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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
SOCIETA'
21 dicembre 2011
AA.VV. "Il Cortile dei Gentili. Credenti e non credenti di fronte al mondo d'oggi", Donzelli, Roma 2011, pp.145.

"Una raccolta di scritti di vari autori intorno al dialogo tra credenti e non di fronte alle sfide di un mondo che cambia. Il tentativo che emerge da queste pagine è quello di far sì che il dialogo sia un effettivo attraversarsi e non una finzione in cui ognuno resta sulle proprie posizioni. Sono i pressanti cambiamenti in atto e la ricerca continua della verità a richiedere che non si rimanga sulla soglia e che nel cortile che precede il tempio si discuta e si decida, dando corpo a quell'alleanza per l'uomo da cui soltanto può venire un possibile governo del cambiamento. Gianfranco Ravasi ci insegna a stare sulla frontiera, sulla soglia come direbbe Bonnefoy, a convertirci reciprocamente e a "far crescere lo stelo delle domande, ma anche a far sbocciare la corolla delle risposte", perchè "il vero soggetto della fede -egli dice- è una comunità e non un individuo isolato". Julia Kristeva osa l'umanesimo, compie un excursus tra autori della modernità anche molto diversi tra loro, tenendo presenti il bisogno di credere e il desiderio di sapere come termini tra loro dialettici che le consentono di tematizzare questioni attualissime e di declinare contemporaneità e prospettiva di un nuovo umanesimo, analitico e multiversale. Sergio Givone mette a fuoco la raffinata novità del nichilismo, che va oltre l'ateismo, cerca di salvare la finitudine umana, ma tace sullo scandalo del male. Non c'è tragedia in tutto ciò, più facilmente cinismo. Il tema è anche oggetto dell'intervento di Massimo Cacciari che riprende la riflessione di Simone Weil sulla fisica assoluta, sull'insensatezza per il nichilista di ogni interrogazione che provi ad andare oltre tà physikà, le cose fisiche. Il carattere relativista intrinseco a questa impostazione viene recepito nel corposo scritto di Augusto Barbera e viene collegato ad un'idea radicale della libertà, intesa come puro volere, che confligge con quell'incontro tra costituzionalismo liberale e personalismo cristiano che sta alla base delle Costituzioni del dopoguerra tra le più innovative, tra cui quelle italiana e tedesca. Interessante la riflessione a tutto campo che egli sviluppa sul tema della laicità e della dignità della persona umana, applicato alle questioni più attuali e tenendo presente il dettato costituzionale. L'idea di una libertà che possa estrinsecarsi a suo piacimento avendo come limite soltanto quella altrui non ha copertura costituzionale, sostiene Barbera, facendo notare le problematicità che discendono da una simile pratica per i singoli e la comunità. Il dettato e lo spirito della Costituzione incentivano la laicità come metodo, lo sviluppo della personalità, il rispetto delle minoranze, stimolano il dubbio, il senso del limite, lo spirito critico e la misura nel giudicare, presuppongono un'etica della discussione e la comprensione dialogica nella sfera pubblica tra le rispettive convinzioni morali. Questa impostazione viene messa alla prova su tutta una serie di questioni eticamente sensibili, sulle quali -secondo il costituzionalista- va rinnovato l'incontro tra le culture più avvertite che hanno fondato il patto costituzionale. No, quindi, ad un moderno 'habeas corpus', no alla persona come sommatoria di diritti, sì alla persona come entità irriducibile cui vanno riconosciuti diritti fondamentali; persona come fondamento e limite delle libertà costituzionali, titolare di diritti e doveri, inserita in relazioni sociali e per questo responsabile. Infine, i contributi di uno scienziato credente Vincenzo Balzani che propone un'alleanza per custodire l'astronave Terra, puntando sulla distinzione (non contraddizione) tra scienza e fede, e sulle energie rinnovabili e poi l'intervento conclusivo di Giuliano Amato che rinnova la critica al relativismo etico, ad un'idea della libertà che è l'altra faccia del desiderio compulsivo e consumistico, da cui origina l'ybris umana, e spinge a ritrovare gli elementi di fondo comuni a credenti e non credenti per tentare una ricostruzione e un nuovo umanesimo sempre più necessari".




permalink | inviato da Daniele Salvi il 21/12/2011 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
19 dicembre 2011
Cari Amici, Miguel Gotor è ancora con noi per riflettere sulla nuova fase politica. Grazie al Pd di Civitanova Marche. Non mancate. Daniele




permalink | inviato da Daniele Salvi il 19/12/2011 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
17 dicembre 2011
700 ANNI. E POI?
 
ARTICOLO APPENNINO CAMERTE

 Cari Amici, di seguito potete leggere un mio articolo che è stato pubblicato su l'Appennino Camerte di venerdì 16 Dicembre. Saluti. Daniele. 

700 ANNI. E POI?

Le celebrazione per i 700 anni della fondazione di Castelraimondo costituiscono un’occasione per rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità che nel tempo è cresciuta senza sviluppare parallelamente un forte sentimento d’identità e una comunità di destino.

E’ la storia stessa di questo Comune a dircelo. Fin dagli inizi terra contesa e occupata, Castelraimondo ha trovato la sua vera autonomia con l’Unità d’Italia, nel 1861, ricorrenza anch’essa celebrata nell’anno corrente e il cui legame ideale con quella della fondazione andrebbe maggiormente rimarcato.

Lo sviluppo di Castelraimondo sta in alcuni semplici dati: nel 1502 i tre insediamenti che poi daranno vita al Comune assommano circa 1200 abitanti, trecentocinquanta anni dopo nel 1861 gli abitanti sono 3224, circa duemila in più, presso a poco gli stessi che il Comune acquisirà in aggiunta nei successivi centocinquant’anni, fino ai circa 5000 abitanti di oggi.

Le attività economiche nel 1814 erano, oltre all’agricoltura, quelle costituite da tre “cocciari”, cinque “bottai”, quattro fabbri e tre calzolai, mentre oggi -nonostante gli effetti della crisi- il tessuto produttivo, artigianale e commerciale è di ben altra consistenza.

Al punto che Castelraimondo, stante quanto ci dicono economisti urbani come il prof. Calafati, è non solo un importante crocevia montano, ma una realtà strettamente connessa a Camerino, il cui sistema locale ha un doppio fuoco, ossia non ha un comune “centroide” o prevalente, ma un centro a due teste, Camerino e Castelraimondo.

Ciò è testimoniato dal fatto che la popolazione che anticamente Camerino vantava, oggi è distribuita sostanzialmente nei due centri, e Castelraimondo non è più da tempo la “stazione” di Camerino. Questa consapevolezza dovrebbe spingere gli amministratori dei due Comuni ad inaugurare una stagione di maggiore collaborazione, anche per far fronte agli effetti della crisi economica in atto.

Le celebrazioni, infatti, dovrebbero servire non solo a qualche legittimo festeggiamento o -come opportunamente si è fatto- a rinnovare degli studi storici sulla nostra comunità, ma anche a condividere un’idea di sviluppo del territorio, atteso che siamo di fronte a profondi cambiamenti nei modi di produzione che riguarderanno la vita dei cittadini amministrati.

La crisi di importanti realtà produttive del territorio deve impegnare a investire in nuovi settori dello sviluppo e a creare nuove opportunità di crescita e di lavoro.

Uno di questi è sicuramente quello rappresentato dal turismo, dalla cultura e dallo sviluppo di un terziario evoluto, che potrebbe avvenire secondo una logica distrettuale, sulla scia delle esperienze dei distretti culturali evoluti studiati e promossi da economisti culturali come il prof. Sacco.

Ci sono importanti progetti di riqualificazione in corso che coinvolgono soggetti pubblici e privati: penso al Parco fluviale urbano, alla rifunzionalizzazione dell’area Alfa, al riutilizzo del complesso storico-architettonico della Torre del Parco, fino all’unicum rappresentato dal Castello di Lanciano, inclusa l’area circostante. Essi vanno dibattuti, facendo in modo che il loro potenziale ambientale, culturale, commerciale e turistico produca effettivamente nuova economia e nuova occupazione.

Stiamo parlando di un continuum, tematizzato anche nello studio dell’Arch. Salmoni sulla variante generale al Prg, che richiede una visione d’insieme e che avrebbe bisogno della promozione di un recupero e restauro ambientale di aree adiacenti e di parti del patrimonio storico-artistico come i mulini duecenteschi e il ponte romano di Torre del Parco e l’ultimo piano del Castello di Lanciano, al fine di creare percorsi e itinerari specifici.

Questi interventi potrebbero rientrare in un progetto integrato di recupero del sistema difensivo del Ducato dei Da Varano, dove includere altri beni bisognosi d’intervento come le Torri di Crispiero, Torre Beregna e la Rocca di Sentino. Un progetto che dovrebbe vedere protagonsti i Comuni di Camerino e Castelraimondo, le due Comunità Montane, la Provincia di Macerata, la Curia Arcivescovile, la Sovrintendenza, consentendo il recupero di un patrimonio culturale che rischia la definitiva rovina, mentre potrebbe ancora rappresentare un brand turistico di richiamo e dare vita a forme moderne di gestione.

Il progetto potrebbe intercettare risorse europee o più semplicemente essere inserito nell’ambito del riparto delle risorse statali dell’otto per mille, purchè predisposto, promosso e veicolato secondo un’adeguata azione di lobbing.

Sarebbe credo il modo migliore per onorare la ricorrenza del settecentenario di quel castrum che fu parte essenziale di quel sistema e per unire passato e futuro intorno all’idea di un nuovo sviluppo possibile e necessario.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/12/2011 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
8 dicembre 2011
“IL PDL SI LASCIA ANDARE A RIVALSA E RANCORE. SULLE PROVINCE TANTA DEMAGOGIA”.
Di fronte ad una manovra lacrime e sangue, che incide pesantemente sulla vita dei cittadini e conseguenza dell’eredità lasciata dal governo Berlusconi, gli esponenti del centrodestra provinciale non hanno parole da spendere se non per esternare senso di rivalsa e rancore.

Chissà se Capponi e Massi, di fronte alle misure di Monti, avrebbero detto le stesse cose se la Provincia l’avessero governata loro? Ci vuole un po’ più di serietà. E’ legittimo avere individualmente idee difformi anche dal partito in cui si milita, ma è un po’ più difficile avere le stesse idee ed essersi candidati per governare la Provincia. Il presidente Pettinari non ha mai fatto mistero di non condividere l’idea del suo partito sull’abolizione delle Province, per cui la sua riflessione è in linea con ciò che ha sempre pensato. Non so se lo stesso può dirsi di chi si è candidato a governare la Provincia e ritiene giusto che venga soppressa o marginalizzata.

La verità che il provvedimento che riguarda le Province è l’esempio migliore di cosa possa produrre la demagogia e il populismo. Alla fine della fiera il risultato della campagna contro i famigerati “costi della politica” sarà quello di aver soppresso il livello intermedio di governo d’area vasta per un risparmio stimato da un minimo di 35 ad un massimo di 200 mln di euro.

Come si concilia la costante polemica di Capponi e Agostini sul fatto che la Provincia dovrebbe fare di più con la loro posizione che condivide la soppressione o la riduzione delle Province ad una superfetazione istituzionale senza funzioni reali e significative?

Benchè si possa pensare ad una abolizione di questo livello di governo e alla sua sostituzione con un organismo intermedio ad elezione indiretta, non si può non constatare come su tutta la materia del riordino istituzionale, che va affrontata con serietà perché stiamo parlando di come si organizza la nostra democrazia, ci si continui a muovere con superficialità e con il rischio serio di produrre danni costosi, al posto di efficienza amministrativa e contenimento della spesa.

L’organizzazione della democrazia non può essere oggetto di scelte dettate dalla pressione dell’emergenza. E’ legittimo far decadere per decreto rappresentanti eletti dal popolo? Io non credo, dal momento che non sono state violate leggi in vigore.

Ciò rappresenta un precedente per certi versi inquietante. Per questo ritengo, come hanno avuto modo di evidenziare illustri esperti della materia, che una soppressione delle Province può solo avvenire per via costituzionale. Intanto si prenda la Carta delle Autonomie e la si approvi. Almeno potremmo dire di aver riformato secondo una certa logica l’insieme della materia.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/12/2011 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
6 dicembre 2011
“Governo Monti: l’impegno del Pd per la ricostruzione del Paese”
Comunicazione introduttiva all’Assemblea regionale del Pd delle Marche “Salvare l’Italia e l’Europa, ricostruire il Paese, costruire l’alternativa” – Chiaravalle 5 Dicembre 2011.

Il Governo d’impegno nazionale rappresenta una svolta nella vita politica del nostro Paese. Non solo perché Berlusconi non è più il capo del governo italiano, cosa di cui ci dovremmo attribuire qualche merito, ma perché è nato un governo di emergenza, di transizione e di grande autorevolezza tecnica, proprio come il Pd lo ha descritto prima e dopo le consultazioni per la sua formazione, e soprattutto perché finalmente avvertiamo uno stile nuovo di cui avevamo perso le tracce, fatto di senso delle istituzioni, incarnato da personalità di alto profilo, di donne investite di ruoli di governo di prima importanza e di confronto sui contenuti e nel merito delle scelte necessarie per il bene dell’Italia.

Tutto ciò ci ha fatto percepire d’un colpo quanto tempo abbiamo perso, quanti ritardi abbiamo accumulato e quanto tutti ci siamo distaccati dai problemi veri ed urgenti a causa di un populismo pervasivo e inconcludente.

Di fronte alle pressioni della crisi finanziaria e al venir meno della maggioranza di governo che aveva vinto nel 2008, l’operazione di far nascere un nuovo governo che restituisse affidabilità e credibilità all’Italia nel consesso europeo e internazionale è stata possibile grazie all’autorevolezza della Presidenza della Repubblica e alla disponibilità delle opposizioni, in particolare del Pd.

In questo senso, la nascita del Governo Monti rappresenta un indubbio successo della strategia del Partito Democratico e questo hanno capito e sancito i cittadini, premiando attraverso il consenso espresso dai sondaggi chi ha responsabilmente messo “l’Italia prima di tutto”, come ha più volte detto il nostro Segretario Pier Luigi Bersani.

Tuttavia, la retorica dell’antipolitica non si è arrestata con il cambio di Governo, ha soltanto cambiato figure. Ci s’interroga da più parti, infatti, se la nascita del nuovo governo non rappresenti una sconfitta della politica e quasi una dichiarazione certificata della sua inutilità.

Per rispondere a questa domanda occorre, innanzitutto, mettere in evidenza che un nuovo governo è nato perché è fallita una certa politica, quella dell’alleanza Pdl-Lega e incarnata da Bossi e Berlusconi, i quali hanno lasciato una catastrofica eredità a chi è venuto dopo di loro. Non è la prima volta che accade e noi ne sappiamo qualcosa.

Si è sottovalutata la crisi a partire dalla sua esplosione nel 2008, si è persa ogni credibilità a livello interno ed estero, non si sono fatte riforme incisive ed eque, si è di fatto galleggiato nella paralisi di governo. E non vale dire che la crisi è internazionale e che il cambio di governo non ci ha riportato di per sé a condizioni migliori sui mercati internazionali rispetto a quando c’era Berlusconi, perché la verità è che se non si fosse posto un argine a quell’andazzo il differenziale tra Btp e Bund, il cosiddetto spread, sarebbe cresciuto senza sosta, portandoci vicini ai Paesi a rischio dèfault come il Portogallo e la Grecia. Solo che noi non siamo né il Portagallo, né la Grecia, e la nostra triste performance avrebbe avuto un effetto sistemico sulla tenuta dell’euro.

Tutto ciò non è ancora scongiurato, è il tema di queste ore, ma sono state poste le premesse per evitarlo e non è poco. Quindi il Governo Monti rappresenta, in primo luogo, il fallimento di una certa politica, quella della destra berlusconiana, che ha diviso il Paese senza riformarlo.

Da questo punto di vista appare patetica e irresponsabile l’opposizione leghista che rispolvera la peggiore demagogia secessionista, dopo aver governato nove degli ultimi dieci anni, avendo tradito l’idea federalista in nome della quale ha avuto ruoli chiave di governo alle Riforme, alla Semplificazione legislativa e alla sburocratizzazione, nonché la poltrona strategica del Ministero dell’Interno. Altro che fallimento dello Stato, il vero fallimento è quello della Lega!

In secondo luogo, politica è anche quella che ha sostenuto in modo determinante la nascita del nuovo governo dai caratteri inevitabilmente tecnici, prendendo atto che la vecchia maggioranza non c’era più, nel Paese già da qualche tempo e da ultimo in Parlamento, che maggioranze nuove non esistevano in questa stessa sede e che il ricorso anticipato alle urne, nel fuoco della crisi, avrebbe dato vita ad una campagna elettorale capace più d’innescare dinamiche autodistruttive che di dare risposte all’emergenza. L’Italia, chiunque avesse vinto, ne sarebbe uscita più debole e a rischio.

C’è, dunque, una politica responsabile che antepone l’interesse generale a quello di parte e che sosterrà lealmente, possiamo dire addirittura fedelmente, questo governo, non rinunciando tuttavia a dare il proprio contributo di idee e di proposte.

E qui sta la terza questione. Come noi staremo in campo in questi mesi dovrà servire a dare una funzione alla politica non solo nel momento della genesi del nuovo governo, ma anche durante e dopo l’esplicarsi della sua azione.

Intendiamoci: la situazione è gravissima, le scelte da assumere sono pesantissime.

“Bisogna portarsi tutti all’altezza dei problemi da sciogliere e delle scelte da operare” ha detto nel pieno della crisi agostana il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Le misure anticrisi presentate oggi in Parlamento, dopo una concitata quanto intensa interlocuzione con partiti e forze sociali, e che ammontano a 24 mld, dimostrano e richiamano tutto ciò.

Monti ha dichiarato: “Senza l’adozione di queste misure l’Italia sarebbe insolvente, l’euro rischierebbe il fallimento e l’Italia si macchierebbe d’infamia”. Penso siano sufficienti queste parole per farci capire che la situazione è gravissima.

Avremmo preferito un segno maggiore di equità nel complesso dei provvedimenti e nello specifico su pensioni, lotta all’evasione e prelievo sui grandi patrimoni. Di più si sarebbe potuto fare per le misure sulla crescita e il sostegno al sistema produttivo. Bene la fine dei condoni e l’intervento sugli scudati. Troppo ispirata ad un’impostazione tecnocratica l’intervento penalizzante sulle Province. Per quel che riguarda le Regioni sembra scongiurato l’anticipo al 2012 del taglio di 2,5 mld sulla Sanità in cambio della sua fiscalizzazione per un anno, così come sembrerebbe interamente rifinanziato il fondo per il trasporto pubblico locale.

Dobbiamo lavorare in Parlamento per un maggior equilibrio della manovra, ma soprattutto penso che ci dobbiamo preparare a gestire l’impatto senza precedenti di queste misure sulla vita dei cittadini e sulle fasce sociali popolari. Non sarà affatto facile. Tutt’altro.

L’incognita più grande di fronte al governo Monti sta, tuttavia, nella situazione finanziaria dell’eurozona. Da un’eventuale crisi sistemica non possiamo che aspettarci esiti funesti, in primo luogo per la democrazia e la condizione materiale delle fasce sociali più esposte. L’adozione necessitata e celere delle misure proposte è essenziale per fare la nostra parte. Questo speriamo ci consentirà di esercitare un maggior peso nel confronto con Francia e Germania, che a questo punto dovranno anch’esse assumersi delle responsabilità maggiormente definite nei confronti degli altri partners europei, decidendo sull’emissione di eurobond, su politiche monetarie che combattano la recessione e non l’inflazione e sulla necessità di non restringere ulteriormente i flussi di liquidità e di credito. Gli stessi Stati Uniti vanno corresponsabilizzati nello scongiurare il fallimento della moneta europea, da cui riceverebbero soltanto effetti destabilizzanti.

E’ chiaro che se la crisi e il contagio sistemico non dovessero fermarsi non ce ne sarebbe per nessuno.

Da tutto ciò non può discendere, tuttavia, che nel mentre garantiamo il sostegno all’azione del Governo, dobbiamo rinunciare ad imprimere il più possibile un segno nelle scelte che si vanno a fare e a dire la nostra.

Il dibattito sviluppatosi all’interno del Pd nelle settimane scorse, prima sulla lettera della Bce e poi sulle posizioni del responsabile Economia del partito Stefano Fassina, mi sembrano fare più parte del necessario assestamento conseguente al cambio di fase in corso, piuttosto che evidenziare reali alternative di merito.

E’ come se il Pd stesse prendendo le misure rispetto al rapido cambiamento insito in un passaggio delicatissimo della vita politica e istituzionale, che avrà un forte impatto economico e sociale. Stiamo registrando il nostro nuovo ruolo e la funzione che dovremo svolgere, forse non avendo ancora maturato a pieno il fatto che Berlusconi non ha abbandonato la politica e la maggioranza parlamentare continua ad essere largamente di centrodestra.

Io penso che anche per questo noi dobbiamo mantenere un nostro profilo netto, dobbiamo sforzarci di farlo. Se è lecito ritenere che il governo durerà fino alla fine della legislatura e se è vero che la fine del ciclo di governo berlusconiano apre nel Paese delle questioni ad oggi non del tutto decifrabili, penso che il Pd debba distinguere tra emergenza e ricostruzione.

La prima è il compito irrinunciabile dell’ora, rispetto al quale dobbiamo garantire il necessario sostegno; la seconda resta la nostra proposta per l’Italia, l’orizzonte entro cui iscriviamo il nostro progetto e l’alleanza capace di sostenerlo. Detto altrimenti: seppure lo sosteniamo nella drammatica situazione data, il governo Monti non è il governo dell’alternativa e rispetto alle sue misure concrete avremmo proposte nostre capaci di rispondere e di centrare meglio gli obiettivi di crescita, rigore ed equità.

Siamo ad un passaggio delicatissimo, perché non basterà come fu fatto in passato con il governo Dini aderire tatticamente al governo per aprire la strada alla nostra alternativa, come allora accadde con la vittoria dell’Ulivo nel 1996. La situazione è molto diversa e, seppure va a compimento la riforma delle pensioni avviata da quel governo, non ci deve sfuggire che la profondità della crisi, la stanchezza del paese, la condizione materiale di fasce sempre più ampie di popolazione e la paura che comincia a serpeggiare tra i cittadini, richiedono alla politica di stare in campo, di dire la propria e di indicare un orizzonte, costringendo tutti ad alzare lo sguardo.

Questo dobbiamo fare: garantire certezza con una politica responsabile, esplicitare con le nostre proposte quello che faremmo se fossimo noi al governo, fare in modo che i compromessi necessari cadano un po’ anche nel nostro campo, siano cioè il frutto del contributo delle nostre idee e ci assomiglino un po’. Per questo dobbiamo puntare ad introdurre, pur nella durezza di scelte pesanti, alcuni “elementi di ricostruzione” che traguardino la prospettiva che vogliamo aprire per l’Italia. Senza questo, più prima che poi, qualcuno ci chiederà conto del fatto che la nostra sarà apparsa solo come l’ennesima manovra per liberarci di Berlusconi e per salassare i cittadini, ridando così fiato e forza alla demagogia populista.

Invece, la nostra proposta è politica e in quanto tale più coraggiosa, più coerente e più incisiva nel volere aggredire i problemi e ritardi del nostro Paese. O la pensiamo così o la politica non potrà che apparire come portatrice di una proposta di basso profilo, incapace di affrontare per pochezza o per opportunismo gli stati d’emergenza che andrebbero ogni volta delegati ai tecnici, sospendendo con ciò le ragioni della politica e della democrazia.

Ciò è tanto più necessario se guardiamo alle questioni nuove che l’apertura di questa fase di necessità porta con sé, sulle quali occorrerà approfondire ulteriormente l’analisi.

Le cito velocemente:

1) che cosa è stata l’Europa delle destre in questi anni in cui i conservatori hanno avuto un consenso paragonabile soltanto a quello dei progressisti sul finire degli anni Novanta? Quanto la crisi dell’euro è stata anche il frutto dell’involuzione del processo d’integrazione europea prodotta dalle destre al governo dei principali paesi, che hanno puntato tutto sulla logica intergovernativa e hanno riesumato la politica degli assi preferenziali, piuttosto che spingere il processo verso una logica federativa e unitaria?

2) Che cosa ci possiamo aspettare dalle prossime elezioni che nel 2012 riguarderanno diversi paesi europei, tra i quali Francia e Germania? Visto che la Merkel riceve critiche per le rigidità della sua politica anche all’interno del suo partito, non credo che dovremmo essere noi ad ergerci a custodi del “così vuole l’Europa”, rischiando anche qui di ridare forza a posizioni populiste antieuropee ben presenti a casa nostra.

3) Quale dovrà essere la nuova piattaforma delle forze progressiste e democratiche europee per fuoriuscire dalla crisi e cosa fare affinchè un rinnovato e più spinto processo d’integrazione dell’Europa sia esso stesso la risposta a questo bisogno essenziale?

4) Possiamo ritenere chiusa la stagione politica che è andata sotto il nome di Seconda Repubblica con il suo assetto fortemente bipolare, partiti asfittici e direttismo maggioritario? E’ tempo di tematizzare con maggior forza e chiarezza la necessità di una “stabilizzazione-ricostruzione” repubblicana più consona al nostro impianto costituzionale, nel quale la conquistata alternanza di governo e il consustanziale bipolarismo italiano possano esplicitarsi secondo una logica neoparlamentare e anche neoproporzionale, dentro il quadro cioè di una democrazia rappresentativa riformata? Non ci sembrano realizzabili, neppure nell’eventualità qui prospettata, progetti di riaggregazione neocentrista per i quali sono venute definitivamente meno le condizioni interne e internazionali.

5) E’ impensabile che, affrontata l’emergenza della crisi e di fronte alla tenuta del Pdl sul versante della responsabilità di governo, si possa aprire una vera stagione costituente e di ricostruzione nazionale che veda le maggiori forze politiche concorrere per dotare il Paese di una riforma condivisa delle istituzioni repubblicane che ponga fine alla lunga transizione italiana?

6) In questo senso, quale evoluzioni ci possiamo aspettare sul versante del centrodestra sia in termini di strategia politica, di alleanze (ad esempio nel rapporto con la Lega) e di profilo istituzionale e programmatico? Più liberale ed europeo o più estremista?

7) Come pensiamo di adeguare il nostro ruolo e la nostra funzione nel quadro politico in movimento? Come adattiamo a ciò la costruzione del partito riformista del nuovo secolo, il suo radicamento sociale e territoriale e la funzione di governo locale che interpretiamo?

Su quest’ultimo interrogativo propongo tre terreni di lavoro parziali, riferiti al nostro ambito regionale, su cui impegnarci fin da subito:

a) accelerare la preparazione delle elezioni amministrative della prossima primavera, puntando su programmi in linea con il cambiamento strutturale in atto nella finanza pubblica locale, alleanze ampie e modalità condivise di scelta delle candidature. (Forse non si voterà per la Provincia di Ancona, invece sicuramente si voterà per i Comuni di Jesi, Civitanova Marche, Fabriano, Tolentino, Porto San Giorgio, Sant’Elpidio a Mare, Corridonia, tutti sopra 15.000 abitanti);

b) sviluppare un’iniziativa politica diffusa per temi sulle priorità nazionali e su quelle oggetto dell’azione amministrativa regionale, perché se non spieghiamo le cose rischiamo che alla polemica contro i tagli che ieri eravamo noi a promuovere, si sostituiscano iniziative e pulsioni antipolitiche e antisistema, di difficile gestione anche per il sindacato. Noi non possiamo assumere comportamenti e posizioni di difesa acritica di quanto viene fatto, né tantomeno di deresponsabilizzazione, ma di adesione ragionata e motivata che non pregiudichi la prospettiva, altrimenti pagheremo un prezzo salatissimo;

c) avviare con serietà e un forte investimento la campagna di adesione al partito per il 2012. La fase nuova che si è aperta è merito del Pd; qualcuno si è spinto a dire che in questo passaggio il Pd ha preso definitivamente forma. Molto più semplicemente possiamo dire di aver vinto il primo tempo di una partita ancora lunga e difficile per riportare il centrosinistra alla guida del Paese. Se questo è e se vogliamo cogliere questo obiettivo non si possono ripetere le leggerezze e la scarsa convinzione a cui abbiamo assistito in questo anno nell’espletamento della campagna di adesione al partito. E’ tempo che una valutazione su questo sia fatta. Vanno recuperati iscritti e coinvolte nuove energie e risorse, se vogliamo essere dirigenti di qualcosa, la qual cosa appunto per essere diretta deve in primo luogo esistere nei territori e nelle comunità locali.

Buon lavoro a tutti quanti noi! L’augurio non è affatto di circostanza, ne abbiamo veramente bisogno!

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 6/12/2011 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 dicembre 2011
Giorgio Napolitano: "Una e indivisibile. Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia", Rizzoli, Roma 2011, pp. 178.

"Gli interventi del Presidente della Repubblica sul Centocinquantenario dell'Unità d'Italia rappresentano una lettura di alto valore civile ed estremamente attuale. Scritti nello stile tipico di questo Capo dello Stato, con il suo periodare crociano, essi consentono di mettere a fuoco l'importanza della ricorrenza e l'interrogativo sul presente ed il futuro della comunità nazionale. Per Napolitano celebrare i 150 anni equivale a fare tutti 'un esame di coscienza collettivo' sul significato che il venire ad unità statuale della nostra nazione ebbe in termini di progresso storico, sulla grandezza delle sfide interne da superare all'indomani dell'Unità, sulla necessità di una visione critica, ma mai distruttiva o strumentale, dei limiti e delle difficoltà del processo di unificazione, sull'avanzamento compiuto dal nostro Paese e sulla sua capacità di rialzarsi anche nei momenti di caduta, come quello del fascismo e della Seconda guerra mondiale, o in quelli dello stragismo e del terrorismo. C'è un filo comune che -secondo il Presidente- collega il Risorgimento e l'Unità raggiunta con la Resistenza e la nascita della Repubblica, la Costituzione e la Ricostruzione dell'Italia dopo la guerra. Con la Repubblica viene a compimento il processo risorgimentale e il lavoro della Costituente riuscì a porre rimedio ad alcuni dei limiti con i quali nacque il Regno d'Italia, vale l'eccessiovo centralismo d'impianto sabaudo, che mortificava la lunga tradizione delle autonomie locali e regionali, e la limitatezza delle basi popolari di consenso. Resta, però, tuttora aperto il tema del divario tra Nord e Sud del Paese e l'impossibilità per l'Italia di pensarsi adeguatamente in Europa e di riposizionarsi nello scenario globale se non si rimette al centro la 'questione medionale' come 'questione italiana'. Non a caso all'intervento su 'Mezzogiorno e Unità nazionale' è riservata l'apertura del libro. Attraversa tutto il libro la convinzione che un alto compito spetti alla cultura, a quella storica in particolare, nel consentire un adeguato approccio alla materia, all'occasione delle celebrazioni e ad una divulgazione del loro significato che incroci la sensibilità dei cittadini e -come è accaduto- consenta di recuperare la rimozione che è avvenuta negli ultimi decenni sulle nostre origini come Stato moderno, risvegliando una consapevolezza e una coscienza civile patriottica, al di là di ogni retorica. Il successo delle celebrazioni in questo anno consente di dire che l'operazione è riuscita e non va archiviata. Rinsaldare l'unità nazionale, combattere la criminalità organizzata, ridurre il divario tra Nord e Sud, riprendere il percorso della crescita e dell'equità nel rigore, integrare gli immigrati, dare prospettive ai giovani, mettere l'interesse generale davanti ad ogni particolarismo, essere protagonisti di un'Europa più unita rappresentano per il Presidente sfide ancora da vincere. Significativo è il ricordo delle vicende e dei personaggi che fecero l'Unità: il Cavour totus politicus, che seppe far convergere le spinte moderate e quelle democratico-rivoluzionarie verso l'obiettivo comune e stringere alleanze internazionali; la spedizione dei Mille che liberò il Mezzogiorno d'Italia grazie al valore di Garibaldi e di quei settentrionali, molti dei quali bergamaschi, che combatterono e in parte morirono al suo fianco; la forza evocativa e mobilitante dell'idea di Roma, di cui la grandezza passata e l'esperienza repubblicana del 1849 rimasero a lungo come punto di riferimento e aspirazione da attualizzare, fino alla definizione progressiva del rapporto tra Stato e Chiesa cattolica; il respiro europeo e internazionale che il movimento per l'unità ebbe e seppe suscitare; la memoria del Tricolore e la necessità di coniugare unità e pluralismo autonomistico secondo l'idea di un federalismo solidale e nazionale, come nel pensiero di Cattaneo; la sfida educativa verso le nuove generazioni a cui ci richiama l'unità linguistica e letteraria dell'Italia, avvenuta ben prima di quella politica e statuale. Vicende e personaggi che parlano delle sfide di oggi, quelle che l'Italia deve affrontare proiettandosi su scala europea e globale. Tra queste quella più stringente e pressante è costituita dalla fuoriuscita dalla drammatica crisi economica e finanziaria in atto. Il Presidente, in un discorso di rara intensità e vigore, affronta il tema al Meeting di Rimini, delineando la responsabilità e la svolta a cui siamo chiamati. Riacquistare credibilità e attuare la svolta: 'Bisogna portarsi tutti all'altezza dei problemi da sciogliere e delle scelte da operare', sostiene Napolitano. Siamo, non casualmente, all'Appendice del libro. Quello che è accaduto in queste settimane, con la nascita del Governo Monti, e quello che servirà da qui in avanti, è in gran parte scritto lì. E' utile pertanto leggerlo e meditarlo."




permalink | inviato da Daniele Salvi il 4/12/2011 alle 14:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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