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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
27 novembre 2011
Michele Salvati:“Tre pezzi facili sull’Italia. Democrazia, crisi economica, Berlusconi” Il Mulino, Bologna 2011, pp. 132.

 
 

Associare il concetto di facilità all’Italia non è affatto facile, anche se Michele Salvati nel suo ultimo libro ci prova. La chiarezza cartesiana viene messa al servizio di un intento ideologico: difendere la Seconda Repubblica. I tre saggi che costituiscono il libro toccano rispettivamente il tema della nascita, sviluppo e qualità della democrazia italiana dal 1861 ad oggi; il tema del ristagno economico presente e delle sue origini; il tema del berlusconismo e del suo legame con l’antipolitica.

L’operazione che viene tentata è quella di caricare sulla lunga stagione del centro-sinistra (1963-1994), descritta come un continuum, i guai che l’Italia paga tuttora, cercando di giustificare in tal modo i magri risultati e le delusioni di una stagione, quella dal 1994 al 2011, caratterizzata dalla democrazia dell’alternanza, dal bipolarismo, dal maggioritario e dal tentativo a destra come a sinistra di dare vita ad una “rivoluzione liberale”.

In realtà, guadagnata la democrazia dell’alternanza e venute meno quelle che Salvati chiama le “forze antisistema”, è giunto il tempo di sfatare il mito per cui il bipolarismo sarebbe garantito soltanto dal sistema maggioritario e di cominciare a ragionare sul fatto che il sistema proporzionale è sicuramente più congeniale alla natura del nostro paese, al suo impianto costituzionale, che va riformato ma non capovolto, e al suo profondo spirito europeo.

L’Italia è sempre stata un paese bipolare. L’adozione del maggioritario, idea propria di una minoranza nelle classi dirigenti repubblicane, si è affermata grazie al vuoto politico generato dalla fine dei grandi partiti e all’antipolitica declinata in senso antipartitocratico, producendo l’illusione di un rapporto diretto tra cittadini e loro rappresentanti, nel segno di una semplificazione a cui si pensava sarebbe corrisposta una maggiore efficacia e stabilità del governo.

Ciò non è stato e Salvati lo riconosce, ma non va oltre. Ad esempio, condannando il Porcellum, non riconosce che il riscoperto Mattarellum non è stato altro che una tappa intermedia all’interno di un’impostazione che è stata portata alle sue estreme conseguenze. Con la Seconda Repubblica non siamo arrivati alla crisi di regime, ma ci siamo andati molto vicini e ancora non possiamo dire l’ultima parola. La torsione che il nostro sistema ha subito è stata seria, dal momento che si sono prodotti un presidenzialismo di fatto e una dipendenza del Parlamento dall’Esecutivo.

Allo stesso modo, attribuire sul piano economico il rallentamento della crescita fino alla stagnazione dell’ultimo decennio all’incapacità del centrosinistra (1963-1994) di controllare le tensioni economico-sociali e di perseguire al contempo le riforme strutturali necessarie di lungo periodo, appare eccessivo. Forse occorre dire che le classi dirigenti della Seconda Repubblica, con responsabilità non inferiori a quelle precedenti, non hanno avuto adeguata contezza dell’impatto e delle riforme -quelle che Salvati chiama “miglioramento dei fattori d’offerta”- che l’ingresso nell’euro avrebbe significato e richiesto per l’economia e la società italiana.

Ciò risalta tanto più in quanto a destra come a sinistra unanime è stato a partire dagli anni Novanta il tributo al pensiero liberale. Eppure, per Salvati, la debolezza del riformismo e l’insuccesso della stagione della Seconda Repubblica sul piano delle riforme economiche strutturali risiede in un deficit di cultura liberale. Se ciò fosse vero ne dovremmo far discendere che il nostro è un Paese irrecuperabile, oppure dovremmo pensare che il bipolarismo come l’abbiamo conosciuto ha prodotto scontro anche quando non ce n’era bisogno.

Su Berlusconi e il berlusconismo il giudizio di Salvati è edulcorato. Egli ritiene Berlusconi una variante del moderatismo, a cui attribuisce la responsabilità di non aver realizzato la “rivoluzione liberale” annunciata al momento della sua “discesa in campo” e di essersi fatto frenare per motivi di consenso da quella parte del proprio “blocco sociale” impaurita dalla globalizzazione e restia alle aperture tipiche di una politica di modernizzazione liberale. Anche qui viene sottovalutata la carica potenzialmente eversiva delle forze incanalate da Berlusconi e dei messaggi da lui adottati. Se egli è stato più capace d’interpretare le novità del sistema elettorale (e in nuce anche istituzionale), ciò è stato possibile non solo per le sue doti mediatiche e per il suo potere nel campo della comunicazione, ma anche perchè la soluzione populistica da lui avanzata trovava un terreno congeniale.

La “resistibile ascesa” e l’altrettanto “resistibile permanenza” di Berlusconi al governo ha a che fare con i limiti delle opposizioni, ma forse di più con la difficoltà di ricostruire uno spazio di agibilità per i partiti, per i corpi intermedi e per la politica, dentro un contesto segnato dal dominio dell’economia su scala globale e dalla trasmutazione immediata della società civile in società politica sul piano interno, trasmutazione favorita proprio dalla semplificazione maggioritaria.

Insomma, il dilemma da sciogliere resta il seguente: “completare la transizione”, come si diceva fino a qualche tempo fa, intendendo con ciò che il sistema che ha preso avvio con l’inizio degli anni Novanta ha bisogno di una riforma della Costituzione conseguente alle premesse costituitive della cosiddetta Seconda Repubblica, oppure recuperare lo spirito della Costituzione per procedere ad una sua “ricostruzione”, che superi i limiti che hanno portato alla crisi dei primi anni Novanta, cercando di coniugare rappresentanza e decisione, ma che rimanga dentro l’alveo costituzionale secondo una logica neoparlamentare e neoproporzionale?

 

Daniele Salvi




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politica interna
17 novembre 2011
MONTI, LA CRISI, IL PD.

Ora che è nato, è utile parlarne. Il Governo Monti rappresenta indubbiamente una svolta nella vita politica degli ultimi quindici anni e il discorso tenuto oggi al Senato lo dimostra. Compagine d’alto profilo, a dimostrazione che la “riserva della Repubblica” esiste ancora in mondi come l’Università, la Magistratura, la Banca d’Italia, l’alta Amministrazione dello Stato, che -nonostante il depauperamento subito in questi anni- conservano ancora luoghi d’eccellenza e risorse da mettere al servizio della nazione.

In questo passaggio delicatissimo della vita nazionale due sono stati i punti di appoggio di un’operazione di cui l’Italia non può che augurarsi il successo: la Presidenza della Repubblica e le opposizioni, in particolare il Pd, che hanno consentito il varo di un Governo di discontinuità, di emergenza e di grande autorevolezza tecnica.

Il discorso di Monti è stato anche un discorso d’indubbia caratura politica: ascoltandolo abbiamo avuto l’impressione che veramente si sia chiusa un’epoca. La completezza delle questioni trattate, la competenza con la quale sono state affrontate, pur nella concisione dei passaggi, la consapevolezza della difficoltà del momento, ma anche la concretezza delle questioni cui dare risposta, è come se ci avessero proiettato in un altro mondo.

Ci siamo accorti di colpo di quanti ritardi abbiamo accumulato e quanto il populismo di questi anni abbia allontanato tutti dai problemi veri.

Oggi, dopo le parole di Monti, siamo più consapevoli della drammaticità della situazione, dell’alto senso di responsabilità che serve da parte di ciascuno, ma siamo anche più sereni, perché sappiamo che chi ha tematizzato con chiarezza le questioni ha le carte in regola per affrontarle e questo scrolla di dosso dal Paese il bisogno di nasconderle sotto il tappeto della propaganda populista o diversamente di viverle con angoscia.

Il programma illustrato, ben oltre le indicazioni dell’Europa, è stato ambizioso. Bene così. Ci si aspettava l’elencazione di misure impopolari e invece, senza sottacere queste, si sono aperti con puntualità gli ampi capitoli della crescita, dell’equità (fiscale e sociale), del lavoro, delle liberalizzazioni, delle opportunità per i giovani e le donne. Alla politica è stata chiesta sobrietà.

L’appello è stato rivolto a tutti, forze politiche e soggetti sociali, come si sarebbe dovuto fare da tempo per affrontare al meglio la crisi.

Si è parlato in questi giorni se il Governo Monti non rappresenti una sconfitta della politica. Sicuramente lo è di una certa politica, quella che dal governo invece di unire ha costantemente diviso. L’incognita più grande che si staglia di fronte a questo tentativo generoso sta non nelle insidie parlamentari, ma soltanto nella profondità della crisi “sistemica” dentro cui si trova ad operare. Il forte raccordo europeo ed internazionale, che ora è possibile, è la sola carta che può consentirci di contribuire insieme ad altri a tentare d’invertire la china.

Il Pd, la politica che con generosità fin dal primo momento ha sostenuto l’ipotesi di un Governo Monti, garantirà sostegno al nuovo esecutivo, impedendo che i postumi e le vischiosità della stagione che abbiamo alle spalle lo condizionino oltre misura e ridando respiro all’iniziativa parlamentare. Pensiamo che ciò potrà contribuire a sgomberare le macerie del populismo, a ridare fiducia al Paese e soprattutto a introdurre alcuni elementi della ricostruzione dell’Italia, prospettiva che oggi sembra più vicina e possibile.

 

 

Daniele Salvi

Resp. Organizzazione Pd Marche




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POLITICA
16 novembre 2011
Curzio Malaparte: "Tecnica del colpo di Stato", Adelphi, Milano 2011, pp. 270.

 


"Un libro maledetto, uno scrittore luciferino. 'Tecnica del colpo di Stato' è un libro che bisogna leggere per capire il secolo scorso, il Novecento. Questo scrittore così accattivante, questa intelligenza vivida, è anche un emblema d'ambiguità. Il tema è come si conquista e come si difende uno Stato, la novità analizzata è la tecnica del colpo di Stato, il cui esempio luminare è quello bolscevico del 1917, opera -secondo Malaparte- più di Trotsckji che di Lenin e che non è dipeso da nessuna condizione sociale ed economica, ma solo dalla tecnica insurrezionale adottata. Gli sviluppi raccontati sono l'esempio di come si difende uno Stato, quello altrettanto esemplare dello scontro tra Stalin e Trotsckji e della vittoria del primo nel 1927, che aveva capito la tecnica adottata dieci anni prima dal rivale, e l'esempio del colpo di Stato fascista in Italia, del quale quello hitleriano in Germania è solo una caricatura. Malaparte, da un lato, stimola la borghesia a difendere lo Stato dai pericoli dei catilinari di destra e di sinistra, mentre dall'altro sembra suggerire ai catilinari o presunti tali come affinare la loro tattica se vogliono far riuscire i loro tentativi. E' forse questa la ragione per cui il libro fu inviso ai dittatori, chiamati direttamente in causa, essendo il libro pubblicato nel 1931 e poi ristampato dopo la guerra nel 1948, ma anche ai borghesi e ai sinceri democratici, per le nudità del sistema democratico che rivelava. La tecnica del colpo di stato implica l'impiego sotto un'unica regia di un gruppo limitato di uomini tecnicamente competenti e determinati, o meglio spietati, non masse enormi e battaglie campali; richiede l'occupazione dei luoghi nevralgici dello Stato e del suo apparato organizzativo, non del Parlamento o delle Istituzioni; richiede di prevenire la possibilità che lo sciopero generale dei lavoratori e dei produttori sia utilizzato contro il colpo di Stato stesso, e qui vengono analizzati i casi differenti di Bauer che sventa il colpo di Stato di Kapp proprio grazie allo sciopero generale e lo scontro finale con le organizzazioni sindacali da parte delle squadre d'assalto fasciste di Mussolini, senza aver piegato le quali sarebbe stato impossibile per il fascismo fare il colpo di stato in Italia. Profetica per alcuni versi, ma non per altri, l'analisi dell'hitlerismo e della conquista del potere da parte di Hitler in Germania, avvenuta per via elettorale, ma poi una volta al governo consolidatasi come la dittatura più spietata di tutte. Memorabile la descrizione che Malaparte fa del carattere di Hitler e in genere dei dittatori d'ogni specie. Il libro è la matrice di ciò che abbiamo conosciuto nel Novecento, basti pensare alla vicenda nazionale del nostro Paese. Un manuale per aggredire lo Stato in modo freddo e spietato, per prendere il potere, rovesciando la democrazia, ma anche un manuale per difenderlo con ogni mezzo, con mezzi illeciti e inconfessabili, ben oltre quelli polizieschi e -secondo Malaparte- fallimentari con cui lo Sato borghese aveva sempre, fino ad allora, tentato di sventare l'azione dei catilinari, rimanendone in realtà sconfitto. Il dopoguerra e tutto il Novecento, forse persino le rivoluzioni arabe di quest'anno hanno a che fare con questo libro ed è per questo che vale la pena rileggerlo".




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POLITICA
15 novembre 2011
ARTICOLO APPENNINO CAMERTE

 Cari Amici, di seguito potete leggere un mio articolo che è stato pubblicato su l'Appennino Camerte di sabato 12 novembre. Saluti. Daniele. 

PERSONA-MONDO. IL NESSO ANTROPOLOGICO CHE FONDA IL PD

 Recentemente ad un’iniziativa sul futuro della socialdemocrazia europea Massimo D’Alema ha sostenuto che la sconfitta delle socialdemocrazie europee classiche, ricomprendendo forse in questo anche l’esperienza originale del comunismo italiano, è stata dovuta al venir meno delle premesse economiche, sociali, istituzionali e, persino, “antropologiche” che ne erano alla base.

Con ciò egli ha inteso specificare che, al di là dell’homo oeconomicus della tradizione liberale, l’homo socialdemocraticus ha dovuto fare i conti con i limiti dell’idea della crescita espansiva e della redistribuzione progressiva della ricchezza, quasi fossero entrambi moti rettilinei uniformi, perdendo con ciò certezza in se stesso e nel futuro.

Nelle ultime settimane l’Unità ha ospitato degli interventi sulla validità della prospettiva del “personalismo” per una sinistra nuova, fino a che il tema antropologico è divenuto centrale all’interno del mondo cattolico riunito a Todi e nel confronto con esso da parte di studiosi di formazione marxista.

Da dove nasce l’esigenza di un confronto sul terreno indicato? Sono in primo luogo gli effetti della globalizzazione a richiederlo: l’enorme mobilità delle persone che essa ha inaugurato, il precipitare in ogni casa degli eventi umani consumati nei luoghi più distanti del pianeta, ma anche l’ipersensibilità per le questioni attinenti l’individuo, indotte nelle società più avanzate dal consumismo e dalla ricerca di una qualità della vita migliore, e la potenza delle nuove tecnologie, capaci tanto di amplificare la gamma di relazioni interpersonali, quanto d’invadere la propria privacy e di modificare il confine tra la vita e la morte.

Di fronte a tutto questo s’impone una riflessione alle culture più avvertite e soprattutto ciò vale per una politica che voglia nutrirsi di un pensiero, come nel caso di una partito politico quale il Pd che vuol essere il “partito del nuovo secolo” e che, in quanto partito di “credenti e non credenti”, non può non porsi l’interrogativo di quale concezione dell’uomo possa sostenere un’idea della politica e della società che intenda promuovere un “nuovo umanesimo”.

Può il concetto di “persona” sorreggere questo progetto politico? Bisognerebbe ripercorrerne il senso attraverso i secoli e coglierne la pluralità semantica, per ripensarla di fronte alle questioni inedite che ci pone la contemporaneità. Comunque, possiamo dire che questa intuizione non tocca per la prima volta il pensiero e l’idea della politica della sinistra italiana. Si potrebbe discutere dell’idea di “personalità” in Gramsci e si potrebbe rintracciare anche nell’elaborazione della sinistra democratica post ’89 il superamento della categoria di “classe” con quelle di “persona”, mutuata proprio dal pensiero cattolico. In questo senso proprio Massimo D’Alema, già durante gli anni Novanta, ha toccato il tema nei suoi scritti (cfr. “Un paese normale” 1995), così come esso è ben rintracciabile nel recente libro-intervista di Pier Luigi Bersani (“Per una buona ragione” 2011).

L’idea di persona ha avuto in questo ambito un duplice significato: ha esplicitato un’idea diversa dell’uomo rispetto all’invidualismo neoliberista, un’idea soggettività eteroriferita, aperta all’altro e tale da far dipendere la propria identità da questa relazione; ha impedito il riflesso ideologico, consentendo di mantenere un forte ancoraggio della politica della sinistra alla concretezza dell’uomo e quasi alla corporeità del suo vivere come singolo in relazione ad altri.

Certo, per il pensiero cattolico, la persona con la sua “maschera” (pròsopon) rimanda ad un’ulteriorità e alla trascendenza, ma per il pensiero laico essa è l’essere umano nella sua finitudine. Giovanni Semerano (2005+) nei suoi studi sull’origine delle lingue europee riconduce il termine “persona” all’etrusco Phersu, il dio dell’Ade che copre il suo volto con una maschera. Phersu è “colui che partisce”, nel senso latino di “fare in parti, dividere, separare, distinguere”. Ma ciò vuol dire, innanzitutto, separare la vita dalla morte, come si lascia intendere del ruolo della divinità nelle tombe etrusche.

Ora, anche l’uomo e la donna possono dare la vita e procurare la morte, ma soprattutto nel loro agire si avvalgono della facoltà di distinguere propria dell’intelletto, così come nel mentre distinguono e agiscono dipartono, si separano da se stessi, nel senso per cui ogni loro atto è al contempo un riscattare la morte, un ec-sistere, e un avvicinarsi ad essa. Inesorabile.

Ciò consente di poter dire che il concetto di “persona” porta indissolubilmente con sé un’idea del “limite” ed implica un’etica della responsabilità.

Nel 1983 il filosofo francesce Paul Ricoeur (2005+) titolava così un suo scritto in onore del teorico e educatore del personalismo comunitario Emmanuel Mounier (1950+): “Muore il personalismo, ritorna la persona…”. Ci sembra ancor oggi calzante, soprattutto per dire che non ci serve tanto l’ennesimo “ismo”, quanto mantenere un ancoraggio metodologico all’umano e tenere aperto un dibattito sulla sua centralità nelle politiche riformiste. Questo è essenziale per il Pd e per la novità che esso rappresenta nella storia del riformismo italiano, in quanto partito nel quale si sono incontrate culture da sempre storicamente divise nelle loro forme organizzate, benchè lo fossero molto di meno nelle coscienze dei singoli.

L’incontro di credenti e non credenti nel campo progressista è una novità che meriterebbe una grande attenzione, un forte investimento culturale e un appassionato dibattito, perché è da esso e solo da esso che può venire un avanzamento per entrambi nella concezione del valore della “religiosità” e della “laicità” e anche qualcosa di analogo a ciò che per altri paesi è stata quella che Gramsci chiamava una “riforma intellettuale e morale”, la quale non può prescindere dalla sfera religiosa. In questo senso dovremmo essere interessati ad un confronto senza subalternità con la Chiesa cattolica e, anzi, auspicarne l’intervento pubblico.

Ciò che manca per la verità è, invece, una lettura analitica della vastità del fenomeno della globalizzazione, dei suoi assetti di potere e dei rapporti di forza dentro la nuova divisione internazionale del lavoro, dei nuovi soggetti continentali e dei meccanismi di riproduzione di un capitalismo finanziario che rifiuta il compromesso con la democrazia e che rischia -come diceva Tommaso Moro dei montoni nell’Inghilterra del Cinquecento- di “divorare” gli uomini in carne ed ossa. Per semplificare ci manca un’analisi delle strutture dell’economia globale, da cui far discendere misure e proposte capaci di modificarle a servizio della persona umana. In assenza di questo il mero richiamo ad un valore non basta.

 Daniele Salvi




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CULTURA
15 novembre 2011
ATTI STATI GENERALI CULTURA: COMUNICATO STAMPA

 Venerdì 11 novembre si è tenuta a Macerata la riunione provinciale in preparazione degli Stati Generali della Cultura convocati dal Partito democratico nazionale a Roma per il 3,4 dicembre.

La riunione, a cui hanno partecipato il Segretario provinciale PD Roberto Broccolo e il consigliere regionale Angelo Sciapichetti, è stata aperta da una relazione di Daniele Salvi, responsabile dell’organizzazione regionale del PD e consigliere provinciale, e conclusa da Francesco Verducci vice responsabile del Dipartimento Cultura del PD nazionale e da Pietro Marcolini Assessore alla Cultura della Regione Marche.

Nel dibattito sono intervenuti molti operatori culturali, oltre ad amministratori come il Sindaco di Macerata Romano Carancini e il vice Sindaco Irene Manzi, l’Assessore provinciale alla cultura Massimiliano Bianchini e il Direttore dell’Accademia di Belle Arti, Giorgio Marangoni.

Alla fine della riunione sono stati eletti come delegati agli Stati generali della Cultura a Roma il 3,4 dicembre: Pietro Marcolini assessore regionale cultura, Rosetta Martellini attrice, Cinzia Pennesi pianista e direttore d’orchestra, Irene Manzi assessore cultura Macerata, Renato Pasqualetti presidente Form, Marco Mencoboni musicologo e direttore d’Orchestra, Sergio Fucchi Fotografo e video maker.

Alla fine della riunione è stato approvato un documento conclusivo che alleghiamo di seguito e da cui si possono ricavare i temi della riunione e del confronto.




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CULTURA
15 novembre 2011
ATTI STATI GENERALI DELLA CULTURA: ORDINE DEL GIORNO

 Ordine del Giorno votato nella riunione dell’11 novembre della provincia di Macerata in preparazione degli Stati Generali della Cultura convocati da Partito Democratico del 3,4 dicembre

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I partecipanti alla riunione in preparazione degli Stati Generali della Cultura convocata a Macerata l’11 ottobre 2011 esprimono la loro piena e convinta adesione ai principi dell’articolo 9 della Carta Costituzionale: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

In tal senso si impegnano per quanto loro possibile nella tutela, la valorizzazione e la fruizione dello straordinario patrimonio di Beni ed Attività culturali presenti nella provincia di Macerata, costituito dalla bellezza e la varietà del paesaggio, la ricchezza e la qualità del patrimonio artistico, archeologico e architettonico (aree archeologiche, musei, biblioteche, pinacoteche, teatri, singoli monumenti e opere d’arte….), la originalità e l’importanza della tradizione musicale, teatrale e in genere dello spettacolo (Sferisterio, Musicultura, Civitanova Danza, Camerino Blues Festival, Camerino Festival, Teatro Antico di Urbisaglia, le tante stagioni di prosa e, dei vari generi musicali….).

Contemporaneamente, consapevoli della drammaticità della situazione finanziaria, prendono atto che l’impegno in questo settore si fa enormemente più complesso.

Di fronte a questa situazione apprezzano che la Regione Marche abbia scelto, con coraggio e in controtendenza rispetto ad altre aree del Paese e alle politiche nazionali, di guardare alla cultura come risorsa e come valore, inserendo questo settore tra gli assi strategici del suo Programma di sviluppo.

Oggi, di fronte di sconcertanti riduzioni nei trasferimenti statali, bisogna lavorare per sviluppare un comune sentire e una comune volontà, che eviti a livello locale una riduzione degli investimenti alla Cultura da parte di Province, Comuni e operatori privati.

In questo senso i partecipanti alla riunione in preparazione degli Stati Generali della Cultura convocata a Macerata l’11 ottobre 2011, esprimono il loro impegno per una nuova riflessione che faccia approfondire l’analisi delle situazioni concrete, partendo da rendiconti sociali ampi e percepibili della spesa pubblica nel settore, e sviluppando Progetti realizzabili che facciano della Cultura un settore strategico capace di produrre crescita culturale dei cittadini, nuovo sviluppo economico, buona e nuova occupazione e rafforzamento della coesione sociale. Assieme alle esperienze più consolidate nella nostra tradizione è necessario operare un pieno coinvolgimento con le Università e l’Accademia di Belle Arti e aprire la riflessione e l’impegno a nuove esperienze come il design, i sistemi di comunicazione, la moda, la enogastronomia.

Si tratta in sostanza di consolidare il vecchio impianto dei Beni culturali selezionando quelli su cui è prioritario investire e dare la possibilità concrete a nuove esperienze e nuovi talenti di potersi esprimere e di potersi realizzare.

In questo contesto va capita, correttamente interpretata e sostenuta la volontà di stimolare progetti condivisi fra una pluralità di Enti, lo sviluppo di sistemi e di reti che vedano il coinvolgimento anche di soggetti privati, delle fondazioni bancarie, delle Università, le Accademie, i Conservatori e gli Istituti di ricerca, favorendo l’intreccio fecondo tra il mondo della cultura e quello dell’economia e del lavoro.

Infine i partecipanti alla riunione in preparazione degli Stati Generali della Cultura convocata a Macerata l’11 ottobre 2011 impegnano i loro delegati a trasferire queste loro analisi e queste loro proposte all’interno degli Generali della Cultura convocati da Partito Democratico del 3,4 dicembre.




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CULTURA
12 novembre 2011
ATTI STATI GENERALI DELLA CULTURA: RELAZIONE INTRODUTTIVA

 "Cari Amici, vi porto a conoscenza della relazione introduttiva che ho tenuto ieri a Macerata all'iniziativa del Pd 'Verso gli Stati Generali della Cultura'. A presto". Daniele
 

Il Pd verso gli Stati Generali della Cultura – Macerata 11 novembre 2011.

 Il percorso.

 Gli Stati Generali della Cultura che il Pd ha convocato per il 3 e 4 Dicembre a Roma saranno preceduti da tanti appuntamenti provinciali aperti, come questo, per la costituzione dei Forum, l’elezioni dei delegati e per contribuire a definire dal basso la piattaforma del partito sulle politiche culturali in vista della Conferenza per la Ricostruzione che si terrà probabilmente a Gennaio, nella quale il Pd lancerà il suo Progetto per l’Italia.

 Il Forum provinciale che andiamo oggi a costituire dovrà essere una struttura aperta e stabile di dibattito, elaborazione politica e programmatica, condivisione di iniziative, progetti, proposte ed obiettivi. Ciò nell’ottica della costruzione del Pd come partito radicato, organizzato e in costante ascolto e confronto con chi opera in questo settore, come in altri, e che favorisce la partecipazione di chi iscritto o simpatizzante è interessato ad un lavoro politico sulle tematiche oggetto del Forum.

 Al termine dei lavori odierni approveremo un ordine del giorno valoriale sulle politiche culturali in ambito provinciale e regionale, perché ci poniamo, tra l’altro, l’obiettivo di rafforzare il percorso nuovo che si è aperto in questo ambito con la nuova legislatura regionale e di renderlo coinvolgente per nuovi soggetti e realtà, facendo sì che l’investimento sulla cultura, sulla conoscenza, sui saperi e i giovani resti tra le priorità strategiche dell’azione amministrativa regionale e non solo, pur, anzi, proprio perché siamo in un periodo di crisi senza precedenti.

 In questo senso raccogliamo il monito riespresso proprio in questi giorni dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a investire nella cultura contro la crisi.

 L’Orizzonte.

 Il discorso del nostro Segretario Pier Luigi Bersani a Piazza san Giovanni lo scorso 5 novembre alla grande manifestazione di popolo che è stata determinante al passaggio di fase cui stiamo assistendo proprio in queste ore e giorni ha ribadito la nostra proposta strategica al Paese e alle forze politiche dell’alleanza dei progressisti e dei moderati.

 A – Ricostruzione civica, morale, culturale, istituzionale, economica e sociale dell’Italia dopo il ventennio populistico. Ciò significa:

 - Patto per la riforma della democrazia rappresentativa e delle istituzioni repubblicane nel solco della Costituzione;

- Patto sociale per la crescita, la competitività, il lavoro e le pari opportunità.

 B – L’obiettivo, dopo l’euro, è il lavoro per la nuova generazione nel quadro di un’Europa che costruisca il suo profilo istituzionale, economico e sociale secondo l’ispirazione comunitaria, federalistica e unitaria.

 La crisi deve essere l’occasione per far fare un balzo in avanti all’Europa, perché solo così può avvenire una risposta seria alla crisi, non con il ripiegamento difensivo dentro gli Stati nazionali di cui sono state responsabili le destre al governo dei principali paesi europei e che ha rappresentato un elemento decisivo della profondità con cui la crisi ha colpito anche l’Europa, incapace di prevenirla e di rispondere ad essa in modo celere ed efficace (vedere come è stata inizialmente sottovalutata la questione Grecia).

Il tema delle politiche cuulturali e di quali politiche per la cultura in tempo di crisi va posto in questo orizzonte.

 Che cosa è successo negli ultimi anni?

 Un attacco al welfare senza precedenti che si è ammantato del populismo della destra

 Attacco, non riforma…

 Di questo attacco ha fatto le spese anche il mondo della cultura, perché la cultura è in primo luogo un pezzo del welfare state, un diritto di cittadinanza, ingrediente fondamentale della democrazia.

 Tra gli slogan negativi di questi anni ricorderemo quelli sui “fannulloni”, rivolto agli impiegati pubblici, compresi gli insegnanti, sui “bamboccioni”, rivolto ai giovani precari, la “peggiore Italia” secondo Brunetta, sui “macellai”, rivolto ai medici del SSN, e il fatidico “la cultura non si mangia”, riservato all’inutilità della cultura e di chi vi si applica. Se vi fate attenzione sono tutti slogan indirizzati contro strutture portanti del Welfare (P.A., Scuola, Sanità, Cultura), non tesi a sollecitare le energie migliori ai fini di una loro riforma, ma a mortificare ed umiliare in modo generalizzato chi le costituisce, le fa funzionare ogni giorno e le rappresenta.

 Da questa impostazione sono discesi per il mondo della cultura e del sapere tagli delle risorse senza precedenti, in controtendenza con quanto nello stesso momento facevano paesi europei a noi vicini come Germania e Francia; disarticolazioni delle relative amministrazioni, destrutturazione dei sistemi culturali, commissariamenti à la carte, senza in realtà un disegno alternativo di riforma e con un generico quanto interessato ispirarsi a forme di managerialismo d’accatto, di mercatizzazione e confusa privatizzazione dei beni culturali, di clientelismo spinto e sfacciato.

 C’era dentro questo non solo il pensiero di una destra estremista, ma la convinzione che il mondo della cultura, come quello di altri comparti del welfare, non fossero elettoralmente vicini e accondiscendenti.

 Da dove è possibile e necessario ripartire oggi?

 Innanzitutto dalla consapevolezza che la storia migliore del nostro Paese è costituita dal suo essere ed essere stato un grande produttore di cultura. L’Italia è cultura. Noi non possiamo essere il luogo in cui si circuitano soltanto i prodotti di altri paesi.

 Poi dal ripristino di risorse economiche essenziali e dalla riorganizzazione del sistema culturale nel suo complesso, ma nella consapevolezza che la crisi non consentirà politiche espansive e aggiuntive, o facili allineamenti con le percentuali di spesa di altri paesi europei.

 Quindi, la strada maestra non potrà che essere quella di una scelta strategica sulla cultura come fattore di nuovo sviluppo, investimento sul quale va garantito un necessario rimpinguamento dei fondi insieme ad un loro loro più trasparente ed efficace finanziamento (Fus, Arcus, otto per mille, cinque per mille, etc.), ma nel quadro di un’analisi attenta della spesa, di una semplificazione e razionalizzazione che favorisca economie di scala e stimoli pratiche virtuose, perché sottoposte a criteri di premialità e deterrenza.

Insomma, serve una riorganizzazione della spesa pubblica in cultura se si vuol rivendicare il protagonismo di nuove politiche pubbliche per il settore.

 E’ questa la strada intrapresa dalla Regione Marche, ad esempio con la creazione del Consorzio Marche Spettacolo, e credo che essa possa avere l’ambizione di dire la propria in ambito nazionale.

Non possiamo, infatti, dimenticare che il populismo ha goduto di un consenso senza precedenti nella storia repubblicana, anche facendo leva sul fatto che in questo campo, come in altri, non tutto è qualità e non tutto è spesa oculata e virtuosa.

 Occorre, dunque, ripartire con politiche culturali che tengano conto di questo, e cioè del fatto che il welfare, questa anomalia europea, se vuol avere un futuro ed essere -come noi europei pensiamo- addirittura qualcosa da “esportare” negli altri paesi del mondo, che ne sono privi e viaggiano più veloci di noi, deve dimostrare che ogni euro speso per esso è speso bene, senza sprechi e privilegi, e che ha un ritorno positivo per la comunità, non solo per i beneficiari di prima istanza, ma anche per lo stesso ciclo economico di produzione della ricchezza. Altrimenti, ci sarà sempre qualcuno che pensa di farne a meno, cominciando dalla cultura…

 In questa chiave diventa importante anche per la cultura la riforma fiscale che come Pd proponiamo, e cioè spostare il peso fiscale dal lavoro e dall’impresa alle rendite e ai patrimoni, così come è essenziale la rivisitazione dei meccanismi d’incentivo fiscale alle erogazioni liberali, la riduzione dell’IVA per alcuni prodotti, la tassazione di scopo (es. la tassa di soggiorno).

 Ma bisogna ripartire anche dalle comunità locali e dai territori.

 La situazione è drammatica:

 La Regione ha i cinque/sesti delle risorse trasferite decurtate.

Province e Comuni vedranno aumentare da qui al 2013 i tagli che li riguardano.

I cittadini dal prossimo anno (2012) cominceranno a percepire realmente l’effetto cumulato dei tagli ai vari livelli in termini di riduzione dei servizi.

 Il nostro messaggio è chiaro:

 salvaguardare il più possibile la spesa nel sociale e nella cultura; chiediamo agli amministratori locali che su questi due settori si razionalizzi, si elimini la spesa improduttiva, ma si riservi una grande attenzione a tutela di un tessuto di coesione sociale e di vitalità e crescita delle comunità locali.

 Contestualmente, siccome sta cambiando un’era geologica, il passaggio è davvero epocale, non ci si può limitare a questo. Occorre riscrivere il sistema, a partire dal rapporto tra centro e periferia, penso agli uffici periferici e territoriali del Ministero, alle Sovrintendenze, che così come sono ridotte oggi vengono percepite per gli ostacoli che pongono allo sviluppo, piuttosto che per l’azione che svolgono a servizio del territorio, fino a giungere al livello regionale e provinciale, dove occorre selezionare, eliminare duplicazioni, costruire reti e concentrare le poche risorse sulla produzione, la sperimentazione e la gestione sostenibili.

 L’orizzonte a cui dobbiamo guardare anche dai territori è l’Europa 2020 sostenibile, intelligente ed inclusiva.

 L’obiettivo di agganciare la nuova programmazione 2014-2020, con le sue novità di non poco conto, deve costituire già oggetto di lavoro preparatorio e formativo in primo luogo da parte delle istituzioni.

 La frontiera è la qualità sociale, che va elevata a partire dai territori per ritagliarsi un ruolo alto nella nuova divisione nazionale e internazionale del lavoro.

 La Provincia di Macerata ha le carte in regola per partecipare a questa scommessa.

 La comunità provinciale ha diversi punti di forza:

  •  un sistema bibliotecario di prim’ordine (basta pensare al milione di libri conservati nella Biblioteca Mozzi Borgetti, o alle trecentine della Valentiniana di Camerino), che progredisce nella catalogazione, digitalizzazione e con il progetto Biblionet, finanziato dalla Regione, avrà nuove possibilità dall’intreccio con le nuove tecnologie, il wi-fi, la consultazione per e-book, etc;
  •  un sistema degli archivi ben strutturato e collegato con l’Archivio di Stato;
  •  un sistema museale che le altre Province non hanno in modo completo e integrato come il nostro, di cui vanno segnalate le sottoreti dei Musei Archeologici e dei Musei Scientifici e che rappresenta la prova vivente che il “compromesso storico” con il mondo ecclesiastico, depositario di molta parte del patrimonio e dei beni culturali del territorio, è non solo possibile, ma è realtà. Gli investimenti su Palazzo Bonaccorsi di Macerata, tra l’altro, dovrebbero servire a fare di quel museo l’òmphalos del sistema museale di area vasta;
  •  una rete dei Teatri storici interamente recuperata grazie ai fondi della ricostruzione post-sisma e che si avvale del supporto dell’Amat per importanti stagioni di prosa.

 E poi raccolte, depositi, collezioni, centri studi, aree archeologiche (da Potentia, a Urbs Salvia, da Helvia Ricina a Septempeda, da Pausula a Plestia), che meriterebbero maggiore attenzione.

 Rispetto a questo ingente patrimonio la domanda è: riusciamo a garantirne la fruibilità? Quale affinamento delle reti e quali nuove iniziative vanno intraprese per non pregiudicare il servizio finora fornito? Quali problemi della gestione vanno tematizzati con urgenza? Fino a quando possiamo tollerare situazioni croniche di precariato professionale?

 La nostra provincia è terra di rassegne musicali, festival, forme di spettacolo dal vivo che hanno raggiunto livelli di alta qualità: Sferisterio Opera Festival, Musicultura, Civitanova Danza, San Severino Blues Festival, Teatro Antico di Urbisaglia, Camerino Festival, Popsophia…ma anche Lunaria, Appassionata, Musicamdo in Jazz, etc.

 Quasi tutte queste esperienze hanno un pregio in comune: fare cose eccellenti con poche risorse e questo è un grande merito, oltre ad essere un incoraggiamento a continuare sulla strada dell’efficienza nella sobrietà.

 Sullo Sferisterio, vista la discussione ancora in corso in queste settimane, non possiamo non dire qualcosa in questa sede:

- innazitutto che occorre abbassare i toni; non credo, infatti, che giovi all’immagine del teatro all’aperto dare sfogo ogni anno a tutte le polemiche possibili e immaginabili, insieme alla pletora di ricette occasionali;

- poi Provincia e Comune devono uscire immediatamente dall’impasse, mettendo ciascuno da parte rigidità e lese maestà;

- tutti convengono che il prossimo anno sarà di transizione, ma la stagione lirica va fatta e quindi bisogna accelerare;

- se si conviene su questo, allora lo scontro non può essere sull’imporre il direttore artistico di rispettivo gradimento, perché andrà scelto più avanti, mentre adesso occorre trovare un punto di sintesi onorevole che garantisca la realizzazione della stagione 2012 e che essa sarà sufficientemente qualitativa;

- In prospettiva il Sof, pur mantenendo la sua autonomia (per cui non hanno luogo ad esistere le sterili e demagogiche prese di posizione della Pdl capace soltanto di agitare paure e particolarismi rispetto ad improbabili fagocitazioni da parte di altri teatri in ben più grandi difficoltà e senza la storia dello Sferisterio), dovrà aprirsi a collaborazioni non solo informali con altre realtà della lirica delle Marche, nella direzione che è richiesta a tutti e quindi anche al Sof di mettersi in gioco in una fase nuova e difficile, dove le risorse sono scarse.

 Oltre allo Sferisterio, che assorbe sempre così tante attenzioni, non dobbiamo dimenticare quel vasto pulviscolo di iniziative e realtà, che si poggia per lo più sul volontariato e che è una realtà vitale della nostra provincia e regione, fatto di folklore, rievocazioni storiche, teatro amatoriale, corali, corpi bandistici, dove pure si porranno esigenze di razionalizzazioni e nuove sinergie.

 Ma la nostra provincia è anche terra di due Università, Camerino e Macerata, che, insieme all’Accademia di Belle Arti di Macerata, possono integrarsi anche sul terreno delle politiche culturali. In particolare in:

- conservazione e restauro;

- tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico e architettonico, del paesaggio e dei centri storici;

- studi storici e per l’economia del turismo;

- formazione di competenze e nuove professionalità;

- qualificazione e valorizzazione museale.

 Le Facoltà di Architettura, Chimica, Geologia, Informatica per l’Ateneo camerte, quelle di Lettere, Economia, Scienze della formazione e Beni Culturali per l’Ateneo maceratese, così come gli insegnamenti e i progetti dell’Accademia potrebbero essere sinergiche sui terreni indicati.

 Ma da loro può venire anche un contributo essenziale nel rapporto con il mondo economico, produttivo e imprenditoriale su terreni come l’ICT, le energie rinnovabili, le scienze della vita, le tecnologie, etc. Le Università sono luoghi di ricerca e d’innovazione, che devono puntare non solo al “trasferimento” tecnologico, ma all’ “accompagnamento” e alla “maturazione” tecnologica delle imprese e dei sistemi locali, per fare del territorio provinciale -come ha detto in occasione del suo insediamento a Rettore dell’Università di Camerino, il maceratese Flavio Corradini- un “distretto della conoscenza” o -potremmo dire noi- un “ecosistema territoriale dell’innovazione”.

 E’ in questo ambito che va inserita la progettualità dei Distretti Culturali Evoluti su cui intende investire la Regione Marche; così come sarebbe interessante attivare in modo collegato a tale progettualità e cofinanziato da enti, istituzioni e mondo imprenditoriale un programma di Dottorati executive così come finalmente condiviso nel recente accordo tra Crui e Confindustria.

 Nella direzione di un più forte rapporto con il mondo produttivo mi pare si stia muovendo anche l’Accademia di Belle Arti di Macerata, consapevole del fatto che grandi potenzialità si aprono nei campi dell’arte applicata ai prodotti, del web design, della grafica, del “bello e ben fatto”, della creatività connessa la made in Italy (design, cibo, moda/Tac), che ha in provincia di Macerata e nelle Marche punti di eccellenza di rilievo nazionale e internazionale.

 Investire in cultura.

 Il grande successo di pubblico e di attenzione della recente iniziativa dell’Assessorato regionale alla Cultura “Imprese per la cultura in tempo di crisi”, tenutasi a Fano lo scorso 4 novembre, ci dice che c’è una grande attenzione da parte del mondo imprenditoriale alla ricerca di nuove strade. Questa esigenza credo esista anche nel tessuto produttivo maceratese, dove la microimpresa sta subendo una moria, come testimoniano le cifre sensibilmente negative nel rapporto tra decessi e nuove aperture d’imprese (-4%), e dove esistono medie imprese affermate in settori congeniali all’incontro con la cultura:

- c’è un’esigenza d’innovazione nel settore manifatturiero e di diversificazione dello sviluppo locale. Lo dimostrano le alte percentuali d’industrializzazione manifatturiera nelle Marche rispetto al sistema Paese, che fanno il paio con l’alto valore aggiunto della cultura sul totale dell’economia regionale;

- il connubio tra impresa e cultura può avvenire perché si vede nella cultura un investimento, non tanto mecenatesco, ma soprattutto redditizio, capace cioè di valorizzare i prodotti, collegandoli al territorio e alla sua cultura, ma anche di dare un forte ritorno ritorno d’immagine (es. Della Valle/Colosseo, ma le modalità di coinvolgimento dei privati nel sostegno allo Sferisterio che si era avviato con l’Amministrazione provinciale Silenzi): ciò richiede però un forte cambiamento di mentalità e di approccio nel rapporto sempre più importante tra pubblico e privato. Occorre passare dalla sponsorship alla partnership.

Proprio questo, tra l’altro, è il tema che sta dietro la necessità di adeguare lo strumento giuridico di gestione dello Sferisterio, e cioè il fatto che i privati, i soggetti del territorio che versano ogni anno 100-200-300 mila euro non possono più essere tenuti fuori dalla porta della stanza dove si decide!

- l’investimento in cultura consente infine di sposare l’innovazione, rendere più belli e competitivi i prodotti, ma perché l’investimento possa diventare emulativo e dare vigore alla responsabilità sociale d’impresa, occorre che diventi anche conveniente, che sia favorito cioè da defiscalizzazioni, politiche di sostegno ai settori innovativi, oltre che da un certificato e risconoscibile ritorno d’immagine: crediti d’imposta, misure per la creazione d’impresa, start up, spin off, reti d’impresa, possono essere strumenti per sostenere e favorire imprese culturali e creative, che già rappresentano una realtà del tessuto produttivo marchigiano e maceratese, ma che possono avere un grande sviluppo in linea con l’evoluzione delle realtà e delle politiche europee.

- Tutto ciò richiede una nuova leva imprenditoriale, formazione adeguata di competenze, diritti per le nuove professioni, apertura delle nicchie e dei settori corporativi, facilitazioni all’accesso e nuove opportunità, in particolare per i giovani.

 Potremo inserire qui ulteriori spunti legati alle città creative, alla necessità di nuovi strumenti programmatori e urbanistici per la tutela del paesaggio, la limitazione dell’uso del suolo per nuove edificazioni, la riqualificazione dei fondovalle e la possibilità di favorire una nuova capacità attrattiva dei centri storici, il sostegno a forme ecosostenibili di edilizia, la fertilizzazione culturale dei luoghi spontanei e spesso anonimi di aggregazione dei giovani e così via…

 Siamo ritornati al punto di partenza.

 Il lavoro per la nuova generazione, l’apertura a nuove energie e intelligenze di un Paese stanco e sfibrato, l’attrazione di talenti, progetti, risorse e investimenti al posto della loro fuga e dispersione.

 Ricostruire è sempre anche innovare. Non c’è ricostruzione che non sia stata al contempo innovazione; quando si ricostuisce s’innova! E’ stato così dopo la guerra; è stato così per noi marchigiani dopo il terremoto; dovrà essere così dopo il ventennio populistico e dopo la crisi senza precedenti dell’Occidente opulento e dell’Europa che invecchia. Questo è oggi il compito della cultura, di chi fa cultura, anche di quella che anima i territori e le comunità locali.

 Buon lavoro a tutti noi, con il Partito democratico!

 

 

 

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 12/11/2011 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
7 novembre 2011
VERSO GLI STATI GENERALI DELLA CULTURA

 

Carissime e carissimi,

ci fa piacere ricordarvi che il prossimo venerdì 11novembre alle ore 17 presso l’aula A del dipartimento di Filosofia in via Garibaldi a Macerata, si terrà la riunione in preparazione degli ‘Stati generali della Cultura’ che il Partito Democratico terrà a Roma nelle giornate del 3 e 4 dicembre.

Vogliamo farne un’occasione importante di confronto con voi sul Documento regionale di preparazione, ma anche sui problemi legati ai Beni e alle Attività culturali della nostra provincia e della nostra regione, anche alla luce della situazioni di assoluta novità che si prospettano in questo settore a causa delle restrizione finanziarie dei prossimi anni.

Contiamo sulla vostra partecipazione e sul vostro contributo.

Roberto Broccolo

Segretario Unione provinciale

Daniele Salvi

Organizzatore PD regionale





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politica interna
6 novembre 2011
L’ITALIA IN UNA PIAZZA
 


Tantissima gente, tantissimi giovani. L’Italia consapevole era ieri a Piazza San Giovanni. Il Partito Democratico c’è, l’alternativa c’è. Come si addice ad uno dei momenti più delicati della vita nazionale, quando la partecipazione non è solo obbligatoria, ma contagiosa, portatrice di speranza, più ancora che di rabbia.

La più grande forza d’opposizione è pronta per governare e soprattutto ha le idee chiare. Pier Luigi Bersani, questo segretario che ci si è incaponiti a dipingere come uno d’altri tempi e un pò mogio, rivela ogni volta di più la statura del personaggio e la pasta di cui è fatto.

E’ lui, insieme a un gruppo dirigente fatto di persone serie, che ha rimesso nel solco di una strada lunga e dritta il partito dei riformisti del nuovo secolo e ha tracciato ieri con il suo intervento una vera e propria road map della ricostruzione civica, culturale, istituzionale, economica e sociale dell’Italia, dimostrando di avere un’idea di Paese in testa.

E’ un vero e proprio ordo idearum quello che ieri ha avanzato al popolo democratico, senza astrattezze, ma con la forza che assumono le parole quando rappresentano delle sintesi di problemi compresi, sviscerati, da cui si è estratto il succo vero, la sostanza delle questioni.

Fiducia, verità, equità, i pilastri da cui ripartire per ricostruire l’Italia dopo il ventennio del populismo mediatico e plebiscitario rappresentato dal berlusconismo, potere economico che si è fatto immediatamente politico nel tempo dell’ideologica fine di tutte le ideologie (della storia, della politica, dei partiti, del lavoro, dello stato, etc, etc.); ma anche destra profonda della storia d’Italia che nel crollo delle paratie della prima Repubblica è esplosa come una bomba d’acqua, fino allora soltanto affiorata in modo carsico (anche se spesso tragico) nella vicenda nazionale.

Per scalzarla serve la buona politica, che è autorevole nel chiedere sacrifici, perché inizia da se stessa nel farli. L’alternativa è ormai secca: o populismo o riforma della democrazia nel solco della Costituzione. Tertium non datur. Ricostruire significa riforma delle istituzioni repubblicane e nuovo patto sociale per il risanamento, il lavoro e la crescita. Il nuovo obiettivo, dopo l’euro, è il lavoro per la nuova generazione nel quadro di un’Europa che va avanti e non indietro, come sono riuscite a fare le destre al governo dei vari Stati europei.

E poi tante proposte sui temi più importanti e sentiti, quelli che dovranno significare concretamente che il cambiamento è in atto, uno per tutti il ruolo delle donne nella società. Dignità. L’Italia non merita il posto in cui Berlusconi l’ha cacciata. Il Pd vuol costruire il più ampio schieramento, ma facendo valere la propria forza, da cui non si può prescindere, nonostante i mille giochini che si stanno tentando da più parti.

Il centrosinistra ha bisogno di credibilità e Bersani ha annunciato che diversi bulloni sono stati tirati nel rapporto tra le forze del nuovo Ulivo, ma la proposta è per tutti quella dell’alleanza dei progressisti e dei moderati per una legislatura di ricostruzione nazionale.

Unità per la ricostruzione e responsabilità per chi milita nel Partito Democratico, dal primo dirigente all’ultimo iscritto. Altrimenti non si è all’altezza del compito e si finisce per fare il verso al berlusconismo, anche a sinistra, anche nel Pd.

Il Pd è pronto ad assumersi le sue responsabilità in un governo di transizione per affrontare l’emergenza economica e istituzionale, ma, se questo non fosse possibile nei prossimi giorni, occorre ridare voce ai cittadini per aprire una fase nuova della vita della Repubblica.

Eravamo tanti, siamo ritornati, sappiamo cosa fare.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 6/11/2011 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
3 novembre 2011
"Cari Amici, sabato prossimo tutti a Roma per ricostruire l'Italia!"




permalink | inviato da Daniele Salvi il 3/11/2011 alle 7:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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