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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
26 settembre 2019
CAMILLA E LA “SCHIENA DI DIO”


In una delle sue ultime e sempre interessanti recensioni sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il cardinale Gianfranco Ravasi, parlando del libro del teologo Francesco Brancato, “La schiena di Dio”. Escatologia e letteratura, si è soffermato sull’elemento antropomorfico racchiuso nel titolo.

In un passo dei Racconti dei Cassidim (1950) del filosofo ebreo Martin Buber si dice: “Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere”. Questa citazione tratta dal “pozzo gorgogliante spirituale-narrativo della tradizione ebraica mitteleuropea” - come dice il cardinal Ravasi - ha in realtà un riferimento biblico in Esodo, quando al Mosè desideroso di vedere in faccia il Dio che gli aveva messo sulle spalle la pesante responsabilità di condurre il proprio popolo alla terra promessa, riceve da Lui questa risposta: “Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita”, salvo poi concedergli: “Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finchè non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (Esodo 33, 20-23).

L’originale ebraico è addirittura più esplicito e vuol dire “il mio posteriore” e verrà tradotto da Lutero con posteriora Dei. La “schiena di Dio” è, quindi, il segno della differenza ontologica che esiste tra il finito e l’Assoluto, tra il limite, la caducità, la contraddittorietà e la morte, che contraddistinguono l’uomo, e il divino, la trascendenza, l’eterno e l’infinito, cui pure egli anela. Ma “l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi”, come dice il poeta Rilke, cioè il volto luminoso della divinità, non è intuibile, neppure in un bagliore.

E’ interessante notare come questo argomento escatologico, che riguarda l’Oltre e l’Altro rispetto al presente, al flusso del tempo e alla frontiera della morte, sia presente nelle parole della mistica e santa Camilla Battista Da Varano (1458-1524), allorchè nei suoi primi scritti leggiamo: “…mi venne un desiderio tanto grande di vederlo, che tutto il mio orare non era altro che un continuo languire per desiderio di vedere la sua serenissima ed amorosa faccia” (Vita Spirituale); oppure: “Quando serà che posso contemplare,/ o buon Gesù, il tuo benigno viso:/credo che mi fareste liquefare/ e non vorrei altro paradiso:/fammelo un poco, o dolce amor, gustare/a ciò che lo mio cor non sia diviso/da te, mio ben, mia vita e mia dolcezza,/per la soavità di tua bellezza”. E ancora: “Io vo pensando che potessi avere/che questo afflitto cuor mi consolasse:/ogni umano diletto m’è spiacere,/e stolto parmi chi di lui si pasce:/solo una cosa potrei possedere,/e questo credo che mi contentasse,/che stessi, o bon Gesù, nelle tue braccia/stretta e congiunta alla tua dolce faccia”. Infine: “sia pure fatto il tuo eterno volere/ma ad ogni modo ti voglio vedere”.

Il desiderio ardente della santa di vedere il volto di Gesù, viene infine soddisfatto, ma “per traverso”. Ecco, infatti, la sua prima visione: “Stando un dì in orazione ed avendo sentito chiaramente che era stato nell’anima mia, quando si volle partire da essa mi disse: se mi vuoi vedere guardami: e come una persona quando si parte dall’altra le volta le spalle e va al suo viaggio, così proprio esso fece all’anima mia. Quando io il cominciai a vedere era lontano da me più di sei passi, e camminava oltre per una lunga sala, in capo a quella sala era un uscetto piccino, come un uscetto da camera. Io sempre il vidi, finchè inchinò la testa, per la sua grandezza, ed entrò in quell’uscetto; e poi non vidi più né lui, né la sala, né l’uscio: e così lo vidi di dietro e non dinanzi” (idem).

La visione estatica della santa è di estrema bellezza, colorata di bianco e di oro: “Era grande più che tutti gli altri uomini dalle spalle in su (…) sopra quelle larghe e ben proporzionate spalle (…)”. L’anima vede, o meglio cerca di vedere, ma Gesù le mostra le spalle. La visione è meravigliosa, ma il divino cela il suo volto, proprio come a Mosè.

La corrispondenza che qui abbiamo sottolineato ci dice che dietro la genuina spontaneità di questa visione, la pura sensualità che emana e la chiarezza incisiva della scrittura in volgare vi è una profonda cultura biblica e teologica. La puella licterata - come ha scritto G. Boccanera - “non ha dimenticato la spigliatezza della prima vita, non ne disprezza la formazione intellettuale; questi fattori, anzi tornano a renderle più limpida la formale espressione delle intuizioni mistiche”. Intuizioni che colgono il limite radicale della distanza dal divino, insieme al costante anelito a farsi tutt'uno con Lui, in un'aura luminosa e piena di trasporto. I fatti del 1502 e seguenti inclineranno la santa molto più verso le opere, mentre la riflessione finirà per trovare raramente espressione e, come nel caso di uno degli ultimi scritti, il Trattato della purità di cuore, in maniera più argomentativa.

Il dolore aveva oltrepassato la dimensione “mentale”, per “incarnarsi” nella propria vita, oltre che in quella di una famiglia e di una comunità. L'esposizione della “schiena di Dio” era in definitiva l'accettazione della passione e crocefissione del Dio che si è fatto uomo, fino all'estrema umiliazione.

 

Daniele Salvi





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12 settembre 2019
Donazione
Nei giorni scorsi ho donato al Centro di documentazione sui partiti politici della Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli studi di Macerata la mia collezione di riviste di argomento politico, che coprono un arco temporale che va dalla metà degli anni Ottanta del Novecento agli ultimi anni di questo secondo decennio del Duemila, comprendente riviste come Micromega, Italianieuropei, Limes,  Aspenia e Il Mulino, e la serie completa dei libri di vario genere pubblicati dal quotidiano l'Unità a partire dalla direzione del giornale di Valter Veltroni. Oltre a questo, il mio archivio politico nella parte che va dalla nascita del Pd nel 2007 fino al 2013, quando ho fatto parte degli organismi provinciali e regionali del partito, e i materiali inerenti la mia esperienza di assessore e consigliere della Provincia di Macerata negli anni 2008-2016. Già in precedenza avevo donato allo stesso Centro diretto dal prof. Angelo Ventrone l'archivio relativo all'esperienza dei Democratici di sinistra della Federazione provinciale di Macerata, anni 1998-2007, di cui sono stato segretario provinciale dal 2001 al 2007. Al prof. Ventrone e ai suoi giovani studenti il mio più sincero ringraziamento e il plauso per una iniziativa che punta a non disperdere le tracce della politica e dei partiti nella loro dimensione d'impegno civico e territoriale. 



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5 settembre 2019
LETTURE FINO A FERRAGOSTO…2019


Dall’inizio dell’anno corrente una serie di letture che voglio segnalarvi. La prima è lo studio sintetico di Claudio Azzara, uno dei maggiori specialisti, sulla civiltà longobarda: “I longobardi”, il Mulino, Bologna 2015, pp. 126. Interessante per avere un quadro d’insieme di una delle più durevoli dominazioni dell’Italia alto-medievale, di cui rare sono le tracce scritte, ma copiose e spesso non conosciute quelle, ad esempio, relative ai toponimi, agli usi e costumi, alle tipologie d’insediamento urbano e alla conformazione del paesaggio. Un libro utile anche per capire la storia della nostra regione, la quale a tutt’oggi risulta eccentrica rispetto ad iniziative e percorsi che sempre più stanno interessando altre parti del territorio nazionale, legate proprio alla valorizzazione della storia, dei beni culturali, degli insediamenti e dei percorsi d’origine longobarda. Ad esempio, nella vicina Umbria, con Spoleto e Campello del Clitunno.

La seconda lettura riguarda il libro di Dino Messina, “Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana”,Solferino, Milano 2019, pp. 301. Uno sguardo completo sulla vicenda del confine orientale e sull’esodo istriano, fiumano e giuliano-dalmata, che solleva l’interrogativo di come le aree di confine possano essere a seconda delle vicende storiche i luoghi di una grande civiltà, dell’incontro di diversità, di comunità ad alto valore aggiunto, veri e propri laboratori dell’umanità del futuro, oppure i luoghi dell’odio, della violenza e dell’efferatezza più disumana, quando finiscono preda delle tentazioni e delle ideologie nazionaliste ed etniche. Un libro per ricordare, anche le nostre responsabilità di italiani.

La terza è un libretto che contiene un gioco illusionistico di un grande scrittore, Giorgio Manganelli, e 10 cartoline artistiche di un grande pittore,Tullio Pericoli: “Esiste Ascoli Piceno?”, Adelphi, Milano 2019, pp. 43. Uno scherzo, quello manganelliano,datato 1982, e un invito, quello pericoliano, a visitare la mostra Forme del paesaggio. 1970-2018, a Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno fino al 3 marzo 2020, che espone la quasi cinquantennale ricerca sul paesaggio dell’artista marchigiano.

La quarta lettura è l’ultimo libro di Alberto Asor Rosa: “Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta”, Einaudi, Torino 2019, pp. 281. Ha detto lo scrittore Saul Bellow che: “Scrivere è vestire di carta da regalo una disfatta” e credo che non solo l’autore, ma anche il grande Niccolò, potrebbero condividere questa frase. Lo storico della letteratura italiana ha prodotto un libro che s’inserisce nel revivalmachiavelliano, alimentato tra gli altri da ultimo dagli studi di Ginzburg, Ciliberto e Cacciari. Credo che questo “ritorno a Machiavelli” non avvenga a caso, nel momento in cui la vita nazionale diventa sempre più incerta e si affacciano vecchi vizi e limiti apparentemente invalicabili del nostro essere comunità di destino. Machiavelli e Guicciardini sono gli analisti più lucidi della crisi del Cinquecento e i propositori più audaci di soluzioni per uscirne in avanti. Senza successo. Un libro che insinua “timore e tremore” per l’oggi, ma anche una più alta consapevolezza dei passaggi che siamo chiamati a vivere, se inseriti nella storia lunga della nostra tormentata vicenda di popolo e nazione.

La quinta lettura è il pamphlet di don Luigi Ciotti: “Lettera a un razzista del terzo millennio”, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp. 78. Su questo ho già scritto sul mio profiloFacebook, per cui non mi ripeto.

La sesta lettura riguarda due scritti di Bartolo Da Sassoferrato: “Trattato sulle costituzioni politiche e Trattato sui Partiti”, Il Formichiere,Foligno 2018, pp. 133. Continua a cura di Dario Razzi, con prefazione del Prof. Diego Quaglioni e la traduzione di Attilio Turrioni, la ripubblicazione di alcune delle opere più interessanti ed evocative anche rispetto all’attualità del grande giurista medievale. Il Tractatus de regimine civitatise il Tractatus de Guelphis et Gebellinisdiventano, nei propositi dei curatori della collana, occasioni per una riflessione a mente aperta sui temi del presente grazie agli stimoli che vengono dalla lettura di un classico che, in quanto tale, va oltre la contingenza. Interessanti i passaggi in cui Bartolo descrive la degenerazione dei sistemi politici, ma anche quella dei partiti che diventano fazioni.

La settima lettura è quella di uno studioso d’arte, Giulio Angelucci,che ci ha fatto entrare dentro la realizzazione di uno dei capolavori dell’arte rinascimentale: la Crocifissione di Lorenzo Lotto che si trova nella chiesa di Santa Maria in Telusiano a Monte San Giusto (MC). “Ad personam. Lorenzo Lotto, Nicolò Bonafede e la Crocefissione di Monte San Giusto”, Liberilibri, Macerata 2016, pp. 216, è uno studio scrupoloso e calzante che ricostruisce la genesi della committenza, le influenze artistiche e pittoriche, la realizzazione e collocazione dell’opera, restituendo non solo una conoscenza più piena dell’artista veneto, che molto operò nelle Marche, ma anche della figura di Nicolò Bonafede, alto funzionario della Chiesa cattolica, di cui viene rivisitata l’altalenante vicenda umana e politica nella tormentata prima metà del Cinquecento.

L’ottava lettura è l’ultimo libro di Massimo Cacciari: “La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo”, Einuadi, Torino 2019, pp. 116. Il filosofo italiano torna ad indagare la stagione dell’Umanesimo, da Dante a Pomponazzi, liberandolo da pregiudizi e finalismi che ne hanno impedito la comprensione più profonda, quella per cui esso non è tanto espressione in sé estetica, artistica, retorica o filologica, ma essenzialmente filosofica e, come tale, relativa alla ricerca del fondamento e di ampio respiro culturale. L’Umanesimo è un’età attraversata dall’inquietudine e niente affatto pacificata, per quanto florida, anzi potremmo dire che essa sia “tragica”, incapace di offrire una sintesi delle molteplici spinte e correnti intellettuali, sommariamente riassumibili nel persistente aristotelismo d’impronta scolastica e nel promettente neoplatonismo con venature esoteriche. L’Italia, paese allora più avanzato d’Europa e di certo il più ricco di aspettative sul suo futuro, vive la stagione della sua “filosofia classica”, senza riuscire a pervenire a quella sintesi che, ad esempio, produrrà l’idealismo tedesco. E senza sintesi culturale, non c’è neanche la possibilità per una “natione” di farsi “Stato”.

La nona lettura riguarda un libro a più voci sul tema delle aree interne: “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste”, a cura di Antonio De Rossi, Donzelli, Roma 2018, pp. 589. Libro molto interessante che rappresenta il precipitato più completo e ricco dell’elaborazione che ha dato vita alla Strategia nazionale per le Aree Interne (SNAI), l’esperimento più recente in tema di politiche pubbliche che ha cercato di rimettere al “centro” il “margine” costituito dalle aree montane, le quali per la loro perifericità dai centri dotati di servizi essenziali (sanitari, educativi e di mobilità) richiedono un intervento che sia rispettoso del dettato costituzionale in termini di diritti di cittadinanza, ma anche necessario per favorire un processo di emancipazione, innovazione e crescita che riduca le disuguaglianze, produca sviluppo sostenibile e rafforzi la democrazia. I diversi contributi disciplinari offrono una rappresentazione molto aderente della “rugosità” e "granularità" di questo nostro Paese, consentendo una lettura aggiornata di realtà, esperienze ed evoluzioni non solo delle aree interne, ma di molte situazioni anche urbane attraversate da processi di periferizzazione, declino e abbandono che richiedono politiche innovative ed eterodosse rispetto alla “trappola” - come la chiama Fabrizio Barca - della visione neoliberista.





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8 agosto 2019
SE LA CHIESA INVESTE SULLA “VALLE NASCOSTA”


La notizia della designazione del vescovo di Camerino-San Severino Marche don Francesco Massara, di recente nomina, ad amministratore apostolico e vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica, sede vacante a seguito della nomina del suo vescovo mons.Stefano Russo a segretario generale della Conferenza episcopale italiana, è un segno molto interessante e ricco di implicazioni.

In primo luogo, certamente di carattere religioso, trattandosi di articolazioni della Chiesa cattolica, ma di questo non abbiamo né le giuste informazioni, né le competenze per parlare.

In secondo luogo di carattere storico, dal momento che la diocesi di Camerino ha avuto nei secoli un’amplissima estensione territoriale ed ha ricompreso per lungo tempo i territori oggi ricadenti nella diocesi di Fabriano-Matelica, per cui la nomina dello stesso vescovo a capo di due realtà accomunate per larga parte da una stessa storia, è certamente significativa.

Tuttavia, credo che neanche in ciò stia una lettura efficace della notizia, né la vera forza che essa comunica non solo alla comunità dei credenti, ma anche a tutta la società del territorio coinvolto e a quella marchigiana.

Al momento la scelta di nominare la stessa persona al vertice di due amministrazioni eguali e distinte, assume un significato particolarmente forte in quanto avviene “in vista di una diversa conformazione territoriale che porterà ad una revisione dei confini” delle diocesi, sicuramente di quelle interessate.

Di fronte a quello che sembra essere un primo passo verso il superamento dell’attuale assetto dei due enti in direzione della loro unificazione, si può dire con cognizione di causa che l’operazione, oltre ad essere sostenuta da ragioni autonome, ha dei fondamenti oggettivi e di valore prospettico che riguardano l’intero territorio.

La valle che da Camerino va a Fabriano, la cosiddetta sinclinale camerte, ha elementi di strutturale omogeneità geo-morfologica, storica, culturale, produttiva, infrastrutturale, ma è stata divisa nel tempo da confini amministrativi di vario genere (provinciali, montani, consortili, etc.) che ne hanno limitato e depotenziato le possibili e concrete sinergie e la loro utile espressione a beneficio delle comunità.

Pensiamo soltanto al ruolo che, in una organizzazione territoriale regionale tutta pensata e disposta lungo gli assi fluviali e vallivi, ha assolto quella fascia pedemontana che da Fermignano va a Comunanza, la quale  - grazie ad un insediamento produttivo di tutto rispetto - ha saputo drenare lo spopolamento e l’abbandono definitivo delle aree interne di questa regione.

E pensiamo al fatto che questa “linea di resistenza” ha saputo assumere i caratteri della “resilienza” proprio in quella “valle nascosta o misteriosa” - come la chiamava Bartolo Ciccardini - dove la particolare conformazione e più agevoli connessioni interregionali hanno consentito lo sviluppo di uno dei distretti produttivi più importanti e di una delle più antiche Università, a livello europeo.

Da “valle nascosta” a “valle creativa”, grazie alle nuove connessioni stradali e telematiche, a sinergie trasportistiche su ferro e gomma, e perché no a quelle possibili a livello socio-sanitario, scolastico, formativo e turistico, fino alle suggestioni offerte dall’Unesco. Camerino e Fabriano, e con loro un ampio territorio montano appenninico, sono alle prese con processi di ricostruzione complessi e sfidanti, delle forme urbane e dell’apparato produttivo, nel segno dell’innovazione, della sostenibilità e della creatività.

La scelta, dal cui commento siamo partiti, sembra - dunque - offrire un terreno proficuo al discorso pubblico e politico che merita di essere coltivato in maniera intelligente.

Daniele Salvi

 





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18 luglio 2019
PER UNA NUOVA CENTRALITA' DELLA MONTAGNA


 

Al Festival della Soft Economy, organizzato da Symbola a Treia, si è parlato di “nuova centralità della montagna”. L'evento, promosso dalla Società dei Territorialisti in vista del convegno del prossimo 8/9 novembre a Camaldoli, dove s'intende dar vita ad un “manifesto” per una nuova agenda a sostegno della montagna italiana, ha visto la presenza di importanti personalità come Giuseppe Dematteis e Alberto Magnaghi.

Discutere di “centralità” della montagna può apparire surreale, quando il pensiero mainstream ripete da tempo che il mondo sta andando in direzione della formazione di metropoli, vere e proprie città-stato in cui si concentreranno entro poco tempo i due terzi della popolazione mondiale.

La prospettiva sembra, quindi, essere quella di una progressiva periferizzazione-marginalizzazione delle zone montane, complice il circolo vizioso per cui lo spopolamento delle terre alte produce meno servizi e lavoro e ciò a sua volta incentiva ulteriormente lo spopolamento.

Se al declino delle zone montane, iniziato negli anni Sessanta, quelli che produssero la grande “frattura” dell'industrializzazione italiana e marchigiana, fatta di migrazioni interne dal sud al nord e dalla montagna alla costa, si aggiunge lo shock della grande recessione iniziata nel 2008 e, nel caso delle Marche, lo shock dovuto al disastro naturale del 2016/2017, possiamo immaginare quanto ampia sia la divaricazione tra la tipologia della montagna in abbandono e il profetizzato neo-urbanesimo delle megalopoli.

In verità, non tutta la montagna è in abbandono: 12 delle 14 città metropolitane italiane comprendono territori classificati montani o parzialmente montani, mentre tra i Comuni capoluoghi e quelli con più di 60.000 abitanti ben due terzi distano meno di 15 Km dalla montagna. Inoltre, montagna sono anche le tante località di pregio turistico, come Cortina D'Ampezzo, dove si svolgeranno le Olimpiadi invernali del 2026.

D'altra parte, se pensiamo alla crisi ambientale e climatica quale luogo è più denso di futuro della montagna e dell'Appennino? Sembrano indicarcelo i fenomeni dei “nuovi montanari”, dei “ritornanti” o anche i più innovativi dei “restanti” o “resistenti”. Ma sono sufficienti queste “avanguardie” a invertire un piano così inclinato dagli eventi?

E, d'altronde, quale prospettiva empatica delineano davanti a noi città frutto della concrezione d'imponenti migrazioni, dove le tecnologie potrebbero avere il controllo totale sulla vita delle persone, la democrazia essere più un'aspirazione che una realtà e gli Stati contare meno delle città che incorporano?

E', quindi, dentro la divaricazione tra le terre alte in abbandono e le megalopoli del futuro, per lo più asiatico, che può e deve estendersi il progetto di un'Europa delle città, delle regioni e delle comunità. Un progetto che sia, come nella migliore tradizione europea, un'idea di civiltà e di civilizzazione, in cui smart land e smart city si diano la mano, superando dualismi e dicotomie all'insegna di un'intelligenza che sia interdipendenza, capacità programmatica e sostenibilità delle soluzioni.

La prossima politica di coesione europea 2021-2027 dovrebbe perseguire con ancora maggiore coraggio la traiettoria di una riscrittura degli equilibri tra realtà urbane e aree rurali, interne e montane; analogamente è tempo che si faccia un bilancio di cosa abbia concretamente prodotto il passaggio alle Regioni della competenza sulla montagna a seguito della riforma costituzionale del 2001, a cui poi è seguito il depotenziamento delle Province.

Senza rimpiangere il tempo in cui si facevano dal centro leggi sulla montagna (come la L.n. 97/94) senza finanziarle, vanno raccolte positivamente le indicazioni della Strategia nazionale per le aree interne (Snai), purtroppo oggi decapitata, del collegato ambientale alla legge di stabilità 2016, di cui si attende ancora la disciplina del pagamento dei servizi ecosistemici (Pes), del piano nazionale dell'Agenda digitale per la diffusione della banda larga, delle leggi sui parchi e sui piccoli Comuni del 2017, e della legge sulle foreste e le filiere forestali del 2018.

Restano aperte molte questioni, tra cui la ricomposizione fondiaria per il recupero dei terreni abbandonati e il sostegno alle piccole e medie imprese produttive e commerciali che operano in particolari condizioni di contesto.

Se vogliamo delineare un'idea di governo a tutto tondo e multilivello della questione delle aree interne e montane dobbiamo tenere davanti a noi i temi dell'innovazione istituzionale, economica e sociale. Afferiscono al primo campo i temi della montagna “altimetrica” e di quella “giuridica”,  di quale impatto può avere il percorso verso l'autonomia differenziata sulle zone più periferiche e marginali, dell'importanza del requisito dell'intercomunità nel finanziamento dei progetti e degli interventi. Riguardano, invece, gli altri due campi, quelli economico e sociale, l'istituzione delle zone economiche speciali (Zes), il sostegno a tipologie d'impresa e poli tecnologici e di ricerca che coniughino digitale, 4.0 ed economia circolare, nonchè l'investimento sui servizi fondamentali come sanità, istruzione, mobilità e accessibilità, aspetto quest'ultimo su cui opportunamente la Strategia nazionale per le aree interne (Snai) ha risvegliato molti dal “sonno dogmatico”.

Se si vuol rispondere a quella che è stata chiamata da Andrès Rodrìguez-Pose “la geografia del malcontento e la vendetta dei luoghi che non contano”, vendetta che può colpire alternativamente le parti politiche in causa, è bene che il tema di nuovi sentieri di sviluppo per l'Appennino venga preso sul serio, al di là dei condizionamenti che nascono dai rapporti di forza e nel rispetto di quel diritto costituzionale di pari cittadinanza ovunque si viva, a cui negli ultimi giorni in più circostanze ha fatto esplicito riferimento il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

 

Daniele Salvi

 






permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/7/2019 alle 9:30 | Versione per la stampa
13 giugno 2019
SULLA VISITA DI PAPA FRANCESCO ALLE ZONE TERREMOTATE


Camerino 16 giungo2019

C’è sinceramente da sperare che la prossima visita di Papa Francesco a Camerino possa rilanciare l’attenzione dell’intero Paese sulla situazione e le prospettive dei territori e delle comunità colpite dal sisma del 2016/2017.

Ce n’è veramente bisogno. Per una serie di ragioni, che oramai tutti conoscono e che riguardano la necessità di dotare gli uffici speciali della ricostruzione e i Comuni di più personale, tecnico e amministrativo, di operare decise semplificazioni della complicata normativa adottata, di decentrare il processo di ricostruzione in capo agli Enti locali, le cose non stanno procedendo come dovrebbero.

Nelle Marche su circa 45.000 edifici inagibili, sono circa 7.000 le domande presentate e circa 2.700 i progetti approvati. Se consideriamo che due anni possono essere anche fisiologici per affrontare e gestire l’emergenza più grande che la nostra regione ricordi (con oltre 30.000 sfollati), questi numeri non sono soddisfacenti per salvare la “civiltà” dell’Appennino, già alle prese con problematiche precedenti.

Per fare, però, il passo in avanti che serve occorre smettere di fare del post-sisma e dei terremotati l’oggetto periodico della polemica politica, salvo poi disinteressarsene. Dopo le elezioni politiche dello scorso anno, quando le forze politiche risultate vincitrici avevano promesso interventi tempestivi e risolutivi, e dopo le recenti elezioni europee, dove il tema della ricostruzione del Centro Italia non è stato di certo al centro del dibattito politico, c’è bisogno che la questione del futuro di 4 regioni, 10 province, circa 600.000 cittadini, 8.000 Kmq di territorio, 140 Comuni, 2000 tra borghi e frazioni, ritorni in cima alle priorità, senza strumentalizzazioni e con la doverosa coesione tra tutte le forze politiche, come si deve di fronte ad una grande questione nazionale.

Analogamente vanno marginalizzate sia le posizioni di chi continua a dipingere tutto nero come se nelle comunità del sisma ogni cosa sia immobile, sia quelle di chi adombra complotti e strategie dell’abbandono e dello spopolamento studiate a tavolino. Entrambe queste posizioni sono non solo false, ma sterili e distruttive. Va, piuttosto, tematizzata una seria riflessione su come coniugare ricostruzione e nuovo sviluppo, partendo dai contributi programmatici finora prodotti e allargando l’elaborazione e l'individuazione degli strumenti a tutta l’area appenninica interessata dagli effetti del sisma.

A Papa Francesco non possiamo chiedere quello che non gli spetta. La sua visita ha un alto valore morale, oltre che religioso, e per questo non possiamo che ringraziarlo profondamente. Anche per il coraggio della scelta di svolgere la sua visita formale alle zone terremotate nella città di Camerino. Ciò ha un alto valore simbolico, non solo perché essa è stata fin dal IV secolo d.C. sede vescovile, tra le più antiche della penisola, ma perché rappresenta in questo terremoto l’equivalente de L’Aquila, nel contesto di un territorio ferito ben più ampio.

Camerino è la più grande “zona rossa” del cratere, il nucleo urbano che va riparato in profondità edificio per edificio, la città depositaria di un grande patrimonio storico, religioso e culturale, che ha svolto da sempre il ruolo di città-territorio tra Marche e Umbria con la diocesi, le scuole, l’università, i servizi socio-sanitari, trasportistici, culturali e professionali, al pari di città come Urbino per il Montefeltro.

Ricostruire una polarità urbana nell’area del cratere è quindi una sfida essenziale, grande e irrinunciabile, da cui dipenderà il successo dell’intera opera. Porre al centro l’urbs e la civitas più colpita equivale a focalizzare tutta la zona più colpita dal terremoto ed è il segno concreto di quella Chiesa al fianco degli ultimi, che invita chiunque abbia responsabilità di governo al rispetto del dramma, all’umiltà dell’ascolto e all’impegno del fare.

Daniele Salvi





permalink | inviato da Daniele Salvi il 13/6/2019 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 maggio 2019
UN DIPINTO ENIGMATICO


La mostra “Devozione ducale”, che espone presso il Museo di Palazzo Bonafede a Monte San Giusto i dipinti del monastero di Santa Chiara di Camerino, riserva più di una sorpresa. E’ il caso della tela di cm 142 x 128, attribuita da Matteo Mazzalupi a Giovan Francesco di Giovanni Simonetti, pittore camerte, attivo tra il 1497 e il 1513, autore - tra l’altro -  dei cicli cortesi di Beldiletto, Lanciano ed Esanatoglia. L’opera, datata intorno al 1500, si trovava nella Chiesa di San Bartolomeo o Santa Maria di Rotabella a Castelraimondo e in passato si credette che rappresentasse la morte di suor Camilla Battista Da Varano, avvenuta nel 1524. Fu, infatti, portata nel 1843 come prova della precocità del suo culto in occasione del processo di beatificazione.

Sulla scorta di questa identificazione il dipinto fu traslato nel monastero di Santa Chiara di Camerino. La chiesa di San Bartolomeo fu poi demolita intorno agli anni Cinquanta del ‘900 per consentire l’ampliamento della strada Settempedana.

Il quadro sembra in realtà rappresentare una DormitioVirginis, cioè la morte di Maria e la sua Assunzione in cielo, come hanno dimostrato Giuseppe Capriotti e Ilaria Costantini. Per una descrizione del soggetto si può consultare Matteo Mazzalupi, “Appunti di storia dell’arte per Castelraimondo”, in AA.VV., Castelraimondo nell’anniversario dei 700 anni dalla sua fondazione, a cura di Pierluigi Moriconi, 2011, il cui contenuto viene ripreso in sintesi da Stefano Papetti nel catalogo che accompagna la mostra.

Quel che vorrei segnalare riguarda alcuni elementi di contesto e dei particolari che rendono a mio avviso ancora enigmatico questo dipinto, meritevole quindi di ulteriori studi e approfondimenti.

Innanzitutto chi guarda il dipinto è parte del contesto e della scena descritti; è come se anche lui si affacciasse da una delle finestre dei palazzi che figurano nel quadro, in questo caso da una finestra ad arco a tutto sesto. Al centro del dipinto si svolge la scena sacra, dove la Vergine è distesa su un cataletto, vestita con abiti simili a quelli di una monaca, come usavano le vedove dell’epoca, circondata da undici apostoli intenti ad officiare. Il pavimento a rombi e gli edifici, che richiamano effettivamente quelli dell’Annunciazione di Sperimento, danno la prospettiva all’intero soggetto. L’ambiente urbano è delimitato in fondo da un muro rotto, oltre il quale si apre un paesaggio poco riconoscibile a causa del deterioramento del quadro, indubbiamente non solo roccioso, ma devastato, nel quale sembrano scorgersi degli alberi bruciati o secchi. Qui si svolge la consegna della cintola a San Tommaso (il dodicesimo apostolo) da parte della Madonna che sale in cielo accolta nella gloria del Padre.

Lo spettatore è, quindi, uno dei diversi personaggi in abiti rinascimentali che dalla soglia dei portici o dalle finestre di un palazzo osservano la scena delle esequie. La partecipazione popolare sembra trattenuta, attonita, quasi incredula, a causa di sì tanto evento. Gli elementi di distruzione (il muro, il paesaggio) e la merlatura ghibellina di uno dei due palazzi sembrano riferimenti ad una sventura che si è abbattuta sulla città. Nessuno dei presenti è visibilmente intento a pregare; soltanto San Giovanni a mani giunte abbozza un inchino. Coloro che osservano la scena sacra si riconoscono e si salutano con un cenno di mano destra; il signore che sta sulla soglia di uno dei portici del palazzo alla ghibellina saluta e tiene l’altra mano sul capo di un fanciullo, con un gesto familiare e protettivo, indossa un copricapo rosso con dei ricami particolari, al collo è evidente un gioiello. Un unico personaggio vestito in abito lungo, calca la scena sacra, vicino seppur distinto dal gruppo degli apostoli e della Vergine. E’ un giovane che indica con la mano sinistra quel che sta avvenendo e sembra rispondere al saluto del signore e del fanciullo con un cenno della testa.

Tutto è come finalizzato ad attualizzare la scena che si sta svolgendo, per avvicinarla il più possibile allo spettatore reale; non si riconoscono committenti dell’opera, di solito inginocchiati e in preghiera; un che di insolito e profano attraversa l’intero dipinto. Questi elementi, insieme al “gusto lineare” e all’uso di una “tavolozza ridotta di colori”, hanno fatto pensare che il pittore fosse quel “Pintoricchio”, originario di Lancianello, località tra Pioraco e Castelraimondo, intimo della famiglia signorile dei Da Varano.

Egli potrebbe aver ritratto sub specie Dormitio le esequie di Giovanna Malatesta (1511); questa ipotesi aiuterebbe a combinare alcuni degli enigmatici particolari del dipinto, oltre a spiegarne l’originaria ubicazione.

Daniele Salvi





permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/5/2019 alle 7:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
20 febbraio 2019
“LA VALLE NASCOSTA” DI BARTOLO CICCARDINI. UNA RIFLESSIONE NON CONCLUSA
“La valle nascosta” è un agile libretto edito nel 2015 dal Centro Studi “Don Giuseppe Riganelli” di Fabriano. Il suo autore, Bartolo Ciccardini (1928-2014), è stato politico, giornalista e intellettuale democristiano, deputato e sottosegretario di Stato. Edito postumo, ma di fatto pronto per la stampa prima della morte dell’autore, il libro ha un esplicativo sottotitolo: “L’importanza strategica della zona di Fabriano, Cerreto, Matelica dalla battaglia del Sentino, alle guerre gotico-bizantine alla seconda Guerra Mondiale”. L’autore sostiene la tesi secondo cui la valle, che ha una conformazione geomorfologica particolare, essendo l’unica valle delle Marche che va da nord a sud, rispetto alle diverse valli fluviali che invece percorrono la regione da ovest ad est e che costituiscono la sua struttura “a pettine”, ha avuto una rilevanza strategica come evidenziano alcuni eventi storici che in essa sono accaduti. L’importanza della valle nascerebbe dal fatto che essa, appartata in quanto circondata da monti (la catena dal Catria ai Sibillini - da un lato - e quella del San Vicino - dall’altro - ), fertile essendo il luogo di nascita di ben tre fiumi (Chienti, Potenza ed Esino), collegata alle diverse direttrici di traffico grazie ai passi montani, ha costituito una sorta di “piazzaforte” che poteva essere ben difesa, un luogo di transito privilegiato tra Adriatico e Tirreno, un territorio-snodo tra Umbria e Marche, il cui controllo consentiva d’influire su un’area più ampia e d’interferire su flussi di medio raggio. Potremmo aggiungere che la “valle nascosta”, o anche “misteriosa” secondo Ciccardini, è una sorta di Marche in sedicesimi e - come essa - ha conosciuto nei millenni vicende storiche che sono state il riflesso della grande storia di Roma. L’espansione di Roma o il tentativo di conquistarla hanno avuto sempre le Marche come passaggio obbligato; infatti, senza il controllo delle Marche non era possibile per Roma unire il nord e il sud d’Italia e, analogamente, per i nemici di Roma non era possibile accerchiarla, senza tenere le Marche. Dalla battaglia delle Nazioni di Sentino (295 a.C.) alla battaglia di Castelfidardo (1860) questo è stato il destino delle Marche, le quali - forse non casualmente - mai hanno avuto, né potevano avere una grande città che impensierisse la “città eterna”. Marche, zona di confine e periferia, che diventa “centro” e “centrale” quando si tratta di determinare i destini dell’Urbs. Questa valle che Ciccardini abilmente descrive nelle sue peculiarità e di cui ripercorre la storia a grandi pennellate, soffermandosi in particolare su alcune vicende, è la sinclinale camerte, mentre nel libro viene chiamata inspiegabilmente “valle Settempedana” (?). Inoltre, il libro si sofferma eminentemente sulla parte nord della valle (Sassoferrato, Fabriano, Cerreto D’Esi, Matelica), non solo per le origini dell’autore e per una sua maggiore conoscenza di quella storia locale, ma certamente anche in omaggio ad uno sviluppo dirompente e ad una classe dirigente che dal dopoguerra in poi avevano contraddistinto quell’area intercomunale. In realtà, se volessimo assumere il canone della fedeltà storica di lungo periodo o quantomeno quello - che pure l’autore evidenzia - dell’omogenità territoriale, nonostante i confini amministrativi, bisognerebbe - da un lato - riconoscere la rilevanza che la città di Camerino ha avuto storicamente sulla valle e - dall’altro lato - cimentarsi in una riflessione che riguardi effettivamente tutta la sinclinale come area fortemente integrata. Oltre agli eventi storici della battaglia del Sentino e della sconfitta dei Goti di Totila ad opera di Narsete (552 d.C.), che l’autore ritiene avvenuta tra Fabriano e Sassoferrato, secondo la tesi di alcuni interpreti, altri fatti rilevanti di natura politica, militare e religiosa potrebbero essere richiamati per dimostrare l’importanza strategica della valle in questione. Fatti che sono stati determinanti nella costruzione della storia e dell’identità delle Marche. Penso soltanto a quanto accaduto durante la Resistenza al nazi-fascismo, ben più ampio di quel che Ciccardini richiama e su cui opportunamente sollecita la necessità di una “memoria storica condivisa” che superi la dimensione campanilistica dei ricordi. La valle nascosta, in sostanza, è stata una “piattaforma” anticipatrice di processi che hanno poi investito tutte le Marche, pur non essendo essa ricompresa in un’entità amministrativa unica. Anzi, i confini amministrativi provinciali l’hanno tagliata esattamente in due. Per recuperare questo ruolo, tanto più importante in epoca di crisi economica e post-sismica, bisognerebbe fare uno sforzo di attualizzazione, dandosi degli obiettivi comuni. Provo ad avanzarne alcuni: 1) il completamento delle infrastrutture della Quadrilatero, in primis la Pedemontana; 2) la dotazione e l’integrazione dei servizi socio-sanitari, trasportistici e dell’accessibilità internet; 3) la valorizzazione della comune storia, delle tradizioni, delle produzioni tipiche e artigianali, del paesaggio e dell’ambiente in chiave turistica; 4) l’alta formazione, la ricerca e l’istruzione tecnica per una manifattura digitale e l’impresa 4.0; 5) la cooperazione rafforzata tra Enti locali, corpi intermedi e attori sociali per co-programmare il governo della valle. Temi che meriterebbero un’iniziativa specifica di approfondimento, magari in ricordo di Bartolo Ciccardini. Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 20/2/2019 alle 9:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 gennaio 2019
I “GRANAI” DELLA MARCHIGIANITA’: VALERIO VOLPINI E IL PRODIGIO DELL’ARTE


La mostra “Il prodigio dell’arte” che si è aperta a Fano lo scorso 19 dicembre presso la sala Morganti del museo del Palazzo malatestiano e che resterà aperta fino al prossimo 20 gennaio non è una semplice esposizione delle opere di cui fu collezionista Valerio Volpini (1923-2000), partigiano, scrittore, critico letterario, politico e giornalista fanese, ma il sigillo di un’operazione culturale che si rende necessaria in molti altri casi analoghi.

La selezione di opere pittoriche, incisioni, xilografie, esposte insieme a prime edizioni di libri e carteggi con grandi artisti marchigiani di nascita o di adozione, di rilievo nazionale e internazionale, è la traduzione visiva dei 32 artisti amici a cui Valerio Volpini aveva dedicato 32 ritratti critici, scritti nell’arco di 32 anni (dal 1958 al 1990) e raccolti nella sua opera “La luce sui pioppi” (L’Astrogallo, 1991), ripubblicata per l’occasione insieme al catalogo delle opere a cura di Tiziana Mattioli e dell’editore Raffaelli di Rimini. Una traduzione nella quale ciascun artista è rappresentato con due opere, mentre di due soli artisti, Luigi Bartolini (1892-1963) e Mino Maccari (1898-1989), particolarmente amati da Volpini, vengono esposte circa trenta opere cadauno.

In verità, siamo di fronte a qualcosa di più, ossia alla condensazione per immagini e parole di un progetto culturale che ha visto incontrarsi - da un lato - la generosità della famiglia Volpini, unita alla competenza di studiosi esperti, e - dall’altro - la sensibilità di un’amministrazione locale, quella di Fano. L’intera biblioteca di circa 15.000 volumi e l’importante archivio dell’esponente cattolico sono stati donati e presi in carico dal sistema bibliotecario della città, mentre l’amministrazione comunale si è impegnata a valorizzarlo e a renderlo fruibile.

Tutto ciò è importante perché è giunto il tempo di mettere al sicuro alcuni fondamentali patrimoni del Novecento marchigiano, veri e propri “granai” indispensabili per capire che cosa siamo stati e per nutrire il futuro. A questo compito dovrebbero dedicarsi con giusta lena istituzioni, privati, enti culturali e cenacoli intellettuali.

Nella vicenda umana, culturale e politica di Valerio Volpini si staglia in maniera emblematica la misura di quella generazione che all’indomani degli orrori e della distruzione della seconda guerra mondiale cercò di dare ragioni e motivazioni profonde alla necessità, che ciascuno avvertiva come immane ed inevitabile, di vivere, ricominciare, ricostruire.

Egli lo fece da cattolico “adulto”, capace in gioventù di scegliere la libertà contro la barbarie, di vivere la propria fede religiosa come retaggio delle umili origini contadine e al contempo come esercizio contemporaneo di un’intelligenza guidata dalla coscienza, sempre fedele a se stessa e orientata dal primato dello spirituale. Allievo di Carlo Bo, assai vicino a don Primo Mazzolari, “amico spirituale di Bernanos” e “periferico alunno di Jacques Maritain”, Volpini - al pari di tanti giovani della sua generazione - guardava alla cultura francese, per vocazione antitotalitaria, umanistica, laica quand’anche intrisa di religiosità, e rifuggiva l’irrazionalismo che aveva avvelenato l’umanità tra le due guerre.

Fortemente legato alla sua città di nascita, egli visse e assorbì a pieno le novità del Concilio Vaticano II e se ne fece interprete anche nel suo impegno politico, come Consigliere regionale durante la prima legislatura (1970-1975), quella fondativa delle Regioni, iniziata tra gli entusiasmi di una politica “nuova” tutta da inverare e conclusa nella delusione per il prevalere di una politica senza “cultura”. Da qui l’impegno nella rivista “Il Leopardi”, per giungere poi alla direzione de “L’Osservatore Romano”, dal 1978 al 1984, esattamente negli anni in cui spirava “la Repubblica dei partiti”, alla quale la generazione di Volpini era intrinsecamente legata, il papato finiva per giocare un ruolo tra le grandi potenze e il mondo virava a tal punto che chi fino a ieri era stato un sincero riformatore si ritrovava l’indomani dipinto come il peggior conservatore, in un gioco di specchi in cui individualismo di massa, competizione, corruzione e debito pubblico finivano per contagiare tutti, lasciando alle generazioni future il conto da pagare.

La mostra fanese avrebbe potuto anche intitolarsi “la poesia dell’arte” o “l’arte e la grazia”, per la sintonia della ricerca volpiniana della bellezza con la riflessione etica ed estetica di un filosofo come J. Maritain, entrambi portatori di una concezione umanizzante della creazione artistica, che rifugge da ideologismi ed estetismi, da moralismi e immoralismi, e che ricerca nella fatica intrinseca della produzione artistica la dimensione poetica, il "prodigio" appunto, che solo è capace di far incontrare il fardello esistenziale dell’artista con il vissuto di chi fruisce dell’opera d’arte, dischiudendo ad entrambi l’ulteriorità dell’essere.

Tutto ciò, per Volpini, era possibile anche nella “periferia”, anzi qui forse era più vero e autentico. Le Marche, questa terra laterale e cruda, avevano qualcosa da dire anche nei confronti delle capitali più blasonate della cultura e tanto più rispetto alle mode del momento. E’ questo il senso dei “pensieri per artisti amici”, dove la ricerca e la critica letteraria non si stancano mai d’inseguire il fil rouge di un leopardismo ritornante, così peculiare da far ipotizzare una sorta di “marchigianità” artistica ed esistenziale, persino politica. Che ne è di essa oggi? Ha ancora un senso? E soprattutto, ha qualcosa da dire? E’ forse questo l’interrogativo più incalzante che la mostra di Fano ci consegna.

Daniele Salvi 





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14 gennaio 2019
PATTO PER LO SVILUPPO: UN PUNTO FERMO PER LA RINASCITA DELLE MARCHE
Con l’approvazione della mozione n. 435/2018 il Consiglio regionale ha recepito il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, già siglato dai 23 soggetti del tavolo regionale della concertazione, adottato con apposita delibera dalla Giunta regionale e previsto nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza Regionale. L’anno appena trascorso si è chiuso, così, con un importante segnale alle comunità dell’area colpita dal terremoto di due anni fa e più in generale all’intera comunità regionale. Si parla spesso di ritardi e limiti nella gestione del post-sisma, non si placano le polemiche sulla ricostruzione, ma occorre sottolineare che la Regione Marche giunge a dotarsi di uno strumento fondamentale per il rilancio di quei territori a soli due anni dal sisma, quando l’Emilia Romagna lo ha fatto dopo tre anni e l’Abruzzo dopo ben otto. Oggi, chiunque abbia un’idea, un progetto, un proposito d’investimento, o sia un portatore d’interesse, ha a disposizione un quadro strategico, delle direttrici di sviluppo e una raccolta ordinata di progetti che possono svolgere una funzione di orientamento e fungere da primo “setaccio” della compatibilità delle proposte con le aree integrate d’intervento previste nel Patto: servizi alla coesione sociale, competitività e innovazione nei sistemi produttivi, green economy, sicurezza del territorio, valorizzazione del patrimonio, mobilità, ricerca e nuove competenze, tecnologie e sistemi innovativi, infrastrutturazione digitale abilitante. Non è poca cosa, soprattutto se non si vuol incominciare ogni volta da zero. Se è vero che non c’è ricostruzione senza sviluppo, la scelta di non tenere separate queste due sfide, ma di farle avanzare su binari convergenti, è un atto obiettivamente coraggioso e qualificante che la Regione Marche ha fatto e che consente a ciascuno di avere dei punti di riferimento sufficientemente chiari e articolati con i quali confrontarsi, non ultimi il quadro delle risorse ad oggi disponibili e le modalità di governance del processo di valutazione, attuazione e monitoraggio degli interventi. Il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo” rappresenta una sintesi pregnante dei rispettivi percorsi avviati dal Consiglio regionale con la ricerca sui “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, elaborata dalle Università marchigiane, e dalla Giunta regionale con l’incarico ad Istao che ha portato ad una raccolta ordinata di progetti, grazie all’apporto del mondo della rappresentanza economica e sociale e con il supporto della struttura amministrativa regionale. Si è trattato di un percorso serrato, che ha cercato di far tesoro dell’ampio e ricco dibattito che gli effetti del terremoto, sommati al perdurare della crisi economica, avevano generato, consapevoli tutti che il fattore tempo non è una variabile dipendente. Il lavoro fatto, che ha portato a stimare circa 2 miliardi di investimenti e 9.500 nuovi occupati, ha indubbiamente contribuito - tra l’altro - a preparare soggetti e territori a cogliere in maniera tempestiva le opportunità già in campo. Mi riferisco, in particolare, alla riuscita che stanno avendo i bandi regionali riguardanti l’area del “cratere”, che hanno visto un numero di domande molto significativo, insieme a un ammontare dell’importo finanziario complessivo dei progetti presentati di molto superiore alla dotazione iniziale dei bandi stessi. Un ulteriore termine di confronto, che rappresenta anche un potenziale terreno di lavoro comune, è invece costituito dal fatto che anche la confinante Regione Umbria è impegnata in un progetto di rafforzamento della produttività e della redditività del proprio sistema produttivo in un’ottica macroregionale. Il progetto, che ha come base una ricerca svolta da Sviluppumbria e Università di Perugia, si presta ovviamente a numerose correlazioni, sinergie e possibili contaminazioni. Se il 2019 dovrà essere l’anno del decollo della ricostruzione fisica degli abitati, gioco forza dovrà essere anche quello in cui si mettono le basi concrete per la ricostruzione delle comunità, basi che poggiano sullo sviluppo sostenibile e il lavoro. A tal fine sarà fondamentale il confronto con il Governo nazionale sui contenuti del Patto, ad esempio sulle agevolazioni fiscali più efficaci per favorire gli investimenti e l’insediamento di nuove attività imprenditoriali, e con la Commissione europea affinchè la programmazione dei fondi strutturali 2021-2027 tenga conto delle azioni necessarie per la rinascita dell’areale del sisma e delle quattro regioni coinvolte. Infine, la modalità di ampio coinvolgimento e concertazione che ha accompagnato la gestazione del “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo” può diventare un modus operandi per altri importanti appuntamenti a cui la Regione si appresta: dal Piano socio-sanitario alla Strategia regionale di sviluppo sostenibile, fino al regionalismo differenziato. Altrettanti strumenti utili a disegnare il futuro delle Marche. Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 14/1/2019 alle 8:27 | Versione per la stampa
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