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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
23 aprile 2010
25 Aprile 2010


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22 aprile 2010
SISTEMA TURISTICO: SI E’ FATTA UNA SCELTA BUROCRATICA

 

Si è persa un’occasione per unire il territorio. La decisione assunta dal Consiglio Provinciale,  nella seduta del 19  aprile scorso, di dare vita all’Associazione di promozione turistica “Terra delle Armonie”, nonostante il lungo dibattito in quella sede, è stata presa senza dare ascolto a nessuna delle proposte dell’opposizione.

All’esigenza di costituire un unico sistema turistico provinciale, obiettivo che anche la precedente amministrazione aveva perseguito e su cui c’era la più ampia disponibilità a discuterne da parte dell’opposizione, si è risposto con la sola forza dei numeri.

Si è preferita una scelta burocratica, con la costituzione di un nuovo contenitore, disciplinato da uno statuto farraginoso, dove le scarse risorse a disposizione rischiano di servire per pagare il compenso del direttore amministrativo, dei revisori dei conti e i rimborsi spesa, mentre i Comuni non avranno alcuna voce in capitolo.

Si torna indietro di 15 anni in una materia strategica per lo sviluppo della comunità provinciale, in barba all’esigenza di semplificare i livelli di governo, di costruire luoghi flessibili della programmazione, che si raccordino con la Regione e demandino la gestione agli enti locali e agli operatori privati.

L’eccesso burocratico è confermato dalla previsione di “distretti” e “club di prodotto”, che a loro volta potranno darsi ulteriori forme giuridiche e modalità organizzative, così come schematica appare la suddivisione del territorio in montagna, collina e costa, contro ogni logica d’integrazione territoriale, settoriale e tematica.

Si è giunti a presentare in Consiglio una proposta senza nessun coinvolgimento formale dei Comuni, tant’è che non è stata convocata la sempre evocata in passato Conferenza delle Autonomie, né si è dato vita ad alcun momento preventivo e pubblico di condivisione su quale fosse lo strumento migliore da adottare, affinchè le tante risorse turistiche del nostro territorio possano essere soprattutto conosciute e costituire perciò una reale fonte di reddito e di occupazione per gli operatori.

Si è fatta una scelta che le altre province delle Marche hanno evitato privilegiando, come da noi proposto, lo strumento più semplice, senza costi e più efficace del protocollo d’intesa tra Comuni, privati e Provincia.

 

20 aprile 2010
SCENARI E MODELLI: ALCUNE CONSIDERAZIONI DOPO IL VOTO

 

Adesso che le polveri della competezione elettorale e dei commenti a caldo si è diradata, è possibile con maggior tranquillità esprimere alcune considerazioni sull’esito del voto e gli scenari anche locali che esso ha determinato.

Il primo punto riguarda l’astensionismo. Credo abbiano ragione quanti individuano nel calo della partecipazione e nella radicalizzazione del voto, elementi propri della consunzione di un intero ciclo della rappresentanza politica e sociale. Il bipolarismo, così come lo abbiamo conosciuto, aveva promesso una maggiore partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni, in primo luogo rispetto a chi dovesse governarli, e invece dopo quindici anni di mancate riforme, in primis quella della politica e dei partiti, si sta spegnendo nella sfiducia, nella disillusione e nella rabbia di chi va ancora a votare. Non è in discussione l’alternanza di governo, dato ormai acquisito, ma la credibilità delle proposte e la possibilità di attuarle, il che richiede istituzioni e regole che consentano la governabilità, proprio per evitare tentazioni plebiscitarie e una democrazia non più “bloccata”, ma tuttavia “dimezzata”.

Il secondo punto riguarda i due principali partiti. Il Pdl perde, vittima dell’astensionismo e della radicalizzazione del proprio elettorato verso la Lega; il Pd è in ripresa rispetto al 2009, ma -ben al di sotto dei risultati del suo debutto e delle aspettative della vigilia- cede voti all’Idv e ai partiti minori e soffre anch’esso l’astensionismo.

Nel Pdl si apre una dialettica che non riguarda soltanto la successione a Berlusconi, ma il rapporto con la Lega e la costruzione di un centrodestra di profilo pienamente costituzionale ed europeo. Il Pd non può che guardare con attenzione a questo processo politico e alla sua evoluzione.

Il Pd riceve dall’esito del voto, certamente migliore dei risultati del 2009, l’indicazione che se la delusione per Berlusconi è palpabile, l’alternativa non è ancora chiara, né percepita dall’elettorato come praticabile. Per questo il lavoro da fare riguarda da un lato il progetto per l’Italia, il radicamento del partito, e dall’altro la massima apertura sul terreno delle alleanze. Non c’è una politica dei due tempi, prima l’identità e poi le alleanze; c’è un lavoro che ha un unico obiettivo, la costruzione dell’alternativa, e che si distribuisce sia sul rafforzamento del profilo politico, programmatico e sociale del partito, sia sulla sua capacità di tessere alleanze a partire dalle priorità del Paese.

Il terzo punto riguarda, appunto, le alleanze. Il rapporto con l’Udc non è meramente pragmatico, né illuministicamente strategico; è più semplicemente politicamente necessario per il Pd e per l’Udc. Nelle Marche si è visto che la convinzione nel perseguire un disegno politico è un fattore essenziale della sua riuscita. Ciò vale sia per il coraggio dimostrato dal Pd nel dar vita ad un accordo che i cittadini hanno ampiamente premiato, ma anche per dire che nello stesso giorno l’Udc che convintamente ha sposato il progetto regionale tiene il suo elettorato a livello regionale e nella provincia di Macerata, mentre l’Udc che nelle comunali di Macerata sceglie all’ultimo momento “per convenienza” il Pdl perde elettorato e perde le elezioni.

Infine, una considerazione sul cambiamento di scenario che questo voto ha determinato nelle Marche e nella provincia di Macerata. Meno di un anno fa il centrodestra vinceva nelle province di Ascoli Piceno e di Macerata; in quest’ultima con una formula che -si disse- doveva essere un “modello” da esportare per la Regione e per il Comune di Macerata. Oggi, nella provincia di Macerata il rapporto tra gli eletti consiglieri regionali per la prima volta si ribalta a favore del centrosinistra (5 a 4) e la giunta regionale appena varata vede un’ottima rappresentanza del nostro territorio. Al Comune di Macerata vincono Romano Carancini e il centrosinistra. Ora, quel “modello” appare piuttosto una “parentesi” relegata nelle stanze di Corso della Repubblica.


 


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 20/4/2010 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
18 aprile 2010
Idee-forza cercasi...

Voglio segnalarvi l'interessante proposta avanzata dal nostro responsabile nazionale Economia Stefano Fassina per il superamento del precariato, l'universalizzazione di diritti minimi a tutto il mondo del lavoro e per una flessibilità che non sia precarietà. Mi sembra una proposta che ha il pregio della chiarezza, in un mondo intricatissimo come quello della legislazione sul lavoro, della concisione, e quindi della sua divulgabilità, e credo anche e soprattutto dell'efficacia. In questo modo dovremmo procedere su altre questioni fondamentali: fisco, scuola, riforme istituzionali.


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9 aprile 2010
Vitaviva Italia Srl.-presentata oggi interpellanza al Presidente della Provincia
 
A seguito della situazione che ha investito la Vitaviva Italia di Castelraimondo e che ha sollevato l'agitazione dei lavoratori dello stabilimento, questa mattina ho presentato al Presidente della Giunta provinciale di Macerata un'interpellanza a risposta orale, per sollecitare la discussione già dal prossimo consiglio provinciale.

L'interpellanza ha anche l'obiettivo di capire quali azioni la Giunta provinciale intende mettere in atto per lo sviluppo occupazionale, oltre che produttivo, del territorio.
 
7 aprile 2010
Luca Ricolfi: "Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale"

Un saggio come se ne trovano pochi oggi. Avrebbe meritato di essere al centro della 'battaglia delle idee' delle appena trascorse elezioni regionali e invece, come accade ormai da troppo tempo a questa parte, si è parlato d'altro. Documentato, approfondito, innovativo e soprattutto incentrato su un tema d'estrema attualità, quello della tenuta unitaria del nostro Paese e della sua capacità di modernizzarsi non come argomento retorico, ma estremamente concreto, fondato cioè sugli squilibri territoriali e regionali e sulla possibilità di adottare indicatori e criteri più consoni ad una lettura effettuale della realtà italiana, Ricolfi si pone come obiettivo minimale quello di capire a che punto è giunta la 'notte' del nostro Paese. Il tunnel del declino di produttività e di mancata crescita imboccato da circa un ventennio o forse più sembra infatti proseguire inesorabile nonostante lo shock della crisi economica in corso ed egli in modo disincantato rivolge un estremo appello alla classe dirigente politica e non solo del paese perchè faccia quelle scelte che ormai da troppo tempo sono rinviate e che l'appuntamento dell'attuazione del federalismo fiscale già nei suoi primi passi sembra compromettere. Il 'sacco del Nord' è l'appesantimento che le parti più produttive del Paese hanno in parte subito (forse in parte esse stesse alimentato nell'assetto della vecchia costituzione materiale del paese per cui al Nord si produceva e al Sud si consumava) e che oggi rischia di strangolare l'intera nazione, se non si ristabiliscono equilibri e responsabilità e soprattutto se non si superano vecchi luoghi comuni come quello del divario tra Nord e Sud del Paese. Ma per fare questo occorrono lenti più appropriate, quelle della contabilità nazionale liberale che Ricolfi cerca di definire nei suoi criteri ed indicatori principali e che richiederà un impegno di analisi e di raccolta dati che possa affinarla perchè contribuisca a descrivere e possibilmente a guarire il nostro Paese attraverso una visione condivisa del suo stato attuale e soprattutto del suo futuro.

 Luca Ricolfi: "Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale", Guerini e Associati, Milano 2010, pp. 272

 

 

 


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1 aprile 2010
Elezioni regionali 2010: siamo obiettivi, non masochisti
 
Nelle Marche abbiamo ottenuto una grande vittoria, ma non è di questo che voglio parlare. Cercherò di farlo prossimamente e con maggior dovizia di particolari. E’, invece, la lettura odierna dei quotidiani e del surreale dibattito che si sta innescando nel Pd che mi spinge a scrivere.

A giudizio degli analisti politici più avveduti il voto politico del 2008 aveva sancito la fine della transizione italiana, visto il divario elettorale senza precedenti che in quella consultazione si era registrato tra gli schieramenti. Le sconfitte a Roma prima e poi nelle Regioni Sardegna e Abruzzo avevano confermato una tendenza che sembrava non episodica. Il voto di giugno 2009, europeo e amministrativo, avevano relegato il Pd nella ridotta fascia del 26% dei consensi e registrato la perdita della maggioranza delle province e delle città.

E’ possibile dimenticare tutto questo in pochi mesi? Ha senso parlare di “sconfitta grave” con riferimento al voto regionale da parte di dirigenti di primo piano da cui ci si aspetterebbe un’analisi più approfondita e soprattutto non banale? Quale espressione avremmo ancora a disposizione se avessimo dovuto commentare la tenuta di 3-4 regioni, se fossimo cioè rimasti ai livelli di consenso delle scorse elezioni europee e soprattutto non avessimo rimesso in gioco la forza del Pd tessendo nuove e più ampie alleanze?

C’è da augurarsi che il masochismo della sinistra non raggiunga livelli stratosferici, perché di questo stiamo parlando in questo avvio di dibattito post-elettorale.

Non avremmo vinto in Puglia e Liguria senza aver aperto con coraggio il rapporto con l’Udc. Solo la mancata presentazione delle liste ci ha consentito alla fine di poter competere nel Lazio, dove la partita era persa fin dall’inizio, come testimonia prima di ogni cosa il fatto che nessun dirigente del nostro partito, a partire da quelli che adesso sentenziano, si era messo con generosità realmente a disposizione. Dobbiamo blandire i “grillini” rispetto all’esito elettorale in Piemonte o piuttosto evidenziarne le responsabilità, tipiche di ogni massimalismo che produce l’esatto contrario di ciò che dice di voler combattere?

Che la nuova destra vinca nella regione simbolo dell’unità d’Italia ci dice molto di più di tanti libri sulla reale crisi dello Stato unitario.

Di che cosa parliamo allora? Sarebbe meglio parlare del fatto che la forza di questa nuova destra a distanza di quindici anni non si è scalfita e il voto regionale per certi versi conferma proprio questo, pur in presenza di una nostra ripresa e mentre è in atto un progressivo e più veloce logoramento delle energie sane e del tessuto civico e democratico del paese.

Dovrebbe interessarci non tanto il “non più”, che ci si rimprovera di aver abbandonato, quanto il “non ancora” che dobbiamo costruire, perché se qualcosa da rimproverarci abbiamo è proprio l’essere rimasti per un verso troppo prigionieri delle vecchie alleanze di centrosinistra e per  l'altro –non tanto per causa nostra- non essere riusciti a stringere alleanze con pezzi di mondo moderato, essenziali per competere e vincere. Penso alla Campania e alla Calabria.

Insomma, non abbiamo sufficientemente destrutturato quell’architrave dell’alleanza con la Lega al Nord e con settori moderati al Sud, su cui da quindici anni Berlusconi e oggi con lui un partito poggiano come punto di sintesi e di mediazione non solo politica, ma anche nazionale.

Il Pd deve ragionare di questo e anche del fatto che a Congresso appena chiuso e con la scadenza elettorale regionale molto ravvicinata non si è stagliato con sufficiente nitidezza di proposta il nostro dichiarato voler tornare ai problemi delle persone in carne ed ossa, ai problemi veri del paese, che deve continuare a rappresentare come dice Bersani la nostra missione, ma che necessita di un lavoro distribuito su tempi più lunghi e che richiederà ancora più impegno e fatica per costruire quell’alternativa di cui l’Italia ha drammaticamente bisogno.


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