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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
31 marzo 2011
Daniele Salvi su Vitaviva srl di Castelraimondo

“SI RIAPRA IL TAVOLO DI CONFRONTO TRA LE PARTI”

Il dubbio a suo tempo paventato che il passaggio dello stabilimento Vitaviva srl di Castelraimondo alla holding Certina di Monaco equivalesse ad un disimpegno della proprietaria Villeroy & Boch e ad un lento, ma inesorabile, svuotamento della realtà produttiva, sembra si stia materializzando.

A quasi un anno dal sofferto accordo raggiunto tra le parti, grazie al ruolo determinante della Regione Marche e della Prefettura di Macerata, che doveva puntare ad un rilancio del sito e alla tutela degli impegni assunti nei confronti dei lavoratori, non solo il percorso fatto non ha corrisposto alle attese, ma con il nuovo piano industriale 2011-2012 si rende ancora più precario il futuro dell’azienda e dei lavoratori, prospettando la frammentazione e la subordinazione della società nei confronti di altre realtà nel frattempo acquisite e la previsione di ulteriori esuberi.

Esprimo a nome del Partito Democratico la preoccupazione per quanto sta avvenendo, la vicinanza ai lavoratori e alle loro richieste e l’appello affinchè le istituzioni locali ai vari livelli riaprano il tavolo di confronto con tutti i soggetti coinvolti e si scongiuri un ulteriore impoverimento della realtà produttiva e industriale dell’entroterra maceratese.


 

POLITICA
31 marzo 2011
Piccoli Comuni domani

Gagliole, Giovedì 7 Aprlie, ore 21,00

POLITICA
16 marzo 2011
Le Marche e l'Unità d'Italia

La copertina del Libro

 AA VV “Le Marche e l’Unità d’Italia”, a cura di Marco Severini, Ed Codex, Milano 2010

Da un’attenta lettura di questo libro è possibile ricevere sollecitazioni intellettuali che ci spingono a rivivere il senso più profondo che il passaggio storico dell’unificazione ha rappresentato per le Marche, che abbandonavano la secolare sfera d’influenza pontificia per entrare a far parte dell’Italia unita sotto l’egida della monarchia e del costituzionalismo sabaudo. Da tale passaggio possono scaturire spunti di riflessione che interrogano il presente e il futuro della comunità regionale.

In particolare, il triennio che ha visto consumarsi il processo unitario e con esso l’adesione delle Marche alla nuova statualità ha evidenziato caratteri propri della nostra identità regionale, frutto di una storia lunga, ma ha contribuito anche a forgiarne di nuovi come conseguenza del generale riposizionamento istituzionale, economico e sociale della nostra regione nel mutato contesto.

L’annessione delle Marche e dell’Umbria fu senza dubbio frutto della nuova congiuntura internazionale, inaugurata dall’accordo tra Cavour e Napoleone III e dal progressivo indebolimento della presa del Papa-re sui suoi territori, e fu un tassello essenziale del prevalere della strategia moderata e monarchica, che segnò la natura e le modalità del processo unitario. L’intervento diretto dell’esercito piemontese in queste due regioni, dopo che Emilia-Romagna e Toscana erano insorte autonomamente e la spedizione di Garibaldi stava liberando tutto il Sud d’Italia, rappresentò non soltanto un passo necessario per impedire l’intervento francese a difesa del Papa, ma un’azione necessaria per affermare la linea cavouriana e della monarchia sabauda.

Non che fosse in discussione la piattaforma “Italia e Vittorio Emanuele” nella versione garibaldina o quella dell’Italia “una e indipendente” nella versione mazziniana, segno entrambe che il ruolo del Piemonte era ormai ritenuto essenziale e che molti democratici e repubblicani si erano convertiti a riconoscere l’imprescindibilità dell’iniziativa monarchica, ma certamente va rilevato che, se la liberazione delle Marche e dell’Umbria fosse avvenuta autonomamente o come continuazione dell’avanzata da Sud dei Mille di Garibaldi, i rapporti di forza tra la sensibilità democratico-repubblicana e quella moderata-conservatrice nell’atto di genesi dello Stato unitario sarebbero stati diversi.

La storia non si fa con i se, come comunemente si dice, ma questo ci serve per dire che evidentemente già allora si manifestava un problema tipico delle classi dirigenti marchigiane, fatte da personalità di alto profilo e di grandi doti intellettuali e morali, ma vittime della frammentazione territoriale e di una scarsa capacità di direzione politica coordinata.

Il processo di “regionalizzazione” che prese avvio in questo snodo assiale della vicenda storica delle Marche scontò fin dall’inizio un limite endogeno e si configurò come necessariamente dipendente da un centro esterno.

La cosiddetta “piemontesizzazione”, che fu fin da subito evidente e che portò, sicuramente per ragioni di fedeltà e di affidabilità, alla nomina di un Commissario non marchigiano come Lorenzo Valerio, insieme ad altre personalità con funzioni commissariali e prefettizie, si avvalse solo in seconda battuta di quella classe dirigente liberale e del notabilato locale che pure si erano impegnati ed accreditati promuovendo atti insurrezionali e costruendo il consenso intorno alla causa unitaria. Elementi fondamentali di debolezza di queste classi dirigenti vanno forse rintracciati nella struttura fortemente agricola delle Marche del tempo, caratterizzata da un rapporto improntato ad una certa passività di ampie fasce di popolazione contadina e mezzadrile verso i nobili possidenti agrari, da un forte peso della proprietà ecclesiastica, che esercitava anche un’ipoteca di tipo culturale, nonché nel tessuto frammentato della borghesia urbana, dovuto all’assenza di grandi città, ad una insufficiente egemonia dei presidi urbani sulla campagna e ad uno sviluppo industriale che muoveva allora i primi passi.


 

Le difficoltà che vivevano la città e il porto di Ancona, la debolezza delle prime iniziative industriali, lo stato di arretratezza delle campagne marchigiane e delle aree interne, le condizioni di vita materiale di larghe masse di popolazione, l’espulsione dalle campagne di forza lavoro che s’inurbava, spesso vivendo di espedienti e solo in parte divenendo forza lavoro nei primi opifici, sono tutti elementi che l’inchiesta Jacini sulla situazione agraria del nuovo Stato unitario e poi successivamente gli studi di storici dell’economia come Sergio Anselmi e Renzo Paci hanno tratteggiato ed indagato.

Il processo di “piemontesizzazione” delle Marche significò non solo confisca dei beni ecclesiastici, adozione di una struttura istituzionale ed amministrativa omogenea, istruzione pubblica e coscrizione obbligatoria, ma anche -come abbiamo detto- un più complessivo riposizionamento politico, istituzionale ed economico della nostra regione e dei suoi diversi territori.

L’ampliarsi dello spazio statuale di riferimento e l’adozione di parametri piemontesi-lombardi, sia nella produzione normativa, che nella riscrittura degli ambiti amministrativi, portò ad una semplificazione istituzionale che -ad esempio- ridusse da sei a quattro le province marchigiane, così come il venir meno di misure protezioniste e di dazi doganali tra stati differenti rese di colpo più ampio il mercato e più aperta la competizione, costringendo le aree regionali più attrezzate e quelle che lo erano meno a misurarsi con la sfida di una competitività più agguerrita.

E’ qui che prende maggiormente forma con ogni probabilità quella doppia velocità tra costa ed aree interne, tra nord e sud della regione che ancora ci riguarda e che si è arricchita di ulteriori episodi.

La provincia di Macerata e il comprensorio fermano subirono gli effetti più espliciti, sia per la soppressione della provincia di Camerino, per la perdita di località come Fabriano, Sassoferrato, Filottrano e Loreto, che afferivano a Macerata, per il passaggio del territorio della provincia di Fermo in quella di Ascoli Piceno, ma sia anche per il venir meno della funzione principe di capoluogo amministrativo che la città di Macerata aveva assunto nell’ambito del più ristretto contesto pontificio e che ora veniva ereditata dalla città di Ancona, la quale tra l’altro interpreterà questo ruolo senza il necessario unanime riconoscimento e in presenza, tuttora, di elementi tensivi con il resto del territorio regionale.

Indubbiamente in tutto ciò giocò, come accade in ogni tornante della storia, la necessità per il nuovo potere di poggiare in senso egemonico sulle realtà in cui il radicamento democratico e repubblicano era più consistente, pur senza dare ad esso eccessivo spazio, e di ridimensionare quelle dove l’influenza pontificia era più forte, come Macerata e Fermo, per non parlare di Ascoli Piceno, dove invece il ruolo di capoluogo di provincia doveva essere funzionale anche a prosciugare la resistenza lealista e del brigantaggio.

Elevandoci al di sopra degli eventi storici e gettando uno sguardo lungo sulle vicende della nostra regione, non ci appaiono molto lontani i presidi guelfi e ghibellini dai punti di forza del processo unitario, che si nutriva di una retorica anticlericale, fino agli equilibri politici analizzati su base territoriale e giunti fino a noi. E’ come se anche le più recenti riflessioni sulle tradizioni civiche o sulle subculture politico-territoriali dovessero estendersi ad un’analisi che riguarda ben altri periodi storici, dove insieme alle irriducibili differenze non ci si può esimere dal cogliere delle costanti che hanno una loro solidità e di cui non è affatto facile individuare le ragioni profonde.

Oggi, come 150 anni fa, si pongono i problemi di che Stato vogliamo e di come vincere la sfida della competitività, problemi che dobbiamo affrontare anche su scala regionale e dentro una crisi che mette fortemente in discussione sia la capacità di risposta degli Stati nazionali e delle istituzioni locali per come esse sono, che il tessuto economico, produttivo e sociale che ha fatto delle Marche una delle regioni più industrializzate e con alti livelli di benessere e di coesione sociale.

Questo libro ci aiuta a capire le radici storiche di una sfida che continua e di un futuro che dobbiamo volere ancor più fortemente comune.

 

 


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 16/3/2011 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 marzo 2011
Il grande saccheggio

Un'analisi vista da sinistra dello sviluppo capitalistico per come si è esplicitato negli ultimi trent'anni e i cui effetti la crisi del 2008 ha reso a tutti evidenti. Bevilacqua ritiene che il capitalismo abbia raggiunto un livello di distruttività finora sconosciuto e paragonabile soltanto a quello del suo esordio sulla scena occidentale. L'invasività, l'intensità, la pervasività della sua forza mercificatrice è entrata dentro la carne stessa delle persone e va di pari passo con il saccheggio delle materie prime e delle risorse naturali, basata com'è sul presupposto ideologico dell'infinità della natura. L'analisi condotta, che si confronta con buona parte della letteratura critica sul capitalismo degli ultimi vent'anni, coglie punti essenziali dell'esplosione della crisi economico-finanziaria, la quale segna il livello più alto della sempre più frequente torsione del meccanismo d'accumulazione dettato dalle politiche neoliberiste, inaugurate fin dagli anni Settanta del secolo scorso.

Il livello delle diseguaglianze, la compressione del fattore lavoro, la fase espansiva del capitale, legata all'innovazione tecnologica della microelettronica, che però non ha prodotto aumenti occupazionali come in altre fasi storiche (es: vapore, chimica, automobile), ma anzi è coincisa con un elevato tasso di disoccupazione e con la progressiva precarizzazione del lavoro, i limiti ambientali e la compromissione senza precedenti della natura, che portano Bevilacqua a criticare la nozione stessa di sviluppo in quanto tale, sono tutti aspetti trattati con sapienza anche narrativa.
 
Interessanti le pagine che fanno notare l'attualità dell'analisi marxiana sulle cause e la fenomenologia delle crisi, fino alla ridiscussione del tema della caduta tendenziale del saggio di profitto come argomento centrale del pensiero del 'mago di Treviri'. Per Bevilacqua la fase distruttiva del capitale è stata resa possibile dal venir meno dell'idea di conflitto sociale e di classe che, fino a quando è stato organizzato dai grandi partiti di massa, ha avuto un effetto regolativo e perequativo oggi del tutto assente. A suo avviso bisogna rilanciare e rimettere al centro del pensiero e dell'azione politica l'idea di conflitto, a partire dal protagonismo dal basso delle moltitudini disperse e che non hanno voce nei media. Oggi i partiti sarebbero asfittiche oligarchie, secondo l'autore, e solo da una profonda riforma della politica può venire una possibilità di riscatto. Qui l'analisi del caso italiano e l'intera pars costruens del libro sono meno efficaci e viziate da qualche pregiudizio ideologico, legato al momento attuale della vita politica nostrana, nonché da una visione troppo limitata delle forme alternative dello sviluppo (ahimè, non riesco a trovare altro termine!) della società a venire. Ad esempio, il fenomeno Berlusconi non è il frutto di una mancata apertura del mercato delle telecomunicazioni, che una seria modernizzazione del Paese avrebbe risolto? Liberalizzare, favorire il pluralismo nel mercato, non è necessariamente ossequio al pensiero liberista, anzi. La subalternità della sinistra specie durante gli anni Novanta è un dato di realtà, ma non tutto della potenza assunta dal neoliberismo può essere dovuto a ciò, senza analizzare a fondo quel che l' '89 ha significato non solo per le forze che si richiamavano al comunismo, ma anche per l'intera sinistra su scala globale. Lo stesso sorgere delle politiche neoliberiste a suo tempo non ha trovato ampio consenso per il fatto che dei limiti si erano manifestati nell'invasività di politiche pubbliche che, ad esempio, in Italia portavano lo Stato ad occuparsi in modo diseconomico e costoso di cose che il mercato poteva normalmente gestire? Ingenerose appaiono anche le critiche al Pd e allo sforzo reale che esso rappresenta di rinnovare un pensiero critico e riformista; troppo ingenua appare l'idea che un fatto nuovo verso la strada indicata da Bevilacqua possa essere rappresentato dall'esperienza politica pugliese, che oggi -in assenza di un po’ di acume politico tanto bistrattato- sarebbe ricordata soltanto come la sonora sconfitta di un presidente di regione uscente. Infine, una considerazione sul populismo: esso si è certamente nutrito dei limiti dei partiti ridotti a comitati elettorali, ma anche troppo spesso della vulgata coltivata pure a sinistra che tutti i mali derivassero dai partiti, cosa che ha contribuito a dare credibilità a chi da destra armava il populismo e segno di una subalternità -questa sì- veramente fatale. L'idea che una nuova sinistra possa nascere lucrando ancora sulla sterile critica alla partitocrazia, proponendosi perciò stesso come una forma di populismo buono (perchè di sinistra) contro quello cattivo (perché di destra), appare costruita sulla sabbia, foss'anche quella dello splendido mare pugliese…
 
 
Piero Bevilacqua: "Il grande saccheggio. L'età del capitalismo distruttivo", Laterza, Bari 2011, pp.217.


 


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 7/3/2011 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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