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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
6 ottobre 2012
CIAO MASSIMO

Massimo se n’è andato. Ci ha lasciati. E’ stato un punto di riferimento per molti per la sua umanità, l’equilibrio e la concretezza delle sue posizioni. Ci siamo conosciuti quando divenne segretario regionale e con lui da segretario provinciale di Macerata ho condiviso gli anni dal 2001 al 2006 fino alle elezioni politiche. Ma la consuetudine di sentirsi ogni tanto non era mai venuta meno. Quando c’erano dei passaggi difficili e delicati della vita politica parlare con lui aiutava a farsi un’idea chiara di quanto stava succedendo.

In politica è stato una sorta di fratello maggiore. Era arrivato al partito regionale in punta di piedi, dopo una successione travagliata, aveva dovuto affrontare subito le elezioni politiche del 2001 che andarono male per il centrosinistra, mentre nelle Marche il risultato fu in controtendenza.

Lì per lì -devo dire- non riscosse subito la mia simpatia, appariva un po’ distante, anche per la sua statura, ma ben presto ebbi modo di apprezzarne le qualità.

A Massimo piaceva il cinema e in particolare amava i film di Pupi Avati, perché in essi -come lui diceva- “il mondo è dei semplici”. La vita è dei semplici e deve avere una sua semplicità se tutti siamo stati chiamati a viverla. Quante cose ogni giorno c’appaiono complesse, difficili, irrisolvibili, eppure in Massimo c’era un ottimismo di fondo, non ostentato, che gli faceva affrontare le questioni, anche quelle più intricate, con un certo distacco, talvolta ironico, e tirando il filo dell’essenzialità.

Era questa anche la sua visione della politica, la quale doveva saper parlare a tutti ed essere alla portata di ciascuno. Le sue introduzioni negli organismi o i suoi interventi pubblici erano cristallini, riusciva con parole semplici a riassumere il senso della fase politica e a fare il punto della situazione.

Massimo era un riformista. Ricordo una sua battuta ad una delle ultime riunioni di partito cui prese parte: “di riformisti nelle Marche non ce ne sono stati al di sotto dell’Esino”. Era l’orgoglio di appartenere ad una cultura e tradizione di governo che aveva saputo amministrare gli enti locali e le istituzioni costruendo sviluppo e coesione sociale.

E, anche in questo, la semplicità del riformismo stava nella praticabilità delle scelte che si fanno, nel fatto cioè che il cambiamento ha bisogno di unire gli ideali alla concretezza delle situazioni e per essere efficace deve poter convincere anche chi lo teme. Altrimenti le riforme sono sconfitte in partenza.

Gli anni della sua segreteria regionale furono anni di successi elettorali: dalle politiche del 2001 fino a quelle del 2006, passando per le tornate amministrative locali, le provinciali del 2004, le regionali del 2005. Una delle sue qualità più rare era la capacità di sintesi, il saper comporre attraverso un ascolto attento di tutte le posizioni; per lui l’esercizio della funzione politica s’ispirava all’autonomia e alla capacità di mediazione. Era arbitro nelle scelte come lo fu nei campi di calcio e parlando di quell’esperienza giovanile diceva sempre: “Una grande scuola!”.

Anche in Parlamento Massimo era entrato in punta di piedi, ma ben presto aveva dimostrato di padroneggiare la materia complessa della Commissione Bilancio, di cui era componente, e anche in quel ruolo era diventato un punto di riferimento per il gruppo parlamentare. Aveva lo sguardo attento al suo territorio, ma non difettava certo di una visione regionale dei problemi. La sua disponibilità era totale da qualunque parte giungesse la richiesta di prestare attenzione ad un problema.

Con semplicità e riservatezza ha vissuto la malattia.

Caro Massimo, ci mancherai. Di te ci resterà l’insegnamento della politica come una cosa bella,  schietta e credibile, insieme ad un grande sorriso.

 

 

Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 6/10/2012 alle 18:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
22 marzo 2012
ART. 18: TECNICA O POLITICA?

 

Se ce ne fosse bisogno, oggi è più chiaro che non esistono scelte tecniche, ma solo scelte politiche. La posizione assunta dal Governo, nell’ambito della trattativa sulla riforma del mercato del lavoro, di chiudere il confronto sull’art. 18, prevedendone la modifica in favore della libertà di licenziamento individuale per motivi economici, lo dimostra.
Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di far pagare al mondo del lavoro dipendente il prezzo di provvedimenti che, insieme ad alcune innovazioni, mantengono ampie zone d’incertezza a partire dalle risorse impiegate.
Sull’art. 18 era chiaro fin dall’inizio che si sarebbe arrivati ad un confronto aspro, ma in questa fase si sarebbe dovuto guardare all’obiettivo primario della coesione sociale, abbandonando posizioni superficiali come quelle secondo cui cambiando il contenuto dell’art.18 le imprese sarebbero portate a fare gli investimenti che finora non ci sono stati o che in questo modo i giovani troverebbero più facilmente il lavoro.
Posizioni strumentali e infondate. Tanto più che quei padri che diventerebbero più facilmente licenziabili, a seguito della recente pesantissima riforma delle pensioni, nel migliore dei casi, rischiano, una volta espulsi dal mercato del lavoro, di dover essere mantenuti dai figli.
E’ chiaro che in assenza dell’opzione di reintegro l’argomentazione secondo cui il licenziamento individuale può avvenire per motivi economici diventa una falla nel sistema di garanzie che consente di motivare anche i licenziamenti per discriminazione e di tipo disciplinare.
L’idea di demolire l’art.18, che ha assunto tra l’altro in questi anni suo malgrado un valore fortemente simbolico, sembra accomunare sia le impostazioni populiste che quelle tecnocratiche, sfruttando senza remore le divisioni nel campo sindacale.
Ciò che la ragionevolezza avrebbe dovuto consigliare era l’esatto contrario, anche perché il mondo del lavoro si è già fatto carico in questa drammatica fase emergenziale di enormi sacrifici, a fronte di misure che non hanno chiamato in causa in maniera proporzionale chi ha di più in questo nostro Paese, mentre le liberalizzazioni hanno sostanzialmente risparmiato banche, petrolieri e assicurazioni e di provvedimenti per la crescita e lo sviluppo ancora non se ne vedono.
C’è da sperare che il Parlamento modifichi le proposte del Governo e che anche il Presidente della Repubblica si faccia garante di un accordo che è essenziale al pari delle modalità straordinarie di governo che ci siamo dati per affrontare il momento più difficile a cui la destra ha esposto l’Italia.
Il Partito democratico deve respingere l’idea che si possa fare una riforma importante come quella in discussione senza accordo, perché quel che è in gioco è se dal lavoro e dalle sue norme di civiltà si vuol ripartire per superare la crisi o se invece del lavoro si pensa di poter fare a meno.
 
 
Daniele Salvi
Resp. Organizzazione Pd Marche



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cinema
12 marzo 2012
The Artist. L’Amore che vince la crisi..

Un film poeticissimo, di estrema raffinatezza e di grande estro creativo. Vita e arte, amore e arte. L’amore sublime di due artisti che sono tutt’uno con le loro vite, reciprocamente. Ma anche una grande metafora della crisi. Gli anni sono quelli della Grande depressione: 1927, 1929, 1931, 1932. L’epoca di grandi cambiamenti. Uno per tutti quello che porta il cinema dal muto al sonoro. Il mondo della nuova arte volta pagina. Cambia tutto: un finto neo e una appassionata ragazza possono raggiungere il successo, basta parlare. Il re dell’espressività coinvolgente e simbiotica a quella di un cagnolino, può fallire, spiazzato dalla novità. Si è infelici, al pari di milioni di persone, e di orgoglio si può morire.

Basta con il vecchio, ci vuole il nuovo! Avanti i giovani! E c’è chi non gli resta che fare posto. Pur nella crisi possono esserci file di gente in attesa, come oggi nei megastore di elettronica. Allo stesso modo possono esserci grandi vuoti e solitudini, che autocelebrano la propria fine.
L’arte, anche quella più alta, deve andare di pari passo con gli strumenti della sua espressione. Il talento, anche quello più grande, senza questa consapevolezza, può sfiorire d’un colpo. Eppure è la purezza dell’arte che va ricercata e solo l’amore assoluto per essa, che equivale a farne una cosa sola con la propria vita, consente di raggiungerla.
Allora vecchio e nuovo possono darsi la mano nel più scatenato dei tip-tap; il vecchio smetterla di arroccarsi e il nuovo di pensarsi senza nulla alle spalle. George Valentin e Peppy Miller sono la consapevolezza che, pur nella grande trasformazione che ci attraversa e nel mutare delle forme, c’è un filo rosso che permane e unisce. Solo così le cose possono tornare ad avere un senso, una voce, una parola che le nomini, oltre l’afasia e il frastuono. E sboccia una nuova era.
 
 
Daniele Salvi

 




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politica interna
9 gennaio 2012
Liberalismo e sinistra. Che cosa ci dice il Presidente.

 

La lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla rivista Reset sulla figura di Luigi Einaudi e il contributo delle sue idee liberali alla Carta Costituzionale e alla politica economica dell’Italia post-bellica hanno aperto un interessante e non casuale dibattito sul rapporto tra liberalismo e sinistra.

Oggi che di fronte alla crisi economica si torna a parlare di fine di un lungo ciclo politico ed economico dominato dalle idee liberiste, dopo che negli anni Novanta del secolo scorso la sinistra è parsa una variante di queste idee più che la portatrice di un punto di vista autonomo, l’intervento del Presidente aiuta a ridefinire quel rapporto in termini più attuali.

Il suo, infatti, non è soltanto il ricordo di un insegnamento che conserva una sua validità, ma un vero e proprio contributo all’idea di un nuovo riformismo che dell’apporto del pensiero liberale deve avvalersi per rilanciare il progetto dell’integrazione europea e perseguire un nuovo equilibrio tra le esigenze di competitività del Paese e di riforma dello Stato sociale.

Al liberalismo einaudiano non può non guardare il Pdl, se vuol fare un passo in avanti verso l’idea di un centrodestra moderno ed europeo, lasciandosi alle spalle la stagione berlusconiana, ad esso non può non guardare il Pd, erede di quelle esperienze di governo nelle quali proprio un deficit di cultura liberale caratterizzò il tentativo di aprire e sburocratizzare la società italiana, rendendola più dinamica e più snella.

La sinistra riformista proprio a seguito di quella esperienza di governo ha potuto arricchire il proprio patrimonio culturale delle “verità” insite nell’approccio ideale e politico liberale, il che però oggi va messo alla prova di una stagione del tutto diversa, che a molti anche nel Pd potrebbe suggerire l’abbandono di quelle conquiste.

Attenti, sembra ammonire Napolitano. Superamento dei monopoli e dei corporativismi, rifiuto di scorciatoie neoprotezionistiche, lotta al debito e rigore di bilancio, liberalizzazioni e regole della concorrenza, alleggerimento dell’apparato statale e periferico, revisione della spesa pubblica ai fini di una sua riduzione e selezione, libertà come responsabilità individuale, sono i temi con i quali la sinistra deve continuare a fare i conti e che devono anzi ispirare una riforma profonda delle garanzie sociali e delle tutele del mondo del lavoro per una loro necessaria estensione a quanti ne sono oggi esclusi.

In questo senso, non si tratta di stabilire primati tra società civile e società politica, perché compito della società civile sarà quello di emanciparsi da tutele e protezioni politiche, spesso fonte di corruzione, e compito della politica sarà quello di favorire la crescita e il dinamismo delle iniziative economiche, in modo da rendere più robusto il nostro assetto produttivo.

Tutto ciò ha a che fare con l’atteggiamento del Pd verso il Governo Monti? Sarebbe sbagliato vedere nelle parole del Presidente intromissioni nella vita interna delle forze politiche e quindi anche in quella del Pd. Di certo il suo intervento stimola tutti, Governo e forze politiche, ad accettare fino in fondo il terreno di un confronto di merito sulle misure che dovranno favorire la crescita e l’apertura della nostra società in un senso appunto più liberale e in stretto collegamento con nuove politiche europee.

In conclusione, a noi Democratici, nel mentre critichiamo l’Europa delle destre e denunciamo la necessità di una svolta alla fine di un lungo ciclo liberista, il Presidente sembra dirci: non buttiamo il bambino con l’acqua sporca, approfondiamo il profilo di una sinistra democratica e liberale e avanziamo all’Europa e all’Italia una piattaforma per la ricostruzione che si fondi sull’idea di un riformismo liberale e solidale.

 

 

Daniele Salvi

 




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SOCIETA'
17 dicembre 2011
700 ANNI. E POI?
 
ARTICOLO APPENNINO CAMERTE

 Cari Amici, di seguito potete leggere un mio articolo che è stato pubblicato su l'Appennino Camerte di venerdì 16 Dicembre. Saluti. Daniele. 

700 ANNI. E POI?

Le celebrazione per i 700 anni della fondazione di Castelraimondo costituiscono un’occasione per rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità che nel tempo è cresciuta senza sviluppare parallelamente un forte sentimento d’identità e una comunità di destino.

E’ la storia stessa di questo Comune a dircelo. Fin dagli inizi terra contesa e occupata, Castelraimondo ha trovato la sua vera autonomia con l’Unità d’Italia, nel 1861, ricorrenza anch’essa celebrata nell’anno corrente e il cui legame ideale con quella della fondazione andrebbe maggiormente rimarcato.

Lo sviluppo di Castelraimondo sta in alcuni semplici dati: nel 1502 i tre insediamenti che poi daranno vita al Comune assommano circa 1200 abitanti, trecentocinquanta anni dopo nel 1861 gli abitanti sono 3224, circa duemila in più, presso a poco gli stessi che il Comune acquisirà in aggiunta nei successivi centocinquant’anni, fino ai circa 5000 abitanti di oggi.

Le attività economiche nel 1814 erano, oltre all’agricoltura, quelle costituite da tre “cocciari”, cinque “bottai”, quattro fabbri e tre calzolai, mentre oggi -nonostante gli effetti della crisi- il tessuto produttivo, artigianale e commerciale è di ben altra consistenza.

Al punto che Castelraimondo, stante quanto ci dicono economisti urbani come il prof. Calafati, è non solo un importante crocevia montano, ma una realtà strettamente connessa a Camerino, il cui sistema locale ha un doppio fuoco, ossia non ha un comune “centroide” o prevalente, ma un centro a due teste, Camerino e Castelraimondo.

Ciò è testimoniato dal fatto che la popolazione che anticamente Camerino vantava, oggi è distribuita sostanzialmente nei due centri, e Castelraimondo non è più da tempo la “stazione” di Camerino. Questa consapevolezza dovrebbe spingere gli amministratori dei due Comuni ad inaugurare una stagione di maggiore collaborazione, anche per far fronte agli effetti della crisi economica in atto.

Le celebrazioni, infatti, dovrebbero servire non solo a qualche legittimo festeggiamento o -come opportunamente si è fatto- a rinnovare degli studi storici sulla nostra comunità, ma anche a condividere un’idea di sviluppo del territorio, atteso che siamo di fronte a profondi cambiamenti nei modi di produzione che riguarderanno la vita dei cittadini amministrati.

La crisi di importanti realtà produttive del territorio deve impegnare a investire in nuovi settori dello sviluppo e a creare nuove opportunità di crescita e di lavoro.

Uno di questi è sicuramente quello rappresentato dal turismo, dalla cultura e dallo sviluppo di un terziario evoluto, che potrebbe avvenire secondo una logica distrettuale, sulla scia delle esperienze dei distretti culturali evoluti studiati e promossi da economisti culturali come il prof. Sacco.

Ci sono importanti progetti di riqualificazione in corso che coinvolgono soggetti pubblici e privati: penso al Parco fluviale urbano, alla rifunzionalizzazione dell’area Alfa, al riutilizzo del complesso storico-architettonico della Torre del Parco, fino all’unicum rappresentato dal Castello di Lanciano, inclusa l’area circostante. Essi vanno dibattuti, facendo in modo che il loro potenziale ambientale, culturale, commerciale e turistico produca effettivamente nuova economia e nuova occupazione.

Stiamo parlando di un continuum, tematizzato anche nello studio dell’Arch. Salmoni sulla variante generale al Prg, che richiede una visione d’insieme e che avrebbe bisogno della promozione di un recupero e restauro ambientale di aree adiacenti e di parti del patrimonio storico-artistico come i mulini duecenteschi e il ponte romano di Torre del Parco e l’ultimo piano del Castello di Lanciano, al fine di creare percorsi e itinerari specifici.

Questi interventi potrebbero rientrare in un progetto integrato di recupero del sistema difensivo del Ducato dei Da Varano, dove includere altri beni bisognosi d’intervento come le Torri di Crispiero, Torre Beregna e la Rocca di Sentino. Un progetto che dovrebbe vedere protagonsti i Comuni di Camerino e Castelraimondo, le due Comunità Montane, la Provincia di Macerata, la Curia Arcivescovile, la Sovrintendenza, consentendo il recupero di un patrimonio culturale che rischia la definitiva rovina, mentre potrebbe ancora rappresentare un brand turistico di richiamo e dare vita a forme moderne di gestione.

Il progetto potrebbe intercettare risorse europee o più semplicemente essere inserito nell’ambito del riparto delle risorse statali dell’otto per mille, purchè predisposto, promosso e veicolato secondo un’adeguata azione di lobbing.

Sarebbe credo il modo migliore per onorare la ricorrenza del settecentenario di quel castrum che fu parte essenziale di quel sistema e per unire passato e futuro intorno all’idea di un nuovo sviluppo possibile e necessario.

Daniele Salvi




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ECONOMIA
16 ottobre 2011
L'ITALIA APPENNINICA TRA STORIA E FUTURO

 


Venerdì scorso ho partecipato al convegno 'Produzioni e commerci nelle province dello Stato pontificio. Imprenditori, mercanti e reti: secoli XIV-XVI', organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza di Unicam e dalla rivista 'Proposte e ricerche'. Appuntamento interessante, perchè alla luce delle recenti scoperte ne viene la possibilità di riscrivere la storia dell'Italia di mezzo e della sua area intrappenninica. L'ultima idea progettuale che ha riguardato l'Appennino è stata quella di farne un parco d'Europa, idea interessante, ma rivolta ad un'area interpretata come a bassa intensità di sviluppo e ambientalmente integra, tale da dover essere più che altro preservata. La realtà che gli studi storici più recenti hanno evidenziato, invece, è che nel caso delle Marche, ma anche degli Abruzzi, della Toscana, dell'Umbria e del Lazio, i secoli dal XIII al XVI furono tali che le città di questa parte del centro Italia furono protagoniste dello sviluppo di un'economia manifatturiera e mercantile di prim'ordine. Quando parliamo delle Marche come una regione manifatturiera e orientata all'export dobbiamo aver presente che l'avvio di questa identità, seppure in modo protoindustriale, si ebbe nell'entroterra appenninico. Camerino in particolare era città e stato più di ogni altro vocato e dedito in questo senso a livello regionale. Sembrerà strano, ma lo sviluppo delle arti e dei mestieri era tale che Camerino eccelleva nella produzione tessile dei panni lana (secondo fornitore della Capitale dopo Firenze) e in quella della carta (le cui tracce sono state rinvenute dalla Russia al Baltico, dalla Spagna all'Egitto) grazie alle cartiere di Pioraco. Imprenditori e mercanti camerti commerciavano con Firenze e Venezia, operavano in Spagna e nei Paesi balcanici, Berardo I da Varano era stato podestà di Firenze e Giulio Cesare da Varano nominato governatore della Serenissima. Urbino, Ancona, Camerino, Fermo e Ascoli Piceno erano le civitates maiores delle Marche e a Camerino pare nacque il primo Monte di Pietà della regione ad opera dei Franccescani e di San Giacomo della Marca, mentre la comunità ebraica era la più numerosa delle Marche. Fabriano, Matelica, San Severino Marche erano centri manifatturieri importanti, mentre la zona collinare svolgeva attività prettamente agricole e d'allevamento, e la zona costiera era impegnata nella pesca e nelle attività marinare. La riscoperta e la valorizzazione di questo sostrato economico reale ha consentito di superare un'impostazione storica tutta incentrata sulle famiglie signorili, le loro gesta d'arme, la gestione del potere e la promozione delle arti. Lo stesso fenomeno del mecenatismo e, ad esempio, la nascita della scuola pittorica camerinese, tra le più importanti dell'Italia di allora, acquistano un nuovo senso se messi in relazione con la presenza di una fiorente borghesia mercantile e con lo sviluppo di tecniche (pensiamo solo a quelle della colorazione dei tessuti) artigianali che erano certo conosciute dagli artisti locali. E' in questo periodo che si gettano le basi del processo di regionalizzazione difficile e per certi versi incompiuto che ancora oggi interessa le Marche; con la nascita dei Comuni e delle prime forme di statualità territoriali si scrive una pagina fondamentale e per certi versi ancora oggi leggibile che riguarda le sfere d'influenza e di relazione che caratterizzeranno per lungo tempo il processo di formazione dell'identità regionale. E proprio l'elemento della statualità costituirà in un primo momento il fattore di maggiore spinta ed innovazione, grazie alla fondamentale funzione regolatrice e promotrice dei processi di crescita e sviluppo locali. Allo stesso modo esso rappresenterà il maggior ostacolo, quando, a fronte di cambiamenti epocali come le nuove scoperte geografiche, la nascita degli Stati nazionali, le innovazioni tecnologiche della fine del Cinquecento, la fiorentissima borghesia mercantile e manifatturiera italiana non riuscirà a farsi Stato, diventando protagonista di forme più avanzate di statualità. Ci si accontenterà di assumere i privilegi della nobiltà e di investire le ricchezze accumulate nella terra, incapace di affrontare le nuove sfide e rinchiudendosi nella sicurezza della rendita fondiaria. Quello che era stato un vero e proprio ecosistema territoriale dell'innovazione, fatto di governo, economia, innovazione (Università), credito, infrastrutture, imprese, cultura, declinerà e con esso l'Italia intera tra Seicento e Ottocento. Quella che era un'area fiorentissima e altamente popolata subirà un progressivo spopolamento a vantaggio di altri territori, dove si concentreranno investimenti e reti. Mi pare che in tutto questo ci sia un duplice insegnamento: il primo, che non sempre la storia dell'entroterra montano ed appenninico è stata quella di un'area depressa, e forse non è un caso se imprese ed esperienze d'eccellenza abitano ancora in questi luoghi a partire dai più grandi gruppi industriali della regione e della nostra nazione; il secondo, che di fronte ad una fase di fortissimi cambiamenti, primi fra tutti quelli indotti dalla profonda crisi in atto, bisogna evitare ripiegamenti difensivi, chiudendosi. Occorre invece 'sposare' il cambiamento con convinzione e coraggio, puntando su un solido bagaglio culturale e su obiettivi chiari. Il risultato più prima che poi non mancherà.
 


 




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5 ottobre 2011
L’ITALIA PRIMA DI TUTTO
 
Il Paese brucia e il Pd parla di legge elettorale. Il potenziale fallimento di Dexia per l’Europa equivarrebbe a quello della Lehmann Brothers per gli Stati Uniti e il Pd discute se le indicazioni della Bce, della banca che avrebbe dovuto vigilare per impedire la crisi, siano il faro del riformismo o la ricetta per uscire dalla crisi.
 
Ha ragione Bersani a richiamare l’esigenza per un grande partito che si propone di governare di mettere l’Italia prima di ogni disputa. Speriamo che egli resista di fronte a tante inadeguatezze!
La discussione in Direzione ha ribadito la necessità che l’attuale Governo si faccia da parte e che si verifichino le condizioni per un Governo che affronti l’emergenza del Paese, altrimenti meglio le urne. L’orizzonte del nostro impegno resta quello della ricostruzione nazionale, attraverso la riforma delle istituzioni repubblicane nel senso di una democrazia rappresentativa riformata e un nuovo patto sociale per il risanamento e la crescita. Tale obiettivo va perseguito attraverso l’alleanza dei riformisti e dei moderati. Il 5 novembre grande manifestazione a Roma. Punto.
Il resto è schermaglia politica, inclusa quella dei dirigenti del giorno dopo… Un partito ha il dovere di ascoltare, di proporre e di battersi nelle istituzioni perché le cose che servono al paese si facciano, non quello d’inseguire il primo banchetto per le firme che compare in piazza. Raccogliere le firme per i referendum non è mai stato difficile, un po’ più -soprattutto in materia elettorale- lo è stato raggiungere il quorum. Comunque ben venga il referendum, vedremo cosa deciderà la Corte e poi il Pd deciderà come affrontarlo. Resta il fatto che il Pd ha una proposta di riforma della legge elettorale votata dai suoi massimi organismi dirigenti e dai gruppi parlamentari e che il Mattarellum non risolve i problemi di stabilità politica, amplifica la frammentazione e non consente di scegliersi i propri parlamentari, perché saranno sempre decisi dalle famigerate segreterie nazionali dei partiti e partitini della amplissima coalizione di turno (anzi, prepariamoci già ad ospitare in qualche collegio Pecoraro Scanio!), né consente di effettuare primarie di collegio per scegliersi i candidati.
 
Forse quest’ultimo particolare a molti di quelli che hanno firmato è sfuggito… Infine, con il Mattarellum è chiaro che l’alleanza con i moderati non si fa… Forse questo dovrebbe dire qualcosa a quelli che firmano e poi vogliono i governi di responsabilità nazionale, pur di non andare al voto o per logorare la leadership di Bersani.
Insomma, siccome secondo alcuni politologi siamo ritornati al ’92-’93, con una classe dirigente deligittimata, che si fa? Si propone lo stesso schema di allora, quello che -non dimentichiamolo- portò alla vittoria di Berlusconi. Si ripropone l’ennesima scorciatoia e non a caso ricompaiono i Segni, i Parisi e quanti anche nel centrosinistra sostennero quella strada fallimentare… In realtà, non siamo ritornati ai primi anni Novanta, perché il Paese è stanco, sfibrato, e la crisi economica è molto, molto profonda, a rischio di produrre un avvitamento istituzionale ed economico, e chi oggi ripropone ricette analoghe è semplicemente un irresponsabile.
In un bel ricordo della figura di Mino Martinazzoli lo storico Giuseppe Vacca ha recentemente scritto: “Fra il ’93 e il ’94 i Popolari non ebbero nel Pds un interlocutore responsabile. Sia nel cavalcare il movimento referendario e il ciclone di Mani Pulite, sia nell’osteggiare la formazione di un governo di centro-sinistra guidato da Prodi nel ’93; tanto nel favorire una nuova legge elettorale frettolosa e incongruente, quanto nello spingere per elezioni politiche immediate dopo il referendum del ’93, il Pds perseguì il disegno di una semplificazione bipolare tendenzialmente bipartitica, astratta e velleitaria: agì come una forza capace di distruggere, ma non, al tempo stesso, di ricostruire. Questo faceva venir meno l’interlocutore naturale di un partito di centrosinistra d’ispirazione cristiana qual era il Ppi di Martinazzoli”. Il seguito lo conosciamo.
Historia magistra vitae?

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politica interna
30 agosto 2011
BASTA DEMAGOGIA, SERVE UN DISEGNO ISTITUZIONALE CHIARO

 

"Cari Amici, riporto qui di seguito l'articolo del Segretario regionale del Pd delle Marche sui temi della manovra finanziaria e della riforma dei livelli istituzionali ed amministrativi dello Stato che mi sembra particolarmente condivisibile...A presto".

Daniele

 

BASTA DEMAGOGIA, SERVE UN DISEGNO ISTITUZIONALE CHIARO

 

E’ bastata una poltrona al Ministero dell’Interno per far cambiare idea alla Lega. Non voleva il partito di Bossi abolire le Prefetture a vantaggio delle Province, quali istituzioni rappresentative del territorio? La saga del populismo e della demagogia non ha fine ed ha trovato nella cena di Arcore un’ulteriore occasione per ingrassarsi.

Si stralcia l’articolo boomerang sulla soppressione dei Piccoli Comuni e si vuol adesso abolire per via costituzionale le Province.

Ovvero non se ne farà nulla, perché prima di metter mano alla questione sarà finita la legislatura e chi vivrà vedrà… Intanto però non cessa, anzi aumenta, la confusione in assenza di un disegno organico di riforma dello Stato e di riordino istituzionale ed amministrativo.

La manovra resta iniqua, recessiva e incapace di cogliere i risultati che si propone. L’unica strada che il Governo conosce è quella dei tagli, senza nessun provvedimento per la crescita.

In questo quadro si alimenta la polemica demagogica sui costi della politica come se essi, invece, non fossero un capitolo serio di una più ampia e altrettanto seria riforma dello Stato e della pubblica amministrazione. Si accredita in questo modo l’idea che basta una sforbiciata qua e una là, magari alla fine anche una sforbiciata alla democrazia in quanto tale, per risolvere problemi per i quali occorre prima di tutto avere una credibilità che questo Governo non ha.

Il Pd ritiene che dalla crisi bisogna uscire con istituzioni democratiche più sobrie e più solide, facendo valere il principio che chi più ha più deve dare e aggredendo il problema dell’evasione e dell’elusione fiscale. In permanenza di 200 mld di imponibile evaso ogni anno l’Italia non può pensare di essere un paese moderno, europeo, con servizi adeguati e capace di affrontare il futuro. Occorre distinguere tra le istituzioni democratiche e gli enti, consorzi, autorità, le cui funzioni vanno ricondotte in capo ai livelli amministrativi eletti e controllati dai cittadini. Per questo siamo contrari all’abolizione delle Province e tuttavia abbiamo le nostre proposte. Pensiamo che bisognerebbe superare la proliferazione delle Province avvenuta negli ultimi due decenni, che andrebbero costituite nelle aree urbane le Città Metropolitane in sostituzione delle Province secondo quanto scritto nella Costituzione, che i Comuni fino a 10.000 abitanti debbano associare le loro funzioni, costituendo Unioni dei Comuni per ambiti omogenei e senza appesantimenti burocratici, che il numero dei Parlamentari debba essere ridotto e il loro trattamento adeguato agli standard europei, che si costituisca finalmente il Senato delle Autonomie.

Queste sono le idee del Partito Democratico delle Marche e il motivo per cui siamo e saremo a fianco degli Amministratori, Sindaci e Presidenti di Provincia in testa, che in questi giorni sono scesi nelle piazze.

 

Palmiro Ucchielli

Segretario regionale Pd Marche

 




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politica interna
27 agosto 2011
Appuntamento con Pier Luigi Bersani alla chiusura della Festa Democratica Nazionale
 



Partecipiamo insieme

alla manifestazione

conclusiva con

PIER LUIGI BERSANI

Sabato 10 settembre

Organizziamo un pullman

con partenza da Fiuminata alle ore 9,00

e fermate successive a

Pioraco, Castelraimondo

per proseguire a Pesaro

alla Festa Nazionale del PD.




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POLITICA
23 agosto 2011
PICCOLI COMUNI: LA DEMAGOGIA E LA REALTA’.

 

 

Non sappiamo cosa alla fine verrà deciso approvando l’ennesima manovra finanziaria presentata dal Governo e che prevede tra le altre cose la soppressione e l’accorpamento dei Comuni con meno di mille abitanti. Una cosa però è fin d’ora certa, la proposta avanzata è debole dal punto di vista economico e sbagliata sotto il profilo civile e democratico.

Il Governo si propone, né più né meno, di staccare definitivamente la spina a quei Comuni che egli stesso ha colpito in modo durissimo e senza precedenti. Il sistema delle Autonomie locali è stato la vittima sacrificale predestinata di una destra centralista e discrezionale che, in barba al federalismo e incapace di affrontare la crisi, ha scaricato tagli insostenibili sulle comunità locali e sul welfare territoriale, individuati strumentalmente come i luoghi dove si sarebbe annidata la “casta”.

Si pensi, ad esempio, al dibattito sull’abolizione delle Province. Basterebbe che si ovviasse agli errori di proliferazione del recente passato e si istituissero, come vuole la Costituzione, le Città metropolitane e si sarebbe già fatto un bel passo in avanti. Perché diversamente bisognerebbe dire in capo a chi andrebbero assegnate le funzioni che esse esercitano.

Ma andiamo con ordine. Il risparmio derivante dall’ipotizzata eliminazione di 21.593 consiglieri e assessori dei Comuni con meno di mille abitanti (immagino che anche costoro saranno stati annoverati nelle severe statistiche dell’antipolitica tra “coloro che vivono di politica”) costerebbe l’equivalente di 27 deputati!

Il vero risparmio può venire dalla gestione associata dei servizi, che è stata recentemente resa finalmente obbligatoria per tutti i Comuni con meno di 5.000 abitanti. Anche prevedendo un innalzamento di questa soglia si possono creare economie di scala interessanti che devono andare di pari passo alla qualificazione della spesa, che va spostata dalle funzioni generali ai servizi sociali ed educativi, dove i Comuni investono meno.

Il problema dei piccoli Comuni è che sono diventate insostenibili le diseconomie dovute alla gestione polverizzata ed estremamente differenziata da territorio a territorio dei servizi locali.

Le attuali Comunità montane e le Unioni dei Comuni dovrebbero diventare, senza produrre ulteriori superfetazioni burocratiche, gli ambiti omogenei per una radicale riorganizzazione del sistema dei servizi locali e da questo punto di vista non è più differibile un intervento incisivo della nostra Regione.

Così si potrebbero mantenere identità, cultura e rappresentanza di comunità secolari e al contempo creare con meccanismi cogenti, premiali e deterrenti, le necessarie economie ed efficienze nell’erogazione di servizi fondamentali.

Senza usare l’accetta, si potrebbero quindi determinare risultati più consistenti dal punto di vista dei conti pubblici, ridando un qualche senso all’abusata espressione “federalismo municipale”.

Due altri luoghi comuni vanno sfatati. Il primo è che il nostro numero di Comuni sia pletorico rispetto a quello di altri Paesi europei. La media europea è di un Comune ogni 4.132 abitanti, mentre in Italia essa è di un Comune ogni 7.490. Seguono Germania, Regno Unito, Spagna e Francia, nei quali il rapporto è più basso. Il secondo fa tutt’uno con il ragionamento che riguarda l’aspetto civile e democratico della questione: si pensa di tagliare istanze istituzionali e democratiche costituzionalmente previste, siano essi i piccoli Comuni o le Province, e si lasciano sopravvivere consorzi, autorità, enti, sui quali il cittadino non ha nessun potere di controllo democratico, mentre quelle stesse funzioni, che queste realtà gestiscono, potrebbero essere messe in capo ad organismi istituzionali, democraticamente eletti e verificabili nel loro operato.

Insomma, i livelli istituzionali vengono dopo enti e strutture derivate, il che non è per niente logico. Allo stesso modo non si interviene con una qualche efficacia sulla fusione delle Agenzie fiscali, sulla razionalizzazione delle strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato e la loro concentrazione in un ufficio unitario a livello provinciale, sul coordinamento delle forze dell’ordine in vista della loro progressiva integrazione, sull’accorpamento degli enti della previdenza, sulla riorganizzazione della rete consolare e diplomatica, sulla razionalizzazione dell’organizzazione giudiziaria civile, penale, amministrativa, militare e tributaria a rete.

La verità è che se si avessero le idee chiare, la crisi sarebbe una straordinaria occasione per grandi cambiamenti, forse ad un primo impatto impopolari, ma sicuramente di grande beneficio. Se, invece, come è in questo caso, si è negata la crisi ed ora la si deve affrontare senza aver predisposto un disegno razionale di riassetto e riforma dello Stato e dell’amministrazione pubblica, agitando alla cieca il bisturi, si rischia di sfregiare un intero Paese. E’ quello che sta avvenendo; è quello che andrebbe evitato.

 

 

Daniele Salvi

(Consigliere provinciale/

Resp. Organizzazione Pd Marche)

 

 

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/8/2011 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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