistante e bugiardo, ma soprattutto di morti come quelle di Dalla Chiesa, Galvaligi, Varisco e Pecorelli... L'autore ricostruisce e collega fatti della storia del nostro Paese con logicità e sagacia, avvalendosi di un solido armamentario critico e filologico, così da restituirci in modo verosimile come andarono le cose in quel difficile tornante della vita nazionale, rappresentato dal prigioniero che risponde e scrive e dai manoscritti mai ritrovati, così come dall'agitarsi di brigatisti e membri del movimento e dell'autonomia, di servizi segreti deviati e non, di forze dell'ordine sane e corrotte, di massonerie piduiste e forze criminali, di potenti dediti alla tutela della fragile democrazia italiana e delle proprie carriere, di mobilitazioni popolari e civili, di grandi passioni e altrettanto profonde contraddizioni. Quel che il passato ci lasciato in eredità sono solo una parte dei dattiloscritti non firmati e una parte dei manoscritti attraverso la loro copia, per cui a tutt'oggi manca quell'ur-memoriale o memoriale originario che corrisponde all'integrità dei manoscritti morotei. E tuttavia anche le assenze e le parzialità possono parlare e rivelarci il loro perchè. E' con questo modo di procedere, senza dietrologie, che Gotor riesce a rendere il memoriale di Moro un vero e proprio 'faro' che illumina la storia repubblicana dalla sua origine fino a Tangentopoli e ai giorni nostri, offrendoci elementi più specifici che la ricerca storica riesce ad evidenziare in particolare rispetto al periodo che va dall'inizio della 'strategia della tensione' con la strage di Piazza Fontana fino al venire a conoscenza pubblica di Gladio agli inizi degli Anni Novanta, quegli stessi anni nei quali tutto sembrerà cambiare, per rimanere in verità più uguale a noi stessi di quanto potrebbe sembrare..E' quando coglie i caratteri di fondo della storia italica che il libro di Gotor diventa anche riflessione sul presente, sulla costante dell'antipolitica nella vita nazionale, sul peso di una destra reazionaria e insofferente alle regole democratiche, sul familismo e le sue contiguità vischiose, sulla retorica del Bel paese 'dove tutto alla fine s'aggiusta', ma dove questo troppo spesso avviene a prezzo della tragedia e della vita. E' così che nel libro il ritmo del saggio storico si fonde sapientemente a quello di un narrare romanzato, dove però non viene mai meno la precisione del riferimento documentario e l'indicazione delle date. La storia è sempre 'anatomia del potere', dice l'autore, e la questione Moro è una sorta di 'autobiografia della nazione'. Condividiamo; chi vuol conoscere quanto è complicato, tragico e farsesco insieme, questo nostro Paese legga il memoriale, legga questo libro perchè '..scrivere storia significa fare storia del presente, è gran libro di storia quello che nel presente aiuta le forze in isviluppo a divenire più consapevoli di se stesse e quindi più concretamente attive e fattive..(Antonio Gramsci). Questo è un gran libro, per ricordare e per agire."




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POLITICA
23 agosto 2011
PICCOLI COMUNI: LA DEMAGOGIA E LA REALTA’.

 

 

Non sappiamo cosa alla fine verrà deciso approvando l’ennesima manovra finanziaria presentata dal Governo e che prevede tra le altre cose la soppressione e l’accorpamento dei Comuni con meno di mille abitanti. Una cosa però è fin d’ora certa, la proposta avanzata è debole dal punto di vista economico e sbagliata sotto il profilo civile e democratico.

Il Governo si propone, né più né meno, di staccare definitivamente la spina a quei Comuni che egli stesso ha colpito in modo durissimo e senza precedenti. Il sistema delle Autonomie locali è stato la vittima sacrificale predestinata di una destra centralista e discrezionale che, in barba al federalismo e incapace di affrontare la crisi, ha scaricato tagli insostenibili sulle comunità locali e sul welfare territoriale, individuati strumentalmente come i luoghi dove si sarebbe annidata la “casta”.

Si pensi, ad esempio, al dibattito sull’abolizione delle Province. Basterebbe che si ovviasse agli errori di proliferazione del recente passato e si istituissero, come vuole la Costituzione, le Città metropolitane e si sarebbe già fatto un bel passo in avanti. Perché diversamente bisognerebbe dire in capo a chi andrebbero assegnate le funzioni che esse esercitano.

Ma andiamo con ordine. Il risparmio derivante dall’ipotizzata eliminazione di 21.593 consiglieri e assessori dei Comuni con meno di mille abitanti (immagino che anche costoro saranno stati annoverati nelle severe statistiche dell’antipolitica tra “coloro che vivono di politica”) costerebbe l’equivalente di 27 deputati!

Il vero risparmio può venire dalla gestione associata dei servizi, che è stata recentemente resa finalmente obbligatoria per tutti i Comuni con meno di 5.000 abitanti. Anche prevedendo un innalzamento di questa soglia si possono creare economie di scala interessanti che devono andare di pari passo alla qualificazione della spesa, che va spostata dalle funzioni generali ai servizi sociali ed educativi, dove i Comuni investono meno.

Il problema dei piccoli Comuni è che sono diventate insostenibili le diseconomie dovute alla gestione polverizzata ed estremamente differenziata da territorio a territorio dei servizi locali.

Le attuali Comunità montane e le Unioni dei Comuni dovrebbero diventare, senza produrre ulteriori superfetazioni burocratiche, gli ambiti omogenei per una radicale riorganizzazione del sistema dei servizi locali e da questo punto di vista non è più differibile un intervento incisivo della nostra Regione.

Così si potrebbero mantenere identità, cultura e rappresentanza di comunità secolari e al contempo creare con meccanismi cogenti, premiali e deterrenti, le necessarie economie ed efficienze nell’erogazione di servizi fondamentali.

Senza usare l’accetta, si potrebbero quindi determinare risultati più consistenti dal punto di vista dei conti pubblici, ridando un qualche senso all’abusata espressione “federalismo municipale”.

Due altri luoghi comuni vanno sfatati. Il primo è che il nostro numero di Comuni sia pletorico rispetto a quello di altri Paesi europei. La media europea è di un Comune ogni 4.132 abitanti, mentre in Italia essa è di un Comune ogni 7.490. Seguono Germania, Regno Unito, Spagna e Francia, nei quali il rapporto è più basso. Il secondo fa tutt’uno con il ragionamento che riguarda l’aspetto civile e democratico della questione: si pensa di tagliare istanze istituzionali e democratiche costituzionalmente previste, siano essi i piccoli Comuni o le Province, e si lasciano sopravvivere consorzi, autorità, enti, sui quali il cittadino non ha nessun potere di controllo democratico, mentre quelle stesse funzioni, che queste realtà gestiscono, potrebbero essere messe in capo ad organismi istituzionali, democraticamente eletti e verificabili nel loro operato.

Insomma, i livelli istituzionali vengono dopo enti e strutture derivate, il che non è per niente logico. Allo stesso modo non si interviene con una qualche efficacia sulla fusione delle Agenzie fiscali, sulla razionalizzazione delle strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato e la loro concentrazione in un ufficio unitario a livello provinciale, sul coordinamento delle forze dell’ordine in vista della loro progressiva integrazione, sull’accorpamento degli enti della previdenza, sulla riorganizzazione della rete consolare e diplomatica, sulla razionalizzazione dell’organizzazione giudiziaria civile, penale, amministrativa, militare e tributaria a rete.

La verità è che se si avessero le idee chiare, la crisi sarebbe una straordinaria occasione per grandi cambiamenti, forse ad un primo impatto impopolari, ma sicuramente di grande beneficio. Se, invece, come è in questo caso, si è negata la crisi ed ora la si deve affrontare senza aver predisposto un disegno razionale di riassetto e riforma dello Stato e dell’amministrazione pubblica, agitando alla cieca il bisturi, si rischia di sfregiare un intero Paese. E’ quello che sta avvenendo; è quello che andrebbe evitato.

 

 

Daniele Salvi

(Consigliere provinciale/

Resp. Organizzazione Pd Marche)

 

 

 




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POLITICA
17 agosto 2011
Sandro Gerbi: "Mattioli e Cuccia. Due banchieri del Novecento", Einaudi, Torino 2011, pp. 213.


"Piazza della Scala e via Filodrammatici, Comit e Mediobanca, Raffaele Mattioli e Enrico Cuccia: due grandi personalità del mondo bancario italiano del Novecento descritte da un giornalista che ha potuto avvalersi anche del ricordo delle frequentazioni paterne. Libro interessante per capire un mondo, quello bancario, al quale ci si avvicina sempre con il sospetto di doversi confrontare con tecnicismi di difficile decifrazione, mentre in questo caso non solo la lettura del testo è agevole, ma viene trattato soprattuto il profilo umano, intellettuale e professionale dei due nel contesto storico dell'Italia dalla fine della Grande Guerra alle soglie del nuovo secolo. L'impressione più forte che se ne riceve è quella per cui una classe dirigente è sempre una 'aristocrazia', nel senso che dovrebbero essere i migliori ad incarnarla e in alcuni casi lo sono. Così è stato per Mattioli e Cuccia, due personalità di grande cultura, fortissime competenze, grandi capacità e ampi orizzonti. Quella di Mattioli emerge come una figura illuminata, capace di tessere relazioni importanti e di alimentare intorno a sè un vero e proprio cenacolo culturale, intellettuale e professionale, fatto di personalità dotate di altissime qualità. Visione strategica del ruolo delle banche e grande conoscenza della condizione reale, dei limiti e delle potenzialità del nostro Paese e del capitalismo italiano. Capacità di coinvolgere e dialogare, in modo temerario, con chi era esterno ad un mondo e ad un assetto del potere. Emblematici da questo punto di vista il rapporto di Mattioli con Sraffa e Togliatti, e tramite loro con Gramsci in carcere, il suo antifascismo che non gli impedì di lavorare in maniera riconosciuta per l'Italia anche durante il regime, come nel caso del salvataggio della Comit durante la grande crisi degli anni Trenta e la scrittura della legge bancaria del 1936, il suo interesse per il ruolo che le masse popolari avrebbero svolto per la crescita e la modernizzazione del Paese e la grande curiosità intellettuale che ebbe modo di esprimere nell'importante promozione della vita culturale italiana, come nel caso della casa editrice Einaudi. In tutto questo potremmo dire che in Mattioli vi era la politica, un'idea chiara dell'importanza e della nobiltà di questa attività, perchè politico è il più alto e nobile agire dell'uomo in quanto tale, pur non essendo egli schierato esplicitamente con nessun partito. Diverso il punto di vista di Cuccia al riguardo e non solo per la vicenda dello scontro con il bancarottiere Michele Sindona e per le ombre che si addensarono sul genero di Beneduce a seguito dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli. Cuccia ebbe un'idea della politica come parzialità, come una versione del potere con la quale confrontarsi e della quale nutriva -soprattuto per la qualità del personale politico- un'esplicita diffidenza, la stessa che trasferiva nei confronti dell'asfittico capitalismo familiare italiano. Egli fu -come è stato detto- un grand commis di Stato prestato al mondo bancario, capace di durezze e tagli 'uralici', come nel caso della campagna in Etiopia o nell'assolvimento di delicati compiti per la Comit, nella quale fu chiamato proprio da Mattioli. Vicino all'azionismo e alla figura di La Malfa, egli assorbì dal suocero il profilo dell'alto burocate che seppe unire a forti competenze tecniche nel suo campo e a doti di fermezza apparentemente estranee alla gracilità del suo fisico. Il grande sodalizio con Mattioli e la profonda stima reciproca rimarranno fino alla fine, seppure non mancheranno le divergenze che si evidenzieranno nel diverso modo d'intendere il ruolo di Mediobanca, la banca d'affari che doveva essere nel disegno di entrambi il motore della ricostruzione post-bellica e che sotto la gestione Cuccia seppe, da un lato, prendere il sopravvento nel mondo bancario, ma rischiando di riprodurre, dall'altro, le "fratellanze siamesi" tra banche ed imprese che furono in parte all'origine della crisi del '29, della necessità di una nuova legge che separasse le banche dalla proprietà delle imprese e della nascita dell'IRI. La visione di Mattioli fu più moderna nel delineare i rapporti tra le BIN e Mediobanca e anche nel delineare il ruolo di Mediobanca nella gestione del credito finanziario e nella collocazione in Borsa delle imprese finanziate. Quella di Cuccia fu, invece, una visione più realista, fondata sul suo pessimismo della situazione nazionale e del rapporto con il 'capitalismo senza capitale' italiano. Sicuramente ciò consentì a Madiobanca di diventare il cosiddetto 'salotto buono della finanza', ma anche il luogo di un connubio tra Stato, grande banca e capitalismo familiare che ha fatto un pezzo importante della storia e del consenso politico del nostro Paese, ma che lo ha anche segnato di profondi ritardi". 




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CULTURA
13 agosto 2011
La Bellezza, la Perfezione
 

La Bellezza, la Perfezione.

Sono state queste per me le sensazioni più forti nel vedere i ballerini del teatro Bollscioj e di quello di Kiev, giovedì sera, allo Sferisterio di Macerata. Sopra tutti l'astro di Svetlana Zacharova, una libellula.
Nel rimanre stupiti di fronte a quanto la danza e l'arte siano la vita stessa di questi professionisti, viene da pensare quanto poco il nostro Stato fa per la cultura e in specie per la danza.
Si conferma, dopo l'esperienza Bolle, il felice connubio tra la danza e lo Sferisterio e la possibile integrazione sul terreno della cultura di due città, Macerata e Civitanova, con beneficio di tutto il territorio regionale e provinciale.
Daniele



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POLITICA
9 agosto 2011
Aldo Moro: "Lettere dalla prigionia", a cura di Miguel Gotor, Einaudi, Torino 2008, pp. 400.

 



"Muore ignominiosamente la Repubblica", scriveva il poeta Mario Luzi della morte di Aldo Moro e aveva ragione. L'edizione integrale delle lettere dalla prigionia del terrore brigatista a trenta anni dal sequestro e dall'uccisione dell'uomo politico democristiano è stata curata con grande competenza e rigore filologico da un giovane storico di valore, che vi ha aggiunto un lungo e interessantissimo saggio. Non si può conoscere la storia recente del nostro Paese senza leggere questi scritti di una drammaticità unica e di cui si fa fatica a dire qualcosa che non rischi di essere banale. Occorre leggerle e chi vuol fare politica in modo impegnato e costante non può non conoscerle. Siamo di fronte alla tragedia di una persona e della sua famiglia, di un uomo politico, ma la tragedia è anche quella di un grande partito, di un assetto istituzionale e politico, la cosiddetta Repubblica dei partiti, di un intero Paese, dello Stato italiano nel mondo diviso in blocchi e dentro la strettoia di una 'democrazia incompiuta'. Siamo di fronte all'attacco allo Stato portato al livello più alto dalla violenza del terrorismo ideologico e al cortocircuito tra la linea della fermezza e il bisogno urgente ed emergente della trattativa umanitaria. Siamo di fronte allo Stato che non riesce a difendere uno dei suoi figli migliori, al partito cristiano che capitola di fronte alle irriducibili richieste ed appelli della persona e della famiglia, al mondo politico stordito ed incapace di reagire, all'opacità e all'anonimato di poteri sordi, sia quello brigatista che quelli internazionali, alla 'fallibilità' del Papa, al disperato tentativo di tanti, ma soprattutto di un uomo con i giorni contati che si appella alla sua e all'altrui umanità e che gioca, seppure in modo apparentemente dimesso e antieroico, la sua ultima e più difficile partita politica contro gli aguzzini, il suo partito, l'informazione pubblica e i poteri impersonali. "Tutto accade ignominiosamente fuorchè la morte", scriveva ancora il poeta ed era vero anche questo. Resta l'assurdità della tragedia, la complessità della situazione e una lucidità profetica che prevederà nell'angusta prigione la fine della Repubblica dei partiti, da cui ancora non siamo usciti. Anche per questo e non solo per questioni anagrafiche sentiamo che quel dramma, quella tragedia, c'interrogano ancora così da presso, nonostante gli anni che sono passati. Personalmente in quel lontano 1978 ascoltavo i bollettini quotidiani sulle vane ricerche e sui crudi comunicati dei brigatisti da una vecchia radio a valvole... Nel 150esimo dell'unità d'Italia per capire la storia di questo nostro martoriato Paese propongo ad un qualche professore universitario di fare un corso per la sessione autunnale su questi tre testi: "Le mie prigioni" di Silvio Pellico, "Le lettere dal carcere" di Antonio Gramsci e "Le lettere dalla prigionia" di Aldo Moro. Capiremmo molto più cose di storia nazionale e di vita dalla lettura di questi scritti che da mille manuali...".




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