.
Annunci online

PASSIONE E IDEE IN REGIONE
CULTURA
28 luglio 2011
Edoardo Nesi: "Storia della mia gente", Bompiani, Milano, pp.161.


"Un romanzo per capire l'Italia di ieri e di oggi. Sottotitolo: "La rabbia e l'amore della mia vita da industriale di provincia". Nesi ha vinto con questo libro 'a metà tra il romanzo e il saggio, l'autobiografia e il trattato economico', come viene detto nel retro della copertina, il Premio Strega 2011. Imprenditore prestato alla scrittura o scrittore prestato all'industria, l'autore dà dignità letteraria ad una storia familiare e personale, ma anche comunitaria e nazionale, cioè alla crisi dell'industria manifatturiera italiana nell'età dei mercati aperti e della globalizzazione. Il caso è quello dell'impresa di famiglia, che ad un certo punto viene chiusa, dopo una storia di diverse generazioni, con tutto quel che può significare per chi vi è cresciuto e vissuto e il contesto è quello della crisi del distretto del tessile o meglio della città-tessile di Prato. E' un libro sulla transizione economica, industriale, sociale che ha vissuto e ancora vive l'Italia, nazione che ha conosciuto dal dopoguerra una crescita e un processo d'industrializzazione che ha distribuito benessere e ricchezza e che di fronte alle sfide nuove della concorrenza globale e anche a quella sleale dei paesi emergenti ha visto interi distretti industriali, imprese artigiane e territori scivolare in una crisi, le cui difficoltà il più delle volte sono state decifrate da saccenti economisti come incapacità o arretratezza imprenditoriali, cosicchè la responsabilità del fallimento di intere tradizioni produttive sono state vissute più come una colpa che come un esito inevitabile di una competitività senza regole o di un'assenza cronica di politiche industriali e di settore o anche di un'incapacità politica di far pesare le proprie specificità in sede europea ed internazionale. Il risultato è lo smarrimento, la paura di fronte al futuro, il rancore e il risentimento di larghi strati sociali, dei piccoli imprenditori che vedono il mondo cadergli addosso, nel mentre si sentono inadatti alle nuove ricette che vengono propinate o proprio perchè hanno cercato di sposarle, magari inseguendo una folle rincorsa al ribasso dei costi, e dei lavoratori condannati all'inutilità che viene percepita da chi ha perso un lavoro che riteneva sicuro ed ora è alle prese, quando va bene, con la cassa integrazione e la mobilità. Nesi è attore e spettatore di tutto questo grazie alla sua formazione culturale che gli consente di guardare con un travagliato distacco a questo processo di reale impoverimento e di crescente diffusa incomprensione-insofferenza verso la comunità cinese, la più grande d'Europa, che nel frattempo si è sostituita nella produzione del Made in Italy alla comunità autoctona, vivendo in condizioni di sfruttamento e di degrado da 'incubo'. Nesi si pone, dunque, con questo romanzo come l'intellettuale della borghesia artigiana manifatturiera italiana e dà voce ad una parte di quei ceti medi produttivi, divaricati ed esautorati del loro status sociale dalla transizione economica del nostro paese. I temi affrontati sono di estremo interesse per la politica democratica, che in territori come Prato ha costruito il proprio consenso sul patto sociale tra ceti produttivi, lavorativi, imprenditoriali e professionali, e non è un caso che la crisi economica e sociale di Prato ha poi recentemente portato al governo di una città di grandi tradizioni popolari, democratiche ed antifasciste, le forze di centrodestra. L'età dell'oro non esiste più, la crisi ha gli occhi dell'imprenditore, del lavoratore, dell'intellettuale, di un'intera città che 'non deve chiudere' e dell'Italia intera, il peso del passato è grande, anche perchè di alta qualità, il futuro incerto, fatto d'inesistenti investimenti in ricerca ed innovazione o d'improbabili tentativi d'internazionalizzazione. Il bisogno di protezione è forte, la protesta sembra non avere un destinatario, la depressione ha spento la creatività; l'unica forza è nel ritrovarsi insieme, nel superare le differenze e nell'unire le forze, ma c'è bisogno di qualcuno che organizzi stabilmente questo nuovo collettivo, che gli dia orgoglio perchè in definitiva 'questa gente ha sempre e solo lavorato' e che magari faccia in modo che alla fine 'l'economia soccomberà a un atto dell'immaginazione', magari politica, anzi sicuramente politica, altrimenti non sarà. Ci riguarda tutto questo? Penso di sì."    




permalink | inviato da Daniele Salvi il 28/7/2011 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 luglio 2011
Ancora su Democrazia, populismo e risorsa partito...

Un ulteriore spunto che è venuto dall'incontro promosso da Gianni Cuperlo, di cui abbiamo riportato sotto alcuni passaggi dell'intervento di Bersani, riguarda il fatto che la globalizzazione ha ridotto il 'popolo' in 'plebe' (distinzione del Macchiavelli introdotta dal prof Ciliberto), ovvero ha allargato a tal punto le diseguaglianze sociali e ha frammentato così tanto il tessuto civico che, laddove esista un livello tale di eterogeneità (termine usato dall'Ambasciatore Di Tella), il richiamo alla semplificazione populistica trova terreno fertile.

 

Questione sociale e questione democratica vanno tenute insieme, come ci ricorda sempre il nostro Segretario.

 

La globalizzazione ha acuito le diseguaglianze, ha allargato la forbice sociale e con essa la distanza tra governanti e governati; la debolezza della politica, che è la forza costitutiva del legame sociale, la quale oggi è chiusa dentro gli ambiti ristretti dello Stato-nazione, non ha posto argine o soluzione a questa situazione che si è andata via via acuendo.

Le condizioni indicate da Di Tella per definire una situazione a rischio populismo e i caratteri che esso assume sono:

  1. in alto e alla guida una élite anti status quo (ma non per questo progressista o riformista)
  2. una massa in stato di mobilitazione permanente che ha interrotto i tradizionali rapporti di lealtà con i propri referenti di livello superiore, ma che ancora non ha acquisito l'esperienza sufficiente per organizzarsi autonomamente
  3. un vincolo carismatico tra l'élite dirigente, o un membro emergente della stessa, e la massa già mobilitata ma non ancora organizzata autonomamente (vincolo che può costruirsi anche attraverso l'uso invadente dei mass-media)

La situazione dell'Italia nel '93 rispondeva perfettamente a questo schema.

Sull'evoluzione del populismo in senso democratico, cosa che Di Tella ritiene quasi necessitata, preferiamo invece non sbilanciarci... A queste tre condizioni andrebbe aggiunta quella riferita appunto all'eterogeneità sociale e alla crisi dei ceti medi, che costituisce il brodo di coltura sociale, fatto di paure, rancori e risentimenti, per esperimenti populistici, ovvero per la soluzione populista come 'ripiegamento difensivo rispetto alla globalizzazione' (Bersani)

Una politica democratica e riformista, che voglia dare risposte vere per uscire da questa situazione, usando un linguaggio simbolicamente forte, senza cadere nel 'plebiscitarismo', e chiamando tutti ad uno sforzo comune, può non avere un radicamento sociale, una capacità di mobilitare forze ed energie, un'organizzazione in grado di farla essere presente e di dialogare con le istanze più diverse, una classe dirigente competente e selezionata, una cultura di governo ed una coscienza della propria responsabilità storica? La domanda è retorica. Ma come si realizza oggi tutto questo, che forme deve assumere, come le si costruisce, come quel Partito Democratico che abbiamo voluto può essere sempre più adatto a questo compito, qui sta il punto della discussione, il 'tagliando' del PD, che riguarda cultura politica e identità, programma e organizzazione.

Dobbiamo presidiare la sofferenza e anche la refrattarietà al cambiamento della società italiana, divenuta più ingiusta in questi decenni, per rassicurarla e condurla a quei cambiamenti necessari, senza i quali è a rischio il nostro ruolo nel mondo e il nostro benessere, la nostra stessa civiltà.

È un problema europeo, come ci hanno detto tragicamente i fatti di Norvegia, ma occorre prenderlo di petto. Ora più che mai.

Ci sono tre libri da questo punto di vista che voglio consigliarvi per le letture estive: due sono stati di fatto presentati nell'incontro di cui sopra e sono "L'idiota in politica. Antropologia della Lega Nord" di Lynda Dematteo, edizioni Feltrinelli, e "La democrazia dispotica" di Michele Ciliberto, edizioni Laterza; un terzo ve lo propongo direttamente, si tratta del vincitore del Premio Strega di quest'anno "Storia della mia gente. La rabbia e l'amore della mia vita da industriale di provincia" di Edoardo Nesi, edizioni Bompiani. Ma su quest'ultimo ritorneremo. 

POLITICA
24 luglio 2011
AA.VV. : "Il PD e le trasformazioni del sistema democratico", a cura del Pd nazionale, Roma, pp. 328.

 
"Si tratta della raccolta degli atti del seminario che il Pd nazionale ha tenuto i primissimi giorni di aprile e che risultano utilissimi in vista della conferenza d'autunno sul partito annunciata da Bersani. Spesso le pubblicazioni di partito risultano un pò sciatte e poco interessanti. Questa ha il pregio di raccogliere una serie di relazioni ed interventi di studiosi, anche stranieri, e di dirigenti politici che aiuta a rileggere gli ultimi venti anni della storia politica del nostro paese con una certa omogeneità di vedute e un'analisi chiara e convincente. I temi trattati riguardano l'evoluzione del sistema istituzionale e dei partiti in Italia nell'ultimo ventennio, il nesso partiti-elettori-iscritti nell'esperienza americana e in quella europea, il PD visto dagli elettori e dagli iscritti. Interessante in particolare la prima sessione che prende le mosse dalla relazione del prof. Massimo Luciani, il quale vi offre una rilettura critica della transizione italiana e  riferimenti chiari al valore del dettato costituzionale (il nesso importante tra l'art. 3 e l'art. 49 della Costituzione), elementi questi da tener presenti se si vuol lavorare ad una riforma della democrazia rappresentativa che superi populismo e antipolitica. A proposito di narrazioni è da leggere l'intervento conclusivo di Pier Luigi Bersani, il quale esplicita il senso di quel 'tagliando' necessario al Pd a quattro anni dalla nascita per registrare meglio cultura, identità, organizzazione e 'modus vivendi' di quella forza che è 'troppo giovane per aver risolto tutti i suoi problemi', ma anche troppo vecchia 'per essere considerata fallita'. Affrontare il tema del partito politico nell'epoca della crisi della democrazia e del populismo è una vera e propria esigenza nazionale, per superare 'l'illusione di un rapporto diretto istituzioni-cittadini' che si è insinuata nel momento del crollo del vecchio e non riproponibile sistema politico della prima fase di vita della Repubblica; eppoi, la mancanza di un 'ubi consistam' dell'alternanza politica nel nostro paese, il rapporto con le nuove forme di protagonismo politico, la riforma delle istituzioni in senso neoparlamentare tra governabilità e rappresentanza, la riforma dei partiti e della politica, il superamento della verticalizzazione correntizia e tutti i temi della sua più recente relazione sul partito alla Direzione nazionale. Temi ripresi ancora nel recente incontro su "Democrazia, Populismo e Risorsa Partito", promosso pochi giorni fa dal Centro studi del Pd, nel quale Bersani ha dato un'interessante lettura delle attuali pulsioni populistiche che serpeggiano nel mondo e in Europa, così come dell'esperienza italiana, intese come un 'riflesso difensivo rispetto alla globalizzazione', che nasce dalla paura di perdere qualcosa, il proprio status di benessere, e che porta ad una critica negativa nei confronti della politica e della democrazia, ritenute incapaci di risolvere i problemi dei più. Tutto ciò diventa terreno per 'nuove' élites che si propongono di dare voce a queste istanze, individuando di volta in volta un nemico contro cui scagliarsi, reo a loro dire di ostacolare la necessaria destrutturazione del sistema precedente (il 'vecchio'), inefficiente, o d'impedire la risoluzione dei problemi della 'ggente', pur di continuare a mantenere i propri privilegi. Amico-nemico, nuovo-vecchio, palazzo-ggente, sono tutte coppie semantiche care al populismo in qualsiasi salsa. Concretamente, poi, il populismo è un modo di 'ovviare al cambiamento' e alla modernizzazione, piuttosto che di realizzarli, talchè i suoi esiti sono sempre, come dimostra il caso italiano, conservatori e soprattutto senza decisioni, senza assunzioni di responsabilità, senza risposte reali e il bilancio complessivo è sempre deludente per non dire assente. Resta, tuttavia, inevasa la paura, la domanda e il bisogno di difesa, cose in sè preoccupanti se la politica, una politica rigenerata, non si decide a riempire quel vuoto e a dare delle risposte convincenti, chiamando tutti ad uno sforzo comune. Siamo di fronte ad un ritorno di bisogno di comunità -si è chiesto Bersani- ? Auguriamocelo, ma non è affatto sicuro. Di certo siamo ritornati al punto di partenza, quello del '93, con una politica screditata, la richiesta di semplificazione che ha ripreso forza, alimentata dalla polemica in parte giusta sui costi della politica. Quale sarà l'esito, quale lo sbocco? La partita è aperta, tra tante condizioni; una è quella del rapporto con i movimenti e le istanze civiche, l'altra è quella di un nuovo linguaggio della politica progressista che sappia parlare per simboli ed esempi, l'altra ancora è quella del modo d'intendere la leadership. Qui Bersani è stato brillante: 'Leader è chi organizza il collettivo, non chi ha visto la Madonna!' , oppure 'carisma, come dice la parola, è un dono; chi pensa di averlo è un presuntuoso!'. In questo passaggio cruciale per la vita del Paese tornare a parlare della funzione dei partiti, oltre quelli personali, è dunque indispensabile. Siamo d'accordo con Pier Luigi.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 24/7/2011 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
21 luglio 2011
Tra musica e pittura

Cari Amici, in questi giorni ho partecipato a due eventi che vorrei segnalarvi. Il primo è stato il concerto di Raphael Gualazzi al San Severino Marche Blues Festival dove ho potuto rivedere dal vivo dopo il per certi versi 'riduttivo' successo di Sanremo un talento come pochi. Tanta gente, un ottimo spettacolo e Raphael davvero bravo e poetico. Il secondo la bella mostra su Licini-Morandi, divergenze parallele, distribuita su due centri delle Marche, Monte Vidon Corrado, il paese di Osvaldo Licini, e Fermo. Due grandi pittori, artisti e intellettuali e la scoperta di una personalità come quella di Licini di grande spessore europeo, estrema poliedricità e struggente poesia. Mentre Raphael non so dove potrete acchiapparlo, la mostra è lì fino a settembre inoltrato. Fateci un salto...ne vale la pena! A presto. Daniele.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 21/7/2011 alle 7:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 luglio 2011
Serge Latouche: "Come uscire dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita.", Bollati Boringhieri, Torino 211, pp. 203.

 

"Dal teorico della decrescita un nuovo libro che ha del provocatorio se pensiamo a quanto ogni giorno ci venga detto che il problema principale del nostro Paese è la crescita economica. La prospettiva di Latouche è esattamente opposta e la crisi in atto non solo è il frutto del turbocapitalismo, ma anche l'occasione da cogliere per applicare i principi di una società diversa, autonoma, che sa autolimitarsi, che fa della sobrietà il suo programma per garantire un futuro ai chi verrà dopo di noi. Il percorso di una decrescita serena, conviviale e sostenibile è fatto da otto R: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Siamo di fronte ad un pensiero critico dell'idea di uno sviluppo illimitato che sta alla base del capitalismo produttivista e del primato dell'economico sul sociale e il politico, un pensiero che ha fatto i conti con i limiti del pensiero socialista e che si apre a contributi diversi da quello del pensiero occidentale o tenta di recuperare elementi premoderni dello stesso, tenendo sempre ferma la finitezza delle risorse naturali e l'idea della natura e della vita come dono, rispetto a cui s'impone una responsabilità. 'Rompere con la società della crescita non vuol dire sostenere un'altra crescita e neppure un'altra economia, significa uscire dalla crescita e dallo sviluppo, e dunque dall'economia, cioè dall'imperialismo dell'economia, per ritrovare il sociale e il politico': questo è il programma rivoluzionario del movimento per la decrescita, che per Latouche può essere il paradigma di base di una pluralità di vie che possono essere percorse da forme di sinistra radicale di diversa origine e genere. A questo programma radicale segue necessariamente una pratica riformistica, che s'ispira alla non violenza e all'obiezione di crescita, e che cerca di costruire pratiche di resilienza. Decrescita è qualcosa di diverso da terzomondismo, commercio equo e solidale, sviluppo sostenibile (modo accattivante di riproporre l'idea produttivista e consumistica dello sviluppo, corretto, ma comunque illimitato); essa è in primo luogo decostruzione dell'immaginario di cui siamo drogati e che ci condiziona, è un'etica ed una prassi, è un nuovo modello educativo. Ma non è neanche una variante dell'economia della felicità o del pensiero meridiano, bensì la coerentizzazione del pensiero di personalità come Ivan Illich e Cornelius Castoriadis. Interessanti da questo punto di vista, anche per il loro legame con l'attualità della crisi internazionale, gli ultimi capitoli del libro intitolati 'La decrescita è la soluzione alla crisi?' e 'Il Tao della decrescita'. La torta si è ristretta, gli effetti si scaricano sui ceti medi e bassi, fare una torta più grande non è affatto semplice, forse non ci sono più i margini, forse può essere solo una risposta temporanea e comunque non si può semplicemente tornare a prima, facendo pagare il conto ai soliti noti. Le società anche più solide rischiano di esplodere. Va cambiato software? Sicuramente. Va adottato quello della decrescita? Non lo so, ma vale la pena discutere...'Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra' (Hans Jonas)".




permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/7/2011 alle 13:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
8 luglio 2011
Mariano Guzzini: "Passato quotidiano", Liberilibri, Macerata 2011, pp. 271.
 



"Dall'agile, ironica e certosina penna di Mariano Guzzini un bel libro che nel sottotitolo riporta 'Storia e storie del Corriere Adriatico dal 1860 al 1914'. Un libro su quell'unico filo che possiamo tirare dalle origini dello Stato unitario ad oggi per capire l'evoluzione delle Marche, quel filo è il quotidiano delle Marche, fondato dal Commissario Lorenzo Valerio nel 1860, il Corriere delle Marche oggi Corriere Adriatico, nei suoi vari cambiamenti e nella sua sostanziale continuità. E' un libro su Ancona e l'anconitano, sulla centralità che la città e quel territorio assunsero a seguito dell'unificazione e su personaggi ed eventi di una regione ridisegnata e che si andava trasformando. Basta leggere l'introduzione di Marco Severini per avere una sintesi completa del libro, nel quale l'occasione di narrare le multiformi storie di un giornale, cosa originale e di cui si sentiva la mancanza, non diventa mai un'operazione di metagiornalismo, ma una riflessione più profonda e vera sull'identità delle Marche e dei marchigiani. E' questo l'aspetto più originale, ricorrente nel suo essere carsico e in definitiva più stimolante della narrazione. Il continuo richiamo alle Marche come una regione plurale e policentrica, al punto da avere il centro che la dirige fuori da sè o in nessun luogo, la sua 'contentabilità', il suo vivere con poco e l'accontentarsi di poco, la sua fedeltà al limite del lealismo rispetto ai nuovi ordinamenti e il suo sentirsi però anche profondamente diversa, il suo sano provincialismo e l'incapacità di emanciparsene senza tagliare le radici con il territorio, l'essere teatro e scenario di eventi in cui il protagonista non è però mai di questa terra, una classe dirigente fatta di tante personalità rispettabili, ma che sono come una 'carta velina' -secondo l'espressione di Paola Magnarelli- rispetto ai processi sociali e ai passaggi storici e la ricerca insoddisfatta di un 'demiurgo mite', per Guzzini anche recalcitrante e involontario, individuale o collettivo, per qualcun'altro inesistente, sono tutti aspetti e rappresentazioni di un processo di regionalizzazione incompiuto, di una statualità assente o precaria. Oggi, nell'epoca della globalizzazione, ben oltre la tensione tra 'piemontesizzazione' e 'regionalizzazione' allora incipienti, siamo in un passaggio storico nel quale si gioca e si ridefinisce di nuovo l'essenza della nostra identità regionale. Nel quadro di una turbolenza internazionale e delle difficoltà dell'Europa, alle prese con lo Stato minimo neocentralista tremontiano, per i territori tra il Foglia e il Tronto si apre un nuovo capitolo del continuo farsi della nostra identità regionale, per affrontare al meglio il quale è utile conoscere ancor più la nostra storia, anche quella dei tanti fogli di carta che l'hanno attraversata, come c'invita a fare Mariano Guzzini, così da esserne un pò più consapevoli e motivati, sperando di poter contare su una classe dirigente che abbia almeno una filigrana...".





permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/7/2011 alle 23:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
2 luglio 2011
La Chimica a Camerino

 Interessante incontro ieri presso la Sala degli Stemmi del Rettorato di Unicam per celebrare l'anno internazionale della Chimica. Buona partecipazione di ex studenti, oggi affermati professionisti, studenti, docenti ed ex-docenti, ma anche imprenditori e autorità istituzionali a quello che è stato un vero e proprio punto storico e di prospettiva sul contributo che l'Università di Camerino ha dato alla scienza chimica. Nel mio intervento mi sono permesso di sottolineare alcuni punti che riporto brevemente: 1) Chimica a Camerino vuol dire una scuola, ossia una tradizione che ha dato contributi originali alla materia, e un'eccellenza unica nelle Marche; 2) la storia della Chimica è la storia dello sviluppo recente del nostro Paese dal dopoguerra e dell'assenza di una politica industriale oggi; 3) parlare di Chimica oggi vuol dire investire su di essa in termini di ricerca e innovazione, applicazioni pratiche e occupazione certa per i giovani che la studiano; 4) importante il contributo che dall'Università di Camerino è venuto al tessuto produttivo del territorio proprio in ambito chimico sia come professionalità che per lo sviluppo di prodotti che abbracciano i settori più diversi nei quali la nostra provincia e le Marche si sono contraddistinte: dall'agroalimentare alle produzioni del Made in Italy, dalla componentistica ai metalli, gomma, plastica e vernici, dalla carta ai nuovi materiali, fino ai restauri nei beni culturali e alla certificazione ambientale; 5) il futuro della Chimica sta nel connubio con una ricerca orientata alla sostenibilità, alla sicurezza e alla salute; 6) puntare ancora sulla Chimica a Camerino significa anche aiutare il percorso di specializzazione-differenziazione di Unicam nell'ambito dell'offerta formativa e didattica di tipo scientifico: una scommessa, due futuri.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 2/7/2011 alle 14:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
2 luglio 2011
RECENSIONE: A. Gramsci: "Odio gli indifferenti", Chiarelettere, Milano 2011, pp. 108.

 


"Una raccolta di articoli del Gramsci socialista tra il 1916 e il 1918 che contine alcuni pezzi unici che vale la pena rileggere. Il titolo del libretto ripete quello dell'articolo di apertura, ritornato in auge a Sanremo e che andrebbe letto insieme al discorso leopardiano sullo stato presente dei costumi degli italiani. E' proprio sui costumi che si concentra il sarcasmo della polemica gramsciana, tesa a rafforzare nella sua limpidezza il punto di vista partigiano e socialista sulla società italiana nel pieno della prima guerra mondiale. Altri articoli che vanno segnalati di questa raccolta riguardano il Risorgimento e l'Unità d'Italia, dove è possibile scorgere un'anticipazione di quella che poi sarà l'analisi più esaustiva dei Quaderni, la riabilitazione in chiave moderna di Ponzio Pilato giudice e la lettura secolarizzata del mito cristiano e della figura di Gesù. Spassosi gli articoli contro la burocrazia e tagliente la penna del nostro quando dissacra luoghi comuni della vita pubblica e politica. Infine il libro riporta in appendice l'unico discorso tenuto da Gramsci in Parlamento, quello contro la proposta di legge fascista che dichiarava fuori legge la massoneria e con essa poneva le basi per la soppressione di tutte le associazioni politiche, partiti e sindacati. Era l'inizio del regime e di lì a poco avvenne l'arresto di Gramsci".




permalink | inviato da Daniele Salvi il 2/7/2011 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
giugno        agosto