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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
13 giugno 2019
SULLA VISITA DI PAPA FRANCESCO ALLE ZONE TERREMOTATE


Camerino 16 giungo2019

C’è sinceramente da sperare che la prossima visita di Papa Francesco a Camerino possa rilanciare l’attenzione dell’intero Paese sulla situazione e le prospettive dei territori e delle comunità colpite dal sisma del 2016/2017.

Ce n’è veramente bisogno. Per una serie di ragioni, che oramai tutti conoscono e che riguardano la necessità di dotare gli uffici speciali della ricostruzione e i Comuni di più personale, tecnico e amministrativo, di operare decise semplificazioni della complicata normativa adottata, di decentrare il processo di ricostruzione in capo agli Enti locali, le cose non stanno procedendo come dovrebbero.

Nelle Marche su circa 45.000 edifici inagibili, sono circa 7.000 le domande presentate e circa 2.700 i progetti approvati. Se consideriamo che due anni possono essere anche fisiologici per affrontare e gestire l’emergenza più grande che la nostra regione ricordi (con oltre 30.000 sfollati), questi numeri non sono soddisfacenti per salvare la “civiltà” dell’Appennino, già alle prese con problematiche precedenti.

Per fare, però, il passo in avanti che serve occorre smettere di fare del post-sisma e dei terremotati l’oggetto periodico della polemica politica, salvo poi disinteressarsene. Dopo le elezioni politiche dello scorso anno, quando le forze politiche risultate vincitrici avevano promesso interventi tempestivi e risolutivi, e dopo le recenti elezioni europee, dove il tema della ricostruzione del Centro Italia non è stato di certo al centro del dibattito politico, c’è bisogno che la questione del futuro di 4 regioni, 10 province, circa 600.000 cittadini, 8.000 Kmq di territorio, 140 Comuni, 2000 tra borghi e frazioni, ritorni in cima alle priorità, senza strumentalizzazioni e con la doverosa coesione tra tutte le forze politiche, come si deve di fronte ad una grande questione nazionale.

Analogamente vanno marginalizzate sia le posizioni di chi continua a dipingere tutto nero come se nelle comunità del sisma ogni cosa sia immobile, sia quelle di chi adombra complotti e strategie dell’abbandono e dello spopolamento studiate a tavolino. Entrambe queste posizioni sono non solo false, ma sterili e distruttive. Va, piuttosto, tematizzata una seria riflessione su come coniugare ricostruzione e nuovo sviluppo, partendo dai contributi programmatici finora prodotti e allargando l’elaborazione e l'individuazione degli strumenti a tutta l’area appenninica interessata dagli effetti del sisma.

A Papa Francesco non possiamo chiedere quello che non gli spetta. La sua visita ha un alto valore morale, oltre che religioso, e per questo non possiamo che ringraziarlo profondamente. Anche per il coraggio della scelta di svolgere la sua visita formale alle zone terremotate nella città di Camerino. Ciò ha un alto valore simbolico, non solo perché essa è stata fin dal IV secolo d.C. sede vescovile, tra le più antiche della penisola, ma perché rappresenta in questo terremoto l’equivalente de L’Aquila, nel contesto di un territorio ferito ben più ampio.

Camerino è la più grande “zona rossa” del cratere, il nucleo urbano che va riparato in profondità edificio per edificio, la città depositaria di un grande patrimonio storico, religioso e culturale, che ha svolto da sempre il ruolo di città-territorio tra Marche e Umbria con la diocesi, le scuole, l’università, i servizi socio-sanitari, trasportistici, culturali e professionali, al pari di città come Urbino per il Montefeltro.

Ricostruire una polarità urbana nell’area del cratere è quindi una sfida essenziale, grande e irrinunciabile, da cui dipenderà il successo dell’intera opera. Porre al centro l’urbs e la civitas più colpita equivale a focalizzare tutta la zona più colpita dal terremoto ed è il segno concreto di quella Chiesa al fianco degli ultimi, che invita chiunque abbia responsabilità di governo al rispetto del dramma, all’umiltà dell’ascolto e all’impegno del fare.

Daniele Salvi





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23 maggio 2019
UN DIPINTO ENIGMATICO


La mostra “Devozione ducale”, che espone presso il Museo di Palazzo Bonafede a Monte San Giusto i dipinti del monastero di Santa Chiara di Camerino, riserva più di una sorpresa. E’ il caso della tela di cm 142 x 128, attribuita da Matteo Mazzalupi a Giovan Francesco di Giovanni Simonetti, pittore camerte, attivo tra il 1497 e il 1513, autore - tra l’altro -  dei cicli cortesi di Beldiletto, Lanciano ed Esanatoglia. L’opera, datata intorno al 1500, si trovava nella Chiesa di San Bartolomeo o Santa Maria di Rotabella a Castelraimondo e in passato si credette che rappresentasse la morte di suor Camilla Battista Da Varano, avvenuta nel 1524. Fu, infatti, portata nel 1843 come prova della precocità del suo culto in occasione del processo di beatificazione.

Sulla scorta di questa identificazione il dipinto fu traslato nel monastero di Santa Chiara di Camerino. La chiesa di San Bartolomeo fu poi demolita intorno agli anni Cinquanta del ‘900 per consentire l’ampliamento della strada Settempedana.

Il quadro sembra in realtà rappresentare una DormitioVirginis, cioè la morte di Maria e la sua Assunzione in cielo, come hanno dimostrato Giuseppe Capriotti e Ilaria Costantini. Per una descrizione del soggetto si può consultare Matteo Mazzalupi, “Appunti di storia dell’arte per Castelraimondo”, in AA.VV., Castelraimondo nell’anniversario dei 700 anni dalla sua fondazione, a cura di Pierluigi Moriconi, 2011, il cui contenuto viene ripreso in sintesi da Stefano Papetti nel catalogo che accompagna la mostra.

Quel che vorrei segnalare riguarda alcuni elementi di contesto e dei particolari che rendono a mio avviso ancora enigmatico questo dipinto, meritevole quindi di ulteriori studi e approfondimenti.

Innanzitutto chi guarda il dipinto è parte del contesto e della scena descritti; è come se anche lui si affacciasse da una delle finestre dei palazzi che figurano nel quadro, in questo caso da una finestra ad arco a tutto sesto. Al centro del dipinto si svolge la scena sacra, dove la Vergine è distesa su un cataletto, vestita con abiti simili a quelli di una monaca, come usavano le vedove dell’epoca, circondata da undici apostoli intenti ad officiare. Il pavimento a rombi e gli edifici, che richiamano effettivamente quelli dell’Annunciazione di Sperimento, danno la prospettiva all’intero soggetto. L’ambiente urbano è delimitato in fondo da un muro rotto, oltre il quale si apre un paesaggio poco riconoscibile a causa del deterioramento del quadro, indubbiamente non solo roccioso, ma devastato, nel quale sembrano scorgersi degli alberi bruciati o secchi. Qui si svolge la consegna della cintola a San Tommaso (il dodicesimo apostolo) da parte della Madonna che sale in cielo accolta nella gloria del Padre.

Lo spettatore è, quindi, uno dei diversi personaggi in abiti rinascimentali che dalla soglia dei portici o dalle finestre di un palazzo osservano la scena delle esequie. La partecipazione popolare sembra trattenuta, attonita, quasi incredula, a causa di sì tanto evento. Gli elementi di distruzione (il muro, il paesaggio) e la merlatura ghibellina di uno dei due palazzi sembrano riferimenti ad una sventura che si è abbattuta sulla città. Nessuno dei presenti è visibilmente intento a pregare; soltanto San Giovanni a mani giunte abbozza un inchino. Coloro che osservano la scena sacra si riconoscono e si salutano con un cenno di mano destra; il signore che sta sulla soglia di uno dei portici del palazzo alla ghibellina saluta e tiene l’altra mano sul capo di un fanciullo, con un gesto familiare e protettivo, indossa un copricapo rosso con dei ricami particolari, al collo è evidente un gioiello. Un unico personaggio vestito in abito lungo, calca la scena sacra, vicino seppur distinto dal gruppo degli apostoli e della Vergine. E’ un giovane che indica con la mano sinistra quel che sta avvenendo e sembra rispondere al saluto del signore e del fanciullo con un cenno della testa.

Tutto è come finalizzato ad attualizzare la scena che si sta svolgendo, per avvicinarla il più possibile allo spettatore reale; non si riconoscono committenti dell’opera, di solito inginocchiati e in preghiera; un che di insolito e profano attraversa l’intero dipinto. Questi elementi, insieme al “gusto lineare” e all’uso di una “tavolozza ridotta di colori”, hanno fatto pensare che il pittore fosse quel “Pintoricchio”, originario di Lancianello, località tra Pioraco e Castelraimondo, intimo della famiglia signorile dei Da Varano.

Egli potrebbe aver ritratto sub specie Dormitio le esequie di Giovanna Malatesta (1511); questa ipotesi aiuterebbe a combinare alcuni degli enigmatici particolari del dipinto, oltre a spiegarne l’originaria ubicazione.

Daniele Salvi





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20 febbraio 2019
“LA VALLE NASCOSTA” DI BARTOLO CICCARDINI. UNA RIFLESSIONE NON CONCLUSA
“La valle nascosta” è un agile libretto edito nel 2015 dal Centro Studi “Don Giuseppe Riganelli” di Fabriano. Il suo autore, Bartolo Ciccardini (1928-2014), è stato politico, giornalista e intellettuale democristiano, deputato e sottosegretario di Stato. Edito postumo, ma di fatto pronto per la stampa prima della morte dell’autore, il libro ha un esplicativo sottotitolo: “L’importanza strategica della zona di Fabriano, Cerreto, Matelica dalla battaglia del Sentino, alle guerre gotico-bizantine alla seconda Guerra Mondiale”. L’autore sostiene la tesi secondo cui la valle, che ha una conformazione geomorfologica particolare, essendo l’unica valle delle Marche che va da nord a sud, rispetto alle diverse valli fluviali che invece percorrono la regione da ovest ad est e che costituiscono la sua struttura “a pettine”, ha avuto una rilevanza strategica come evidenziano alcuni eventi storici che in essa sono accaduti. L’importanza della valle nascerebbe dal fatto che essa, appartata in quanto circondata da monti (la catena dal Catria ai Sibillini - da un lato - e quella del San Vicino - dall’altro - ), fertile essendo il luogo di nascita di ben tre fiumi (Chienti, Potenza ed Esino), collegata alle diverse direttrici di traffico grazie ai passi montani, ha costituito una sorta di “piazzaforte” che poteva essere ben difesa, un luogo di transito privilegiato tra Adriatico e Tirreno, un territorio-snodo tra Umbria e Marche, il cui controllo consentiva d’influire su un’area più ampia e d’interferire su flussi di medio raggio. Potremmo aggiungere che la “valle nascosta”, o anche “misteriosa” secondo Ciccardini, è una sorta di Marche in sedicesimi e - come essa - ha conosciuto nei millenni vicende storiche che sono state il riflesso della grande storia di Roma. L’espansione di Roma o il tentativo di conquistarla hanno avuto sempre le Marche come passaggio obbligato; infatti, senza il controllo delle Marche non era possibile per Roma unire il nord e il sud d’Italia e, analogamente, per i nemici di Roma non era possibile accerchiarla, senza tenere le Marche. Dalla battaglia delle Nazioni di Sentino (295 a.C.) alla battaglia di Castelfidardo (1860) questo è stato il destino delle Marche, le quali - forse non casualmente - mai hanno avuto, né potevano avere una grande città che impensierisse la “città eterna”. Marche, zona di confine e periferia, che diventa “centro” e “centrale” quando si tratta di determinare i destini dell’Urbs. Questa valle che Ciccardini abilmente descrive nelle sue peculiarità e di cui ripercorre la storia a grandi pennellate, soffermandosi in particolare su alcune vicende, è la sinclinale camerte, mentre nel libro viene chiamata inspiegabilmente “valle Settempedana” (?). Inoltre, il libro si sofferma eminentemente sulla parte nord della valle (Sassoferrato, Fabriano, Cerreto D’Esi, Matelica), non solo per le origini dell’autore e per una sua maggiore conoscenza di quella storia locale, ma certamente anche in omaggio ad uno sviluppo dirompente e ad una classe dirigente che dal dopoguerra in poi avevano contraddistinto quell’area intercomunale. In realtà, se volessimo assumere il canone della fedeltà storica di lungo periodo o quantomeno quello - che pure l’autore evidenzia - dell’omogenità territoriale, nonostante i confini amministrativi, bisognerebbe - da un lato - riconoscere la rilevanza che la città di Camerino ha avuto storicamente sulla valle e - dall’altro lato - cimentarsi in una riflessione che riguardi effettivamente tutta la sinclinale come area fortemente integrata. Oltre agli eventi storici della battaglia del Sentino e della sconfitta dei Goti di Totila ad opera di Narsete (552 d.C.), che l’autore ritiene avvenuta tra Fabriano e Sassoferrato, secondo la tesi di alcuni interpreti, altri fatti rilevanti di natura politica, militare e religiosa potrebbero essere richiamati per dimostrare l’importanza strategica della valle in questione. Fatti che sono stati determinanti nella costruzione della storia e dell’identità delle Marche. Penso soltanto a quanto accaduto durante la Resistenza al nazi-fascismo, ben più ampio di quel che Ciccardini richiama e su cui opportunamente sollecita la necessità di una “memoria storica condivisa” che superi la dimensione campanilistica dei ricordi. La valle nascosta, in sostanza, è stata una “piattaforma” anticipatrice di processi che hanno poi investito tutte le Marche, pur non essendo essa ricompresa in un’entità amministrativa unica. Anzi, i confini amministrativi provinciali l’hanno tagliata esattamente in due. Per recuperare questo ruolo, tanto più importante in epoca di crisi economica e post-sismica, bisognerebbe fare uno sforzo di attualizzazione, dandosi degli obiettivi comuni. Provo ad avanzarne alcuni: 1) il completamento delle infrastrutture della Quadrilatero, in primis la Pedemontana; 2) la dotazione e l’integrazione dei servizi socio-sanitari, trasportistici e dell’accessibilità internet; 3) la valorizzazione della comune storia, delle tradizioni, delle produzioni tipiche e artigianali, del paesaggio e dell’ambiente in chiave turistica; 4) l’alta formazione, la ricerca e l’istruzione tecnica per una manifattura digitale e l’impresa 4.0; 5) la cooperazione rafforzata tra Enti locali, corpi intermedi e attori sociali per co-programmare il governo della valle. Temi che meriterebbero un’iniziativa specifica di approfondimento, magari in ricordo di Bartolo Ciccardini. Daniele Salvi



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18 gennaio 2019
I “GRANAI” DELLA MARCHIGIANITA’: VALERIO VOLPINI E IL PRODIGIO DELL’ARTE


La mostra “Il prodigio dell’arte” che si è aperta a Fano lo scorso 19 dicembre presso la sala Morganti del museo del Palazzo malatestiano e che resterà aperta fino al prossimo 20 gennaio non è una semplice esposizione delle opere di cui fu collezionista Valerio Volpini (1923-2000), partigiano, scrittore, critico letterario, politico e giornalista fanese, ma il sigillo di un’operazione culturale che si rende necessaria in molti altri casi analoghi.

La selezione di opere pittoriche, incisioni, xilografie, esposte insieme a prime edizioni di libri e carteggi con grandi artisti marchigiani di nascita o di adozione, di rilievo nazionale e internazionale, è la traduzione visiva dei 32 artisti amici a cui Valerio Volpini aveva dedicato 32 ritratti critici, scritti nell’arco di 32 anni (dal 1958 al 1990) e raccolti nella sua opera “La luce sui pioppi” (L’Astrogallo, 1991), ripubblicata per l’occasione insieme al catalogo delle opere a cura di Tiziana Mattioli e dell’editore Raffaelli di Rimini. Una traduzione nella quale ciascun artista è rappresentato con due opere, mentre di due soli artisti, Luigi Bartolini (1892-1963) e Mino Maccari (1898-1989), particolarmente amati da Volpini, vengono esposte circa trenta opere cadauno.

In verità, siamo di fronte a qualcosa di più, ossia alla condensazione per immagini e parole di un progetto culturale che ha visto incontrarsi - da un lato - la generosità della famiglia Volpini, unita alla competenza di studiosi esperti, e - dall’altro - la sensibilità di un’amministrazione locale, quella di Fano. L’intera biblioteca di circa 15.000 volumi e l’importante archivio dell’esponente cattolico sono stati donati e presi in carico dal sistema bibliotecario della città, mentre l’amministrazione comunale si è impegnata a valorizzarlo e a renderlo fruibile.

Tutto ciò è importante perché è giunto il tempo di mettere al sicuro alcuni fondamentali patrimoni del Novecento marchigiano, veri e propri “granai” indispensabili per capire che cosa siamo stati e per nutrire il futuro. A questo compito dovrebbero dedicarsi con giusta lena istituzioni, privati, enti culturali e cenacoli intellettuali.

Nella vicenda umana, culturale e politica di Valerio Volpini si staglia in maniera emblematica la misura di quella generazione che all’indomani degli orrori e della distruzione della seconda guerra mondiale cercò di dare ragioni e motivazioni profonde alla necessità, che ciascuno avvertiva come immane ed inevitabile, di vivere, ricominciare, ricostruire.

Egli lo fece da cattolico “adulto”, capace in gioventù di scegliere la libertà contro la barbarie, di vivere la propria fede religiosa come retaggio delle umili origini contadine e al contempo come esercizio contemporaneo di un’intelligenza guidata dalla coscienza, sempre fedele a se stessa e orientata dal primato dello spirituale. Allievo di Carlo Bo, assai vicino a don Primo Mazzolari, “amico spirituale di Bernanos” e “periferico alunno di Jacques Maritain”, Volpini - al pari di tanti giovani della sua generazione - guardava alla cultura francese, per vocazione antitotalitaria, umanistica, laica quand’anche intrisa di religiosità, e rifuggiva l’irrazionalismo che aveva avvelenato l’umanità tra le due guerre.

Fortemente legato alla sua città di nascita, egli visse e assorbì a pieno le novità del Concilio Vaticano II e se ne fece interprete anche nel suo impegno politico, come Consigliere regionale durante la prima legislatura (1970-1975), quella fondativa delle Regioni, iniziata tra gli entusiasmi di una politica “nuova” tutta da inverare e conclusa nella delusione per il prevalere di una politica senza “cultura”. Da qui l’impegno nella rivista “Il Leopardi”, per giungere poi alla direzione de “L’Osservatore Romano”, dal 1978 al 1984, esattamente negli anni in cui spirava “la Repubblica dei partiti”, alla quale la generazione di Volpini era intrinsecamente legata, il papato finiva per giocare un ruolo tra le grandi potenze e il mondo virava a tal punto che chi fino a ieri era stato un sincero riformatore si ritrovava l’indomani dipinto come il peggior conservatore, in un gioco di specchi in cui individualismo di massa, competizione, corruzione e debito pubblico finivano per contagiare tutti, lasciando alle generazioni future il conto da pagare.

La mostra fanese avrebbe potuto anche intitolarsi “la poesia dell’arte” o “l’arte e la grazia”, per la sintonia della ricerca volpiniana della bellezza con la riflessione etica ed estetica di un filosofo come J. Maritain, entrambi portatori di una concezione umanizzante della creazione artistica, che rifugge da ideologismi ed estetismi, da moralismi e immoralismi, e che ricerca nella fatica intrinseca della produzione artistica la dimensione poetica, il "prodigio" appunto, che solo è capace di far incontrare il fardello esistenziale dell’artista con il vissuto di chi fruisce dell’opera d’arte, dischiudendo ad entrambi l’ulteriorità dell’essere.

Tutto ciò, per Volpini, era possibile anche nella “periferia”, anzi qui forse era più vero e autentico. Le Marche, questa terra laterale e cruda, avevano qualcosa da dire anche nei confronti delle capitali più blasonate della cultura e tanto più rispetto alle mode del momento. E’ questo il senso dei “pensieri per artisti amici”, dove la ricerca e la critica letteraria non si stancano mai d’inseguire il fil rouge di un leopardismo ritornante, così peculiare da far ipotizzare una sorta di “marchigianità” artistica ed esistenziale, persino politica. Che ne è di essa oggi? Ha ancora un senso? E soprattutto, ha qualcosa da dire? E’ forse questo l’interrogativo più incalzante che la mostra di Fano ci consegna.

Daniele Salvi 





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14 gennaio 2019
PATTO PER LO SVILUPPO: UN PUNTO FERMO PER LA RINASCITA DELLE MARCHE
Con l’approvazione della mozione n. 435/2018 il Consiglio regionale ha recepito il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, già siglato dai 23 soggetti del tavolo regionale della concertazione, adottato con apposita delibera dalla Giunta regionale e previsto nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza Regionale. L’anno appena trascorso si è chiuso, così, con un importante segnale alle comunità dell’area colpita dal terremoto di due anni fa e più in generale all’intera comunità regionale. Si parla spesso di ritardi e limiti nella gestione del post-sisma, non si placano le polemiche sulla ricostruzione, ma occorre sottolineare che la Regione Marche giunge a dotarsi di uno strumento fondamentale per il rilancio di quei territori a soli due anni dal sisma, quando l’Emilia Romagna lo ha fatto dopo tre anni e l’Abruzzo dopo ben otto. Oggi, chiunque abbia un’idea, un progetto, un proposito d’investimento, o sia un portatore d’interesse, ha a disposizione un quadro strategico, delle direttrici di sviluppo e una raccolta ordinata di progetti che possono svolgere una funzione di orientamento e fungere da primo “setaccio” della compatibilità delle proposte con le aree integrate d’intervento previste nel Patto: servizi alla coesione sociale, competitività e innovazione nei sistemi produttivi, green economy, sicurezza del territorio, valorizzazione del patrimonio, mobilità, ricerca e nuove competenze, tecnologie e sistemi innovativi, infrastrutturazione digitale abilitante. Non è poca cosa, soprattutto se non si vuol incominciare ogni volta da zero. Se è vero che non c’è ricostruzione senza sviluppo, la scelta di non tenere separate queste due sfide, ma di farle avanzare su binari convergenti, è un atto obiettivamente coraggioso e qualificante che la Regione Marche ha fatto e che consente a ciascuno di avere dei punti di riferimento sufficientemente chiari e articolati con i quali confrontarsi, non ultimi il quadro delle risorse ad oggi disponibili e le modalità di governance del processo di valutazione, attuazione e monitoraggio degli interventi. Il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo” rappresenta una sintesi pregnante dei rispettivi percorsi avviati dal Consiglio regionale con la ricerca sui “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, elaborata dalle Università marchigiane, e dalla Giunta regionale con l’incarico ad Istao che ha portato ad una raccolta ordinata di progetti, grazie all’apporto del mondo della rappresentanza economica e sociale e con il supporto della struttura amministrativa regionale. Si è trattato di un percorso serrato, che ha cercato di far tesoro dell’ampio e ricco dibattito che gli effetti del terremoto, sommati al perdurare della crisi economica, avevano generato, consapevoli tutti che il fattore tempo non è una variabile dipendente. Il lavoro fatto, che ha portato a stimare circa 2 miliardi di investimenti e 9.500 nuovi occupati, ha indubbiamente contribuito - tra l’altro - a preparare soggetti e territori a cogliere in maniera tempestiva le opportunità già in campo. Mi riferisco, in particolare, alla riuscita che stanno avendo i bandi regionali riguardanti l’area del “cratere”, che hanno visto un numero di domande molto significativo, insieme a un ammontare dell’importo finanziario complessivo dei progetti presentati di molto superiore alla dotazione iniziale dei bandi stessi. Un ulteriore termine di confronto, che rappresenta anche un potenziale terreno di lavoro comune, è invece costituito dal fatto che anche la confinante Regione Umbria è impegnata in un progetto di rafforzamento della produttività e della redditività del proprio sistema produttivo in un’ottica macroregionale. Il progetto, che ha come base una ricerca svolta da Sviluppumbria e Università di Perugia, si presta ovviamente a numerose correlazioni, sinergie e possibili contaminazioni. Se il 2019 dovrà essere l’anno del decollo della ricostruzione fisica degli abitati, gioco forza dovrà essere anche quello in cui si mettono le basi concrete per la ricostruzione delle comunità, basi che poggiano sullo sviluppo sostenibile e il lavoro. A tal fine sarà fondamentale il confronto con il Governo nazionale sui contenuti del Patto, ad esempio sulle agevolazioni fiscali più efficaci per favorire gli investimenti e l’insediamento di nuove attività imprenditoriali, e con la Commissione europea affinchè la programmazione dei fondi strutturali 2021-2027 tenga conto delle azioni necessarie per la rinascita dell’areale del sisma e delle quattro regioni coinvolte. Infine, la modalità di ampio coinvolgimento e concertazione che ha accompagnato la gestazione del “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo” può diventare un modus operandi per altri importanti appuntamenti a cui la Regione si appresta: dal Piano socio-sanitario alla Strategia regionale di sviluppo sostenibile, fino al regionalismo differenziato. Altrettanti strumenti utili a disegnare il futuro delle Marche. Daniele Salvi



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10 gennaio 2019
MACHIAVELLI E IL DUCA: UNO SGUARDO SUL CENTRO ITALIA
L’uscita presso Bompiani nell’anno appena trascorso di “Tutte le opere” di Niccolò Machiavelli consente di leggere in versione completa le cosiddette “legazioni” del segretario fiorentino, ossia le missioni che egli adempì per conto della repubblica di Firenze in Italia e all’estero, tra le quali spicca per fama quella svolta presso il duca Cesare Borgia, impegnato nella conquista della Romagna e nella “disinfestazione” dello Stato della Chiesa da “quella zizzania che era per guastare l’Italia” (p. 1323), ovvero quei “signorotti sbrigliati che non hanno rispetto” (p. 1347) e che complicavano il governo di un territorio che aveva invece bisogno di rafforzare l’autorità e l’efficacia del potere centrale, in questo caso quello di Papa Alessandro VI. Questa esigenza a cui, in più circostanze e in tempi diversi, il potere papale aveva cercato di dare una risposta, fin dalle Constitutiones Aegidianae del 1357 che rappresentano la prima sistematizzazione giuridico-amministrativa dei territori soggetti direttamente all’autorità temporale del Papa, era diventata acuta sul finire del Quattrocento, quando con la scoperta delle Americhe il mondo conosceva una rivoluzione e tutto subiva un’accelerazione imprevista. Tante volte questo tornante della storia è stato evocato nei momenti di grande cambiamento per esemplificare la necessità di attrezzarsi adeguatamente per non dover subire il corso degli eventi, e il tentativo del duca Valentino di unire il centro Italia, per poi forse unire l’Italia, è apparso ai più tanto cinico e scaltro, quanto coraggioso e in definitiva sfortunato. Simbolo di quel limite culturale e pratico della politica italiana, incapace di farsi Stato a fronte di una società economicamente prospera e articolata. In realtà, come ha insegnato Carlo Maria Cipolla, l’economia del nostro paese era anche allora strutturalmente dipendente dal ciclo internazionale, subiva la concorrenza di paesi emergenti come l’Inghilterra e le Fiandre, pensava illusoriamente di reggere la competizione rifugiandosi nelle nicchie dell’alta qualità, soffriva di eccessive diseguaglianze tra i diversi ceti sociali e di una pressione fiscale troppo alta, per non parlare della frammentazione politica che impediva ad ognuno dei singoli Stati italiani di dotarsi di quelle “caravelle dell’innovazione” necessarie per affrontare il futuro, fossero esse le navi capaci di solcare gli oceani o gli eserciti e gli armamenti pronti a difendere i confini dello Stato. L’Italia centrale che emerge dalle “legazioni” del Machiavelli al duca Valentino è già allora un territorio fortemente interconnesso e interdipendente. Una delle più immediate e ricorrenti preoccupazioni della repubblica fiorentina era quella di tutelare gli interessi dei mercanti nei territori controllati dal Borgia. Machiavelli non solo riceve a più riprese indicazioni affinchè segnali a chi di dovere le esigenze di singoli mercanti, ma - una volta espressa al duca l’amicizia, pur sempre guardinga, che Firenze riservava alla sua impresa - viene sollecitato ad ottenere il salvacondotto per i mercanti fiorentini. Allo stesso modo egli fa presente alla repubblica le novità che giungevano da Venezia e cioè che: “…in Portogallo erano tornate di Galigutte 4 caravelle cariche di spezierie: la quale nuova aveva fatto calare assai di pregio le spezierie loro (di Venezia ndr): il che era danno gravissimo ad quella città” (p. 1252). Gli effetti della globalizzazione cominciavano a farsi sentire. Forte, poi, è la preoccupazione quando il duca si dirige lungo la costa adriatica e la città di Ancona sembra essere “in sul disegno” (p. 1273), dal momento che - ragguaglia il segretario - sono “in quella città assai robe di mercatanti vostri” (ibidem), ragion per cui viene ipotizzato lo spostamento di merci e mercanti in direzione di Cesena e Rimini via mare. La repubblica, a stretto giro, dispone di “fare opera che quelle robe che si truovano ad Ancona o a Camerino si conduchino salve” (p. 1277). Evidentemente queste due erano le piazze mercantili più importanti per Firenze nella Marca e, se l’ostinata Camerino è oggetto di particolare attenzione per via delle notizie che giungono di repentini capovolgimenti di fronte, la raccomandazione per i mercanti fiorentini che operano su Ancona è esplicita con tanto di nomi e cognomi: Girolamo e Lorenzo Ridolfi, Niccolao Lippi, “cittadini nostri abitanti in Ancona” (p. 1329), e Bartolommeo di ser Tommaso Anconitano, “consolo della nazione nostra” e “uomo con il quale li mercatanti nostri hanno molte faccende e nella conservazione del quale è la conservazione di molti de’ nostri” (ibidem). Come sappiamo il Borgia non si diresse verso Ancona. Le “legazioni” terminano con il duca che si dirige verso Roma, forte del sostegno del padre, il Papa, e del Re di Francia, avendo ormai di fatto annessa la strategica e a lungo contesa Romagna, stretto accordi con Bologna, costruito alleanze con Firenze e Ferrara, ricondotto sotto il suo controllo Marche e Umbria, bonificato Siena. Poi – come si sa – le vicende mutarono di segno fino al fallimento dell’intero progetto. Che senso ha ripercorrere oggi questa vicenda ben nota? Può servirci, forse, per riflettere sul fatto che - come ha sostenuto recentemente Gianfranco Viesti – “L’Italia che sta venendo lentamente fuori dalla grande crisi sembra diversa, da un punto di vista territoriale, da quella che vi è entrata”, e che ora come allora stanno in realtà cambiando le gerarchie territoriali: Marche e Umbria scivolano sotto la media europea del Pil pro-capite, Roma è in forte crisi, lo sviluppo più dinamico non scende più lungo l’Adriatico e l’areale del “cratere” sismico unisce ben quattro regioni. L’intero centro Italia è in sofferenza e lo è il suo sistema produttivo. Se il Nord e il Sud del Paese sembrano poter contare su un’attenzione privilegiata da parte dell’attuale governo, come dimostrano le misure della prima legge di bilancio, le Regioni del “quadrilatero” Bologna-Ancona-Roma-Firenze è bene che assumano rapidamente una comune consapevolezza della questione che le riguarda, per riscrivere in maniera più equa la geografia nazionale e per affrontare con coraggio e unità d’intenti le sfide della cooperazione e dell’innovazione necessarie per interpretare a testa alta il cambiamento. Daniele Salvi



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7 gennaio 2019
LETTURE DELL’ANNO ANDATO
La prima lettura di quest’ultimo scorcio dell’anno che è appena passato è: AA.VV., “Atlante dell’Appennino”, a cura della Fondazione Symbola, 2017, pp. 236. Frutto di un lavoro di squadra e promosso da diversi soggetti, finalmente uno strumento che consente uno sguardo d’insieme sull’Appennino e un buon livello di approfondimento e di dettaglio dei vari ambiti: la geomorfologia, il paesaggio, la biodiversità, la demografia, l’economia, l’agricoltura inclusi il cibo e i boschi, la cultura e persino il sentiment online. Il lavoro che gli ha dato vita lo rende aggiornabile ed è di facile fruizione. Serviva, ora c’è! La seconda è: Gian Paolo Manzella, “L’economia arancione. Storie e politiche della creatività”, Rubbettino 2017, pp.149. Anche in questo caso una pubblicazione utile, che fa il punto su che cosa ci sia di reale e concreto dietro il gran parlare che si fa di “creatività”, in Italia e non solo, con un occhio particolarmente attento al progressivo affermarsi di politiche dedicate. In realtà, molto c’è ancora da fare soprattutto in Italia, dove le industrie creative rappresentano una scelta strategica più che altrove e per ovvie ragioni. Ma la consapevolezza non è ancora adeguata e con l’attuale governo il tema è caduto nel dimenticatoio. La terza è: Paolo Grossi, “Il diritto in una società che cambia”, a colloquio con Orlando Rosselli, Il Mulino 2018, pp. 128. Il denso bilancio del Presidente emerito della Corte Costituzionale, che è anche un excursus della sua carriera di studioso e accademico: dalla storia del diritto, in particolare medievale, alla visione del diritto come ordinamento, forma di vita, capace di recepire e ordinare i cambiamenti sociali, grazie ad una duttilità che non smarrisce mai la logica, la razionalità e una salda visione del bene comune. Grossi che ha insegnato presso l’Università di Macerata e che ben conosce la realtà delle Marche (grande ammirazione egli esprime per il filosofo e giurista camerte Emilio Betti), è senza dubbio una delle voci più autorevoli a livello nazionale e internazionale della disciplina giuridica. La quarta è in realtà un insieme di letture che hanno come focus il post-sisma: Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini, “Gli spaesati. Reportage dalle zone del terremoto del Centro Italia”, Ediesse 2018, pp. 181. Un libro fotografico nel quale un ormai affermato scrittore e un altrettanto sperimentato fotografo ci offrono uno sguardo senza veli e all’altezza degli occhi sulla realtà del post-sisma, con al centro i volti degli “spaesati” e i paesi “senza più volto”. Marco Scolastici, “Una yurta sull’Appennino. Storia di un ritorno e di una resistenza”, Einaudi 2018, pp. 109; il racconto del pastore che ha sconfitto il terremoto, di un giovane che fa una scelta controcorrente, di un “testone” che non abbandona nonostante i solleciti il luogo del proprio lavoro, dei propri animali, della propria vita, di una persona che - mentre vive le difficoltà del sisma e della grande nevicata del 2017 - si mette in discussione, ripercorre le tappe della propria esistenza, quella dei suoi avi e dei suoi cari, e ne esce più forte di prima. Un esempio benaugurante! Marco Giovagnoli, “Piccolo dizionario sociale del terremoto”, Cromo Edizioni 2018, pp. 255; nato da un lavoro d’èquipe con alcuni studenti dell’Università di Camerino, rappresentanti dei Comitati post-sisma, docenti ed esperti, è uno dei libri più intelligenti scritti sul terremoto del 2016/2017. Agile come un dizionario, colto come l’autore, utile come sintesi del dibattito innescato dall’evento calamitoso, visionario perché capace di mettere sul tappeto (quasi) tutte le questioni che il terremoto dell’Appennino dell’Italia centrale ha squadernato davanti alla comunità nazionale/internazionale e che inevitabilmente impegneranno nella prospettiva i “soggetti forti” e i “soggetti deboli” del caso. L’ultima lettura è: Marcello Fonte, “Notti stellate”, Einaudi 2018, pp. 237. Il romanzo d’infanzia dell’attore-rivelazione premiato come miglior attore-protagonista a Cannes nel film “Dogman” di Matteo Garrone. Fonte ha stupito tutti per la poeticità dell’immagine espressa in occasione della premiazione (“Da piccolo, quando ero a casa mia e pioveva sopra le lamiere, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi”). In questa biografia che copre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza a Marrani, nella profonda Calabria, quella poeticità assume i contorni veri della sua famiglia, di Rosa e Peppino, con i numerosi fratelli, della vita in una “casa” fatta di lamiere, della frequentazione quotidiana della “fiumara”, una discarica a cielo aperto, tra periferie degradate, adolescenti incamminati sulla strada di una vita violenta ed esperienze che avrebbero potuto indirizzare l’esistenza di Marcello da tutt’altra parte rispetto a quella invece ormai consacrata al grande pubblico. Eppure, al fondo c’è quella apertura alla vita, quella ingenuità e caparbietà, quella volitività che anche nelle situazioni più marginali e critiche può preparare il riscatto, dapprima grazie alla musica, ad un tamburo e ad una banda di paese, e poi al lungo apprendistato in qualità di “attore del sottosuolo”... Bello!



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5 novembre 2018
A.D. 1259: DAI DISASTRI NATURALI E UMANI ALLA RINASCITA
Lo scorso 26 ottobre all’Università Statale di Milano si è tenuto un convegno che ha riflettuto su come le catastrofi naturali incidano nella storia delle comunità umane. Come ha scritto Paolo Grillo su “La lettura” del Corriere della Sera del 21 ottobre scorso l’appuntamento ha affrontato “la storia di un disastro naturale abbattutosi sull’Italia nel cuore del Medioevo e di come gli uomini e le donne dell’epoca seppero reagire”. “L’ombra del vulcano”, questo il titolo del convegno, ha ripercorso la vicenda dell’eruzione del vulcano Samalas in Indonesia che nell’estate del 1257 esplose in maniera devastante al punto da velare il Sole e turbare il clima di un’ampia parte del pianeta, producendo un raffreddamento delle temperature medie. “Ne derivarono due o tre anni di grave maltempo, che rovinò i raccolti agricoli e provocò carestie in tutta l’Europa occidentale e nelle regioni mediterranee, dove la nube si era spostata”. La nube giunse in Italia nell’autunno del 1257 e dapprima provocò danni limitati ai raccolti autunnali (vendemmia, miglio e orzo), ma poi - dal momento che la nube si fermò e le temperature calarono ulteriormente con ondate di maltempo e piogge torrenziali - i raccolti peggiorarono e il prezzo dei cereali salì alle stelle. Nel 1259 il freddo aumentò ancora, si estese la carestia e si diffuse un’epidemia di polmonite o febbre tifoidea che fece vittime soprattutto nelle grandi città del tempo. Solo nel 1260 gli effetti dell’eruzione cominciarono lentamente a placarsi. Tutto ciò accadde mentre in Italia infuriava lo scontro tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini: risalgono a quegli anni la distruzione di Camerino del 1259 ad opera di Percivalle D’Oria, la battaglia di Montaperti del 1260 narrata da Dante Alighieri, fino alla sconfitta di Re Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento del 1266. Di fronte al cambiamento repentino del clima, alla carestia e alle epidemie prese avvio proprio nel centro Italia il movimento dei “flagellanti” che vedevano in quanto stava accadendo una sorta di punizione divina, per cui invitavano al pentimento e alla pacificazione, riscuotendo grande consenso popolare. I cambiamenti climatici, tra gli altri effetti, favorirono la riscossa ghibellina, giacchè il Mezzogiorno d’Italia, dove la casata sveva conservava un forte radicamento, risentì meno delle conseguenze della nube, consentendo a Manfredi di utilizzare le esportazioni di grano come strumento di pressione politica verso le affamate città del centro-nord dell’Italia. E’ probabile che tutti questi diversi aspetti giocassero un ruolo non secondario nella stessa vicenda dell’assedio di Camerino da parte delle truppe ghibelline, della scelta dei Camerinesi di trattare sia con il Papa che con l’Imperatore, e dello stratagemma utilizzato da Raniero De’ Baschi per procurare la distruzione della città. Tuttavia, di fronte a questa crisi planetaria, i governi comunali non rimasero con le mani in mano, ma assunsero misure energiche per affrontare la situazione: innanzitutto per sfamare la popolazione, per cui “furono avviate capillari inchieste per scoprire quanto grano fosse disponibile, fra raccolti e scorte accumulate”, furono “emanati provvedimenti contro gli speculatori, imponendo stretti controlli sulla vendita e l’esportazione dei cereali e calmierando i prezzi per legge”, si “acquistarono grandi quantità di frumento a spese pubbliche sui mercati esteri meno colpiti e le si rivendette a costi agevolati”. Ma molti altri furono gli interventi: dalla limitazione nell’uso del legname, necessario per il riscaldamento, ai lavori pubblici di tipo idraulico e stradale. Nel caso di Camerino a questi interventi si dovettero aggiungere quelli per la ricostruzione fisica della città sotto il “capitano di guerra” e - in via del tutto eccezionale - “podestà” (la più alta carica civile era svolta sempre da personalità di altre città in genere alleate), Gentile Da Varano, una sorta di commissario alla ricostruzione del tempo, che diede una guida ai Camerinesi dispersi, riconquistò la città, si adoperò per la sua rinascita, costruendo non a caso il Mercatale e non appena “pervenne il sito della Città intieramente in potere de’ Camerinesi”, essi “v’inalzavano case à gara, e Gentile Varani volle esser de’ primi nel fabricare un palazzo nel sasso della Città. Ristauravansi parimenti le Chiese, et era lo studio principale intorno alla Cathedrale. Volendola fabricare sontuosamente, furono chiamati Architetti de’ primi di quel tempo, et un Scultore per le statue di bassirilievi per la facciata” (C. Lilii: “Istoria della città di Camerino”, Parte II, Libro primo, pag. 22). In questo scenario di ricostruzione, investimenti e riforme, passata la nube, anche il grano tornò a circolare, seppure in modo disciplinato, e si rifece un catasto della città e dei suoi possedimenti. Si dice che la storia non sia mai magistra vitae, ma è anche vero che non bisogna “mai dire mai”... Daniele Salvi



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11 settembre 2018
CASTELRAIMONDO DOPO IL SISMA
Nel nuovo scenario territoriale determinato dal sisma del 2016 è quantomai necessario che ciascuna comunità colpita si eserciti in una riflessione sul proprio futuro. Questa dovrebbe prendere le mosse da una analisi e una strategia di più ampio respiro, cosa che la Regione Marche ha provato a fare - da un lato - con la ricerca “Nuovi sentieri di Sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, promossa dal Consiglio Regionale e dalle quattro Università marchigiane, e - dall’altro - con l’avvio del “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, che la Giunta Regionale ha commissionato ad Istao e a cui stanno dando il loro contributo le rappresentanze del mondo economico e sociale. E’ utile, quindi, che ogni Comune si doti di un documento d’indirizzo strategico che non sia un mero esercizio accademico o una serie di dichiarazioni di principio, ma l’assunzione responsabile di un impegno concreto dell’intera comunità e dell’amministrazione comunale nel perseguire linee d’intervento capaci di dare corpo ad una strategia di rinascita e di rilancio. Nelle condizioni date, vivere alla giornata non è affatto auspicabile. Da questo punto di vista, a quasi due anni dal sisma, vorrei fare alcune considerazioni che riguardano Castelraimondo. La prima riflessione riguarda il fatto che Castelraimondo, nell’ambito del cratere, si colloca tra le realtà liminali alla zona più colpita. La nostra cittadina è stata ferita, un quinto circa del suo patrimonio abitativo è stato lesionato, ma anche grazie ad un impianto urbano recente ha resistito ed ha potuto assorbire al proprio interno i disagi prodotti dal sisma, riuscendo persino ad offrire accoglienza a tante persone che sono state costrette a lasciare le loro case in paesi vicini. La capacità abitativa inutilizzata, risultato di uno sviluppo edilizio nel tempo sovradeterminato rispetto alle reali esigenze, ha permesso a tanti di trovare una sistemazione dignitosa e a diverse attività economiche e commerciali d’insediarsi proprio qui. Ora è giunto il tempo di capire se la fase di ricostruzione che si sta aprendo con i primi cantieri risponde ad un’idea di sviluppo sostenibile della Castelraimondo futura e del ruolo che potrebbe svolgere in un ambito territoriale che ha subito profonde trasformazioni e che richiede nuovi protagonismi, non di tipo opportunistico, ma essenziali per la tenuta socio-economica più complessiva del nostro entroterra. A questo proposito una parola chiara va subito detta sull’importanza vitale della realizzazione e del completamento della Pedemontana, ultimo lato del Quadrilatero e asse viario fondamentale per collegare l’area più colpita del cratere ad un vasto territorio interregionale. La consegna dei lavori del tratto da Matelica sud a Castelraimondo nord è un buon segnale, ma non va mollata la presa fino a che non vedremo terminate sia la SS76 che la Pedemontana, con buona pace dei polemisti dell’ultima ora. Bisognerà, invece, cominciare ad interessarsi del fatto che il Cipe ha da qualche tempo stanziato 39 mln di euro per l’elettrificazione della linea ferroviaria Civitanova Marche-Albacina e qualcosa è bene che accada anche dalle nostre parti… Castelraimondo deve darsi degli obiettivi e possibilmente coglierli. Il primo è diventare un paese antisismico, un paese sicuro: la sua tutto sommato giovane struttura edilizia lo rende possibile. Un centro storico limitato, la selezione operata dal sisma sugli edifici anni ’50-’60 costruiti in assenza di normativa antisismica, la possibilità ora d’intervenire in modo mirato, rendono realistico questo traguardo nell’arco dei prossimi dieci-venti anni. Il secondo obiettivo è diventare un Comune amianto free, libero dalla presenza di un materiale e di una sostanza nociva per la salute. Le Marche hanno censito meglio di tante altre regioni la diffusione dell’amianto sul proprio territorio. E’ un obiettivo a portata di mano e per un Comune potersi fregiare di questo titolo è non solo importante in sé, ma rappresenta un ottimo distintivo di civiltà e sviluppo sostenibile. Il terzo obiettivo è la riqualificazione di alcune zone: viale Europa richiede ormai un intervento da coniugare con i corposi cantieri di ricostruzione che lo riguarderanno. Vanno individuate e rese fruibili nuove aree verdi, troppo esigue nel nostro tessuto cittadino. La rigenerazione urbana riguarda, invece, alcuni luoghi che non possono rimanere in eterno nello stato in cui versano: ad esempio, le due aree occupate dall’ex-consorzio agrario. La ricostruzione del centro storico (Castello, Borgo e Aie) e delle frazioni vanno pensate cercando di evitare il rischio più probabile, quello dell’abbandono di questi abitati. Il quarto obiettivo riguarda le aree di nuovo sviluppo in chiave sostenibile come Torre del Parco e Lanciano. Faccio presente che nella ricerca “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma” questa area è stata presa ad esempio di un progetto-pilota capace di attivare potenzialità inespresse ed economie interconnesse a partire dall’intervento di ricostruzione su un bene culturale di pregio qual è il castello di Lanciano. A ciò va ovviamente collegato il progetto di Polo tecnologico che prevede il recupero e la rifunzionalizzazione del complesso militare delle Casermette e che sta andando avanti. Il quinto tema è la bonifica dell’area dell’ormai ex-cementificio Sacci. Mi pare difficile pensare ad un ritorno d’interesse per la produzione di cemento in un contesto di settore in cui alti costi ambientali, tecnologie evolute e delocalizzazioni stanno determinando un’irreversibile riduzione del numero degli impianti nei paesi europei. Né possiamo augurarci che al posto del cementificio sorga un inceneritore. Oltre al danno, sarebbe la beffa! Va, invece, perseguita la strada della bonifica connessa ad un progetto di sviluppo sostenibile dell’area da studiare insieme a Italcementi, Università e istituzioni regionali e locali, che potrebbe riguardare - ad esempio - la ricerca e sviluppo di nuovi materiali da costruzione, anche in sinergia con quanto sta prendendo forma alle Casermette e chiamando la multinazionale ad un investimento innovativo e solidaristico in area cratere. Infine, il sesto obiettivo è la cultura: è tempo che Castelraimondo si doti di un teatro dignitoso, di una biblioteca moderna, di un archivio fruibile, di una sala conferenze. Il salto di qualità a cui Castelraimondo dovrebbe aspirare, come accaduto nella storia di altre comunità che sono poi cresciute in numero di abitanti e importanza, è legato alla costruzione dei luoghi della formazione della coscienza pubblica da cui dipende più che da ogni altra cosa il futuro delle comunità. Daniele Salvi



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27 agosto 2018
L’ESTATE DI GIULIO CESARE
Lo scorso 7 luglio in occasione del libro tour organizzato dall’associazione Arti e Mestieri, conclusosi con la visita all’affresco del Giudizio Universale un tempo situato nella chiesetta della Madonna del Sasso e oggi in quella della frazione di San Martino di Serravalle del Chienti, si è avuto modo di “verificare sul campo” la necessaria rivalutazione dell’imponente opera, oggetto di studio da parte di Ettore Racioppa e Bianca Maria Santucci nel saggio “Un giudizio per Giulio Cesare”, di cui abbiamo avuto modo di scrivere in precedenza su l’Appennino Camerte.Pur nella credibilità dell’approccio e delle risultanze dello studio, diverse sono le questioni che rimangono aperte su uno degli affreschi più rilevanti del territorio e, sorprendentemente, tra i meno considerati dagli storici dell’arte, sempre prolifici nel costruire ipotesi e suggestioni. In assenza di documenti che attestino la committenza, resta la domanda su che cosa ci facesse un affresco così grande (6 m x 4) e dall’intento celebrativo in una chiesetta eremitica, seppure di grande devozione.E poi i personaggi ritratti; se è credibile che il periodo di realizzazione possa oscillare tra il 1484 e il 1495 e sono identificabili figure come Mattia Corvino, re d’Ungheria, e Papa Sisto IV, per i quali Giulio Cesare militò (nel 1480 e nel 1482), altrettanto non sembra potersi dire della presenza di esponenti simbolo di altre importanti condotte militari del Varano che ricadono proprio in quegli anni, ad esempio quella per la Serenissima del 1484 o quella successiva per il re di Napoli del 1492, che Venanzio da Camerino richiamerà nel famoso dipinto del 1512 dove Giulio Cesare Varano prega di fronte al Cristo risorto.Solo le condotte a servizio di un re cristiano impegnato contro i turchi e di un Papa meritavano di far parte di un affresco nel quale si esprimono le ragioni per cui un’intera corte e il suo capo meritano il paradiso? Forse, ma tanto più se l’anno in questione fosse il 1484, l’anno iniziato con il ritorno a casa di Camilla e segnato in agosto dalla morte di Papa Sisto IV, un accenno all’importantissima condotta ottenuta dalla Repubblica di Venezia nel maggio dello stesso anno non avrebbe guastato. Il Varano, infatti, si era adoperato molto per ottenerla, mentre continuava con alterne vicende la guerra di Ferrara, che si concluderà tre mesi dopo, il 7 agosto di quell’anno, con la pace di Bagnolo, alla quale seguirà soltanto cinque giorni dopo la morte di Sisto IV, amareggiato per l’esito del conflitto da lui ardentemente sostenuto.Iniziata la guerra nel maggio del 1482, ricevuta nel novembre di quell’anno l’investitura a governatore generale delle truppe pontificie, distintesi le sue milizie nella battaglia di Campomorto a fianco di Roberto Malatesta, Giulio Cesare Varano non poteva che guardare con una certa preoccupazione alla situazione che si era determinata nella Marca in quello stesso anno con la morte in contemporanea di Federico Da Montefeltro e Roberto Malatesta, esponenti di due famiglie di peso a lungo contrapposte, financo nella guerra in corso, la cui scomparsa determinava un oggettivo vuoto di potere in un ampio territorio tra Marche e Romagna. Considerando, poi, le mire che su quest’ultima regione venivano sia dal versante pontificio, per il tramite del nipote del Papa, Girolamo Riario, che da quello veneziano, da sempre legato ai Malatesta, versanti ora contrapposti dopo l’iniziale alleanza, è chiaro come il Varano dovesse lavorare di forte diplomazia per scongiurare che Rimini e i territori malatestiani, ai quali era legato per via della consorte Giovanna Malatesta, divenissero oggetto di appetiti incontrastabili e che l’instabilità di estendesse fin nel cuore della Marca.Di più, la morte del grande Federico faceva venir meno uno dei principali protagonisti della politica di equilibrio tra gli Stati italiani dalla Pace di Lodi (1454), aprendo di fatto la successione al ruolo di capitano generale della lega italica. Analogamente, la morte del Malatesta, che insieme a Roberto Sanseverino, aveva guidato le truppe veneziane, richiedeva alla Serenissima una degna sostituzione. In questo quadro, a seguito di febbrili trattative con il Papa e, attraverso Nicolò Carboni di Macerata, con il Sanseverino e Venezia, giunse la condotta a governatore generale delle milizie della Repubblica (5 maggio 1484) a lungo agognata. La guerra contro Ferrara, divenuta poi contro Venezia, il più potente e meglio attrezzato degli Stati italiani del Quattrocento, si protraeva stancamente, anche per i volubili e repentini cambiamenti di fronte del pontefice, per cui evidentemente parve più opportuno al Varano - non solo per denaro e prestigio - legare i suoi servigi alla Serenissima, cosa che tra l’altro gli avrebbe consentito di tutelare da presso “lo Stato di Rimini” e di divenire punto di riferimento delle questioni aperte nell’alta Marca, nella Romagna e lungo il medio-alto Adriatico, anche a rischio di subire il disappunto del Papa.E’ così che nel maggio del 1484 Giulio Cesare Varano accoglie l’Ambasciatore di Venezia presso la chiesa di San Giacomo di Caccamo con grande sfoggio di cavalli e soldati. Vista la sottrazione del castello della Rancia, attribuito dal Papa al Riario e che il Varano riprenderà subito dopo la morte del primo, il luogo doveva far parte dei possedimenti varaneschi più antichi, data la vicinanza con il soprastante borgo di Pievefavera. Che l’ambascitore fosse sbarcato a Civitanova o, con maggior probabilità, al porto di Fermo e fosse quindi risalito fino ad incrociare la “via francisca” che portava a Sarnano e Caldarola, il luogo deputato a riceverlo non poteva che essere quello nello Stato di Camerino più prossimo e più consono ad un alto diplomatico e autorevole pellegrino che portava ricchi doni (50.000 ducati in tempo di guerra e 25.000 in tempo di pace, tanto valeva la condotta). Di lì a tre mesi, in piena estate, la pace sarà raggiunta: in primo luogo tra Venezia e Milano, a cui si aggiungeranno Napoli e a seguire gli altri Stati e staterelli d’Italia. Giovanni Pontano e Gianfrancesco Mauruzi da Tolentino tratteranno rispettivamente per il re di Napoli e per il Papa. Roberto Sanseverino assurgerà al ruolo di capitano generale della nuova lega italica e il Varano resterà alla guida delle milizie veneziane fino al dicembre 1487 con alterne fortune. Quella che sembrava essere una nuova pace duratura lascerà in realtà più di uno strascico.In anni ricchi di realizzazioni e mecenatismo per la città di Camerino e il territorio, ritroveremo nel 1486 Giulio Cesare Varano, insieme al vescovo di Trento Nicolò Franco, mediatore nella pace tra Venezia e Innocenzo VIII e garante della protezione veneziana a Giovanni della Rovere, fratello del cardinale Giuliano (poi Papa Giulio II), conte di Senigallia, duca di Sora, prefetto di Roma e capitano generale della Chiesa. Sarà un ulteriore passo verso quella “lega tra Varani, Feltreschi o della Rovere e i Malatesti di Rimini” che - come ricorda il Lilii - “fra tutti formavano una potenza di consideratione, accalorata dalla vicinanza per mare e per terra dei Signori Venetiani, co’ quali Giulio oltre al titolo della commune Nobiltà, godeva quello della benemerenza con la Republica, che gli haveva inalzato gli anni addietro una statua tra l’altre de’ Capitani più valorosi e benemeriti dell’istessa” (II, 7, pag. 245).Oggi la chiesetta di San Giacomo è chiusa e inagibile, il grande palazzo Piermattei ad esso annesso nel ‘700 è ora diviso in tre e per due parti abitato; il resto, quello più adiacente alla chiesa, è recuperato ma appare non utilizzato. Il sisma è stata una tragedia che si è abbattuta per l’ennesima volta sul nostro territorio e sui nostri beni culturali. Esso è definito dagli addetti ai lavori un grande “svalutatore di capitale”, culturale in primis. Ma legate ad ogni sisma vi sono delle opportunità da saper cogliere e una di queste potrebbe riguardare un progetto di messa in rete di ciò che resta delle tredici arces (rocche) che punteggiavano l’antico stato di Camerino, dei luoghi e delle residenze varanesche ancora identificabili. Sarebbe un modo per non consegnare al progressivo oblio, indotto da fenomeni naturali e umani, un’altra porzione della nostra storia comune.Daniele Salvi



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