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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
28 novembre 2019
LE MARCHE POLICENTRICHE IN TRANSIZIONE

Come è possibile rendere sostenibile il policentrismo marchigiano? E’ questa la domanda che ha percorso come un fil rouge il confronto che ha animato il secondo seminario #marcheuropa che si è tenuto nei giorni scorsi ad Ascoli Piceno.

Nel mondo che viaggia verso le grandi concentrazioni e che a livello dei territori conosce invece fenomeni di grande contrazione, la tenuta del sistema urbano policentrico delle Marche, ulteriormente indebolito dagli effetti del sisma, costituisce una questione rilevante per l’efficienza competitiva e la qualità della vita della nostra regione.

Lo sviluppo diffusivo dei decenni che hanno preceduto la grande crisi ha avuto nelle Marche effetti evidenti nella linea di costa, nell’espansione dei fondovalle, dove il mix di residenziale e commerciale è divenuto un tratto quasi identificativo delle tipologie costruttive, e nello spopolamento delle terre alte. Tutti caratteri che hanno reso le Marche molto simili a quanto avvenuto in altri territori, anche sotto il profilo dell’eccesso di consumo di suolo.

Con la crisi del 2008 è finito il ciclo della crescita espansiva e sono entrati fortemente in discussione i fondamentali della nostra regione, a partire dalla scarsa capacità innovativa del sistema produttivo, dall’incidenza negativa del saldo demografico - come sottolineato di recente dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ad Ancona -, dalla smaterializzazione dei processi lavorativi e dal più marginale posizionamento del nostro Paese e delle stesse Marche nelle cosiddette “catene globali del valore”.

Il troppo lento recupero della perdita di ricchezza subita, l’avvio stentato del processo di ricostruzione post-sismica, l’innovazione costante richiesta dal sistema di welfare regionale per garantirne qualità e sostenibilità finanziaria, l’irrompere della questione ambientale, dovrebbero spingere a ricercare alleanze sociali e politiche nuove e più ampie nel tentativo di “governare il cambiamento”.

Un punto essenziale di questo tentativo dovrebbe riguardare proprio il rafforzamento dell’assetto policentrico del sistema Marche fatto di una rete di città piccole e medie e di sistemi insediativi diffusi tra loro comunicanti. Riabitare le Marche in contrazione è, quindi, il tema emerso con forza dalla discussione. Il fenomeno riguarda la città lineare adriatica con i suoi punti di forza nei sistemi locali di Civitanova Marche, Ancona, San Benedetto del Tronto, Pesaro-Fano, Senigallia, ma anche con i suoi luoghi dell’anonimato, i vuoti abitativi e la perdita di valore immobiliare; riguarda quelle che Arturo Lanzani ha chiamatole “conche intristite”, i fondovalle fluviali dove l’espansione ha lasciato il passo ad aree dismesse e capannoni vuoti, come ad esempio nella valle del Tronto o del Chienti e su a risalire; riguarda, infine, le aree interne dove gli effetti del sisma richiedono di dare sostanza al “dov’era, come sarà” attraverso il coraggio di azioni progettuali di riconfigurazione degli abitati e delle comunità, in grado di attivare nuovi processi di accumulazione, e l’investimento su alcuni centri urbani che svolgono una funzione di pivot per ampi territori montani contermini.

Infine, sono emerse alcune proposte: un primo terreno di sperimentazione per le amministrazioni locali è quello del “riuso adattativo” del costruito, che deve avvenire secondo un’impronta progettuale innovativa e riformatrice, come nel caso delle stesse manutenzioni straordinarie degli edifici pubblici strategici.

Un secondo terreno riguarda la definizione di una Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile che punti sulla resilienza delle comunità, in un’ottica interregionale (Marche, Umbria e Abruzzo), e che sia concreta, cioè impegnativa per il decisore politico in termini di azioni, tempi e risultati attesi.

Un terzo terreno è la consapevolezza che senza una visione strategica il policentrismo non ha futuro e ciò vale soprattutto per la trama dei centri storici più colpiti del cratere sismico che dovrebbero adottare le indicazioni delle ordinanze n. 39 e n. 46 del Commissario Straordinario, in particolare lo strumento del “documento direttore”, con maggiore convinzione per orientare la ricostruzione.

Da ultimo, sulla base dell’esperienza degli Interventi Territoriali Integrati (ITI) urbani e delle aree interne, nonché dei Progetti Integrati Locali (PIL) dei Gruppi di Azione Locale (GAL), è venuto il tempo di fare un ulteriore passo in avanti, dotandosi di una Agenda urbana regionale da sostenere con le risorse della programmazione europea 2021-2027.

Le città e i luoghi sono in transizione, concepirli come un bene comune, formare e orientare competenze, pensare l’urbanistica non più solo come una funzione di servizio, sintonizzare la politica all’altezza delle problematiche di un secolo che si annuncia“metropolitano” sono compiti di una rinnovata coscienza regionalista.

Daniele Salvi       



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28 novembre 2019
UN GREEN NEW DEAL PER LE CITTA' E I LUOGHI

 

Nel mondo che si polarizza tra le città del futuro e la marginalià dei luoghi non si gioca soltanto il mutamento di equilibri geopolitici e territoriali, ma la qualità della democrazia.

E' questa la consapevolezza emersa dai lavori dell'ultimo dei tre seminari #marcheuropache si è tenuto ad Ancona.

Come ha sostenuto Antonio Mastrovincenzo, presidente del Consiglio regionale delle Marche, in apertura dei lavori: “Se alla fine del secolo l’85% delle persone vivrà nelle città e in città sempre più grandi, in luoghi dove andranno garantiti diritti basilari, vivibilità e qualità della vita, dove le tecnologie saranno pervasive, ponendo problemi di rispetto della privacy e di organizzazione della democrazia, vi saranno – al contrario – luoghi sempre più marginali e periferici, dove il saldo demografico, l’invecchiamento e l’abbandono, determineranno processi di desertificazione, e il governo del territorio, l’esigibilità dei diritti, il valore della democrazia avranno tutt’altro senso”.

In questo scenario, i territori come la nostra regione rischiano di subire sia i processi di condensazione urbana che la difficoltà di riabitare i margini, i luoghi delle proprie aree interne, per di più feriti dal terremoto.

La polarizzazione mette in discussione il modello di città europea, per cui “è indispensabile - ha sottolineato ancora Mastrovincenzo - proporre in alternativa un progetto di convivenza civile, intelligente, sostenibile e inclusivo, un ‘nuovo equilibro’ tra aree urbane e aree rurali e interne, tra uso delle tecnologie e rispetto dei diritti della persona, tra sviluppo urbano e tutela delle risorse naturali, tra ospitalità-accoglienza e protezione-sicurezza, tra nuove forme di partecipazione e democrazia rappresentativa”.

A questa altezza deve avvenire la risposta della civiltà europea. Come fare? Una proposta è venuta da Fabrizio Barca che, nell'ottica del contrasto delle disuguaglianze territoriali, che sono inevitabilmente di opportunità, ha proposto di destinare la tassazione dei profitti dei giganti del web a programmi di sviluppo rivolti ai luoghi marginali.

Il confronto tra i relatori ha riguardato, poi, la possibilità d’individuare un ambito “ideale” della partecipazione, dove le pratiche partecipative possono avere una reale incidenza nella formazione e verificabilità delle decisioni. L'esperienza marchigiana delle città creative come Fabriano o degli Ambiti territoriali sociali è stata richiamata come esemplificazione di nuove modalità di programmazione in chiave di sviluppo sostenibile: attraverso la contaminazione di saperi, produzioni, design, arte e cultura, da un lato, o mediante l'incastro di funzioni socio-sanitarie, politiche attive del lavoro e della formazione, sistema dell'istruzione e politiche per la casa, dall'altro.

Costruire un nuovo equilibrio che sia un’alternativa alla polarizzazione e interpreti in senso riformatore il “passaggio dallo spazio alla rete”, evocato da Franco Farinelli, è possibile se si ricercano percorsi di convergenza economica, sociale e territoriale.

Convergenza a livello europeo secondo i 5 obiettivi della nuova politica di coesione che punta ad un’Europa più intelligente, più verde, più connessa, più sociale, più vicina, anche attraverso strategie di sviluppo urbano integrato; ma anche convergenza a livello nazionale, ad esempio attraverso la nuova proposta di regionalismo differenziato avanzata dal ministro Boccia, che - a fronte del riconoscimento della maggiore autonomia delle Regioni - propone la definizione di fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni e meccanismi di perequazione, non solo tra le Regioni, ma all’interno di ciascuna di esse nei confronti dei territori più fragili.

Considerazioni conclusive pertinenti sono venute dal Sottosegretario all’Ambiente On. Roberto Morassut che ha insistito sul fatto che le città stanno perdendo il loro carattere di tessuto connettivo delle comunità, a causa di dinamiche sociali come la crisi dei ceti medi e di meccanismi che hanno reso i Comuni ostaggi del circolo vizioso tra espansione, consumo di suolo, crescita della rendita immobiliare e oneri di urbanizzazione utilizzati per finanziare la spesa corrente.

Questo circolo si è spezzato con la crisi economica e sociale d’inizio secolo ed è saltata l’organizzazione dello spazio urbano che, però, non ha potuto contare su strumenti legislativi che orientassero e regolassero la fase nuova determinata dalla fine della crescita urbanistica fondata sull’occupazione di spazi aperti.

Alla vigilia degli 80 anni della vigente legge urbanistica nazionale, la “città delle reti” e le “reti di città” devono poter contare sul buon esito di alcune proposte di legge in discussione nel Parlamento, ad esempio quelle sul consumo di suolo e sui diritti edificatori, ma anche sull’approvazione della legge di stabilità che prevede l’avvio del green new deal, ossia il grande piano di investimenti “verdi” per un valore di 60 miliardi di euro in 15 anni che spingerà ancora più in avanti il nostro Paese sul versante della sostenibilità.

Rimettere al centro le ragioni della città pubblica, organizzare a tale scopo la Pubblica Amministrazione che potrà contare nei prossimi tre anni sull’immissione in ruolo di circa 500.000 giovani dipendenti, lavorare sulla città esistente, organizzare lo spazio urbano pubblico attraverso investimenti in ambito sociale e infrastrutturale, innovare le tecnologie costruttive, puntare sulla densificazione e il coagulo contro lo sprawl, organizzare i servizi digitali della città, sono alcune delle indicazioni emerse dall’incontro.

Infine, affinchè il “deserto sovraffollato” della modernità liquida transiti verso nuove solidità che abbiano un volto democratico bisognerà che cultura, politica e amministrazione provino a darsi la mano. Nelle città e nei luoghi delle Marche, volendolo, è ancora possibile.

 

Daniele Salvi

 




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28 novembre 2019
GIULIA TORNA A CASA

Era il 4 giugno del 1528 quando la piccola Giulia Da Varano tornò nella sua Camerino: “Alla porta di San Giacomo, dove l’aspettavano i magistrati, fu benedetta dal vescovo Bongiovanni, ricevette in bacili d’oro le chiavi della città e dei castelli; fece poi il solenne ingresso, come sovrana, nella chiesa di Santa Maria donde salì al palazzo della corte per volare tra le braccia della madre e consolarla di tante angustie provate”.

E’ lo storico Bernardino Feliciangeli (1862-1921) a descrivere con inconsueto stile romanzato il ritorno di Giulia Da Varano, la stessa che, ritratta dal pittore ferrarese Dosso Dossi (1489-1542), collega di Giorgione, Raffaello, Bellini, Tiziano e Michelangelo, ritorna oggi nella città ducale dopo 39 anni di assenza grazie al Nucleo di tutela del patrimonio culturale dei Carabinieri.

Anche allora la piccola Giulia era stata via, a Massa nella Lunigiana dal fratello della madre Lorenzo Cybo (1500-1549) e da ultimo, molto più probabilmente, a Montevecchio nel fanese dal conte Giulio, il fido capitano d’armi della duchessa e reggente Caterina Cybo (1501-1557). In quel tempo il suo ritorno non avvenne in condizioni facili. Camerino visse la “crisi del primo Cinquecento”, che tanto interrogò le menti di Macchiavelli e Guicciardini, molto da vicino; il 1527, annus horribilis per i destini dell’italia, nel quale si consumò il “sacco di Roma” ad opera dei Lanzichenecchi di Carlo V, fu anche l’anno in cui la peste flagellò il camerinese, uccidendo il duca Giovanni Maria Da Varano (1481-1527), padre di Giulia, mentre la popolazione era dispersa nelle campagne.

Il “sacco di Roma” ebbe poi,sempre nello stesso anno, la sua replica proprio a Camerino, dove le truppe degli imperiali guidate da Sciarra Colonna s’impossessarono della città, profanandola e facendo prigioniera la Cybo in persona. Giulia era stata opportunamente portata al sicuro.

Nata il 24 marzo del 1523, battezzata il 7 aprile, era destinata secondo il volere del padre morente ad essere sposa del legittimo discendente del ramo ferrarese dei Da Varano, imparentati già dal tempo di Rodolfo IV (1431-1464) con i D’Este. L’anno seguente, nel giugno del 1524, la piccola Giulia era divenuta erede del titolo ducale, per volontà del Papa Clemente VII suo prozio e per intercessione della madre.

Non sappiamo se Dosso Dossi ritraesse la minuta Giulia all’indomani di questo eccezionale riconoscimento che la rendeva particolarmente ambita, oppure - meno probabilmente - del suo ritorno a Camerino, dopo che il 14 dicembre del 1527 era stato siglato il “parentado” con i Della Rovere, per cui ella sarebbe divenuta sposa di Guidubaldo II, figlio di Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino. Alcuni particolari che potrebbero aiutare a sciogliere il nodo della committenza e della datazione del quadro saranno rivelati oggi in occasione della sua presentazione al pubblico.

Il tentativo di unire per via parentale i due ducati di Camerino e Urbino, uno dei primi atti del processo di “regionalizzazione” delle Marche in epoca moderna, fallì. Resta il fatto che le famiglie di cui abbiamo parlato, per immortalare personaggi ed eventi simbolici, sapevano e potevano rivolgersi agli artisti più geniali e prestigiosi del tempo, come Tiziano e Dosso Dossi.

Oggi, questo ritorno, così simbolico anch’esso, rappresenta un ulteriore tassello di un percorso che le comunità del sisma e in particolare la città di Camerino stanno compiendo, e cioè accompagnare la riconquista palmo a palmo dei nuclei urbani e delle “zone rosse” con la cultura, la riscoperta del valore culturale dei luoghi e dei beni che contengono, la destinazione di nuovi spazi e la nascita di nuove iniziative. Rinascere con la cultura, dunque, unendo le forze e rendendo meno disperse le Marche.

Daniele Salvi




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17 ottobre 2019
LE CITTA’ E I LUOGHI: UNA SFIDA PER LE MARCHE


Che ne sarà delle Marche di fronte al mondo che avanza? E’ questo l’interrogativo che ha fatto da sfondo ai diversi interventi del primo seminario della IV edizione di #marcheuropa, che si è tenuto venerdì scorso a Fano.

Una regione policentrica, che conserva i tratti della perifericità, che ha saputo “inventare” nel secondo dopo guerra un modello di sviluppo, è ora alle prese con un mondo che si è terribilmente dilatato, mentre le città tornano al centro della scena come piattaforme globali dello sviluppo e il cuore delle regioni europee più ricche appare costituito da quell’area omogenea che dal triangolo Bologna-Milano-Treviso, sale verso la Baviera, Berlino, Amburgo, fino ai Paesi Bassi e alla Danimarca.

La discussione ha tenuto ben presente che nelle Marche qualsiasi volontà di concentrarsi su una singola città appare fuori tema rispetto alla sfida in campo, accentuata dalla progressione dell’economia digitale. “Essere città” nelle Marche è possibile solo pensandosi dentro “l’organismo” regionale e in stretta connessione con i vincoli e le opportunità europee.

Tra centro e periferia, o meglio tra i tanti centri e le altrettante periferie, è squadernata oggi una gigantesca questione di fiducia, che si esplica in tensioni crescenti e in una percezione d’insicurezza superiore alla media nazionale, persino nelle un tempo coese comunità del Centro Italia. L’Italia di mezzo e le Marche, in questo quadro, riconfermano la propria “medianizzazione” rispetto al resto d’Italia, anzi per certi versi - come nel caso dei comportamenti elettorali - sono divenute lo specchio esatto del Paese.

Tuttavia, un buon quoziente di capitale sociale, un diffuso spirito d’intraprendenza, una buona capacità di governo dei processi locali non solo persiste, ma può essere risvegliata, come dimostra l’impegno di tanti amministratori premiati dalle urne nella competizione elettorale comunale in controtendenza rispetto ai risultati elettorali più generali.

Ora che la “terza Italia”, anche quella politica, è ritornata in campo è necessario chiedersi, come ha cominciato a fare il nuovo Governo con il decreto “Clima” e il piano “Rinascita urbana”, che cosa bisogna fare per superare un ritardo culturale che ha fatto delle città “mucchi di case” che hanno divorato suolo senza creare nuove centralità, tanto meno bellezza.

La proposta che è emersa dai lavori seminariali è stata quella di integrare in maniera forte urbanistica e sviluppo, pianificazione territoriale e programmazione dello sviluppo, se vogliamo dare sostanza alla sfida della sostenibilità, puntando - nella realtà marchigiana - su “microcosmi locali a portata globale”, ovvero “cluster di sviluppo” costituiti da “grappoli di città e paesi” con una forte vocazione identitaria.

L’idea di “un progetto-pilota sui centri minori delle Marche”, proposto da Alberto Clementi, potrebbe riguardare alternativamente un’idea di governo della “città adriatica”, di cui la conurbazione Pesaro-Fano rappresenta un ganglio esemplare, oppure delle città-capoluogo inclusa quella regionale, che si stanno sperimentando con le progettualità degli ITI urbani e la trasformazione del “costruito”, oppure dell’area più colpita dal sisma, costituita dai piccoli Comuni disposti ad anello intorno ai Monti Sibillini insieme al relativo asse pedemontano, da Fabriano a Camerino, da Ascoli Piceno a Tolentino.

Ciò richiede capacità di government istituzionale multilivello (Comuni, Regione, Stato, UE), ruolo pubblico e collaborazione con i privati, possibilità di lavorare in maniera flessibile per progetti e non in maniera rigida per settori, cosa che nel nostro Paese è molto difficile, anche perché non esiste disciplina giuridica di un simile modo di operare.

In definitiva, la sfida delle Marche si gioca sulla connessione interna tra le sue città e i suoi luoghi, e sulla connessione esterna con le direttrici est-ovest (Roma e Firenze) e nord-sud (Bologna e Milano, da un lato, e il “corridoio adriatico”, dall’altro). Infrastrutture e mobilità diventano centrali da questo punto di vista: dalle ciclovie alle connessioni infrastrutturali tra aree urbane e zone industriali e dei servizi, dalla Orte-Falconara all’alta velocità Ancona-Bologna. Ma altrettanto importante diventa dotarsi di un piano di riordino territoriale, se vogliamo fare delle Unioni di Comuni non esperienze occasionali, ma veri ambiti d’integrazione urbanistica, territoriale e di sviluppo.

Cosa saranno le Marche dipenderà anche dal far diventare alcune di queste suggestioni azione lungimirante, amministrativa e di governo.

 

Daniele Salvi

 





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26 settembre 2019
CAMILLA E LA “SCHIENA DI DIO”


In una delle sue ultime e sempre interessanti recensioni sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il cardinale Gianfranco Ravasi, parlando del libro del teologo Francesco Brancato, “La schiena di Dio”. Escatologia e letteratura, si è soffermato sull’elemento antropomorfico racchiuso nel titolo.

In un passo dei Racconti dei Cassidim (1950) del filosofo ebreo Martin Buber si dice: “Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere”. Questa citazione tratta dal “pozzo gorgogliante spirituale-narrativo della tradizione ebraica mitteleuropea” - come dice il cardinal Ravasi - ha in realtà un riferimento biblico in Esodo, quando al Mosè desideroso di vedere in faccia il Dio che gli aveva messo sulle spalle la pesante responsabilità di condurre il proprio popolo alla terra promessa, riceve da Lui questa risposta: “Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita”, salvo poi concedergli: “Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finchè non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (Esodo 33, 20-23).

L’originale ebraico è addirittura più esplicito e vuol dire “il mio posteriore” e verrà tradotto da Lutero con posteriora Dei. La “schiena di Dio” è, quindi, il segno della differenza ontologica che esiste tra il finito e l’Assoluto, tra il limite, la caducità, la contraddittorietà e la morte, che contraddistinguono l’uomo, e il divino, la trascendenza, l’eterno e l’infinito, cui pure egli anela. Ma “l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi”, come dice il poeta Rilke, cioè il volto luminoso della divinità, non è intuibile, neppure in un bagliore.

E’ interessante notare come questo argomento escatologico, che riguarda l’Oltre e l’Altro rispetto al presente, al flusso del tempo e alla frontiera della morte, sia presente nelle parole della mistica e santa Camilla Battista Da Varano (1458-1524), allorchè nei suoi primi scritti leggiamo: “…mi venne un desiderio tanto grande di vederlo, che tutto il mio orare non era altro che un continuo languire per desiderio di vedere la sua serenissima ed amorosa faccia” (Vita Spirituale); oppure: “Quando serà che posso contemplare,/ o buon Gesù, il tuo benigno viso:/credo che mi fareste liquefare/ e non vorrei altro paradiso:/fammelo un poco, o dolce amor, gustare/a ciò che lo mio cor non sia diviso/da te, mio ben, mia vita e mia dolcezza,/per la soavità di tua bellezza”. E ancora: “Io vo pensando che potessi avere/che questo afflitto cuor mi consolasse:/ogni umano diletto m’è spiacere,/e stolto parmi chi di lui si pasce:/solo una cosa potrei possedere,/e questo credo che mi contentasse,/che stessi, o bon Gesù, nelle tue braccia/stretta e congiunta alla tua dolce faccia”. Infine: “sia pure fatto il tuo eterno volere/ma ad ogni modo ti voglio vedere”.

Il desiderio ardente della santa di vedere il volto di Gesù, viene infine soddisfatto, ma “per traverso”. Ecco, infatti, la sua prima visione: “Stando un dì in orazione ed avendo sentito chiaramente che era stato nell’anima mia, quando si volle partire da essa mi disse: se mi vuoi vedere guardami: e come una persona quando si parte dall’altra le volta le spalle e va al suo viaggio, così proprio esso fece all’anima mia. Quando io il cominciai a vedere era lontano da me più di sei passi, e camminava oltre per una lunga sala, in capo a quella sala era un uscetto piccino, come un uscetto da camera. Io sempre il vidi, finchè inchinò la testa, per la sua grandezza, ed entrò in quell’uscetto; e poi non vidi più né lui, né la sala, né l’uscio: e così lo vidi di dietro e non dinanzi” (idem).

La visione estatica della santa è di estrema bellezza, colorata di bianco e di oro: “Era grande più che tutti gli altri uomini dalle spalle in su (…) sopra quelle larghe e ben proporzionate spalle (…)”. L’anima vede, o meglio cerca di vedere, ma Gesù le mostra le spalle. La visione è meravigliosa, ma il divino cela il suo volto, proprio come a Mosè.

La corrispondenza che qui abbiamo sottolineato ci dice che dietro la genuina spontaneità di questa visione, la pura sensualità che emana e la chiarezza incisiva della scrittura in volgare vi è una profonda cultura biblica e teologica. La puella licterata - come ha scritto G. Boccanera - “non ha dimenticato la spigliatezza della prima vita, non ne disprezza la formazione intellettuale; questi fattori, anzi tornano a renderle più limpida la formale espressione delle intuizioni mistiche”. Intuizioni che colgono il limite radicale della distanza dal divino, insieme al costante anelito a farsi tutt'uno con Lui, in un'aura luminosa e piena di trasporto. I fatti del 1502 e seguenti inclineranno la santa molto più verso le opere, mentre la riflessione finirà per trovare raramente espressione e, come nel caso di uno degli ultimi scritti, il Trattato della purità di cuore, in maniera più argomentativa.

Il dolore aveva oltrepassato la dimensione “mentale”, per “incarnarsi” nella propria vita, oltre che in quella di una famiglia e di una comunità. L'esposizione della “schiena di Dio” era in definitiva l'accettazione della passione e crocefissione del Dio che si è fatto uomo, fino all'estrema umiliazione.

 

Daniele Salvi





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12 settembre 2019
Donazione
Nei giorni scorsi ho donato al Centro di documentazione sui partiti politici della Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli studi di Macerata la mia collezione di riviste di argomento politico, che coprono un arco temporale che va dalla metà degli anni Ottanta del Novecento agli ultimi anni di questo secondo decennio del Duemila, comprendente riviste come Micromega, Italianieuropei, Limes,  Aspenia e Il Mulino, e la serie completa dei libri di vario genere pubblicati dal quotidiano l'Unità a partire dalla direzione del giornale di Valter Veltroni. Oltre a questo, il mio archivio politico nella parte che va dalla nascita del Pd nel 2007 fino al 2013, quando ho fatto parte degli organismi provinciali e regionali del partito, e i materiali inerenti la mia esperienza di assessore e consigliere della Provincia di Macerata negli anni 2008-2016. Già in precedenza avevo donato allo stesso Centro diretto dal prof. Angelo Ventrone l'archivio relativo all'esperienza dei Democratici di sinistra della Federazione provinciale di Macerata, anni 1998-2007, di cui sono stato segretario provinciale dal 2001 al 2007. Al prof. Ventrone e ai suoi giovani studenti il mio più sincero ringraziamento e il plauso per una iniziativa che punta a non disperdere le tracce della politica e dei partiti nella loro dimensione d'impegno civico e territoriale. 



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5 settembre 2019
LETTURE FINO A FERRAGOSTO…2019


Dall’inizio dell’anno corrente una serie di letture che voglio segnalarvi. La prima è lo studio sintetico di Claudio Azzara, uno dei maggiori specialisti, sulla civiltà longobarda: “I longobardi”, il Mulino, Bologna 2015, pp. 126. Interessante per avere un quadro d’insieme di una delle più durevoli dominazioni dell’Italia alto-medievale, di cui rare sono le tracce scritte, ma copiose e spesso non conosciute quelle, ad esempio, relative ai toponimi, agli usi e costumi, alle tipologie d’insediamento urbano e alla conformazione del paesaggio. Un libro utile anche per capire la storia della nostra regione, la quale a tutt’oggi risulta eccentrica rispetto ad iniziative e percorsi che sempre più stanno interessando altre parti del territorio nazionale, legate proprio alla valorizzazione della storia, dei beni culturali, degli insediamenti e dei percorsi d’origine longobarda. Ad esempio, nella vicina Umbria, con Spoleto e Campello del Clitunno.

La seconda lettura riguarda il libro di Dino Messina, “Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana”,Solferino, Milano 2019, pp. 301. Uno sguardo completo sulla vicenda del confine orientale e sull’esodo istriano, fiumano e giuliano-dalmata, che solleva l’interrogativo di come le aree di confine possano essere a seconda delle vicende storiche i luoghi di una grande civiltà, dell’incontro di diversità, di comunità ad alto valore aggiunto, veri e propri laboratori dell’umanità del futuro, oppure i luoghi dell’odio, della violenza e dell’efferatezza più disumana, quando finiscono preda delle tentazioni e delle ideologie nazionaliste ed etniche. Un libro per ricordare, anche le nostre responsabilità di italiani.

La terza è un libretto che contiene un gioco illusionistico di un grande scrittore, Giorgio Manganelli, e 10 cartoline artistiche di un grande pittore,Tullio Pericoli: “Esiste Ascoli Piceno?”, Adelphi, Milano 2019, pp. 43. Uno scherzo, quello manganelliano,datato 1982, e un invito, quello pericoliano, a visitare la mostra Forme del paesaggio. 1970-2018, a Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno fino al 3 marzo 2020, che espone la quasi cinquantennale ricerca sul paesaggio dell’artista marchigiano.

La quarta lettura è l’ultimo libro di Alberto Asor Rosa: “Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta”, Einaudi, Torino 2019, pp. 281. Ha detto lo scrittore Saul Bellow che: “Scrivere è vestire di carta da regalo una disfatta” e credo che non solo l’autore, ma anche il grande Niccolò, potrebbero condividere questa frase. Lo storico della letteratura italiana ha prodotto un libro che s’inserisce nel revivalmachiavelliano, alimentato tra gli altri da ultimo dagli studi di Ginzburg, Ciliberto e Cacciari. Credo che questo “ritorno a Machiavelli” non avvenga a caso, nel momento in cui la vita nazionale diventa sempre più incerta e si affacciano vecchi vizi e limiti apparentemente invalicabili del nostro essere comunità di destino. Machiavelli e Guicciardini sono gli analisti più lucidi della crisi del Cinquecento e i propositori più audaci di soluzioni per uscirne in avanti. Senza successo. Un libro che insinua “timore e tremore” per l’oggi, ma anche una più alta consapevolezza dei passaggi che siamo chiamati a vivere, se inseriti nella storia lunga della nostra tormentata vicenda di popolo e nazione.

La quinta lettura è il pamphlet di don Luigi Ciotti: “Lettera a un razzista del terzo millennio”, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp. 78. Su questo ho già scritto sul mio profiloFacebook, per cui non mi ripeto.

La sesta lettura riguarda due scritti di Bartolo Da Sassoferrato: “Trattato sulle costituzioni politiche e Trattato sui Partiti”, Il Formichiere,Foligno 2018, pp. 133. Continua a cura di Dario Razzi, con prefazione del Prof. Diego Quaglioni e la traduzione di Attilio Turrioni, la ripubblicazione di alcune delle opere più interessanti ed evocative anche rispetto all’attualità del grande giurista medievale. Il Tractatus de regimine civitatise il Tractatus de Guelphis et Gebellinisdiventano, nei propositi dei curatori della collana, occasioni per una riflessione a mente aperta sui temi del presente grazie agli stimoli che vengono dalla lettura di un classico che, in quanto tale, va oltre la contingenza. Interessanti i passaggi in cui Bartolo descrive la degenerazione dei sistemi politici, ma anche quella dei partiti che diventano fazioni.

La settima lettura è quella di uno studioso d’arte, Giulio Angelucci,che ci ha fatto entrare dentro la realizzazione di uno dei capolavori dell’arte rinascimentale: la Crocifissione di Lorenzo Lotto che si trova nella chiesa di Santa Maria in Telusiano a Monte San Giusto (MC). “Ad personam. Lorenzo Lotto, Nicolò Bonafede e la Crocefissione di Monte San Giusto”, Liberilibri, Macerata 2016, pp. 216, è uno studio scrupoloso e calzante che ricostruisce la genesi della committenza, le influenze artistiche e pittoriche, la realizzazione e collocazione dell’opera, restituendo non solo una conoscenza più piena dell’artista veneto, che molto operò nelle Marche, ma anche della figura di Nicolò Bonafede, alto funzionario della Chiesa cattolica, di cui viene rivisitata l’altalenante vicenda umana e politica nella tormentata prima metà del Cinquecento.

L’ottava lettura è l’ultimo libro di Massimo Cacciari: “La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo”, Einuadi, Torino 2019, pp. 116. Il filosofo italiano torna ad indagare la stagione dell’Umanesimo, da Dante a Pomponazzi, liberandolo da pregiudizi e finalismi che ne hanno impedito la comprensione più profonda, quella per cui esso non è tanto espressione in sé estetica, artistica, retorica o filologica, ma essenzialmente filosofica e, come tale, relativa alla ricerca del fondamento e di ampio respiro culturale. L’Umanesimo è un’età attraversata dall’inquietudine e niente affatto pacificata, per quanto florida, anzi potremmo dire che essa sia “tragica”, incapace di offrire una sintesi delle molteplici spinte e correnti intellettuali, sommariamente riassumibili nel persistente aristotelismo d’impronta scolastica e nel promettente neoplatonismo con venature esoteriche. L’Italia, paese allora più avanzato d’Europa e di certo il più ricco di aspettative sul suo futuro, vive la stagione della sua “filosofia classica”, senza riuscire a pervenire a quella sintesi che, ad esempio, produrrà l’idealismo tedesco. E senza sintesi culturale, non c’è neanche la possibilità per una “natione” di farsi “Stato”.

La nona lettura riguarda un libro a più voci sul tema delle aree interne: “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste”, a cura di Antonio De Rossi, Donzelli, Roma 2018, pp. 589. Libro molto interessante che rappresenta il precipitato più completo e ricco dell’elaborazione che ha dato vita alla Strategia nazionale per le Aree Interne (SNAI), l’esperimento più recente in tema di politiche pubbliche che ha cercato di rimettere al “centro” il “margine” costituito dalle aree montane, le quali per la loro perifericità dai centri dotati di servizi essenziali (sanitari, educativi e di mobilità) richiedono un intervento che sia rispettoso del dettato costituzionale in termini di diritti di cittadinanza, ma anche necessario per favorire un processo di emancipazione, innovazione e crescita che riduca le disuguaglianze, produca sviluppo sostenibile e rafforzi la democrazia. I diversi contributi disciplinari offrono una rappresentazione molto aderente della “rugosità” e "granularità" di questo nostro Paese, consentendo una lettura aggiornata di realtà, esperienze ed evoluzioni non solo delle aree interne, ma di molte situazioni anche urbane attraversate da processi di periferizzazione, declino e abbandono che richiedono politiche innovative ed eterodosse rispetto alla “trappola” - come la chiama Fabrizio Barca - della visione neoliberista.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 5/9/2019 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 agosto 2019
SE LA CHIESA INVESTE SULLA “VALLE NASCOSTA”


La notizia della designazione del vescovo di Camerino-San Severino Marche don Francesco Massara, di recente nomina, ad amministratore apostolico e vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica, sede vacante a seguito della nomina del suo vescovo mons.Stefano Russo a segretario generale della Conferenza episcopale italiana, è un segno molto interessante e ricco di implicazioni.

In primo luogo, certamente di carattere religioso, trattandosi di articolazioni della Chiesa cattolica, ma di questo non abbiamo né le giuste informazioni, né le competenze per parlare.

In secondo luogo di carattere storico, dal momento che la diocesi di Camerino ha avuto nei secoli un’amplissima estensione territoriale ed ha ricompreso per lungo tempo i territori oggi ricadenti nella diocesi di Fabriano-Matelica, per cui la nomina dello stesso vescovo a capo di due realtà accomunate per larga parte da una stessa storia, è certamente significativa.

Tuttavia, credo che neanche in ciò stia una lettura efficace della notizia, né la vera forza che essa comunica non solo alla comunità dei credenti, ma anche a tutta la società del territorio coinvolto e a quella marchigiana.

Al momento la scelta di nominare la stessa persona al vertice di due amministrazioni eguali e distinte, assume un significato particolarmente forte in quanto avviene “in vista di una diversa conformazione territoriale che porterà ad una revisione dei confini” delle diocesi, sicuramente di quelle interessate.

Di fronte a quello che sembra essere un primo passo verso il superamento dell’attuale assetto dei due enti in direzione della loro unificazione, si può dire con cognizione di causa che l’operazione, oltre ad essere sostenuta da ragioni autonome, ha dei fondamenti oggettivi e di valore prospettico che riguardano l’intero territorio.

La valle che da Camerino va a Fabriano, la cosiddetta sinclinale camerte, ha elementi di strutturale omogeneità geo-morfologica, storica, culturale, produttiva, infrastrutturale, ma è stata divisa nel tempo da confini amministrativi di vario genere (provinciali, montani, consortili, etc.) che ne hanno limitato e depotenziato le possibili e concrete sinergie e la loro utile espressione a beneficio delle comunità.

Pensiamo soltanto al ruolo che, in una organizzazione territoriale regionale tutta pensata e disposta lungo gli assi fluviali e vallivi, ha assolto quella fascia pedemontana che da Fermignano va a Comunanza, la quale  - grazie ad un insediamento produttivo di tutto rispetto - ha saputo drenare lo spopolamento e l’abbandono definitivo delle aree interne di questa regione.

E pensiamo al fatto che questa “linea di resistenza” ha saputo assumere i caratteri della “resilienza” proprio in quella “valle nascosta o misteriosa” - come la chiamava Bartolo Ciccardini - dove la particolare conformazione e più agevoli connessioni interregionali hanno consentito lo sviluppo di uno dei distretti produttivi più importanti e di una delle più antiche Università, a livello europeo.

Da “valle nascosta” a “valle creativa”, grazie alle nuove connessioni stradali e telematiche, a sinergie trasportistiche su ferro e gomma, e perché no a quelle possibili a livello socio-sanitario, scolastico, formativo e turistico, fino alle suggestioni offerte dall’Unesco. Camerino e Fabriano, e con loro un ampio territorio montano appenninico, sono alle prese con processi di ricostruzione complessi e sfidanti, delle forme urbane e dell’apparato produttivo, nel segno dell’innovazione, della sostenibilità e della creatività.

La scelta, dal cui commento siamo partiti, sembra - dunque - offrire un terreno proficuo al discorso pubblico e politico che merita di essere coltivato in maniera intelligente.

Daniele Salvi

 





permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/8/2019 alle 15:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 luglio 2019
PER UNA NUOVA CENTRALITA' DELLA MONTAGNA


 

Al Festival della Soft Economy, organizzato da Symbola a Treia, si è parlato di “nuova centralità della montagna”. L'evento, promosso dalla Società dei Territorialisti in vista del convegno del prossimo 8/9 novembre a Camaldoli, dove s'intende dar vita ad un “manifesto” per una nuova agenda a sostegno della montagna italiana, ha visto la presenza di importanti personalità come Giuseppe Dematteis e Alberto Magnaghi.

Discutere di “centralità” della montagna può apparire surreale, quando il pensiero mainstream ripete da tempo che il mondo sta andando in direzione della formazione di metropoli, vere e proprie città-stato in cui si concentreranno entro poco tempo i due terzi della popolazione mondiale.

La prospettiva sembra, quindi, essere quella di una progressiva periferizzazione-marginalizzazione delle zone montane, complice il circolo vizioso per cui lo spopolamento delle terre alte produce meno servizi e lavoro e ciò a sua volta incentiva ulteriormente lo spopolamento.

Se al declino delle zone montane, iniziato negli anni Sessanta, quelli che produssero la grande “frattura” dell'industrializzazione italiana e marchigiana, fatta di migrazioni interne dal sud al nord e dalla montagna alla costa, si aggiunge lo shock della grande recessione iniziata nel 2008 e, nel caso delle Marche, lo shock dovuto al disastro naturale del 2016/2017, possiamo immaginare quanto ampia sia la divaricazione tra la tipologia della montagna in abbandono e il profetizzato neo-urbanesimo delle megalopoli.

In verità, non tutta la montagna è in abbandono: 12 delle 14 città metropolitane italiane comprendono territori classificati montani o parzialmente montani, mentre tra i Comuni capoluoghi e quelli con più di 60.000 abitanti ben due terzi distano meno di 15 Km dalla montagna. Inoltre, montagna sono anche le tante località di pregio turistico, come Cortina D'Ampezzo, dove si svolgeranno le Olimpiadi invernali del 2026.

D'altra parte, se pensiamo alla crisi ambientale e climatica quale luogo è più denso di futuro della montagna e dell'Appennino? Sembrano indicarcelo i fenomeni dei “nuovi montanari”, dei “ritornanti” o anche i più innovativi dei “restanti” o “resistenti”. Ma sono sufficienti queste “avanguardie” a invertire un piano così inclinato dagli eventi?

E, d'altronde, quale prospettiva empatica delineano davanti a noi città frutto della concrezione d'imponenti migrazioni, dove le tecnologie potrebbero avere il controllo totale sulla vita delle persone, la democrazia essere più un'aspirazione che una realtà e gli Stati contare meno delle città che incorporano?

E', quindi, dentro la divaricazione tra le terre alte in abbandono e le megalopoli del futuro, per lo più asiatico, che può e deve estendersi il progetto di un'Europa delle città, delle regioni e delle comunità. Un progetto che sia, come nella migliore tradizione europea, un'idea di civiltà e di civilizzazione, in cui smart land e smart city si diano la mano, superando dualismi e dicotomie all'insegna di un'intelligenza che sia interdipendenza, capacità programmatica e sostenibilità delle soluzioni.

La prossima politica di coesione europea 2021-2027 dovrebbe perseguire con ancora maggiore coraggio la traiettoria di una riscrittura degli equilibri tra realtà urbane e aree rurali, interne e montane; analogamente è tempo che si faccia un bilancio di cosa abbia concretamente prodotto il passaggio alle Regioni della competenza sulla montagna a seguito della riforma costituzionale del 2001, a cui poi è seguito il depotenziamento delle Province.

Senza rimpiangere il tempo in cui si facevano dal centro leggi sulla montagna (come la L.n. 97/94) senza finanziarle, vanno raccolte positivamente le indicazioni della Strategia nazionale per le aree interne (Snai), purtroppo oggi decapitata, del collegato ambientale alla legge di stabilità 2016, di cui si attende ancora la disciplina del pagamento dei servizi ecosistemici (Pes), del piano nazionale dell'Agenda digitale per la diffusione della banda larga, delle leggi sui parchi e sui piccoli Comuni del 2017, e della legge sulle foreste e le filiere forestali del 2018.

Restano aperte molte questioni, tra cui la ricomposizione fondiaria per il recupero dei terreni abbandonati e il sostegno alle piccole e medie imprese produttive e commerciali che operano in particolari condizioni di contesto.

Se vogliamo delineare un'idea di governo a tutto tondo e multilivello della questione delle aree interne e montane dobbiamo tenere davanti a noi i temi dell'innovazione istituzionale, economica e sociale. Afferiscono al primo campo i temi della montagna “altimetrica” e di quella “giuridica”,  di quale impatto può avere il percorso verso l'autonomia differenziata sulle zone più periferiche e marginali, dell'importanza del requisito dell'intercomunità nel finanziamento dei progetti e degli interventi. Riguardano, invece, gli altri due campi, quelli economico e sociale, l'istituzione delle zone economiche speciali (Zes), il sostegno a tipologie d'impresa e poli tecnologici e di ricerca che coniughino digitale, 4.0 ed economia circolare, nonchè l'investimento sui servizi fondamentali come sanità, istruzione, mobilità e accessibilità, aspetto quest'ultimo su cui opportunamente la Strategia nazionale per le aree interne (Snai) ha risvegliato molti dal “sonno dogmatico”.

Se si vuol rispondere a quella che è stata chiamata da Andrès Rodrìguez-Pose “la geografia del malcontento e la vendetta dei luoghi che non contano”, vendetta che può colpire alternativamente le parti politiche in causa, è bene che il tema di nuovi sentieri di sviluppo per l'Appennino venga preso sul serio, al di là dei condizionamenti che nascono dai rapporti di forza e nel rispetto di quel diritto costituzionale di pari cittadinanza ovunque si viva, a cui negli ultimi giorni in più circostanze ha fatto esplicito riferimento il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

 

Daniele Salvi

 






permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/7/2019 alle 9:30 | Versione per la stampa
13 giugno 2019
SULLA VISITA DI PAPA FRANCESCO ALLE ZONE TERREMOTATE


Camerino 16 giungo2019

C’è sinceramente da sperare che la prossima visita di Papa Francesco a Camerino possa rilanciare l’attenzione dell’intero Paese sulla situazione e le prospettive dei territori e delle comunità colpite dal sisma del 2016/2017.

Ce n’è veramente bisogno. Per una serie di ragioni, che oramai tutti conoscono e che riguardano la necessità di dotare gli uffici speciali della ricostruzione e i Comuni di più personale, tecnico e amministrativo, di operare decise semplificazioni della complicata normativa adottata, di decentrare il processo di ricostruzione in capo agli Enti locali, le cose non stanno procedendo come dovrebbero.

Nelle Marche su circa 45.000 edifici inagibili, sono circa 7.000 le domande presentate e circa 2.700 i progetti approvati. Se consideriamo che due anni possono essere anche fisiologici per affrontare e gestire l’emergenza più grande che la nostra regione ricordi (con oltre 30.000 sfollati), questi numeri non sono soddisfacenti per salvare la “civiltà” dell’Appennino, già alle prese con problematiche precedenti.

Per fare, però, il passo in avanti che serve occorre smettere di fare del post-sisma e dei terremotati l’oggetto periodico della polemica politica, salvo poi disinteressarsene. Dopo le elezioni politiche dello scorso anno, quando le forze politiche risultate vincitrici avevano promesso interventi tempestivi e risolutivi, e dopo le recenti elezioni europee, dove il tema della ricostruzione del Centro Italia non è stato di certo al centro del dibattito politico, c’è bisogno che la questione del futuro di 4 regioni, 10 province, circa 600.000 cittadini, 8.000 Kmq di territorio, 140 Comuni, 2000 tra borghi e frazioni, ritorni in cima alle priorità, senza strumentalizzazioni e con la doverosa coesione tra tutte le forze politiche, come si deve di fronte ad una grande questione nazionale.

Analogamente vanno marginalizzate sia le posizioni di chi continua a dipingere tutto nero come se nelle comunità del sisma ogni cosa sia immobile, sia quelle di chi adombra complotti e strategie dell’abbandono e dello spopolamento studiate a tavolino. Entrambe queste posizioni sono non solo false, ma sterili e distruttive. Va, piuttosto, tematizzata una seria riflessione su come coniugare ricostruzione e nuovo sviluppo, partendo dai contributi programmatici finora prodotti e allargando l’elaborazione e l'individuazione degli strumenti a tutta l’area appenninica interessata dagli effetti del sisma.

A Papa Francesco non possiamo chiedere quello che non gli spetta. La sua visita ha un alto valore morale, oltre che religioso, e per questo non possiamo che ringraziarlo profondamente. Anche per il coraggio della scelta di svolgere la sua visita formale alle zone terremotate nella città di Camerino. Ciò ha un alto valore simbolico, non solo perché essa è stata fin dal IV secolo d.C. sede vescovile, tra le più antiche della penisola, ma perché rappresenta in questo terremoto l’equivalente de L’Aquila, nel contesto di un territorio ferito ben più ampio.

Camerino è la più grande “zona rossa” del cratere, il nucleo urbano che va riparato in profondità edificio per edificio, la città depositaria di un grande patrimonio storico, religioso e culturale, che ha svolto da sempre il ruolo di città-territorio tra Marche e Umbria con la diocesi, le scuole, l’università, i servizi socio-sanitari, trasportistici, culturali e professionali, al pari di città come Urbino per il Montefeltro.

Ricostruire una polarità urbana nell’area del cratere è quindi una sfida essenziale, grande e irrinunciabile, da cui dipenderà il successo dell’intera opera. Porre al centro l’urbs e la civitas più colpita equivale a focalizzare tutta la zona più colpita dal terremoto ed è il segno concreto di quella Chiesa al fianco degli ultimi, che invita chiunque abbia responsabilità di governo al rispetto del dramma, all’umiltà dell’ascolto e all’impegno del fare.

Daniele Salvi





permalink | inviato da Daniele Salvi il 13/6/2019 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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