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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
16 marzo 2011
Le Marche e l'Unità d'Italia

La copertina del Libro

 AA VV “Le Marche e l’Unità d’Italia”, a cura di Marco Severini, Ed Codex, Milano 2010

Da un’attenta lettura di questo libro è possibile ricevere sollecitazioni intellettuali che ci spingono a rivivere il senso più profondo che il passaggio storico dell’unificazione ha rappresentato per le Marche, che abbandonavano la secolare sfera d’influenza pontificia per entrare a far parte dell’Italia unita sotto l’egida della monarchia e del costituzionalismo sabaudo. Da tale passaggio possono scaturire spunti di riflessione che interrogano il presente e il futuro della comunità regionale.

In particolare, il triennio che ha visto consumarsi il processo unitario e con esso l’adesione delle Marche alla nuova statualità ha evidenziato caratteri propri della nostra identità regionale, frutto di una storia lunga, ma ha contribuito anche a forgiarne di nuovi come conseguenza del generale riposizionamento istituzionale, economico e sociale della nostra regione nel mutato contesto.

L’annessione delle Marche e dell’Umbria fu senza dubbio frutto della nuova congiuntura internazionale, inaugurata dall’accordo tra Cavour e Napoleone III e dal progressivo indebolimento della presa del Papa-re sui suoi territori, e fu un tassello essenziale del prevalere della strategia moderata e monarchica, che segnò la natura e le modalità del processo unitario. L’intervento diretto dell’esercito piemontese in queste due regioni, dopo che Emilia-Romagna e Toscana erano insorte autonomamente e la spedizione di Garibaldi stava liberando tutto il Sud d’Italia, rappresentò non soltanto un passo necessario per impedire l’intervento francese a difesa del Papa, ma un’azione necessaria per affermare la linea cavouriana e della monarchia sabauda.

Non che fosse in discussione la piattaforma “Italia e Vittorio Emanuele” nella versione garibaldina o quella dell’Italia “una e indipendente” nella versione mazziniana, segno entrambe che il ruolo del Piemonte era ormai ritenuto essenziale e che molti democratici e repubblicani si erano convertiti a riconoscere l’imprescindibilità dell’iniziativa monarchica, ma certamente va rilevato che, se la liberazione delle Marche e dell’Umbria fosse avvenuta autonomamente o come continuazione dell’avanzata da Sud dei Mille di Garibaldi, i rapporti di forza tra la sensibilità democratico-repubblicana e quella moderata-conservatrice nell’atto di genesi dello Stato unitario sarebbero stati diversi.

La storia non si fa con i se, come comunemente si dice, ma questo ci serve per dire che evidentemente già allora si manifestava un problema tipico delle classi dirigenti marchigiane, fatte da personalità di alto profilo e di grandi doti intellettuali e morali, ma vittime della frammentazione territoriale e di una scarsa capacità di direzione politica coordinata.

Il processo di “regionalizzazione” che prese avvio in questo snodo assiale della vicenda storica delle Marche scontò fin dall’inizio un limite endogeno e si configurò come necessariamente dipendente da un centro esterno.

La cosiddetta “piemontesizzazione”, che fu fin da subito evidente e che portò, sicuramente per ragioni di fedeltà e di affidabilità, alla nomina di un Commissario non marchigiano come Lorenzo Valerio, insieme ad altre personalità con funzioni commissariali e prefettizie, si avvalse solo in seconda battuta di quella classe dirigente liberale e del notabilato locale che pure si erano impegnati ed accreditati promuovendo atti insurrezionali e costruendo il consenso intorno alla causa unitaria. Elementi fondamentali di debolezza di queste classi dirigenti vanno forse rintracciati nella struttura fortemente agricola delle Marche del tempo, caratterizzata da un rapporto improntato ad una certa passività di ampie fasce di popolazione contadina e mezzadrile verso i nobili possidenti agrari, da un forte peso della proprietà ecclesiastica, che esercitava anche un’ipoteca di tipo culturale, nonché nel tessuto frammentato della borghesia urbana, dovuto all’assenza di grandi città, ad una insufficiente egemonia dei presidi urbani sulla campagna e ad uno sviluppo industriale che muoveva allora i primi passi.


 

Le difficoltà che vivevano la città e il porto di Ancona, la debolezza delle prime iniziative industriali, lo stato di arretratezza delle campagne marchigiane e delle aree interne, le condizioni di vita materiale di larghe masse di popolazione, l’espulsione dalle campagne di forza lavoro che s’inurbava, spesso vivendo di espedienti e solo in parte divenendo forza lavoro nei primi opifici, sono tutti elementi che l’inchiesta Jacini sulla situazione agraria del nuovo Stato unitario e poi successivamente gli studi di storici dell’economia come Sergio Anselmi e Renzo Paci hanno tratteggiato ed indagato.

Il processo di “piemontesizzazione” delle Marche significò non solo confisca dei beni ecclesiastici, adozione di una struttura istituzionale ed amministrativa omogenea, istruzione pubblica e coscrizione obbligatoria, ma anche -come abbiamo detto- un più complessivo riposizionamento politico, istituzionale ed economico della nostra regione e dei suoi diversi territori.

L’ampliarsi dello spazio statuale di riferimento e l’adozione di parametri piemontesi-lombardi, sia nella produzione normativa, che nella riscrittura degli ambiti amministrativi, portò ad una semplificazione istituzionale che -ad esempio- ridusse da sei a quattro le province marchigiane, così come il venir meno di misure protezioniste e di dazi doganali tra stati differenti rese di colpo più ampio il mercato e più aperta la competizione, costringendo le aree regionali più attrezzate e quelle che lo erano meno a misurarsi con la sfida di una competitività più agguerrita.

E’ qui che prende maggiormente forma con ogni probabilità quella doppia velocità tra costa ed aree interne, tra nord e sud della regione che ancora ci riguarda e che si è arricchita di ulteriori episodi.

La provincia di Macerata e il comprensorio fermano subirono gli effetti più espliciti, sia per la soppressione della provincia di Camerino, per la perdita di località come Fabriano, Sassoferrato, Filottrano e Loreto, che afferivano a Macerata, per il passaggio del territorio della provincia di Fermo in quella di Ascoli Piceno, ma sia anche per il venir meno della funzione principe di capoluogo amministrativo che la città di Macerata aveva assunto nell’ambito del più ristretto contesto pontificio e che ora veniva ereditata dalla città di Ancona, la quale tra l’altro interpreterà questo ruolo senza il necessario unanime riconoscimento e in presenza, tuttora, di elementi tensivi con il resto del territorio regionale.

Indubbiamente in tutto ciò giocò, come accade in ogni tornante della storia, la necessità per il nuovo potere di poggiare in senso egemonico sulle realtà in cui il radicamento democratico e repubblicano era più consistente, pur senza dare ad esso eccessivo spazio, e di ridimensionare quelle dove l’influenza pontificia era più forte, come Macerata e Fermo, per non parlare di Ascoli Piceno, dove invece il ruolo di capoluogo di provincia doveva essere funzionale anche a prosciugare la resistenza lealista e del brigantaggio.

Elevandoci al di sopra degli eventi storici e gettando uno sguardo lungo sulle vicende della nostra regione, non ci appaiono molto lontani i presidi guelfi e ghibellini dai punti di forza del processo unitario, che si nutriva di una retorica anticlericale, fino agli equilibri politici analizzati su base territoriale e giunti fino a noi. E’ come se anche le più recenti riflessioni sulle tradizioni civiche o sulle subculture politico-territoriali dovessero estendersi ad un’analisi che riguarda ben altri periodi storici, dove insieme alle irriducibili differenze non ci si può esimere dal cogliere delle costanti che hanno una loro solidità e di cui non è affatto facile individuare le ragioni profonde.

Oggi, come 150 anni fa, si pongono i problemi di che Stato vogliamo e di come vincere la sfida della competitività, problemi che dobbiamo affrontare anche su scala regionale e dentro una crisi che mette fortemente in discussione sia la capacità di risposta degli Stati nazionali e delle istituzioni locali per come esse sono, che il tessuto economico, produttivo e sociale che ha fatto delle Marche una delle regioni più industrializzate e con alti livelli di benessere e di coesione sociale.

Questo libro ci aiuta a capire le radici storiche di una sfida che continua e di un futuro che dobbiamo volere ancor più fortemente comune.

 

 


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28 febbraio 2011
Idee per l'Italia e per le Marche

Cari amici, vi porto a conoscenza della relazione che ho tenuto in apertura dei lavori dell'ultima Assemblea regionale del Pd dedicata alla elaborazione programmatica che il Partito sta portando avanti e che è coordinata da Enrico Letta.

 

“Idee per l’Italia e per le Marche: le proposte politico-programmatiche del Pd”

Chiaravalle – sabato 26 Febbraio 2010 ore 9,00 – Centro culturale “l’Isola” 
 

Cari amici e compagni,

nell’aprire i lavori di questa nostra Assemblea regionale, che vuol affrontare un argomento certamente ambizioso, intendo circoscrivere subito il raggio del mio intervento e chiarirne il taglio. I numerosi e complessi documenti approvati nelle tre Assemblee nazionali che il partito ha tenuto rispettivamente il 21-22 maggio 2010 a Roma, l’8 e il 9 Ottobre 2010 a Varese e da ultimo il 4 e 5 febbraio 2011 a Roma sono innanzitutto la prova che il Pd ha delle sue proposte, che subiranno un ulteriore affinamento, ma ce l’ha e questo deve essere chiaro a chi ogni giorno ci rimprovera del contrario, ma soprattutto deve essere chiaro a noi che spesso ce ne lamentiamo, mentre dovremmo conoscerle, studiarle e renderle patrimonio comune, oltre che -cosa molto importante- oggetto d’iniziativa politica e di traduzione specifica rispetto ai problemi dei nostri territori e delle comunità.

Per questo io non intendo spiegare che cosa noi proponiamo su ogni singolo tema, il che è impossibile in un intervento d’introduzione; vorrei piuttosto cercare di contestualizzare la nostra proposta politica e coglierne il filo conduttore.

Uno spunto diretto ad entrare nel merito credo che ce lo fornisca quanto sta avvenendo in questi giorni nel Mediterraneo. Crollano i regimi post coloniali di Tunisia, Egitto, Libia (almeno per ora, ma il terremoto non sembra arrestarsi), regimi nati a loro tempo come emblemi d’indipendenza e di libertà dagli oppressori stranieri occidentali e che hanno consentito di fare importanti passi in avanti a quei popoli nel soddisfacimento di condizioni minime di sopravvivenza, arginando il fondamentalismo islamico. Crollano sotto il peso della protesta nata a causa del vertiginoso aumento del prezzo dei prodotti alimentari di prima necessità e delle materie prime, che stanno facendo regredire le condizioni materiali di quei popoli, a fronte dello sfarzo, della corruzione e della repressione operata dalle élites al governo di quei paesi. I giovani, coloro che hanno meno di 30 anni, che in quei paesi rappresentano il 60% della popolazione e che in numero sempre crescente conoscono i cellulari e internet, vedono compromesso il loro futuro e quello del loro popolo e per questo scendono in piazza, chiedendo ai corrotti di farsi da parte.

La transizione che si è avviata non sarà semplice, né è facile prevederne gli sbocchi. Siamo di fronte -com’è stato detto da più parti- al 1989 del mondo arabo? Forse, non è chiaro ed è presto per dirlo. Siamo sicuramente di fronte a ingenti masse umane che si rendono protagoniste del cambiamento. Quanto sta avvenendo in Libia non ricorda certo le dimostrazioni pacifiche dell’Europa dell’Est che produssero cambi di regime. I fattori del tribalismo e del fondamentalismo islamico non vanno sottovalutati e il modello turco può essere un’opzione evolutiva possibile. L’Italia, tuttavia, deve stare dalla parte di chi chiede condizioni di vita migliori e riforme democratiche, deve chiedere che cessi il genocidio del popolo libico, posizioni queste che il Governo ha assunto con deprecabile ritardo, dopo aver abbondantemente agitato lo sprettro di masse bibliche di profughi ed essersi appellata all’Europa quasi l’Italia fosse un corpo estraneo ad essa e non invece la nazione che rappresenta l’Europa nel Mediterraneo e, quindi, il soggetto che avrebbe dovuto parlare in modo autorevole la voce dell’Europa su quanto sta avvenendo e su come affrontarlo, a partire da una strategia coordinata di accoglienza dei profughi e da un cospicuo piano di aiuti a quelle popolazioni nei loro paesi con l’obiettivo di agevolare la transizione e limitare gli imbarchi.

Tutto ciò  ci dice che, oltre alla questione energetica che richiederà una riflessione supplementare, la demagogia contro gli immigrati avrà da qui a poco un nuovo revival e che essa non sarà assente dal dibattito in vista delle prossima tornata elettorale amministrativa, quindi è bene che i nostri dirigenti e i candidati conoscano le proposte che abbiamo avanzato in uno specifico documento sul governo complessivo dell’immigrazione.

Ma è  una diversa concezione dell’Europa, del suo ruolo e del posto dell’Italia in Europa quel che emerge da questa vicenda tra noi e la destra. Qui sta già una profonda differenza della nostra proposta politica che vede nell’Europa il livello imprescindibile per rispondere alla crisi economica e rilanciare la crescita, per immaginare un nuovo sviluppo basato sulla ricerca, l’innovazione, la conoscenza e la sostenibilità ambientale, per coordinare le varie politiche di settore, a partire da quelle finanziarie, fiscali, economiche e del lavoro, per esercitare un ruolo di civilizzazione nel mondo, per mettere al centro un’agenda mediterranea delle questioni su cui l’Italia ha molto da proporre.

Un’Europa che per essere all’altezza di questa funzione multilivello sa dotarsi d’istituzioni democratiche più robuste, secondo una logica unitaria e federativa, e di una strumentazione più agile ed efficace.

Non, dunque, l’Europa minima, ridotta a camera di compensazione dei conflitti tra governi nazionali e che viene costantemente criticata, ma alla quale ci si appella quando scoppiano delle emergenze come quelle dei debiti sovrani dei vari Stati membri o dei flussi immigratori improvvisi. Questa è l’idea che i governi conservatori hanno avuto dell’Europa in questi anni e questa la funzione a cui essa è stata di fatto relegata.

Mi pare una differenza essenziale che deve ispirare con forza anche i nostri governi territoriali e le loro buone pratiche, com’è accaduto nel caso delle Marche con importanti iniziative come quelle della regione Euro-Adriatica e del segretariato Adriatico-ionico, e che dovrà trovare nuove occasioni di cimento con la fine ravvicinata della vecchia programmazione dei fondi strutturali (2013) e le nuove modalità di cattura delle risorse europee, con la capacità d’intercettare risorse oggi non reperibili ad esempio sul versante infrastrutturale.

La lettura che facciamo del ruolo dell’Europa sta dentro un’analisi più generale che come partito abbiamo sviluppato e che riguarda le novità indotte dalla crisi economico-finanziaria del 2008. Essa ha riaperto alle forze progressiste e democratiche uno spazio importante per far valere le proprie ragioni di sviluppo equilibrato, d’eguaglianza e di giustizia sociale. Anche qui nulla è scontato; si continua a declamare l’esigenza di un governo regolamentato della globalizzazione, ma si resta a livello delle intenzioni, si propongono modalità di tassazione delle transazioni finanziarie, ma si è ben lontani dall’adottarle; l’idea che la crisi nei suoi effetti più traumatici sia ormai passata e che in definitiva si possa riprendere il normale andazzo con qualche accorgimento prudenziale in più sembra andare per la maggiore.

Ciò rischia di esporci come sostengono alcuni dei pochissimi economisti che questa crisi avevano previsto, penso ad esempio a Nouriel Roubini, ad un’ulteriore, più grave crisi. Le forze progressiste e democratiche che guidano importanti paesi emergenti, oltre agli USA, o che si candidano a governare l’Europa, tornando ad essere maggioranza nei diversi rispettivi Paesi, devono fare un salto di qualità. Uscire dagli ambiti strettamente nazionali, uscire dalle indicazioni generiche e cominciare a declinare concretamente in cosa consista un governo reale e sostenibile della globalizzazione, affinchè nuove crisi non si ripetano.

E se è  vero che la crisi è stata l’effetto e non la causa delle diseguaglianze sociali sempre crescenti, che hanno prodotto la divaricazione dei ceti medi, l’indebitamento delle famiglie e l’esplosione delle bolle finanziarie, e che alla base delle diseguaglianze stanno livelli troppo alti di disoccupazione e la svalorizzazione e precarizzazione del lavoro, dimostrata dall’andamento dei redditi, dei salari e delle pensioni, come dimostrano sia il caso americano che quello italiano, si capisce perché la nostra proposta s’impernia sull’investimento sull’economia reale, di contro a quella di carta, e sul tentativo di dare nuova centralità al lavoro, sia esso dipendente che autonomo.

Qui sta il cuore della nostra proposta che fa il paio con l’idea che occorra redistribuire la ricchezza che in questi anni si è concentrata in poche, pochissime mani, e che -invece- bisogna meglio distribuire se vogliamo rilanciare i mercati interni e i consumi, orientandoli in senso ecosostenibile.

Qundi: 1° Riforma del lavoro con la proposta del “diritto unico del lavoro” e superamento della precarietà (“un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro a tempo indeterminato”); 2° riforma fiscale (il famoso 20/20/20) che riscriva il patto fiscale e riallochi il prelievo “da chi paga a chi non paga, dai redditi da lavoro alla rendita, da chi ha di più a chi ha di meno, in particolare verso le famiglie con figli e monoreddito, da attività inquinanti ad attività verdi, dalla dimensione nazionale al territorio”; 3° un massiccio programma di liberalizzazioni e semplificazioni per dare opportunità d’inserimento ai giovani, far nascere nuove imprese e tutelare i consumatori (dalle professioni ai farmaci, dai carburanti e l’energia alle banche, dalle autorità di regolamentazione per trasporti e poste alle assicurazioni). Semplificazioni e liberalizzazioni immediatamente attuabili e non la demagogica, inutile ed astratta modifica dell’art. 41 della C.C. che non produrrà nessun risultato, mentre nel frattempo non si fa nulla di concreto ed anzi si è tornati indietro su molti campi come nel caso delle professioni, di medicinali e delle assicurazioni.

La crisi economica internazionale ci ha indicato un altro sentiero che le forze progressiste e democratiche possono tornare a percorrere, quello di un nuovo ruolo delle politiche pubbliche e dell’intervento pubblico. Anche qui il rischio è che si chiamino lo Stato e i cittadini a salvare le banche, riscoprendo una sorta di “socialismo” à la carte, salvo poi mettere sotto scacco i debiti pubblici degli Stati, accresciuti anche a causa di questo tipo d’interventi emergenziali, attuando così una riduzione dei saggi d’interesse a tutto vantaggio della speculazione finanziaria.

L’idea di nuove politiche pubbliche, oltre a porsi nel nostro caso all’altezza di nuove politiche europee di regolazione e d’investimento, richiede d’altro lato una profonda riforma dello Stato, delle sue articolazioni, di tutta la pubblica amministrazione. Gli effetti della crisi, le modalità più stringenti di controllo e coordinamento delle finanze dei singoli stati in ambito europeo e internazionale, la pressione del debito pubblico come nel caso del nostro paese, i tagli abnormi e lineari dei trasferimenti al sistema delle autonomie, la rigidità del patto di stabilità e la prospettiva di un federalismo fiscale che, se non affrontato seriamente, rischia soltanto di essere agitato come uno scalpo, mentre di fatto si annullano autonomia e responsabilità, si attua un miope neocentralismo e si aumenta la tassazione locale, persino sulle imprese, impongono ad una forza riformista come il Pd di camminare su un crinale difficile.

Nel 150esimo dell’Unità d’Italia si tratta, oggi come allora, di decidere che Stato vogliamo. Riforma dell’ordinamento istituzionale, riforma delle competenze, riordino e semplificazione dei poteri decentrati (regionali e locali), sussidiarietà nelle modalità d’intervento e certezza delle risorse, sono i cardini di una proposta organica e coerente che coinvolge tutti i livelli (a partire dai rami alti dello Stato) e che punta a riscrivere una rinnovata unità nazionale, dando risposte e servizi efficaci e sostenibili ai cittadini del Nord, del Centro e del Sud.

E’ su questo terreno, insieme a quello della crisi economica, che misuriamo il fallimento della destra, che ha accantonato il Codice delle Autonomie, il Senato delle Regioni, la riduzione dei Parlamentari e mancato la semplificazione dei livelli amministrativi, per non parlare della riforma della legge elettorale. Lo dimostra la crescita continua della spesa corrente, ben oltre il rigorismo di Tremonti. Qui si colloca, però, una sfida che riguarda noi, che non possiamo apparire come una forza di mera resistenza e conservazione, ma che, nel momento in cui limitiamo giustamente i danni dei provvedimenti di questo Governo, dobbiamo puntare seriamente a riscrivere funzioni, modalità e possibilità dell’iniziativa pubblica, se non vogliamo che essa degeneri e con essa anche la qualità della nostra democrazia e il livello di benessere.

Il tema è  aperto anche a livello della nostra Regione, dove diverse sono le partite su cui si gioca la nostra capacità di semplificare, modernizzare, rafforzare la coesione sociale e territoriale. Insieme alla critica di ogni campanilismo serve il massimo coinvolgimento e la necessaria tempestività delle decisioni. Su sanità, riordino di enti strumentali e ambiti ottimali e dei livelli amministrativi, servizi pubblici locali, politiche sociali ed energetiche si verificherà la nostra capacità di dare sostanza a quel “nuovo riformismo per il futuro delle Marche” che costituisce, per quanto ci riguarda, la missione della maggioranza uscita vittoriosa con grande consenso dal voto di quasi un anno fa.

Il partito regionale ha avviato su ciascuno di questi temi una propria riflessione ed iniziativa, che vanno certamente affinate e che vogliono essere di supporto all’azione del governo regionale, per affrontare bene problemi che sono complessi e che richiedono -se si vogliono dare risposte innovative- un grande lavoro di confronto e di tenuta a livello territoriale.

Gran parte della possibilità di riuscita dipende dal rapporto che riusciremo a stabilire dentro la filiera istituzionale costituita da Comuni, Province e Regione e dal rapporto che intendiamo stabilire tra noi che di quella filiera siamo grande parte, come amministratori comunali, provinciali o regionali. Evidenziare le responsabilità di chi ci governa a livello centrale è sempre necessario ed è imprescindibile premessa, sottovalutare ben oltre le parole l’entità e la ricaduta dei tagli che ci riguardano non è più possibile, adottare azioni coraggiose è necessario e vitale; quindi, cerchiamo di costruire un rapporto franco e solidale tra di noi che facciamo parte dello stesso partito e della stessa scommessa e, soprattutto, come ci diceva l’altro ieri all’Abbadia di Fiastra Claudio Martini, “fate ciò che dite”, perché è la cosa più chiara e trasparente e l’unica per noi che può riservarci qualche chance di successo.

Dopo l’approvazione del Bilancio 2011 e la riscrittura delle priorità su cui le Marche hanno impostato la loro strategia di resistenza e di rilancio (difesa del lavoro e misure anticrisi, politiche sociali, economia verde e binomio cultura-turismo, tutti temi sui quali invito a leggere i contributi specifici del lavoro programmatico del partito nazionale), si tratta di aprire la fase per certi versi già iniziata d’aggiornamento degli strumenti programmatori con lo sguardo rivolto alle Marche del 2020 e di lavoro sui temi che ho sopra richiamato e che rappresentano un po’ la cifra della nostra capacità di governo riformista.

Ritornando alle idee programmatiche elaborate dal Pd, ulteriori spunti e tracce di proposta ci vengono dai “piani industriali” per rinnovare la Pubblica Amministrazione; dagli strumenti per orientare capitali e credito a favore della piccola e media impresa; dalla scelta dei settori strategici su cui concentrare le politiche industriali per riposizionare l’Italia nella divisione internazionale del lavoro; dal nuovo interesse che rivolgiamo al settore primario ed agroalimentare, che va sostenuto ed accompagnato in una difficile transizione; dall’innalzamento ad un rango veramente europeo dell’investimento sulla mobilità, i trasporti e la logistica; dalla necessità di coniugare il federalismo fiscale con la sostenibilità e la qualificazione del SSN, partendo dai livelli essenziali di assistenza e non dai meri costi standard; dalla sperimentazione di una forte impostazione sussidiaria nelle politiche sociali, che sostenga le famiglie e dia risposte ai soggetti fragili (giovani, donne, anziani) e alle povertà; dalla centralità che ha assunto nella nostra elaborazione il tema della sicurezza, unito a quelli della legalità, lotta alla corruzione e alle mafie; dal ribadire che per l’Italia la vera questione nazionale, mediterranea e meridionale è, appunto, quella del Mezzogiono d’Italia.

Il Pd pone l’accento, inoltre, sulla priorità costituita dall’investimento -in questa fase storica e in linea con i grandi paesi europei- nella scuola, nella formazione, nell’università e nella ricerca come settori strategici del nostro futuro, nella cultura come grande risorsa nazionale e motore di nuova economia e occupazione. Il welfare, che vogliamo diventi più inclusivo e la cui spesa vogliamo che sia sottoposta a oggettivi meccanismi di verifica e controllo che colpiscano ogni speco, è per noi quello che vede la scuola, la sanità e la previdenza pubbliche. La giustizia a cui pensiamo è quella per i cittadini, che difende i principi dell’indipendenza della magistratura e di un autentico garantismo, che riduce i tempi dei processi, che ha risorse per garantire certezza e celerità della pena, che non abbandona a se stesso chi è in carcere.

Con questo patrimonio di proposte riteniamo che vada alimentato il confronto con tutte le forze di opposizione e sociali che vogliono dare vita ad una grande alleanza costituente che prefiguri la possibilità per il Paese di archiviare la lunga stagione del populismo berlusconiano e delinei la riforma delle istituzioni repubblicane in senso neoparlamentare e un nuovo patto sociale per la crescita, il lavoro e la competitività.  
 

Dopo la campagna del “Porta a Porta”, dopo la grande manifestazione con Bersani a Piazza San Giovanni, dopo la sua visita ad Ancona, dopo le manifestazioni molto partecipate delle donne lo scorso 13 Febbraio, alle quali le donne del Pd hanno dato un importante contributo, e la raccolta delle firme in corso nell’ambito della campagna “Berlusconi dimettiti”, raccolta che replicheremo anche nel prossimo fine settimana del 4-5-6 Marzo e sulla quale vi chiedo un ultimo sforzo per raccogliere il maggior numero di adesioni, io credo che sia un’idea di partito ad essersi messa in movimento. Un’idea a cui dobbiamo dare concretezza con la continuità e la tenacia di un lavoro quotidiano che deve portarci dovunque ci sono persone che vivono e proprio perché vivono, si confrontano, si scontrano, affrontano problemi, cercano soluzioni, avanzano proposte. Un partito di popolo lì deve stare e bisogna avere un grande rispetto della dignità delle persone per pensare e costruire un partito come questo, perchè certo dobbiamo saper usare e praticare le moderne tecnologie della comunicazione e non sottovalutarne l’impatto, ma dobbiamo farne il moltiplicatore di un irriducibile gusto del contatto personale, del confronto diretto, della discussione intelligente e, soprattutto, di un messaggio da comunicare, cosa mi pare più agevole all’indomani di un grande lavoro come quello che ha coordinato a livello nazionale Enrico Letta e che qui oggi ho cercato di riassumere in modo del tutto inadeguato.

La sconfitta che abbiamo subito ad opera del berlusconismo è stata una sconfitta culturale, dobbiamo esserne sinceramente convinti. La vittoria che dobbiamo costruire per andare oltre Berlusconi, oltre il tempo del populismo, non può che essere anch’essa culturale. Mi pare che stia tutto qui il “senso” da dare alla nostra storia e se guardiamo alle tradizioni da cui proveniamo, esse sono accomunate da una forte idea dell’agire collettivo, dell’essere solidali, dell’unità che non rinuncia ad esplicitare la diversità d’idee, di posizioni, persino di sfumature, ma che c’impegna nella ricerca della sintesi e nell’azione più coerente e determinata.

Riordinare il nostro patrimonio d’idee, aggiornarlo, renderlo una proposta politica e programmatica sufficientemente organica e coerente, impegnarsi per farla conoscere, traducendola in parole semplici e conquistare su di essa il consenso, unendovi lo sforzo organizzativo e il gusto della battaglia politica, che è sempre battaglia delle idee, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Avendo rispetto di questo lavoro ed essendo consapevoli che non è addomesticando il nostro pensiero o mutandolo in modo compiacente che possiamo conquistare una persona in più, semmai ne perderemo una e forse qualcun’altra.

Bersani -credo- c’invita a seguire questa strada più difficile, meno immediata, senza clamori e lustrini, ma credo alla fine più solida, più efficace, che punta a seminare per raccogliere, sicuramente più congeniale alla nostra natura, alle nostre storie e alla possibilità di esplicitare tutte le nostre migliori qualità.

Il lavoro che in quest’anno e mezzo il partito regionale ha messo in campo è merito della grande energia del Segretario Palmiro Ucchielli. Si può fare sempre di più e meglio, ma la ripresa dell’iniziativa politica, la capacità di toccare i temi dell’agenda politica più attuale, la disponibilità ad essere presenti nei territori, la volontà di fare da scintilla sui temi del lavoro, della scuola, della sanità, dei giovani e delle donne, delle priorità amministrative e di governo, rispetto all’iniziativa dei livelli provinciali e locali del partito, che oggi dopo i Congressi sono nelle condizioni di mettere in campo un lavoro di maggior respiro ed efficacia, a partire da quello che fin da subito deve riguardare la campagna di tesseramento per il 2011, mi pare vadano riconosciuti, apprezzati e soprattutto estesi come stimolo a darsi da fare a tutti i livelli.

Dal punto di vista del ruolo e dell’idea di partito dovremo anche nelle Marche preparare un appuntamento che ci aiuti a fare il punto sul nostro stato organizzativo e a ragionare sull’innovazione politica che il Pd vuol rappresentare. Come ci ha ricordato Bersani ad Ancona, aver scelto di chiamarci Partito/Democratico non è cosa da poco e scavare sul significato oggi di quelle due parole credo debba interessarci e forse anche appassionarci.

Da ultimo, lasciatemi fare un accenno sulle prossime elezioni amministrative di maggio che interesseranno 27 Comuni e una Provincia. Come è stato sottolineato opportunamente l’altro ieri sempre all’Abbadia di Fiastra esse dovrebbero costituire l’occasione non solo per misurare le nostre capacità politiche sul territorio e costruire alleanze ampie di governo, ma anche il momento per caratterizzare le nostre proposte programmatiche. La lettura dei materiali a cui abbiamo fatto cenno è utile anche da questo punto di vista, per suggerire spunti che possono avere declinazioni originali nei programmi amministrativi locali. Mi sembra utile riprendere qui cinque punti che sono stati avanzati come una sorta di carta di riconoscibilità minima dei candidati e delle candidate del Pd: 1) etica della responsabilità dei nostri amministratori e della nostra idea di governo; 2) lotta alla corruzione e un’idea della politica ispirata alla sobrietà; 3) adottare piani industriali di riorganizzazione amministrativa, entrare cioè nel merito del funzionamento della macchina amministrativa e cercare di tararla secondo il principio della maggiore economia per il maggiore risultato e fare questo progettando insieme con altri Comuni per dare vita alle Unioni dei Comuni, montani e non, su bacini territoriali omogenei che adottino misure concertate e programmate di associazione dei servizi; 4) puntare sulla sussidiarietà nell’organizzazione delle risposte ai cittadini, in particolare in ambito sociale e con il coinvolgimento della cooperazione; 5) semplificare, rendere il rapporto tra istituzione locale e cittadino più agile, più snello, ad esempio quando dobbiamo consentire a chi ha voglia di intraprendere, di aprire un’impresa, possa farlo il più velocemente possibile e senza ostacoli insormontabili.

Mi pare un buon pentalogo, adottiamolo. Buon lavoro a tutti noi.


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 28/2/2011 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 agosto 2010
prossimi appuntamenti alle feste democratiche

 

Domenica 29 agosto alle ore 21 chiuderò la festa democratica della media Valtenna a Montegiorgio.

Tra gli altri appuntamenti vi segnalo anche la festa provinciale del Pd di Ancona a Chiaravalle (fino al 5 settembre), a Recanati dal 3 al 5 settembre e quella regionale di Pesaro (clicca qui per il programma) dove, il 5 settembre, presenterò il libro La Suburra di Filippo Ceccarelli, giornalista de "la Repubblica".

Nel corso della festa di Recanati, vi segnalo anche l'iniziativa dal titolo "L'Europa incontra gli Enti Locali" che avrà luogo domenica 5 settembre alle ore 18 e durante la quale interverrà l'europarlamentare, già sindaco di Firenze, Leonardo Domenici.

POLITICA
25 febbraio 2009
Contro la crisi le Marche stanziano 88 mln di euro
Ieri ho partecipato alla riunione convocata dagli Assessori regionali alla Formazione e al Lavoro, Stefania Benatti e Fabio Badiali, insieme agli Assessori provinciali al Lavoro di Pesaro Urbino, Ascoli Piceno, Ancona e il sottoscritto per Macerata, per discutere del Fondo sociale europeo a sostegno dell'occupazione

La Regione impegnerà ben 88 milioni di euro del FSE nel biennio 2009-2010 per affrontare la crisi.
Il 50% dell’importo (circa 44 milioni) sarà destinato a misure di politica attiva del lavoro, orientamento, tirocinio, stage, qualificazione, tutoraggio e counseling, conciliazione.
L’altro 50% per gli ammortizzatori sociali.

Il Piano sarà approvato dalla Regione entro il mese di Marzo dopo aver ascoltato anche le organizzazzioni datoriali e sindacali

Con le Province si è discusso delle linee di un percorso condiviso per la ripartizione delle risorse a disposizione, secondo i vari assi di intervento previsti dal programma Fse 2007-2013.

In base all’accordo Stato-Regioni, saranno proprio le Province, attraverso il Fse, a sostenere gli ammortizzatori sociali in deroga per i lavoratori, anche precari, delle aziende in crisi, con politiche attive del lavoro collegate, come la formazione, l’aggiornamento e riqualificazione dei lavoratori.
I destinatari dell’intervento sono lavoratori subordinati a tempo indeterminato e/o determinato beneficiari di trattamenti sostitutivi del reddito, lavoratori in mobilita’, somministrati e apprendisti.

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permalink | inviato da Daniele Salvi il 25/2/2009 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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