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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
CULTURA
2 maggio 2013
LETTURE

Cari Amici,

nel tempo intercorso dall’ultimo post sul tema ho potuto coltivare alcune letture che vi segnalo. La prima riguarda il libro di Lucio Villari su Niccolò Machiavelli (L.Villari: “Niccolò Machiavelli”, Piemme Pocket, Casale Monferrato 2003, pp. 240); un testo che proprio in questi giorni credo si a stato ripubblicato con lievi rimaneggiamenti in concomitanza con il cinquecentenario della nascita dell’opera principale del segretario fiorentino, “Il Principe”. Il libro, agile e scorrevole per via della scelta, tipica di Villari, di unire stile romanzato e saggio storico, tratteggia in modo avvincente la personalità e l’opera del Machiavelli, che pensò la politica come opera d’arte e in questo dimostrò d’essere uomo del suo tempo. Passione, scavo analitico, stile libertino, spirito indomito e “repubblicano”, gusto per la letteratura, Machiavelli viene restituito a tutto tondo fuori dai luoghi comuni e dalla distorsione volutamente malefica di cui la sua immagine è stata vittima. Un altro libro è quello di Bruno Arpaia e Pietro Greco, “La cultura si mangia!”, Guanda, Parma 2013, pp. 175. Si tratta di un pamphlét sul tema della cultura e del suo nesso con lo sviluppo e il lavoro, nesso poco percepito e sostenuto in Italia, ma già realtà nei paesi, anche europei, che hanno raccolto la sfida della “società della conoscenza”, creando degli “habitat adatti all’innovazione” e puntando con investimenti sensibili sul cosiddetto “tringolo della conoscenza”, così come formulato da Umberto Eco: industria culturale e creativa, formazione, ricerca e sviluppo. Utile la ricognizione che i due autori fanno delle situazioni e delle esperienze in questi campi, rivolgendo un’attenzione particolare ai dati concreti dell’investimento in cultura fatto dal nostro Paese (ahimè!) e dagli altri stati non solo europei. Pregevole il continuo riferimento, sia per i dati che per l’adozione di un concetto ampio e trasversale di “cultura”, alla ricerca “L’Italia che verrà”, promossa dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere e che ha avuto come partner esclusivo la Regione Marche, molto impegnata intorno al binomio cultura-sviluppo. Questo libro, insieme all’altro testo “Cultura e sviluppo locale”, AA.VV., Prisma, Rivista dell’Ires Marche – Cgil, N° 1/2012, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 126, starebbero bene sul tavolo del nuovo Ministro per i Beni e le Attività culturali Massimo Bray, che sappiamo essere persona molto bene informata dei fatti e della materia che è stato chiamato ad amministrare, al quale facciamo i migliori auguri di buon lavoro. Il numero della rivista citata contiene alcuni articoli d’inquadramento generale e altri specifici sulla realtà marchigiana di utile lettura non solo per gli addetti ai lavori. Infine, un libretto denso e molto attuale; si tratta dell’ultimo scritto dello storico dell’economia Giulio Sapelli (G. Sapelli: “Chi comanda in Italia?”, Guerini e Associati, Milano 2013, pp. 151) che tratta il tema del potere, delle classi dirigenti e della loro circuitazione italica dentro il nesso economico-politico-democratico tra nazionale e internazionale nella fase attuale e con riferimenti alla nostra storia più o meno lontana. Sapelli, si sa, è studioso onnivoro di ogni materia e scrittore spesso ellittico e al contempo fulminante nelle sue osservazioni e considerazioni. Una sua frase riesce ad aprire uno squarcio e ad illuminare come raramente capita; così succede in più passi di questo libro sul destino della nostra Nazione, sempre analizzato nel contesto delle linee di tendenza globali che vedono in azione poteri invisibili, visibili e oligarchici. La forza del pensiero di Sapelli, a volte volutamente apodittico e solo in apparenza poco coerente, è quello di offrire una lettura controcorrente dei rapporti di forza “situazionali” e dei poteri più o meno “periclitanti”, senza smarrire mai dati reali e inquadramento globale. L’autore spazia nella storia: Dante, Petrarca e Machiavelli, Cavour, Giolitti, il Fascismo, la Resistenza e la lotta di Liberazione, il primo centrosinistra, la rivoluzione conservatrice, la globalizzazione economica e l’ultimo ventennio italico fino ai fatti di oggi.

  

E allarga lo sguardo sul presente e il passato recente: la centralità del rapporto transatlantico, il secolo asiatico e la sfida del Pacifico, il ruolo importante dell’Inghilterra nelle vicende italiane, l’Europa germanocentrica, la globalizzazione, con il suo portato di privatizzazioni senza liberalizzazioni, di “ordini” -come quello giudiziario- che trasmutano in “poteri” e di potenza del circuito mass-mediatico, che rompe un ordine “poliarchico” ormai consunto (quello costituito da sindacati, partiti, grande impresa, impresa di stato, Banca d’Italia) e mette in scacco la politica e le sue classi dirigenti, deboli, perché troppo compromesse (come del resto tuttora) con l’economia. I tecnici sopra tutti.

La fine di un ciclo economico e politico nella nostra Italia fa tornare alla mente quel momento fulgido delle classi dirigenti della Resistenza, fatte di “anti-italiani”, formatisi nel carcere, nel confino, nella clandestinità o in ambienti politici a prova di sopravvivenza, che seppero -proprio perché profondi conoscitori sulla propria pelle dei vizi italici- dirigere: fondare la Repubblica, scrivere la Costituzione e ricostruire l’Italia. Ad esse bisogna tornare a guardare, nella speranza che un nuovo ordine internazionale e mondiale, essenziale per uscire dalla crisi, si materializzi, mentre la “crisi della direzione politica” sembra essere un fenomeno non soltanto del nostro paese, ma sempre più universale. Alla fine della lettura del libro resta il quesito: chi comanda in Italia? Chi incarna il potere? Di certo non la politica o la cultura, ben poco sindacati e capitalismo molecolare, un po’ le banche e quel poco di grande impresa che resta, ma forse più di tutto le oligarchie della finanza, il danaro e il casato, secondo la legge del perenne “familismo amorale italico”.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 2/5/2013 alle 5:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
31 gennaio 2013
Letture...

Cari Amici,

vi segnalo la lettura di alcuni libri che ho trovato interessanti. Il primo è il libro-intervista a Massimo D’Alema, curato da Peppino Caldarola, intitolato “Controcorrente. Intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica”, Laterza, Bari 2013, pp.165. Gli ultimi venticinque anni della vita politica dell’Italia vengono ripercorsi da uno dei protagonisti principali, riportando particolari inediti e offrendo una lettura delle questioni tuttora aperte nella transizione italiana, della cui incompiutezza vengono focalizzate alcune delle cause: la debolezza della politica e la sua mancanza di autonomia, la contrapposizione ideologica tra società civile e società politica, la crisi irrisolta dei partiti politici fondatori della Repubblica e le illusioni nuoviste e leaderistiche, i limiti sociali ed istituzionali della cosiddetta Seconda Repubblica e la scommessa del Pd, fino alla sfida per il governo delle prossime elezioni politiche. Il libro è anche un bilancio dell’impegno politico di D’Alema, che siamo certi continuerà, seppure non in Parlamento. Un altro aspetto che emerge dalla lettura è l’idea -potremmo dire- inattuale di prassi politica, l’importanza di unire, costruire ponti e alleanze, specie in un paese come l’Italia dove dividersi e contrapporsi è quanto di più facile e consueto. Se ne ricava l’acuta percezione che non ci sia solo la necessità di ricostruire l’Italia, ma anche la politica, i partiti e le capacità dirigenti della classe politica, che non esistono senza una cultura comune, un idem sentire, giacchè -come D'Alema stesso ha sostenuto recentemente in un’intervista televisiva- “della politica s’imparano subito i vizi, mentre solo con il tempo le virtù e bisogna per questo avere robuste tradizioni alle spalle”.
Il secondo libro è quello di un noto storico americano, Niall Ferguson, che ha interloquito con Obama nel corso dell’ultima campagna elettorale e che a suo dire passa le sue vacanze estive nelle Marche, a Camerino, presso amici. Ci farebbe piacere conoscerlo, il suo libro intanto è sicuramente interessante, indaga con dovizia di dati pagine complesse e ampie della storia occidentale. “Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà” è, infatti, il titolo del libro, edito da Mondadori, Milano 2012, pp. 425. Il punto di partenza della riflessione di Ferguson è la crisi economica esplosa negli Stati Uniti e l’interrogarsi sui concetti di civiltà e civilizzazione. La domanda a cui il libro cerca di dare una risposta è sostanzialmente quella di come ad un certo punto della storia, che Ferguson individua nell’inizio dell’età moderna, l’Occidente ha sopravanzato l’Oriente, fino al momento attuale, dove la crisi ha messo a nudo il declino del mondo anglosassone ed europeo rispetto all’emergere e al previsto prossimo sorpasso in molti campi dei nuovi players mondiali, Cina in testa. Gli ingredienti o meglio le killer applications del successo occidentale sono stati per Ferguson le seguenti: competizione, scienza, proprietà, medicina, consumismo e lavoro. La storia moderna viene ripercorsa alla luce di questi concetti e in conclusione il libro è un atto di fiducia sulle grandi conquiste dell’Occidente, che stanno alla base anche della società capitalista, e sulla possibilità che una maggiore consapevolezza storica e civile le rendano foriere di ulteriori sviluppi a beneficio dell’umanità nell’epoca della globalizzazione. La competizione, la rivoluzione scientifica, lo stato di diritto e il governo rappresentativo, la medicina moderna, la società dei consumi e l’etica del lavoro possono essere ancora attuali, se ne recuperiamo il senso profondo e l’essenza civilizzatrice. A Ferguson sono ben presenti anche le degenerazioni e gli errori che l’Occidente ha commesso, ma essi sembrano più attribuibili al traviamento delle idee originarie, soprattutto nella loro versione anglosassone, piuttosto che a sviluppi immanenti al loro stesso modo di essere concepite e applicate.
Infine, l’ultimo libro, di cui accenniamo solo gli estremi, perché richiederebbe una trattazione più approfondita, dal momento che affronta un tema complesso e denso di sviluppi legati all’attualità, ma soprattutto relativi alla fondazione concettuale del discorso politico che ci interessa, è il seguente: “Emergenza antropologica. Per una nuova alleanza tra credenti e non credenti”, a cura di P.Barcellona, P.Sorbi, M.Tronti, G.Vacca, Guerini e Associati, Milano 2012, pp. 150. Buona lettura e a presto.  



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POLITICA
27 dicembre 2012
Bernardino Feliciangeli: "Longobardi e Bizantini lungo la via Flaminia nel secolo VI", Arnaldo Forni Editore, Bologna 2007, pp. 96.
L'edizione anastatica di un breve quanto intenso studio su uno dei periodi più carenti di fonti della storia d'Italia e su un territorio, quello dell'appennino centrale, con fulcro nella città di Spoleto, dove nacque e si estese il ducato longobardo, che trasse la sua forza dal controllo di una delle arterie romane più importanti nel collegamento tra la sede papale di Roma e gli insediamenti bizantini principali con sede a Ravenna, ma anche ad Ancona. Feliciangeli (1862-1921) fonda il suo esame storico sulle fonti più vicine a quel periodo e coniuga con la perizia dei grandi storici le vicende territoriali con i grandi eventi, che coinvolgono in particolare i rapporti con il Nord e il Sud d'Italia, tra Parma e Benevento, quelli con la Chiesa e Papa Gregorio Magno, da un lato, e quelli con i greci Bizantini ancora presenti in ampie zone dell'Italia, dall'altro. Non solo, ci restituisce l'estensione dell'insediamento longobardo nell'Italia centrale, tra Toscana, Umbria, parte del Lazio, Abruzzi e Piceno, fino a Scheggia sul versante umbro e l'Esino sul versante marchigiano, con il particolare controllo delle parti montuose del centro Italia. Insieme a questo restituisce nuova luce alla toponomastica dei luoghi, che ancora oggi conservano la traccia di questo dominio e di quello che fu un rinnovamento dell'assetto amministrativo, viario e insediativo che il popolo dalle lunghe barbe produsse. Feliciangeli parla dei primi duchi Faroaldo e Ariulfo, del controllo strategico di Fermo e Camerino sul versante più esposto verso i Bizantini, del progressivo sciogliersi delle relazioni con il Papa e Roma, fino alla conversione di Ariulfo durante la battaglia di Camerino del 591-592 d.C., con la quale i Longobardi estesero il loro dominio sulla Marca fino a Fano e Osimo e la sinclinale camerte-fabrianese assunse un'importanza strategica, che non aveva avuto in epoca imperiale, nei collegamenti con il Nord delle Marche e la Romagna. La via Flaminia e i suoi diverticoli saranno il teatro di una storia importante, i tracciati principali saranno più di uno a seconda che a percorrerla fossero i Bizantini o i Longobardi, mentre tra l'assedio di Roma e le puntate offensive su Ravenna si ripopolava l'Appennino, esausto al pari delle grandi città a causa delle epidemie e delle distruzioni della guerra greco-gotica.



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politica interna
25 settembre 2012
Corrado Augias: “I segreti d’Italia”, Rizzoli, Milano 2012, pp. 292.

“Prosegue la serie dei ‘Segreti’ di Augias, stavolta riguardanti l’Italia. Un viaggio nella penisola attraverso storia, letteratura, episodi, citazioni e aneddoti alla ricerca del segreto del suo carattere nazionale. Con la consueta capacità affabulatoria veniamo condotti in una serie di affreschi che vanno alla discoperta della convivenza degli opposti che costituisce la cifra della nostra vita nazionale: la Roma deludente vista con gli occhi di Giacomo Leopardi, la Palermo crocevia delle culture mediterranee, il Sud disvelato al resto d’Italia con l’unificazione nazionale, la Napoli delle mille contraddizioni, l’Umbria attraverso la figura di San Francesco, la Parma di Stendhal tra realtà e fantasia, la Milano del dopoguerra e della ricostruzione, la rappresentazione dei Giudizi universali nella politica della chiesa tridentina, l’invenzione del ghetto ebraico e la sua fine insieme a quella della Serenissima. Oltre a questo due libri quasi simbolici delle due Italie che continuamente si confrontano nella vita civile: ‘Cuore’ di Edmondo De Amicis e ‘Il Piacere’ di Gabriele D’Annunzio.

Ci preme qui riportare l’ultimo capoverso del libro che ne riassume il senso: ‘Di tutti i segreti d’Italia questo è il meglio custodito e il più importante, un segreto che racchiude quasi tutti gli altri: come mai la storia della Penisola abbia avuto così poco a che fare con la storia della libertà. Molti, me compreso, si sono posti più volte la domanda. Nessuno ha la risposta definitiva ma tra le ipotesi possibili quella che a me sembra avere maggior peso è nelle celebri parole di Benedetto Croce rispondendo a chi gli chiedeva che cosa sia il carattere di un popolo. Il carattere di un popolo, disse il filosofo, è la sua storia, tutta la sua storia. Se Croce ha ragione, lì dobbiamo cercare questo segreto, per imparare a riconoscerlo, e, chissà, in un domani, a correggerlo. Parole non nuove, più volte ripetute, tra gli altri da Ugo Foscolo che nell’orazione inaugurale all’Università di Pavia (22 gennaio 1809) conosciuta con il titolo ‘Dell’origine e dell’ufficio della letteratura’, ammoniva: ‘O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare’. Si può sperare che prima o poi l’esortazione venga accolta’.
Augias coglie nel segno e ancor più lo fa in un altro passaggio del libro nel quale annota l’incomunicabilità e il conflitto che sono sempre esistiti nel costume degli italiani tra le ‘libertà spicciole’, che nel tentativo di preservare la sfera e l’interesse personale sfociano nell’ arbitrio e nell’abuso, e ‘le grandi libertà civili’, quelle che garantiscono agli individui l’esercizio dei diritti universali. La libertà è una e va scelta come tale; essa ci obbliga a rileggere alla sua luce l’intera nostra storia, perché in prospettiva vita e libertà possano essere sempre meno all’insegna della tragedia e della farsa.



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CULTURA
9 settembre 2012
Andrea Carandini: “Il nuovo dell’Italia è nel passato”, Intervista a cura di Paolo Conti, Laterza, Bari 2012, pp.147

Un libro-intervista del Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali che è un’appassionata difesa del ruolo che la cultura, i beni culturali, il paesaggio, l’istruzione e la ricerca hanno per un futuro migliore, che può nascere soltanto se il presente non è senza memoria. Carandini, allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, di cui ricostruisce la figura di grande archeologo, uomo di cultura e comunista anomalo, fa il punto sul posto che la cultura ha nel nostro Paese. Siamo al punto più basso, appena lo 0,21% del bilancio dello Stato viene destinato alle politiche culturali e il governo Berlusconi ha rappresentato proprio questa discesa agli inferi, fino al fondo toccato dal ministero Bondi e dai tagli lineari di Tremonti. Oggi, comunque, possiamo dire che anche con i tecnici al governo non si è avuta la svolta che ci si aspettava, almeno in questo settore, nel quale tutti gli altri grandi stati europei continuano invece ad investire. Preoccupate le sue parole sul futuro del Mibac, in primo luogo per la carenza di personale e la perdita di fondamentali competenze, e sulla tenuta del Codice dei Beni culturali, che fino ad oggi, insieme, hanno rappresentato un argine rispetto alle mille tentazioni che attraversano un paese spesso distratto nel curare e gestire il suo grande e ineguagliabile patrimonio storico-artistico-architettonico e il suo paesaggio, frutto dell’interazione del lavoro umano con la natura. Carandini in questa intervista spazia, però, a tutto campo; non si limita alla sua esperienza di archeologo di chiara fama o di uomo di cultura chiamato ad esprimere pareri sul modo di affrontare le numerose problematiche che riguardano le diverse articolazioni del mondo culturale nazionale, una per tutte, Pompei. Egli non si sottrae a dire la sua sul perché siamo giunti ad un tale stato di prostrazione della cultura nel nostro paese e individua la causa nella fine di quella borghesia che ha svolto un compito fino all’avvento del fascismo e che poi non ha saputo più esprimere un profilo culturale autonomo. Prima il fascismo, poi il partito cattolico e quello comunista, nel quale ultimo pure egli ha militato insieme al fratello Guido, parlamentare del Pci, hanno sedotto ed abbandonato la debole borghesia italiana e i suoi intellettuali, producendo di fatto un avvento della società di massa che nel caso dell’Italia ha rappresentato anche un caso unico d’involgarimento progressivo, fino alla decadenza berlusconiana. Tra un po’ di retorica anticasta e un giudizio un po’ ingeneroso verso il centrosinistra, Carandini cerca un recupero di questo profilo borghese, che pure per famiglia ed educazione gli è appartento, essendo suo nonno da parte materna quel Luigi Albertini, direttore antifascista de “Il Corriere della Sera”, di origini anconetane. Per lui la borghesia è un insieme di valori, di regole di vita e di virtù civiche che non contrastano con l’interesse individuale, una sorta di aristocrazia del pensare e del sentire, un ‘romanzo di formazione’, che è riassumibile in una parola: merito. Parolina frequentatissima in un paese spesso maldisposto a riconoscerla concretamente, al punto da aver selezionato nel tempo, a forza di nuovismo, una classe dirigente politica in cui di merito c’è ben poco. Su questo punto, oltre che su un apprezzamento per come sta gestendo il settennato, avviene probabilmente il punto di maggior contatto con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale Carandini riconosce la qualità di politico in cui senso dello Stato e bagaglio culturale si fondono in uno. Infine, un riferimento al valore repubblicano dell’uguaglianza di fronte alla legge, grande retaggio della Roma antica che parla ancora all’oggi, persino ai giovani delle rivoluzioni arabe, e una critica a quella prepotenza della maggioranza che umilia il Parlamento, frutto di quel maggioritario di coalizione che dobbiamo superare se vogliamo che la tentazione al regnum non si riproduca nella nostra tanto sudata e giovane Repubblica. 




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POLITICA
26 agosto 2012
Niccolò Macchiavelli: “Il Principe”, Einaudi, Torino 1995, pp. 214.

Ricorrerà il prossimo anno il cinquecentenario della stesura di questo libro il cui influsso sulla storia è stato incalcolabile. Esso è anche il libro della sventura italica, di un popolo, una nazione, una cultura che tanto dovrà soffrire per giungere a unità e che proprio nel periodo di maggior fulgore, quello rinascimentale, perderà l’appuntamento con la nascita degli stati nazionali moderni.

Il dibattito per l’appuntamento è già aperto e interessanti contributi sulla stampa si sono già avuti con interventi di Esposito e Amato su ‘La Repubblica’ e di Baccelli e Maggi su ‘L’Unità’.

L’attualità di questo classico sta proprio nel cuore della questione che tratta: lo statuto del politico, la sua forza costituente, l’autonomia che lo deve contraddistinguere. Forza, astuzia e fortuna come ingredienti dell’azione politica, virtù e fortuna che fanno la ‘prudentia’ del principe, il ‘principe nuovo’ come parte che sa farsi tutto, la politica come esercizio del potere e sua necessità, nell’epoca moderna, di confrontarsi con il consenso popolare, distinzione tra etica e politica e assunzione del punto di vista della realtà effettuale come piano della valutazione storica e politica: queste e altre sono le cose che abbiamo appreso fin dalla scuola.

Ma oggi che si tratta di rimettere la politica al di sopra dell’economia e di pensare a nuove forme di statualità, come quella europea, non è un caso che si torni a parlare de ‘Il Principe’.

Il punto è che, ora come allora, questo libro seppe affermare il ‘volto demoniaco’ del potere, come è stato detto, ma non fu altrettanto all’altezza nel delineare la ‘forma’ dello stato che il ‘principe nuovo’ avrebbe dovuto costruire, specie nella sua versione peculiarmente nazionale.

Il bisogno di stato rimarrà, quindi, a livello dell’evocazione (di retaggio petrarchesco) tutta affidata alle capacità del singolo, mentre i contributi più alti al completamento della dottrina machiavelliana verranno soltanto con l’azione cavourriana e la riflessione gramsciana sul partito politico come ‘moderno principe’.

Un’interessante integrazione alla lettura dell’opera machiavelliana, specie per il valore che ha per il fiorentino la figura di Cesare Borgia, detto il Valentino, è lo studio collettaneo “Cesare Borgia di Francia/Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa 1498-1503. Conquiste effimere e progettualità statale.” (ed. a cura di Marinella Bonvini Mazzanti e di Monica Miretti, anno 2005, pp. 512), raccolta dei saggi di un convegno tenutosi nel 2003 ad Urbino. Ma soprattutto la lettura di questo volume è interessante per capire a fondo il significato del tentativo più grande che venne perseguito in quel tempo nel nostro Paese per farne uno stato autonomo, in condizioni però di estrema difficoltà per il peso che i paesi stranieri avevano ancora in Italia e per le ambiguità consustanziali allo stato pontificio, che quel tentativo mise in atto.

L’ulteriore interesse è dato dall’analisi dettagliata che viene fatta della campagna del duca Valentino nelle Romagne e nelle Marche, tra forme di statualità locali e loro frammentarietà; un viaggio nelle Marche tra fine quattrocento e inizio cinquecento alle prese con un ciclone che sconvolgerà l’equilibrio interregionale raggiunto e segnerà di fatto la fine di un’epoca e dello splendore delle corti rinascimentali locali, da quella camerte a quella urbinate.




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CULTURA
5 luglio 2012
Giorgio Mangani: "Fare le Marche. L'identità regionale fra tradizione e progetto", Il lavoro editoriale, Ancona 1998, pp. 126.
"Una riflessione sull'identità dei marchigiani e delle Marche che l'autore ha sviluppato a più riprese e condensato in questo libro, lontano di oltre dieci anni, ma che varrebbe la pena riprendere in mano per riannodare un ragionamento che sta svanendo. Le celebrazioni dei 150 anni dell'unità nazionale hanno fornito l'occasione per riattualizzare il tema del processo di regionalizzazione, al centro tra l'altro di diverse pubblicazioni ed iniziative, ma esso rischia di spegnersi nuovamente con la fine delle ricorrenze e con l'apoteosi dello stato minimo centralista indotta dai dimagrimenti imposti dalla crisi. Eppure pensare le Marche e pensare i marchigiani tra tradizione e progetto sarebbe ancora necessario e fruttuoso, così come continuare a lavorare per costruire quella "società stretta", come la chiamava Leopardi e che Mangani continuamente rievoca, e cioè una classe dirigente veramente regionale, che ancora manca. Tra luoghi comuni sapientemente interrogati, citazioni colte sulle Marche e i marchigiani, raccolte da chi nel corso della storia le ha e li ha conosciuti per i più diversi motivi, riferimenti a personalità che tra sette-ottocento e novecento ci hanno studiati, fossero anch'essi marchigiani, Mangani va alla ricerca non tanto del "carattere" dei corregionali, quanto di una sorta d'identità senza trovare certezze. Ciò che è fisso per tradizione, consuetudine, luogo comune, sotto la sua argomentazione finisce per diventare mobile, discutibile, incerto, così come ciò che non era stato prima focalizzato, grazie alla sua passione per gli studi storico-geografici, assume una qualche stabilità e un contorno leggibile. Un pò come il paesaggio marchigiano, sempre inconfondibile e sempre sfuggente, o come il mare azzurro e i monti azzurri, sempre uguali e sempre cangianti. Marche terra di mezzo, aurea mediocritas e medietà per definizione, marchigiani riservati, laboriosi e quieti, primato della campagna e della mentalità mezzadrile sulla città, o meglio sulle città. Retorica della pluralità e assenza di stato, dinamicità del sistema produttivo, mai staccatosi dalle sue origini, ricchezza culturale e incapacità della cultura, presa tra universalismo e localismo, di assumere una visione regionale, di dare forma al governo e ad una classe dirigente che pensasse le Marche da Gabicce al Tronto. Senza classe dirigente non c'è cultura, senza cultura non c'è classe dirigente. Unica eccezione l'esperienza di Giorgio Fuà e del suo cenacolo interdisciplinare. Forse anche questo sentirci eternamente marginali o troppo equilibrati fa parte di un esercizio malinconico della politica, che c'impedisce di valorizzare senza boria ciò che siamo, ciò che vogliamo, e magari di rintracciare un essere sistema nel sottosuolo del policentrismo. Chissà? La mancanza dell'oggetto amato (la malinconia) come molla del progetto, può essere, ma comunque vale la pena di (continuare a) scavare e di fare, prima che il pendolo della storia recente, che è transitato negli ultimi vent'anni nella zona delle politiche territoriali e che già sta volgendo altrove, ci riconsegni ad una stagione non sappiamo quanto lunga di oblio". 



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POLITICA
14 giugno 2012
G. Vacca: “Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)”, Einaudi, Torino 2012, pp. 367.

L’ultimo libro su Gramsci di Beppe Vacca ha il carattere del punto d’approdo di una ricerca pluridecennale, molto prolifica, sempre avvincente e mai ripetitiva. Vacca aggiunge sempre nuove conquiste storiche e documentarie, affina continuamente l’interpretazione dell’opera gramsciana, al punto da renderla viva e interrogante anche rispetto all’oggi.

D’altra parte, se della storia si sono colte le faglie e le falde profonde, come è stato nel caso di Gramsci, lo studio e la riflessione sulla sua opera non può non interrogarci continuamente e riproporre anche spunti aggiornati di lettura della contemporaneità.
In questo libro lo sguardo si allarga sull’insieme delle relazioni che a partire dall’arresto di Gramsci (1926) si svilupperà fino alla sua morte (1937) e sul destino dei Quaderni successivo ad essa (1941). L’indagine si basa sull’insieme degli epistolari che ruotarono intorno alla figura del prigioniero e che coinvolse, soprattutto, la famiglia Schucht nella sua interezza, Sraffa e Togliatti per il tramite di quest’ultimo. Il ritmo del libro è incalzante e la lettura scorrevole, pur tra mille rimandi e citazioni.
Belle le pagine in cui viene analizzata la critica gramsciana del bolscevismo e il tentativo di una rifondazione del marxismo, attraverso il confronto da un lato con l’inaridimento che esso aveva subito nella versione sovietica e dall’altro con l’opera a quel tempo “egemonica” sul piano europeo del Croce, che per Gramsci assurge all’Hegel italiano rispetto a cui tentare un nuovo “rovesciamento” in direzione di una filosofia della prassi come storicismo assoluto e integrale.
I concetti di “rivoluzione passiva”, “guerra di posizione”, “egemonia”, “costituente”, “americanismo” saranno alla base di un ripensamento della situazione mondiale e dentro essa della storia italiana e del fenomeno del fascismo. La novità costituita dalla rielaborazione del concetto di “costituente”, come modalità di lotta del fascismo vittorioso sul terreno del consenso, e il continuo affinamento di quello di “egemonia”, consentono di cogliere l’originalità che fin dall’inizio ha caratterizzato l’esperienza del comunismo italiano.
In definitiva, l’eterodossia -credo- sia stata la “prigione vera” che, nelle condizioni date, ha condannato Gramsci alla morte. Da un lato, infatti, c’era Mussolini e il carcere fascista, dall’altro, il sospetto, la freddezza e la ragion di stato staliniana rispetto al destino del capo dei comunisti italiani, di cui s’era già accusata l’autonomia di pensiero. In mezzo, il tentativo del partito italiano, clandestino e confinato all’estero, di muoversi come poteva per liberare il proprio capo in carcere o quantomeno per arginare i sospetti che la poderosa innovazione della sua riflessione determinava non solo sui compagni in carcere, ma scompaginando la linea del Komintern.
Togliatti non sarà l’aguzzino del carcerato, come spesso è stato dipinto, ma il dirigente politico accorto e realista, che cercherà di fare quanto era concretamente e coerentemente possibile nel contesto dello scontro totale interno al movimento comunista, ossia al partito russo, e della situazione internazionale progressivamente sempre più complessa, anche nel confronto tra lo Stato sovietico e quello italiano, fino al precipitare della guerra.
I tentativi di liberazione, tra cui il “tentativo grande”, la vicenda della “famigerata lettera” di Grieco, le campagne per la liberazione del prigioniero, la necessità di non spezzare mai il filo del confronto sull’analisi del fascismo, sulla prospettiva democratica e sulla situazione internazionale, le modalità di comunicazione in codice, dovute alla necessità di sviare la censura fascista, la polizia inglese (come nel caso di Sraffa) e l’NKVD sovietico, vengono ricostruite nei dettagli con metodo storico. Le figure di Tania e Sraffa rappresentano i nodi della filiera che conduce, da un lato, al Centro estero del partito e a Togliatti, e, dall’altro, alla famiglia Schucht e a Giulia in particolare. I fili s’intrecciano tra loro nei rapporti tra il partito italiano e la famiglia Schucht, ma soprattutto finiscono per essere sempre mossi alle due estremità dalle dita di due personaggi, da una parte, Mussolini e, dall’altra, Stalin. Interessante, da questo punto di vista, il riferimento alla seconda firma che compare in calce alla lettera di Grieco, quella di Fanny Jezierska, al tempo trait d’union tra la segreteria di Stalin e il Pci.
Infine, la sorte dei Quaderni, il tentativo della famiglia Schucht di estromettere Togliatti su cui, in pieno clima di epurazione del dissenso, si addensavano i sospetti per la mancata liberazione del prigioniero e che dopo la guerra di Spagna subì l’indagine che lo destituì dalla segreteria del Komintern. Un libro, insomma, che potrebbe ispirare un film, ma che sicuramente risponde con serietà e metodo all’interesse che Gramsci ancora suscita (basterebbe citare gli studi di Rapone, Lo Piparo e il Sole 24Ore di qualche domenica fa), anche se a volte in termini strumentali; segno di una vitalità che non muore e che continua ancora ad ispirare la riflessione sull’Italia e sul mondo.
 

Daniele Salvi




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5 maggio 2012
Letture...
Cari Amici,
vorrei segnalarvi alcune letture che ho avuto modo di fare dall'ultimo post del 3 Aprile. Innanzitutto la ripubblicazione dello scritto di Giovanni Pascoli, a cent'anni dalla morte, intitolato "Il fanciullino" (Ed. Nottetempo, Roma 2012, pp.95). Ricordiamo tutti questo riferimento a un che di nostalgicamente infantile e materno nella figura e nell'opera di uno dei più grandi poeti italiani. Qualcosa che ce lo ha il più delle volte sminuito nel suo valore e gli ha conferito un'aura antieroica. In verità questo testo è di una profondità sconcertante, oltre che di una modernità unica. E' stato considerato il manifesto della poetica del decadentismo, ma esso è molto di più e nella figura del fanciullino, 'che unisce la sua voce alla nostra' e che come Adamo per 'primo mette i nomi alle cose', si addensano una molteplicità di rimandi che ne fanno non solo il simbolo della vichiana infanzia dell'umanità o la metafora della purezza della poesia, ma il punto di coagulo, antichissimo e nuovo, di un che di archetipico ed esoterico, di profondamente storico e di autenticamente soggettivo. Interessante il passo dove ai tanti 'novatori' si dice che 'per la poesia la giovinezza non basta', ci vuole 'la fanciullezza'. Si potrebbe dirlo anche della politica, oggi. Il libro ha un'interessante saggio introduttivo di Giorgio Agamben sul 'pensiero della voce' in Pascoli, dedicato a Gianfranco Contini. Del quale, ed ecco la seconda lettura che vi consiglio, è stato ripubblicato "Dove va la cultura europea?" (Quodlibet, Macerata 2012, pp. 57), il reportage che il giovane critico letterario stilò nel 1946, partecipando a le Rencontres internationales di Ginevra, dove si riunivano subito dopo la seconda guerra mondiale i maggiori intellettuali europei. Pochi italiani per la verità e grandi figure del tempo come Jaspers e Lukacs. Il giovane giornalista di fede azionista evidenzia la grandezza dell'uno e dell'altro, l'uno liberale, l'altro marxista, ma non si riconosce pienamente in nessuno dei due, quantunque rilevi la maggior solidità di pensiero dell'ungherese. Contini, tuttavia, è dalla parte di un razionalismo critico e non dogmatico, che vive la totalità come compito e dovere, che chiama in causa il singolo atto umano, e non come un già dato, nè come un trascendente irraggiungibile. Razionalismo versus irrazionalismo, con tutti i disastri che quest'ultimo aveva compiuto nell'Europa dilaniata dalla guerra. Ma questo razionalismo è attento a non essere astratto, piuttosto cerca di farsi libertà, storia, politica, vita, e cerca di includere ogni aspirazione e forma di tensione religiosa per farne civismo e governo della società. Il lascito e il compito è "la storia come pensiero e come azione", formula insuperata, che deve tradursi in una necessaria riforma della scuola che la apra al pluralismo delle arti. Da conservare le frasi sul rapporto tra cultura e vita, e tra 'spirito europeo' e istituzioni dell'allora ri-nascente Europa. Molto attuali. Infine, due libri che stanno animando il dibattito sul nuovo realismo e sul tramonto del post-moderno: Maurizio Ferraris con il suo "Manifesto del nuovo realismo" (Laterza, Bari 2012, pp. 113) e Gianni Vattimo con "Della Realtà. Fini della filosofia" (Garzanti, Milano 2012, pp. 234). Ma qui il discorso si fa complicato, ha chiamato in causa anche Umberto Eco, per cui non possiamo cavarcela con poche righe.
Alla prossima. Daniele.



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politica interna
3 aprile 2012
LETTURE
Cari Amici,
vorrei consigliarvi alcune letture che nei giorni che ci separano dall'ultimo post ho avuto modo di fare. La prima è il libro di Stefano Fassina "Il lavoro prima di tutto" (Ed. Donzelli, Roma 2012, pp. 191), che contribuisce a delineare in modo chiaro, anche se a volte un pò ripetitivo, un primo chiaro punto d'appoggio culturale dell'identità politica del Pd. Il lavoro come chiave per rileggere la lunga rivoluzione conservatrice, come valore da rimettere al centro della politica e dell'idea di civiltà occidentale ed europea, come punto di riferimento per la lotta alle diseguaglianze e la redistribuzione della ricchezza, per una diversa idea dell'Europa politica e per cambiare le politiche macroeconomiche europee, per dialogare -attraverso "la persona che lavora"- con il mondo cattolico. Un libro sul quale avremo occasione di ritornare. La seconda lettura è il libro di Ermete Realacci "Green Italy" (Ed. Chiarelettere, Milano 2012, pp.315), un viaggio nelle eccellenze sulla scia della Fondazione per le qualità italiane, Symbola, che ci dimostra perchè ce la possiamo fare ad uscire dalla crisi. Una galleria di esempi imprenditoriali e di esperienze positive, di cui si sentiva il bisogno nella depressione-recessione dovuta alla crisi. Uno sprazzo di ottimismo motivato che incoraggia a conoscere tante realtà, anche marchigiane, che hanno saputo coniugare radicamento territoriale e sguardo sul mondo, tradizione e innovazione, qualità e responsabilità sociale, facendo della green economy la cifra di questo amalgama riuscito. Nuova Simonelli e Varnelli, Loccioni e Frau, Faam e Della Valle, sono solo accennati tra gli esempi, mentre la Revolution di Sergio Lupi e la Raimbow di Igino Straffi vengono trattate come casi di scuola in due capitoli specifici del libro. Orgoglio marchigiano! La terza lettura è il libretto-manifesto di Popsophia, steso da Umberto Curi e intitolato evocativamente "Prolegomeni per una popsophia" (Ed. Popsophia Kultur, Grafiche Fioroni 2011, pp.31). Si tratta di un saggio dedicato all'idea di fondo che per ritornare all'essenza della filosofia non basta tornare alle sue origini, ma occorre coglierne il senso più proprio e cioè il fatto che la filosofia è nata come pop-sophìa, interrogazione radicale sul presente, sulla vita, la società e la natura (pòlis e physis). Nulla di accademico e d'intellettualistico, ma un modo di vita, questo era e deve tornare ad essere -per Curi- la filosofia. Alla base del successo del Festival omonimo, che si tiene per il secondo anno a Civitanova Marche, questo articolo coglie un punto vero, il fatto che la filosofia sia diventata qualcosa di estremamente specialistico e quasi senz'anima, anche se per contrario si può rischiare la banalizzazione postmodernista o il vezzo di una nuova sofistica. Mythos e lògos nascono entrambi dal thauma, ci dice Curi, e mythos e poiesis sono forme di razionalità anch'esse, seppur diverse da quella che sembra essersi rattrappita in una forma di razionalismo cieco. Dai presocratici a Platone fino ad Aristotele: con rapide pennellate concettuali viene offerto un affresco accattivante di quella che comunque resta una disciplina, forse la più alta, che non può fare a meno di ascesi e rigore intellettuale. Infine, la quarta lettura, lo scritto di una vera filosofa, Simone Weil, vergato alla vigilia della seconda guerra mondiale tra il 1936 e il 1939, "L'Iliade o il poema della forza" (Asterios Editore, Trieste 2012, pp. 109). L'esordio della poesia occidentale, l'Iliade omerica, racchiude -secondo Simone- una grande verità il cui soggetto è la forza, la forza che rende l'uomo cosa, sia l'uomo che la usa che l'uomo che la subisce, materia che sopravanza lo spirito e rottura dell'equilibrio instabile senza il quale non c'è civiltà, ma solo sventura. Un testo da leggere avendo come termine di confronto la dialettica servo-padrone della 'Fenomenologia dello Spirito' di Hegel. Esso ci aiuta a ricostruire la vicenda umana e intellettuale di una delle figure più grandi del Novecento e il perchè dell'olocausto che di lì a poco avrebbe insanguinato l'Europa.  



permalink | inviato da Daniele Salvi il 3/4/2012 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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