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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
28 febbraio 2011
Idee per l'Italia e per le Marche

Cari amici, vi porto a conoscenza della relazione che ho tenuto in apertura dei lavori dell'ultima Assemblea regionale del Pd dedicata alla elaborazione programmatica che il Partito sta portando avanti e che è coordinata da Enrico Letta.

 

“Idee per l’Italia e per le Marche: le proposte politico-programmatiche del Pd”

Chiaravalle – sabato 26 Febbraio 2010 ore 9,00 – Centro culturale “l’Isola” 
 

Cari amici e compagni,

nell’aprire i lavori di questa nostra Assemblea regionale, che vuol affrontare un argomento certamente ambizioso, intendo circoscrivere subito il raggio del mio intervento e chiarirne il taglio. I numerosi e complessi documenti approvati nelle tre Assemblee nazionali che il partito ha tenuto rispettivamente il 21-22 maggio 2010 a Roma, l’8 e il 9 Ottobre 2010 a Varese e da ultimo il 4 e 5 febbraio 2011 a Roma sono innanzitutto la prova che il Pd ha delle sue proposte, che subiranno un ulteriore affinamento, ma ce l’ha e questo deve essere chiaro a chi ogni giorno ci rimprovera del contrario, ma soprattutto deve essere chiaro a noi che spesso ce ne lamentiamo, mentre dovremmo conoscerle, studiarle e renderle patrimonio comune, oltre che -cosa molto importante- oggetto d’iniziativa politica e di traduzione specifica rispetto ai problemi dei nostri territori e delle comunità.

Per questo io non intendo spiegare che cosa noi proponiamo su ogni singolo tema, il che è impossibile in un intervento d’introduzione; vorrei piuttosto cercare di contestualizzare la nostra proposta politica e coglierne il filo conduttore.

Uno spunto diretto ad entrare nel merito credo che ce lo fornisca quanto sta avvenendo in questi giorni nel Mediterraneo. Crollano i regimi post coloniali di Tunisia, Egitto, Libia (almeno per ora, ma il terremoto non sembra arrestarsi), regimi nati a loro tempo come emblemi d’indipendenza e di libertà dagli oppressori stranieri occidentali e che hanno consentito di fare importanti passi in avanti a quei popoli nel soddisfacimento di condizioni minime di sopravvivenza, arginando il fondamentalismo islamico. Crollano sotto il peso della protesta nata a causa del vertiginoso aumento del prezzo dei prodotti alimentari di prima necessità e delle materie prime, che stanno facendo regredire le condizioni materiali di quei popoli, a fronte dello sfarzo, della corruzione e della repressione operata dalle élites al governo di quei paesi. I giovani, coloro che hanno meno di 30 anni, che in quei paesi rappresentano il 60% della popolazione e che in numero sempre crescente conoscono i cellulari e internet, vedono compromesso il loro futuro e quello del loro popolo e per questo scendono in piazza, chiedendo ai corrotti di farsi da parte.

La transizione che si è avviata non sarà semplice, né è facile prevederne gli sbocchi. Siamo di fronte -com’è stato detto da più parti- al 1989 del mondo arabo? Forse, non è chiaro ed è presto per dirlo. Siamo sicuramente di fronte a ingenti masse umane che si rendono protagoniste del cambiamento. Quanto sta avvenendo in Libia non ricorda certo le dimostrazioni pacifiche dell’Europa dell’Est che produssero cambi di regime. I fattori del tribalismo e del fondamentalismo islamico non vanno sottovalutati e il modello turco può essere un’opzione evolutiva possibile. L’Italia, tuttavia, deve stare dalla parte di chi chiede condizioni di vita migliori e riforme democratiche, deve chiedere che cessi il genocidio del popolo libico, posizioni queste che il Governo ha assunto con deprecabile ritardo, dopo aver abbondantemente agitato lo sprettro di masse bibliche di profughi ed essersi appellata all’Europa quasi l’Italia fosse un corpo estraneo ad essa e non invece la nazione che rappresenta l’Europa nel Mediterraneo e, quindi, il soggetto che avrebbe dovuto parlare in modo autorevole la voce dell’Europa su quanto sta avvenendo e su come affrontarlo, a partire da una strategia coordinata di accoglienza dei profughi e da un cospicuo piano di aiuti a quelle popolazioni nei loro paesi con l’obiettivo di agevolare la transizione e limitare gli imbarchi.

Tutto ciò  ci dice che, oltre alla questione energetica che richiederà una riflessione supplementare, la demagogia contro gli immigrati avrà da qui a poco un nuovo revival e che essa non sarà assente dal dibattito in vista delle prossima tornata elettorale amministrativa, quindi è bene che i nostri dirigenti e i candidati conoscano le proposte che abbiamo avanzato in uno specifico documento sul governo complessivo dell’immigrazione.

Ma è  una diversa concezione dell’Europa, del suo ruolo e del posto dell’Italia in Europa quel che emerge da questa vicenda tra noi e la destra. Qui sta già una profonda differenza della nostra proposta politica che vede nell’Europa il livello imprescindibile per rispondere alla crisi economica e rilanciare la crescita, per immaginare un nuovo sviluppo basato sulla ricerca, l’innovazione, la conoscenza e la sostenibilità ambientale, per coordinare le varie politiche di settore, a partire da quelle finanziarie, fiscali, economiche e del lavoro, per esercitare un ruolo di civilizzazione nel mondo, per mettere al centro un’agenda mediterranea delle questioni su cui l’Italia ha molto da proporre.

Un’Europa che per essere all’altezza di questa funzione multilivello sa dotarsi d’istituzioni democratiche più robuste, secondo una logica unitaria e federativa, e di una strumentazione più agile ed efficace.

Non, dunque, l’Europa minima, ridotta a camera di compensazione dei conflitti tra governi nazionali e che viene costantemente criticata, ma alla quale ci si appella quando scoppiano delle emergenze come quelle dei debiti sovrani dei vari Stati membri o dei flussi immigratori improvvisi. Questa è l’idea che i governi conservatori hanno avuto dell’Europa in questi anni e questa la funzione a cui essa è stata di fatto relegata.

Mi pare una differenza essenziale che deve ispirare con forza anche i nostri governi territoriali e le loro buone pratiche, com’è accaduto nel caso delle Marche con importanti iniziative come quelle della regione Euro-Adriatica e del segretariato Adriatico-ionico, e che dovrà trovare nuove occasioni di cimento con la fine ravvicinata della vecchia programmazione dei fondi strutturali (2013) e le nuove modalità di cattura delle risorse europee, con la capacità d’intercettare risorse oggi non reperibili ad esempio sul versante infrastrutturale.

La lettura che facciamo del ruolo dell’Europa sta dentro un’analisi più generale che come partito abbiamo sviluppato e che riguarda le novità indotte dalla crisi economico-finanziaria del 2008. Essa ha riaperto alle forze progressiste e democratiche uno spazio importante per far valere le proprie ragioni di sviluppo equilibrato, d’eguaglianza e di giustizia sociale. Anche qui nulla è scontato; si continua a declamare l’esigenza di un governo regolamentato della globalizzazione, ma si resta a livello delle intenzioni, si propongono modalità di tassazione delle transazioni finanziarie, ma si è ben lontani dall’adottarle; l’idea che la crisi nei suoi effetti più traumatici sia ormai passata e che in definitiva si possa riprendere il normale andazzo con qualche accorgimento prudenziale in più sembra andare per la maggiore.

Ciò rischia di esporci come sostengono alcuni dei pochissimi economisti che questa crisi avevano previsto, penso ad esempio a Nouriel Roubini, ad un’ulteriore, più grave crisi. Le forze progressiste e democratiche che guidano importanti paesi emergenti, oltre agli USA, o che si candidano a governare l’Europa, tornando ad essere maggioranza nei diversi rispettivi Paesi, devono fare un salto di qualità. Uscire dagli ambiti strettamente nazionali, uscire dalle indicazioni generiche e cominciare a declinare concretamente in cosa consista un governo reale e sostenibile della globalizzazione, affinchè nuove crisi non si ripetano.

E se è  vero che la crisi è stata l’effetto e non la causa delle diseguaglianze sociali sempre crescenti, che hanno prodotto la divaricazione dei ceti medi, l’indebitamento delle famiglie e l’esplosione delle bolle finanziarie, e che alla base delle diseguaglianze stanno livelli troppo alti di disoccupazione e la svalorizzazione e precarizzazione del lavoro, dimostrata dall’andamento dei redditi, dei salari e delle pensioni, come dimostrano sia il caso americano che quello italiano, si capisce perché la nostra proposta s’impernia sull’investimento sull’economia reale, di contro a quella di carta, e sul tentativo di dare nuova centralità al lavoro, sia esso dipendente che autonomo.

Qui sta il cuore della nostra proposta che fa il paio con l’idea che occorra redistribuire la ricchezza che in questi anni si è concentrata in poche, pochissime mani, e che -invece- bisogna meglio distribuire se vogliamo rilanciare i mercati interni e i consumi, orientandoli in senso ecosostenibile.

Qundi: 1° Riforma del lavoro con la proposta del “diritto unico del lavoro” e superamento della precarietà (“un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro a tempo indeterminato”); 2° riforma fiscale (il famoso 20/20/20) che riscriva il patto fiscale e riallochi il prelievo “da chi paga a chi non paga, dai redditi da lavoro alla rendita, da chi ha di più a chi ha di meno, in particolare verso le famiglie con figli e monoreddito, da attività inquinanti ad attività verdi, dalla dimensione nazionale al territorio”; 3° un massiccio programma di liberalizzazioni e semplificazioni per dare opportunità d’inserimento ai giovani, far nascere nuove imprese e tutelare i consumatori (dalle professioni ai farmaci, dai carburanti e l’energia alle banche, dalle autorità di regolamentazione per trasporti e poste alle assicurazioni). Semplificazioni e liberalizzazioni immediatamente attuabili e non la demagogica, inutile ed astratta modifica dell’art. 41 della C.C. che non produrrà nessun risultato, mentre nel frattempo non si fa nulla di concreto ed anzi si è tornati indietro su molti campi come nel caso delle professioni, di medicinali e delle assicurazioni.

La crisi economica internazionale ci ha indicato un altro sentiero che le forze progressiste e democratiche possono tornare a percorrere, quello di un nuovo ruolo delle politiche pubbliche e dell’intervento pubblico. Anche qui il rischio è che si chiamino lo Stato e i cittadini a salvare le banche, riscoprendo una sorta di “socialismo” à la carte, salvo poi mettere sotto scacco i debiti pubblici degli Stati, accresciuti anche a causa di questo tipo d’interventi emergenziali, attuando così una riduzione dei saggi d’interesse a tutto vantaggio della speculazione finanziaria.

L’idea di nuove politiche pubbliche, oltre a porsi nel nostro caso all’altezza di nuove politiche europee di regolazione e d’investimento, richiede d’altro lato una profonda riforma dello Stato, delle sue articolazioni, di tutta la pubblica amministrazione. Gli effetti della crisi, le modalità più stringenti di controllo e coordinamento delle finanze dei singoli stati in ambito europeo e internazionale, la pressione del debito pubblico come nel caso del nostro paese, i tagli abnormi e lineari dei trasferimenti al sistema delle autonomie, la rigidità del patto di stabilità e la prospettiva di un federalismo fiscale che, se non affrontato seriamente, rischia soltanto di essere agitato come uno scalpo, mentre di fatto si annullano autonomia e responsabilità, si attua un miope neocentralismo e si aumenta la tassazione locale, persino sulle imprese, impongono ad una forza riformista come il Pd di camminare su un crinale difficile.

Nel 150esimo dell’Unità d’Italia si tratta, oggi come allora, di decidere che Stato vogliamo. Riforma dell’ordinamento istituzionale, riforma delle competenze, riordino e semplificazione dei poteri decentrati (regionali e locali), sussidiarietà nelle modalità d’intervento e certezza delle risorse, sono i cardini di una proposta organica e coerente che coinvolge tutti i livelli (a partire dai rami alti dello Stato) e che punta a riscrivere una rinnovata unità nazionale, dando risposte e servizi efficaci e sostenibili ai cittadini del Nord, del Centro e del Sud.

E’ su questo terreno, insieme a quello della crisi economica, che misuriamo il fallimento della destra, che ha accantonato il Codice delle Autonomie, il Senato delle Regioni, la riduzione dei Parlamentari e mancato la semplificazione dei livelli amministrativi, per non parlare della riforma della legge elettorale. Lo dimostra la crescita continua della spesa corrente, ben oltre il rigorismo di Tremonti. Qui si colloca, però, una sfida che riguarda noi, che non possiamo apparire come una forza di mera resistenza e conservazione, ma che, nel momento in cui limitiamo giustamente i danni dei provvedimenti di questo Governo, dobbiamo puntare seriamente a riscrivere funzioni, modalità e possibilità dell’iniziativa pubblica, se non vogliamo che essa degeneri e con essa anche la qualità della nostra democrazia e il livello di benessere.

Il tema è  aperto anche a livello della nostra Regione, dove diverse sono le partite su cui si gioca la nostra capacità di semplificare, modernizzare, rafforzare la coesione sociale e territoriale. Insieme alla critica di ogni campanilismo serve il massimo coinvolgimento e la necessaria tempestività delle decisioni. Su sanità, riordino di enti strumentali e ambiti ottimali e dei livelli amministrativi, servizi pubblici locali, politiche sociali ed energetiche si verificherà la nostra capacità di dare sostanza a quel “nuovo riformismo per il futuro delle Marche” che costituisce, per quanto ci riguarda, la missione della maggioranza uscita vittoriosa con grande consenso dal voto di quasi un anno fa.

Il partito regionale ha avviato su ciascuno di questi temi una propria riflessione ed iniziativa, che vanno certamente affinate e che vogliono essere di supporto all’azione del governo regionale, per affrontare bene problemi che sono complessi e che richiedono -se si vogliono dare risposte innovative- un grande lavoro di confronto e di tenuta a livello territoriale.

Gran parte della possibilità di riuscita dipende dal rapporto che riusciremo a stabilire dentro la filiera istituzionale costituita da Comuni, Province e Regione e dal rapporto che intendiamo stabilire tra noi che di quella filiera siamo grande parte, come amministratori comunali, provinciali o regionali. Evidenziare le responsabilità di chi ci governa a livello centrale è sempre necessario ed è imprescindibile premessa, sottovalutare ben oltre le parole l’entità e la ricaduta dei tagli che ci riguardano non è più possibile, adottare azioni coraggiose è necessario e vitale; quindi, cerchiamo di costruire un rapporto franco e solidale tra di noi che facciamo parte dello stesso partito e della stessa scommessa e, soprattutto, come ci diceva l’altro ieri all’Abbadia di Fiastra Claudio Martini, “fate ciò che dite”, perché è la cosa più chiara e trasparente e l’unica per noi che può riservarci qualche chance di successo.

Dopo l’approvazione del Bilancio 2011 e la riscrittura delle priorità su cui le Marche hanno impostato la loro strategia di resistenza e di rilancio (difesa del lavoro e misure anticrisi, politiche sociali, economia verde e binomio cultura-turismo, tutti temi sui quali invito a leggere i contributi specifici del lavoro programmatico del partito nazionale), si tratta di aprire la fase per certi versi già iniziata d’aggiornamento degli strumenti programmatori con lo sguardo rivolto alle Marche del 2020 e di lavoro sui temi che ho sopra richiamato e che rappresentano un po’ la cifra della nostra capacità di governo riformista.

Ritornando alle idee programmatiche elaborate dal Pd, ulteriori spunti e tracce di proposta ci vengono dai “piani industriali” per rinnovare la Pubblica Amministrazione; dagli strumenti per orientare capitali e credito a favore della piccola e media impresa; dalla scelta dei settori strategici su cui concentrare le politiche industriali per riposizionare l’Italia nella divisione internazionale del lavoro; dal nuovo interesse che rivolgiamo al settore primario ed agroalimentare, che va sostenuto ed accompagnato in una difficile transizione; dall’innalzamento ad un rango veramente europeo dell’investimento sulla mobilità, i trasporti e la logistica; dalla necessità di coniugare il federalismo fiscale con la sostenibilità e la qualificazione del SSN, partendo dai livelli essenziali di assistenza e non dai meri costi standard; dalla sperimentazione di una forte impostazione sussidiaria nelle politiche sociali, che sostenga le famiglie e dia risposte ai soggetti fragili (giovani, donne, anziani) e alle povertà; dalla centralità che ha assunto nella nostra elaborazione il tema della sicurezza, unito a quelli della legalità, lotta alla corruzione e alle mafie; dal ribadire che per l’Italia la vera questione nazionale, mediterranea e meridionale è, appunto, quella del Mezzogiono d’Italia.

Il Pd pone l’accento, inoltre, sulla priorità costituita dall’investimento -in questa fase storica e in linea con i grandi paesi europei- nella scuola, nella formazione, nell’università e nella ricerca come settori strategici del nostro futuro, nella cultura come grande risorsa nazionale e motore di nuova economia e occupazione. Il welfare, che vogliamo diventi più inclusivo e la cui spesa vogliamo che sia sottoposta a oggettivi meccanismi di verifica e controllo che colpiscano ogni speco, è per noi quello che vede la scuola, la sanità e la previdenza pubbliche. La giustizia a cui pensiamo è quella per i cittadini, che difende i principi dell’indipendenza della magistratura e di un autentico garantismo, che riduce i tempi dei processi, che ha risorse per garantire certezza e celerità della pena, che non abbandona a se stesso chi è in carcere.

Con questo patrimonio di proposte riteniamo che vada alimentato il confronto con tutte le forze di opposizione e sociali che vogliono dare vita ad una grande alleanza costituente che prefiguri la possibilità per il Paese di archiviare la lunga stagione del populismo berlusconiano e delinei la riforma delle istituzioni repubblicane in senso neoparlamentare e un nuovo patto sociale per la crescita, il lavoro e la competitività.  
 

Dopo la campagna del “Porta a Porta”, dopo la grande manifestazione con Bersani a Piazza San Giovanni, dopo la sua visita ad Ancona, dopo le manifestazioni molto partecipate delle donne lo scorso 13 Febbraio, alle quali le donne del Pd hanno dato un importante contributo, e la raccolta delle firme in corso nell’ambito della campagna “Berlusconi dimettiti”, raccolta che replicheremo anche nel prossimo fine settimana del 4-5-6 Marzo e sulla quale vi chiedo un ultimo sforzo per raccogliere il maggior numero di adesioni, io credo che sia un’idea di partito ad essersi messa in movimento. Un’idea a cui dobbiamo dare concretezza con la continuità e la tenacia di un lavoro quotidiano che deve portarci dovunque ci sono persone che vivono e proprio perché vivono, si confrontano, si scontrano, affrontano problemi, cercano soluzioni, avanzano proposte. Un partito di popolo lì deve stare e bisogna avere un grande rispetto della dignità delle persone per pensare e costruire un partito come questo, perchè certo dobbiamo saper usare e praticare le moderne tecnologie della comunicazione e non sottovalutarne l’impatto, ma dobbiamo farne il moltiplicatore di un irriducibile gusto del contatto personale, del confronto diretto, della discussione intelligente e, soprattutto, di un messaggio da comunicare, cosa mi pare più agevole all’indomani di un grande lavoro come quello che ha coordinato a livello nazionale Enrico Letta e che qui oggi ho cercato di riassumere in modo del tutto inadeguato.

La sconfitta che abbiamo subito ad opera del berlusconismo è stata una sconfitta culturale, dobbiamo esserne sinceramente convinti. La vittoria che dobbiamo costruire per andare oltre Berlusconi, oltre il tempo del populismo, non può che essere anch’essa culturale. Mi pare che stia tutto qui il “senso” da dare alla nostra storia e se guardiamo alle tradizioni da cui proveniamo, esse sono accomunate da una forte idea dell’agire collettivo, dell’essere solidali, dell’unità che non rinuncia ad esplicitare la diversità d’idee, di posizioni, persino di sfumature, ma che c’impegna nella ricerca della sintesi e nell’azione più coerente e determinata.

Riordinare il nostro patrimonio d’idee, aggiornarlo, renderlo una proposta politica e programmatica sufficientemente organica e coerente, impegnarsi per farla conoscere, traducendola in parole semplici e conquistare su di essa il consenso, unendovi lo sforzo organizzativo e il gusto della battaglia politica, che è sempre battaglia delle idee, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Avendo rispetto di questo lavoro ed essendo consapevoli che non è addomesticando il nostro pensiero o mutandolo in modo compiacente che possiamo conquistare una persona in più, semmai ne perderemo una e forse qualcun’altra.

Bersani -credo- c’invita a seguire questa strada più difficile, meno immediata, senza clamori e lustrini, ma credo alla fine più solida, più efficace, che punta a seminare per raccogliere, sicuramente più congeniale alla nostra natura, alle nostre storie e alla possibilità di esplicitare tutte le nostre migliori qualità.

Il lavoro che in quest’anno e mezzo il partito regionale ha messo in campo è merito della grande energia del Segretario Palmiro Ucchielli. Si può fare sempre di più e meglio, ma la ripresa dell’iniziativa politica, la capacità di toccare i temi dell’agenda politica più attuale, la disponibilità ad essere presenti nei territori, la volontà di fare da scintilla sui temi del lavoro, della scuola, della sanità, dei giovani e delle donne, delle priorità amministrative e di governo, rispetto all’iniziativa dei livelli provinciali e locali del partito, che oggi dopo i Congressi sono nelle condizioni di mettere in campo un lavoro di maggior respiro ed efficacia, a partire da quello che fin da subito deve riguardare la campagna di tesseramento per il 2011, mi pare vadano riconosciuti, apprezzati e soprattutto estesi come stimolo a darsi da fare a tutti i livelli.

Dal punto di vista del ruolo e dell’idea di partito dovremo anche nelle Marche preparare un appuntamento che ci aiuti a fare il punto sul nostro stato organizzativo e a ragionare sull’innovazione politica che il Pd vuol rappresentare. Come ci ha ricordato Bersani ad Ancona, aver scelto di chiamarci Partito/Democratico non è cosa da poco e scavare sul significato oggi di quelle due parole credo debba interessarci e forse anche appassionarci.

Da ultimo, lasciatemi fare un accenno sulle prossime elezioni amministrative di maggio che interesseranno 27 Comuni e una Provincia. Come è stato sottolineato opportunamente l’altro ieri sempre all’Abbadia di Fiastra esse dovrebbero costituire l’occasione non solo per misurare le nostre capacità politiche sul territorio e costruire alleanze ampie di governo, ma anche il momento per caratterizzare le nostre proposte programmatiche. La lettura dei materiali a cui abbiamo fatto cenno è utile anche da questo punto di vista, per suggerire spunti che possono avere declinazioni originali nei programmi amministrativi locali. Mi sembra utile riprendere qui cinque punti che sono stati avanzati come una sorta di carta di riconoscibilità minima dei candidati e delle candidate del Pd: 1) etica della responsabilità dei nostri amministratori e della nostra idea di governo; 2) lotta alla corruzione e un’idea della politica ispirata alla sobrietà; 3) adottare piani industriali di riorganizzazione amministrativa, entrare cioè nel merito del funzionamento della macchina amministrativa e cercare di tararla secondo il principio della maggiore economia per il maggiore risultato e fare questo progettando insieme con altri Comuni per dare vita alle Unioni dei Comuni, montani e non, su bacini territoriali omogenei che adottino misure concertate e programmate di associazione dei servizi; 4) puntare sulla sussidiarietà nell’organizzazione delle risposte ai cittadini, in particolare in ambito sociale e con il coinvolgimento della cooperazione; 5) semplificare, rendere il rapporto tra istituzione locale e cittadino più agile, più snello, ad esempio quando dobbiamo consentire a chi ha voglia di intraprendere, di aprire un’impresa, possa farlo il più velocemente possibile e senza ostacoli insormontabili.

Mi pare un buon pentalogo, adottiamolo. Buon lavoro a tutti noi.


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 28/2/2011 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 febbraio 2011
Lettere dal carcere


Dopo i Quaderni, le Lettere, l'altro lato della medaglia gramsciana. Un classico che illumina la personalità dell'uomo, il lavoro dei Quaderni, l'ellittica trama della vicenda politica del capo di un partito clandestino stretto tra Mussolini e Stalin, lo status di un carcerato sui generis, ma anche in qualche modo di ogni carcerato. E' incredibile la vivacità intellettuale e morale di Gramsci, la sua ferrea volontà e il forte realismo che animano, nelle mille variazioni epistolari, il tentativo di saldare teoria e prassi, vita e politica anche nel e dal carcere, sapendo che proprio la sua persona è diventata inevitabilmente il punto massimo di compressione di forze esterne e meccaniche molto più grandi. Le Lettere sono il dipanarsi di quel gomitolo della personalità fino alla trasformazione molecolare che lo porterà a spendere le sue ultime parole per i soli figli Delio e Giuliano, mentre intorno a sè ogni relazione si è recisa e il suo epilogo fisico va di pari passo con la sua stoica disillusione anche verso quanti avrebbero dovuto aiutarlo. Il ricordo della famigerata lettera sta come un macigno sotto lo sviluppo della vicenda carceraria gramsciana... Non si comprendono le Lettere dal carcere se non le si leggono come una testimonianza viva di un'idea dell'uomo, di una filosofia dell'uomo che fugge ogni velleità ed ogni meschinità, che vuol costantemente migliorare se stesso, anche nelle condizioni più impossibili, e che lotta contro ciò che è dato inerte, bruta forza, meccanismo cieco, pur essendo essi stessi il precipitato di altre volontà individuali. Non è un sforzo romantico quello di Gramsci, ma l'esplicarsi di una volontà razionale che, mentre si attua, forgia se stessa secondo il principio della maggiore economia per il migliore risultato. Le lettere sono la fenomenologia di quell'antropologia gramsciana che ad ogni passo ci indica anche il sentiero di una pedagogia estremamente attuale dell'uomo nuovo.



Antonio Gramsci: "Lettere dal carcere", Editrice l'Unità, Roma 1988, vol. I-II, pp. 604.

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2 febbraio 2011
DOVE VA CASTELRAIMONDO?

 
Cari Amici, vi porto a conoscenza dell'articolo che dovrebbe uscire sul prossimo numero del settimanale l'Appennino Camerte


 

"L’anno appena iniziato sarà di quelli ricchi di appuntamenti soprattutto per una cittadina come Castelraimondo che si appresta a celebrare non solo i 150 anni dell’Unità d’Italia, come tutti gli altri Comuni, ma i 700 anni ab urbe condita, oltre a rinnovare il censimento statistico che si ripete ogni dieci anni.

Se a questo si aggiungono le elezioni amministrative, ci si rende conto come sia necessaria una riflessione che coinvolga le classi dirigenti locali ed i cittadini sulla prospettiva di questo Comune, che ha conosciuto dagli anni ’60 in avanti uno sviluppo ininterrotto e una dinamica demografica di continua crescita.

La sensazione diffusa è che ci si trovi di fronte ad un passaggio delicato, ad una sorta di rallentamento, di affievolimento della capacità reattiva e ad una sorta di stanchezza o difficoltà d’individuare nuovi sentieri di crescita. Insomma, è come se qualcosa si stia fermando o si fosse già fermato.

Non è  esente da questa percezione il decorso della crisi economica, le preoccupazioni generate da tagli indiscriminati agli Enti locali, di cui è responsabile l’attuale Governo, e la certezza che il ruolo stesso dell’amministrazione locale abbia sempre meno margini di manovra a causa di un bilancio ormai tirato all’estremo come un elastico.

Le incertezze riguardano in prospettiva anche l’attuazione del cosiddetto federalismo municipale, che nelle versioni proposte rischia di depauperare ulteriomente i Comuni o viceversa di aumentare indiscriminatamente la tassazione locale, senza conferire alle autonomie locali effettive capacità di autonomia impositiva.

Si è  detto tante volte che Castelraimondo ha dovuto la sua crescita al suo essere punto d’intersezione tra l’asse vallivo del Potenza e quello della sinclinale camertina, che nel tempo è diventato non solo punto di transito obbligatorio, ma anche luogo dove vivere grazie ad una ricca disponibilità abitativa a basso costo, alla presenza di servizi di base e ad una buona qualità della vita.

Ciò che però sembra entrato in discussione è il tessuto economico, produttivo ed occupazionale, che ha sorretto questa crescita. Si è fortemente indebolito il presidio industriale pedemontano che proprio a Castelraimondo ha visto consumarsi alcune crisi aziendali importanti: ieri Gabicci e Fabercarta, oggi Vitaviva e Sacci. E poi la crisi della Antonio Merloni nell’ambito del distretto industriale fabrianese, che ha rappresentato per decenni il polo del lavoro per l’intero entroterra della nostra provincia.

Sul versante dell’edilizia, conclusa la ricostruzione post-sismica, si è cercato di dare continuità con l’avvio di alcune lottizzazioni, ma oggi il settore conosce il suo punto più basso da decenni a questa parte, essendo il mercato più colpito dagli effetti della crisi, e nello specifico locale sembra aver raggiunto un livello di saturazione, dimostrato dalle circa 450 abitazioni non abitate.

Nel commercio, settore nel quale Castelraimondo avrebbe potuto esaltare la sua natura di paese-crocevia, siamo stati invece battuti sul tempo dalle cittadine limitrofe come Matelica, San Severino Marche, Fabriano, Tolentino, la stessa Camerino, che hanno dato spazio alla media distribuzione ed oggi intercettano una domanda che viene anche dai nostri cittadini, con difficoltà ulteriore del tessuto commerciale locale.

L’artigianato e le nuove professioni hanno in parte sopperito a questa dinamica, mentre timidi ed ispirati ad una logica troppo autoriferita sono stati i tentativi di fare del circuito turismo-cultura-ambiente-enogastronomia un ambito concreto di diversificazione dello sviluppo.

La realizzazione della Pedemontana, per la quale ad oggi si registrano ritardi e mancano consistenti risorse, è senza dubbio necessaria per rompere l’isolamento delle aree interne e collegarle alle grandi direttrici di traffico (SS77 e SS76), ma per Castelraimondo rischia di far venir meno la rendita costituita dall’essere un punto di attraversamento obbligato.

Come si vede e come anche si evince dal Documento programmatico alla Variante Generale del PRG, redatta da Studio Salmoni-Istao-Syntastudio-Sga, le questioni accennate sono fondate e suggeriscono la necessità di un nuovo progetto di sviluppo che metta al centro il lavoro e le opportunità per le giovani generazioni, investa sulla qualità urbana e le infrastrutture e punti a riposizionare Castelraimondo nell’ambito del territorio montano.

La priorità della nuova amministrazione dovrà essere il lavoro: consolidare il lavoro che c’è, ampliare la base produttiva e imprenditoriale, cercare di attrarre nuovi investimenti sul territorio, sostenere nuove iniziative legate a settori in espansione come quelli delle energie rinnovabili, dell’agricoltura di qualità, dei servizi alla persona, dei servizi legati ad un turismo che sappia però collegarsi a flussi e reti più ampie, promuovendo un prodotto riconoscibile.

Da questo punto di vista è essenziale coltivare un rapporto proficuo con l’Università di Camerino, con le competenze e le progettualità che essa può fornire al territorio.

Spesso mi sono chiesto come potesse chiamarsi “terra di rocche e castelli” una realtà come quella di Caldarola per la presenza del prestigioso Castello Pallotta e non fossimo riusciti noi a fregiarci di uno slogan simile, dato che in un giro d’orizzonte possiamo avvistare il Cassero e il Castello di Lanciano, Torre del Parco e Rocca d’Aiello, la Rocca di Gagliole e le Torri di Crispiero (purtroppo abbandonate), la città di Camerino, oltre alla fisionomia e ai presidi tuttora visibili del sistema di fortificazioni dell’antico ducato dei Da Varano.

In ambito culturale vanno intensificate relazioni positive con la Fondazione Ma.so.gi.ba. per una gestione capace di esplicitare tutte le grandi potenzialità di un complesso storico-artistico-architettonico-ambientale come il Castello di Lanciano, così come nel capoluogo avremmo bisogno di una biblioteca degna di questo nome e di un archivio comunale consultabile, magari collocati in un contenitore come palazzo Gariboldi, unico palazzo storico del paese.

I progetti legati alla riqualificazione del centro storico e alla rivitalizzazione di Corso Italia (e Viale Europa), la nascita del Centro commerciale naturale e il progetto più ambizioso, finanziato con risorse europee, del Parco fluviale dal centro abitato fino a Torre del Parco rappresentano certamente iniziative importanti, anche se negli anni l’opera di qualificazione e riqualificazione dello sviluppo urbanistico del paese non ha fatto sensibili passi in avanti.

Mentre si è  avuta una crescita consistente della rendita immobiliare e del consumo di suolo, che hanno determinato tra l’altro una serie di vuoti urbani, di aree monofunzionali, di insediamenti sparsi, poco o nulla è stato fatto per riqualificare l’esistente, dare compattezza al tessuto urbano, individuare spazi di socializzazione, qualificare l’arredo e il decoro, creare collegamenti e percorsi sicuri, ciclabili e pedonali.

Aree come i due consorzi agrari, l’ex-Capam, la fornace in località Feggiani, l’ex-campo sportivo, le aree industriali dismesse non sono state oggetto di una riflessione concreta con le rispettive proprietà.

In questo quadro un ragionamento andrebbe fatto anche sulle frazioni che, dopo una stagione di depauperamento, possono tornare a rivivere anche grazie alla scelta di giovani coppie di abitare in luoghi meno congestionati e più economici. Certo, il crollo di un pezzo delle mura di Castel Santa Maria, che rappresenta un borgo unico nel suo genere, dovrebbero quantomeno spingere a partire da quella realtà per un progetto che valorizzi non solo l’abitato, ma anche la risorsa rappresentata dal monte omonimo per finalità escursionistiche e sportive.

Un interessamento particolare richiederebbe l’obiettivo di valorizzare il carattere di nodo viario-ferroviario e logistico che Castelraimondo rappresenta: il collegamento ferroviario, che in nessun paese della tratta Civitanova Marche-Albacina come a Castelraimondo non solo attraversa il centro abitato, ma ha la stazione a due passi dal Comune, dovrebbe vederci impegnati in prima linea per promuoverne il suo ammodernamento con l’obiettivo di farne una metropolitana di superficie e una sorta di Pedemontana ferroviaria, gestita attraverso il coinvolgimento di soggetti come il Contram.

Castelraimondo è, a differenza dei Comuni viciniori e della zona montana, quello che ha avuto un incremento della popolazione in età attiva, un decremento dell’incidenza della popolazione over 64 e di quella che vive alle dipendenze di altri; è cioè un Comune giovane, dove si lavora e che ha una forte presenza di immigrati che si sono integrati abbastanza bene nel tessuto sociale e civico.

Dal punto di vista delle politiche e dei servizi sociali ciò richiederebbe, oltre all’attenzione al mondo degli anziani, che va maggiormente qualificata, lo sviluppo di servizi rivolti alle famiglie e al disagio giovanile.

Da ultimo il ruolo di Castelraimondo nel territorio montano. Senza alcuna polemica, si dovrebbe riconoscere che in questi anni, nei quali pure il nostro Comune ha acquisito una certa massa critica, i rapporti con il territorio e con i Comuni confinanti è stato più improntato a rimarcare una diversità, anche politica, piuttosto che a sviluppare una collaborazione. Non siamo stati un punto di riferimento per i piccoli Comuni dell’Alta Valle del Potenza, né abbiamo svolto un ruolo comprimario con gli altri Comuni più grandi (Camerino, San Severino Marche, Matelica), tantomeno sono venute da noi proposte o una semplice agenda comune dei principali temi a carattere territoriale da affrontare insieme e su cui costruire strategie comuni e azioni condivise.

Per il futuro ciò non sarà più possibile, sia per gli effetti di una legislazione che spinge e continuerà a spingere nella direzione dell’associazione dei servizi, sia perché i tagli agli Enti locali costringeranno tutti a fare con decisione scelte di razionalizzazione e di efficientamento per mantenere il livello dei servizi, sia perché la prospettiva dell’Unione dei Comuni dovrà inevitabilmente essere il modo di interfacciarsi e di lavorare tra Comuni che devono affrontare problematiche molto simili.

Quelle che ho cercato di esporre sono considerazioni sparse, ma spero utili ad un confronto tra programmi e idee sulla città e sul territorio che possa caratterizzare la prossima campagna elettorale."

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