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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
5 ottobre 2011
L’ITALIA PRIMA DI TUTTO
 
Il Paese brucia e il Pd parla di legge elettorale. Il potenziale fallimento di Dexia per l’Europa equivarrebbe a quello della Lehmann Brothers per gli Stati Uniti e il Pd discute se le indicazioni della Bce, della banca che avrebbe dovuto vigilare per impedire la crisi, siano il faro del riformismo o la ricetta per uscire dalla crisi.
 
Ha ragione Bersani a richiamare l’esigenza per un grande partito che si propone di governare di mettere l’Italia prima di ogni disputa. Speriamo che egli resista di fronte a tante inadeguatezze!
La discussione in Direzione ha ribadito la necessità che l’attuale Governo si faccia da parte e che si verifichino le condizioni per un Governo che affronti l’emergenza del Paese, altrimenti meglio le urne. L’orizzonte del nostro impegno resta quello della ricostruzione nazionale, attraverso la riforma delle istituzioni repubblicane nel senso di una democrazia rappresentativa riformata e un nuovo patto sociale per il risanamento e la crescita. Tale obiettivo va perseguito attraverso l’alleanza dei riformisti e dei moderati. Il 5 novembre grande manifestazione a Roma. Punto.
Il resto è schermaglia politica, inclusa quella dei dirigenti del giorno dopo… Un partito ha il dovere di ascoltare, di proporre e di battersi nelle istituzioni perché le cose che servono al paese si facciano, non quello d’inseguire il primo banchetto per le firme che compare in piazza. Raccogliere le firme per i referendum non è mai stato difficile, un po’ più -soprattutto in materia elettorale- lo è stato raggiungere il quorum. Comunque ben venga il referendum, vedremo cosa deciderà la Corte e poi il Pd deciderà come affrontarlo. Resta il fatto che il Pd ha una proposta di riforma della legge elettorale votata dai suoi massimi organismi dirigenti e dai gruppi parlamentari e che il Mattarellum non risolve i problemi di stabilità politica, amplifica la frammentazione e non consente di scegliersi i propri parlamentari, perché saranno sempre decisi dalle famigerate segreterie nazionali dei partiti e partitini della amplissima coalizione di turno (anzi, prepariamoci già ad ospitare in qualche collegio Pecoraro Scanio!), né consente di effettuare primarie di collegio per scegliersi i candidati.
 
Forse quest’ultimo particolare a molti di quelli che hanno firmato è sfuggito… Infine, con il Mattarellum è chiaro che l’alleanza con i moderati non si fa… Forse questo dovrebbe dire qualcosa a quelli che firmano e poi vogliono i governi di responsabilità nazionale, pur di non andare al voto o per logorare la leadership di Bersani.
Insomma, siccome secondo alcuni politologi siamo ritornati al ’92-’93, con una classe dirigente deligittimata, che si fa? Si propone lo stesso schema di allora, quello che -non dimentichiamolo- portò alla vittoria di Berlusconi. Si ripropone l’ennesima scorciatoia e non a caso ricompaiono i Segni, i Parisi e quanti anche nel centrosinistra sostennero quella strada fallimentare… In realtà, non siamo ritornati ai primi anni Novanta, perché il Paese è stanco, sfibrato, e la crisi economica è molto, molto profonda, a rischio di produrre un avvitamento istituzionale ed economico, e chi oggi ripropone ricette analoghe è semplicemente un irresponsabile.
In un bel ricordo della figura di Mino Martinazzoli lo storico Giuseppe Vacca ha recentemente scritto: “Fra il ’93 e il ’94 i Popolari non ebbero nel Pds un interlocutore responsabile. Sia nel cavalcare il movimento referendario e il ciclone di Mani Pulite, sia nell’osteggiare la formazione di un governo di centro-sinistra guidato da Prodi nel ’93; tanto nel favorire una nuova legge elettorale frettolosa e incongruente, quanto nello spingere per elezioni politiche immediate dopo il referendum del ’93, il Pds perseguì il disegno di una semplificazione bipolare tendenzialmente bipartitica, astratta e velleitaria: agì come una forza capace di distruggere, ma non, al tempo stesso, di ricostruire. Questo faceva venir meno l’interlocutore naturale di un partito di centrosinistra d’ispirazione cristiana qual era il Ppi di Martinazzoli”. Il seguito lo conosciamo.
Historia magistra vitae?

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permalink | inviato da Daniele Salvi il 5/10/2011 alle 13:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 febbraio 2011
Idee per l'Italia e per le Marche

Cari amici, vi porto a conoscenza della relazione che ho tenuto in apertura dei lavori dell'ultima Assemblea regionale del Pd dedicata alla elaborazione programmatica che il Partito sta portando avanti e che è coordinata da Enrico Letta.

 

“Idee per l’Italia e per le Marche: le proposte politico-programmatiche del Pd”

Chiaravalle – sabato 26 Febbraio 2010 ore 9,00 – Centro culturale “l’Isola” 
 

Cari amici e compagni,

nell’aprire i lavori di questa nostra Assemblea regionale, che vuol affrontare un argomento certamente ambizioso, intendo circoscrivere subito il raggio del mio intervento e chiarirne il taglio. I numerosi e complessi documenti approvati nelle tre Assemblee nazionali che il partito ha tenuto rispettivamente il 21-22 maggio 2010 a Roma, l’8 e il 9 Ottobre 2010 a Varese e da ultimo il 4 e 5 febbraio 2011 a Roma sono innanzitutto la prova che il Pd ha delle sue proposte, che subiranno un ulteriore affinamento, ma ce l’ha e questo deve essere chiaro a chi ogni giorno ci rimprovera del contrario, ma soprattutto deve essere chiaro a noi che spesso ce ne lamentiamo, mentre dovremmo conoscerle, studiarle e renderle patrimonio comune, oltre che -cosa molto importante- oggetto d’iniziativa politica e di traduzione specifica rispetto ai problemi dei nostri territori e delle comunità.

Per questo io non intendo spiegare che cosa noi proponiamo su ogni singolo tema, il che è impossibile in un intervento d’introduzione; vorrei piuttosto cercare di contestualizzare la nostra proposta politica e coglierne il filo conduttore.

Uno spunto diretto ad entrare nel merito credo che ce lo fornisca quanto sta avvenendo in questi giorni nel Mediterraneo. Crollano i regimi post coloniali di Tunisia, Egitto, Libia (almeno per ora, ma il terremoto non sembra arrestarsi), regimi nati a loro tempo come emblemi d’indipendenza e di libertà dagli oppressori stranieri occidentali e che hanno consentito di fare importanti passi in avanti a quei popoli nel soddisfacimento di condizioni minime di sopravvivenza, arginando il fondamentalismo islamico. Crollano sotto il peso della protesta nata a causa del vertiginoso aumento del prezzo dei prodotti alimentari di prima necessità e delle materie prime, che stanno facendo regredire le condizioni materiali di quei popoli, a fronte dello sfarzo, della corruzione e della repressione operata dalle élites al governo di quei paesi. I giovani, coloro che hanno meno di 30 anni, che in quei paesi rappresentano il 60% della popolazione e che in numero sempre crescente conoscono i cellulari e internet, vedono compromesso il loro futuro e quello del loro popolo e per questo scendono in piazza, chiedendo ai corrotti di farsi da parte.

La transizione che si è avviata non sarà semplice, né è facile prevederne gli sbocchi. Siamo di fronte -com’è stato detto da più parti- al 1989 del mondo arabo? Forse, non è chiaro ed è presto per dirlo. Siamo sicuramente di fronte a ingenti masse umane che si rendono protagoniste del cambiamento. Quanto sta avvenendo in Libia non ricorda certo le dimostrazioni pacifiche dell’Europa dell’Est che produssero cambi di regime. I fattori del tribalismo e del fondamentalismo islamico non vanno sottovalutati e il modello turco può essere un’opzione evolutiva possibile. L’Italia, tuttavia, deve stare dalla parte di chi chiede condizioni di vita migliori e riforme democratiche, deve chiedere che cessi il genocidio del popolo libico, posizioni queste che il Governo ha assunto con deprecabile ritardo, dopo aver abbondantemente agitato lo sprettro di masse bibliche di profughi ed essersi appellata all’Europa quasi l’Italia fosse un corpo estraneo ad essa e non invece la nazione che rappresenta l’Europa nel Mediterraneo e, quindi, il soggetto che avrebbe dovuto parlare in modo autorevole la voce dell’Europa su quanto sta avvenendo e su come affrontarlo, a partire da una strategia coordinata di accoglienza dei profughi e da un cospicuo piano di aiuti a quelle popolazioni nei loro paesi con l’obiettivo di agevolare la transizione e limitare gli imbarchi.

Tutto ciò  ci dice che, oltre alla questione energetica che richiederà una riflessione supplementare, la demagogia contro gli immigrati avrà da qui a poco un nuovo revival e che essa non sarà assente dal dibattito in vista delle prossima tornata elettorale amministrativa, quindi è bene che i nostri dirigenti e i candidati conoscano le proposte che abbiamo avanzato in uno specifico documento sul governo complessivo dell’immigrazione.

Ma è  una diversa concezione dell’Europa, del suo ruolo e del posto dell’Italia in Europa quel che emerge da questa vicenda tra noi e la destra. Qui sta già una profonda differenza della nostra proposta politica che vede nell’Europa il livello imprescindibile per rispondere alla crisi economica e rilanciare la crescita, per immaginare un nuovo sviluppo basato sulla ricerca, l’innovazione, la conoscenza e la sostenibilità ambientale, per coordinare le varie politiche di settore, a partire da quelle finanziarie, fiscali, economiche e del lavoro, per esercitare un ruolo di civilizzazione nel mondo, per mettere al centro un’agenda mediterranea delle questioni su cui l’Italia ha molto da proporre.

Un’Europa che per essere all’altezza di questa funzione multilivello sa dotarsi d’istituzioni democratiche più robuste, secondo una logica unitaria e federativa, e di una strumentazione più agile ed efficace.

Non, dunque, l’Europa minima, ridotta a camera di compensazione dei conflitti tra governi nazionali e che viene costantemente criticata, ma alla quale ci si appella quando scoppiano delle emergenze come quelle dei debiti sovrani dei vari Stati membri o dei flussi immigratori improvvisi. Questa è l’idea che i governi conservatori hanno avuto dell’Europa in questi anni e questa la funzione a cui essa è stata di fatto relegata.

Mi pare una differenza essenziale che deve ispirare con forza anche i nostri governi territoriali e le loro buone pratiche, com’è accaduto nel caso delle Marche con importanti iniziative come quelle della regione Euro-Adriatica e del segretariato Adriatico-ionico, e che dovrà trovare nuove occasioni di cimento con la fine ravvicinata della vecchia programmazione dei fondi strutturali (2013) e le nuove modalità di cattura delle risorse europee, con la capacità d’intercettare risorse oggi non reperibili ad esempio sul versante infrastrutturale.

La lettura che facciamo del ruolo dell’Europa sta dentro un’analisi più generale che come partito abbiamo sviluppato e che riguarda le novità indotte dalla crisi economico-finanziaria del 2008. Essa ha riaperto alle forze progressiste e democratiche uno spazio importante per far valere le proprie ragioni di sviluppo equilibrato, d’eguaglianza e di giustizia sociale. Anche qui nulla è scontato; si continua a declamare l’esigenza di un governo regolamentato della globalizzazione, ma si resta a livello delle intenzioni, si propongono modalità di tassazione delle transazioni finanziarie, ma si è ben lontani dall’adottarle; l’idea che la crisi nei suoi effetti più traumatici sia ormai passata e che in definitiva si possa riprendere il normale andazzo con qualche accorgimento prudenziale in più sembra andare per la maggiore.

Ciò rischia di esporci come sostengono alcuni dei pochissimi economisti che questa crisi avevano previsto, penso ad esempio a Nouriel Roubini, ad un’ulteriore, più grave crisi. Le forze progressiste e democratiche che guidano importanti paesi emergenti, oltre agli USA, o che si candidano a governare l’Europa, tornando ad essere maggioranza nei diversi rispettivi Paesi, devono fare un salto di qualità. Uscire dagli ambiti strettamente nazionali, uscire dalle indicazioni generiche e cominciare a declinare concretamente in cosa consista un governo reale e sostenibile della globalizzazione, affinchè nuove crisi non si ripetano.

E se è  vero che la crisi è stata l’effetto e non la causa delle diseguaglianze sociali sempre crescenti, che hanno prodotto la divaricazione dei ceti medi, l’indebitamento delle famiglie e l’esplosione delle bolle finanziarie, e che alla base delle diseguaglianze stanno livelli troppo alti di disoccupazione e la svalorizzazione e precarizzazione del lavoro, dimostrata dall’andamento dei redditi, dei salari e delle pensioni, come dimostrano sia il caso americano che quello italiano, si capisce perché la nostra proposta s’impernia sull’investimento sull’economia reale, di contro a quella di carta, e sul tentativo di dare nuova centralità al lavoro, sia esso dipendente che autonomo.

Qui sta il cuore della nostra proposta che fa il paio con l’idea che occorra redistribuire la ricchezza che in questi anni si è concentrata in poche, pochissime mani, e che -invece- bisogna meglio distribuire se vogliamo rilanciare i mercati interni e i consumi, orientandoli in senso ecosostenibile.

Qundi: 1° Riforma del lavoro con la proposta del “diritto unico del lavoro” e superamento della precarietà (“un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro a tempo indeterminato”); 2° riforma fiscale (il famoso 20/20/20) che riscriva il patto fiscale e riallochi il prelievo “da chi paga a chi non paga, dai redditi da lavoro alla rendita, da chi ha di più a chi ha di meno, in particolare verso le famiglie con figli e monoreddito, da attività inquinanti ad attività verdi, dalla dimensione nazionale al territorio”; 3° un massiccio programma di liberalizzazioni e semplificazioni per dare opportunità d’inserimento ai giovani, far nascere nuove imprese e tutelare i consumatori (dalle professioni ai farmaci, dai carburanti e l’energia alle banche, dalle autorità di regolamentazione per trasporti e poste alle assicurazioni). Semplificazioni e liberalizzazioni immediatamente attuabili e non la demagogica, inutile ed astratta modifica dell’art. 41 della C.C. che non produrrà nessun risultato, mentre nel frattempo non si fa nulla di concreto ed anzi si è tornati indietro su molti campi come nel caso delle professioni, di medicinali e delle assicurazioni.

La crisi economica internazionale ci ha indicato un altro sentiero che le forze progressiste e democratiche possono tornare a percorrere, quello di un nuovo ruolo delle politiche pubbliche e dell’intervento pubblico. Anche qui il rischio è che si chiamino lo Stato e i cittadini a salvare le banche, riscoprendo una sorta di “socialismo” à la carte, salvo poi mettere sotto scacco i debiti pubblici degli Stati, accresciuti anche a causa di questo tipo d’interventi emergenziali, attuando così una riduzione dei saggi d’interesse a tutto vantaggio della speculazione finanziaria.

L’idea di nuove politiche pubbliche, oltre a porsi nel nostro caso all’altezza di nuove politiche europee di regolazione e d’investimento, richiede d’altro lato una profonda riforma dello Stato, delle sue articolazioni, di tutta la pubblica amministrazione. Gli effetti della crisi, le modalità più stringenti di controllo e coordinamento delle finanze dei singoli stati in ambito europeo e internazionale, la pressione del debito pubblico come nel caso del nostro paese, i tagli abnormi e lineari dei trasferimenti al sistema delle autonomie, la rigidità del patto di stabilità e la prospettiva di un federalismo fiscale che, se non affrontato seriamente, rischia soltanto di essere agitato come uno scalpo, mentre di fatto si annullano autonomia e responsabilità, si attua un miope neocentralismo e si aumenta la tassazione locale, persino sulle imprese, impongono ad una forza riformista come il Pd di camminare su un crinale difficile.

Nel 150esimo dell’Unità d’Italia si tratta, oggi come allora, di decidere che Stato vogliamo. Riforma dell’ordinamento istituzionale, riforma delle competenze, riordino e semplificazione dei poteri decentrati (regionali e locali), sussidiarietà nelle modalità d’intervento e certezza delle risorse, sono i cardini di una proposta organica e coerente che coinvolge tutti i livelli (a partire dai rami alti dello Stato) e che punta a riscrivere una rinnovata unità nazionale, dando risposte e servizi efficaci e sostenibili ai cittadini del Nord, del Centro e del Sud.

E’ su questo terreno, insieme a quello della crisi economica, che misuriamo il fallimento della destra, che ha accantonato il Codice delle Autonomie, il Senato delle Regioni, la riduzione dei Parlamentari e mancato la semplificazione dei livelli amministrativi, per non parlare della riforma della legge elettorale. Lo dimostra la crescita continua della spesa corrente, ben oltre il rigorismo di Tremonti. Qui si colloca, però, una sfida che riguarda noi, che non possiamo apparire come una forza di mera resistenza e conservazione, ma che, nel momento in cui limitiamo giustamente i danni dei provvedimenti di questo Governo, dobbiamo puntare seriamente a riscrivere funzioni, modalità e possibilità dell’iniziativa pubblica, se non vogliamo che essa degeneri e con essa anche la qualità della nostra democrazia e il livello di benessere.

Il tema è  aperto anche a livello della nostra Regione, dove diverse sono le partite su cui si gioca la nostra capacità di semplificare, modernizzare, rafforzare la coesione sociale e territoriale. Insieme alla critica di ogni campanilismo serve il massimo coinvolgimento e la necessaria tempestività delle decisioni. Su sanità, riordino di enti strumentali e ambiti ottimali e dei livelli amministrativi, servizi pubblici locali, politiche sociali ed energetiche si verificherà la nostra capacità di dare sostanza a quel “nuovo riformismo per il futuro delle Marche” che costituisce, per quanto ci riguarda, la missione della maggioranza uscita vittoriosa con grande consenso dal voto di quasi un anno fa.

Il partito regionale ha avviato su ciascuno di questi temi una propria riflessione ed iniziativa, che vanno certamente affinate e che vogliono essere di supporto all’azione del governo regionale, per affrontare bene problemi che sono complessi e che richiedono -se si vogliono dare risposte innovative- un grande lavoro di confronto e di tenuta a livello territoriale.

Gran parte della possibilità di riuscita dipende dal rapporto che riusciremo a stabilire dentro la filiera istituzionale costituita da Comuni, Province e Regione e dal rapporto che intendiamo stabilire tra noi che di quella filiera siamo grande parte, come amministratori comunali, provinciali o regionali. Evidenziare le responsabilità di chi ci governa a livello centrale è sempre necessario ed è imprescindibile premessa, sottovalutare ben oltre le parole l’entità e la ricaduta dei tagli che ci riguardano non è più possibile, adottare azioni coraggiose è necessario e vitale; quindi, cerchiamo di costruire un rapporto franco e solidale tra di noi che facciamo parte dello stesso partito e della stessa scommessa e, soprattutto, come ci diceva l’altro ieri all’Abbadia di Fiastra Claudio Martini, “fate ciò che dite”, perché è la cosa più chiara e trasparente e l’unica per noi che può riservarci qualche chance di successo.

Dopo l’approvazione del Bilancio 2011 e la riscrittura delle priorità su cui le Marche hanno impostato la loro strategia di resistenza e di rilancio (difesa del lavoro e misure anticrisi, politiche sociali, economia verde e binomio cultura-turismo, tutti temi sui quali invito a leggere i contributi specifici del lavoro programmatico del partito nazionale), si tratta di aprire la fase per certi versi già iniziata d’aggiornamento degli strumenti programmatori con lo sguardo rivolto alle Marche del 2020 e di lavoro sui temi che ho sopra richiamato e che rappresentano un po’ la cifra della nostra capacità di governo riformista.

Ritornando alle idee programmatiche elaborate dal Pd, ulteriori spunti e tracce di proposta ci vengono dai “piani industriali” per rinnovare la Pubblica Amministrazione; dagli strumenti per orientare capitali e credito a favore della piccola e media impresa; dalla scelta dei settori strategici su cui concentrare le politiche industriali per riposizionare l’Italia nella divisione internazionale del lavoro; dal nuovo interesse che rivolgiamo al settore primario ed agroalimentare, che va sostenuto ed accompagnato in una difficile transizione; dall’innalzamento ad un rango veramente europeo dell’investimento sulla mobilità, i trasporti e la logistica; dalla necessità di coniugare il federalismo fiscale con la sostenibilità e la qualificazione del SSN, partendo dai livelli essenziali di assistenza e non dai meri costi standard; dalla sperimentazione di una forte impostazione sussidiaria nelle politiche sociali, che sostenga le famiglie e dia risposte ai soggetti fragili (giovani, donne, anziani) e alle povertà; dalla centralità che ha assunto nella nostra elaborazione il tema della sicurezza, unito a quelli della legalità, lotta alla corruzione e alle mafie; dal ribadire che per l’Italia la vera questione nazionale, mediterranea e meridionale è, appunto, quella del Mezzogiono d’Italia.

Il Pd pone l’accento, inoltre, sulla priorità costituita dall’investimento -in questa fase storica e in linea con i grandi paesi europei- nella scuola, nella formazione, nell’università e nella ricerca come settori strategici del nostro futuro, nella cultura come grande risorsa nazionale e motore di nuova economia e occupazione. Il welfare, che vogliamo diventi più inclusivo e la cui spesa vogliamo che sia sottoposta a oggettivi meccanismi di verifica e controllo che colpiscano ogni speco, è per noi quello che vede la scuola, la sanità e la previdenza pubbliche. La giustizia a cui pensiamo è quella per i cittadini, che difende i principi dell’indipendenza della magistratura e di un autentico garantismo, che riduce i tempi dei processi, che ha risorse per garantire certezza e celerità della pena, che non abbandona a se stesso chi è in carcere.

Con questo patrimonio di proposte riteniamo che vada alimentato il confronto con tutte le forze di opposizione e sociali che vogliono dare vita ad una grande alleanza costituente che prefiguri la possibilità per il Paese di archiviare la lunga stagione del populismo berlusconiano e delinei la riforma delle istituzioni repubblicane in senso neoparlamentare e un nuovo patto sociale per la crescita, il lavoro e la competitività.  
 

Dopo la campagna del “Porta a Porta”, dopo la grande manifestazione con Bersani a Piazza San Giovanni, dopo la sua visita ad Ancona, dopo le manifestazioni molto partecipate delle donne lo scorso 13 Febbraio, alle quali le donne del Pd hanno dato un importante contributo, e la raccolta delle firme in corso nell’ambito della campagna “Berlusconi dimettiti”, raccolta che replicheremo anche nel prossimo fine settimana del 4-5-6 Marzo e sulla quale vi chiedo un ultimo sforzo per raccogliere il maggior numero di adesioni, io credo che sia un’idea di partito ad essersi messa in movimento. Un’idea a cui dobbiamo dare concretezza con la continuità e la tenacia di un lavoro quotidiano che deve portarci dovunque ci sono persone che vivono e proprio perché vivono, si confrontano, si scontrano, affrontano problemi, cercano soluzioni, avanzano proposte. Un partito di popolo lì deve stare e bisogna avere un grande rispetto della dignità delle persone per pensare e costruire un partito come questo, perchè certo dobbiamo saper usare e praticare le moderne tecnologie della comunicazione e non sottovalutarne l’impatto, ma dobbiamo farne il moltiplicatore di un irriducibile gusto del contatto personale, del confronto diretto, della discussione intelligente e, soprattutto, di un messaggio da comunicare, cosa mi pare più agevole all’indomani di un grande lavoro come quello che ha coordinato a livello nazionale Enrico Letta e che qui oggi ho cercato di riassumere in modo del tutto inadeguato.

La sconfitta che abbiamo subito ad opera del berlusconismo è stata una sconfitta culturale, dobbiamo esserne sinceramente convinti. La vittoria che dobbiamo costruire per andare oltre Berlusconi, oltre il tempo del populismo, non può che essere anch’essa culturale. Mi pare che stia tutto qui il “senso” da dare alla nostra storia e se guardiamo alle tradizioni da cui proveniamo, esse sono accomunate da una forte idea dell’agire collettivo, dell’essere solidali, dell’unità che non rinuncia ad esplicitare la diversità d’idee, di posizioni, persino di sfumature, ma che c’impegna nella ricerca della sintesi e nell’azione più coerente e determinata.

Riordinare il nostro patrimonio d’idee, aggiornarlo, renderlo una proposta politica e programmatica sufficientemente organica e coerente, impegnarsi per farla conoscere, traducendola in parole semplici e conquistare su di essa il consenso, unendovi lo sforzo organizzativo e il gusto della battaglia politica, che è sempre battaglia delle idee, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Avendo rispetto di questo lavoro ed essendo consapevoli che non è addomesticando il nostro pensiero o mutandolo in modo compiacente che possiamo conquistare una persona in più, semmai ne perderemo una e forse qualcun’altra.

Bersani -credo- c’invita a seguire questa strada più difficile, meno immediata, senza clamori e lustrini, ma credo alla fine più solida, più efficace, che punta a seminare per raccogliere, sicuramente più congeniale alla nostra natura, alle nostre storie e alla possibilità di esplicitare tutte le nostre migliori qualità.

Il lavoro che in quest’anno e mezzo il partito regionale ha messo in campo è merito della grande energia del Segretario Palmiro Ucchielli. Si può fare sempre di più e meglio, ma la ripresa dell’iniziativa politica, la capacità di toccare i temi dell’agenda politica più attuale, la disponibilità ad essere presenti nei territori, la volontà di fare da scintilla sui temi del lavoro, della scuola, della sanità, dei giovani e delle donne, delle priorità amministrative e di governo, rispetto all’iniziativa dei livelli provinciali e locali del partito, che oggi dopo i Congressi sono nelle condizioni di mettere in campo un lavoro di maggior respiro ed efficacia, a partire da quello che fin da subito deve riguardare la campagna di tesseramento per il 2011, mi pare vadano riconosciuti, apprezzati e soprattutto estesi come stimolo a darsi da fare a tutti i livelli.

Dal punto di vista del ruolo e dell’idea di partito dovremo anche nelle Marche preparare un appuntamento che ci aiuti a fare il punto sul nostro stato organizzativo e a ragionare sull’innovazione politica che il Pd vuol rappresentare. Come ci ha ricordato Bersani ad Ancona, aver scelto di chiamarci Partito/Democratico non è cosa da poco e scavare sul significato oggi di quelle due parole credo debba interessarci e forse anche appassionarci.

Da ultimo, lasciatemi fare un accenno sulle prossime elezioni amministrative di maggio che interesseranno 27 Comuni e una Provincia. Come è stato sottolineato opportunamente l’altro ieri sempre all’Abbadia di Fiastra esse dovrebbero costituire l’occasione non solo per misurare le nostre capacità politiche sul territorio e costruire alleanze ampie di governo, ma anche il momento per caratterizzare le nostre proposte programmatiche. La lettura dei materiali a cui abbiamo fatto cenno è utile anche da questo punto di vista, per suggerire spunti che possono avere declinazioni originali nei programmi amministrativi locali. Mi sembra utile riprendere qui cinque punti che sono stati avanzati come una sorta di carta di riconoscibilità minima dei candidati e delle candidate del Pd: 1) etica della responsabilità dei nostri amministratori e della nostra idea di governo; 2) lotta alla corruzione e un’idea della politica ispirata alla sobrietà; 3) adottare piani industriali di riorganizzazione amministrativa, entrare cioè nel merito del funzionamento della macchina amministrativa e cercare di tararla secondo il principio della maggiore economia per il maggiore risultato e fare questo progettando insieme con altri Comuni per dare vita alle Unioni dei Comuni, montani e non, su bacini territoriali omogenei che adottino misure concertate e programmate di associazione dei servizi; 4) puntare sulla sussidiarietà nell’organizzazione delle risposte ai cittadini, in particolare in ambito sociale e con il coinvolgimento della cooperazione; 5) semplificare, rendere il rapporto tra istituzione locale e cittadino più agile, più snello, ad esempio quando dobbiamo consentire a chi ha voglia di intraprendere, di aprire un’impresa, possa farlo il più velocemente possibile e senza ostacoli insormontabili.

Mi pare un buon pentalogo, adottiamolo. Buon lavoro a tutti noi.


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 28/2/2011 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 gennaio 2011
IN TANTI PER BERSANI

 

Bagno di folla per Pierluigi Bersani alla manifestazione organizzata dal Pd regionale alla Fiera della Pesca di Ancona. Il segretario nazionale del Pd è  arrivato, accompagnato dal segretario regionale Palmiro Ucchielli, nella sala convegni dell’Auditorium piena di gente. Dirigenti, amministratori, segretari di circolo, ma anche tanti iscritti e soprattutto tante persone comuni ad ascoltare le parole del leader democratico.

 

Nel suo intervento di apertura il segretario regionale Ucchielli ha ringraziato Bersani per il lavoro che sta facendo e per la chiarezza che ha impresso alla direzione politica del partito. Quindi ha posto l’accento sul buongoverno delle Marche, sulla capacità di reazione di questa regione alla crisi economica grazie anche all’azione delle istituzioni locali, sulla necessità di mettere al primo posto delle priorità del nuovo anno i temi del lavoro e dei servizi per i cittadini, messi in discussione dai tagli del governo.

Infine, ha elencato tra gli obiettivi politici del 2011 il voto in importanti Comuni e nella Provincia di Macerata, indicando l’esigenza di costruire alleanze ampie e ribadendo la bontà del cosiddetto “modello Marche”, nato per dare risposte più avanzate ai cittadini marchigiani, ma anche come contributo alla costruzione dell’alternativa possibile a livello nazionale.

Dal canto suo Bersani ha intrattenuto la platea per circa un’ora toccando tutti i punti dell’agenda del Pd per il Paese. Una battuta è stata dedicata dal segretario alla rappresentazione falsata che si è data della direzione nazionale dell’altro ieri. Dipingere il Pd come un partito eternamente diviso non solo non è vero, ma non giova al Paese. Il Pd ha avanzato una proposta politica chiara e forte a tutte le forze di opposizione progressiste e moderate e a quelle sociali, che ritengono che occorra finalmente archiviare l’esperienza del populismo berlusconiano per affrontare i due grandi temi che riguardano il futuro dell’Italia: la riforma delle istituzioni repubblicane in senso neoparlamentare e un patto per il lavoro, la crescita e le opportunità per i giovani.

Poi il segretario si è soffermato sull’esito del referendum alla Fiat, sottolineando come il risultato debba far riflettere tutti quelli che si erano schierati superficialmente pro-Marchionne o pro-Fiom e come la realtà sia più complessa di quello che si pensi e vada governata con equilibrio. “Ora -ha detto- la Fiat realizzi gli investimenti e si rivolga a tutti i lavoratori”.

Sul voto ha ribadito che il Pd è pronto, ma che non intende “togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi”, il quale dovrà in definitiva dichiarare il fallimento anche della sua ultima presunzione, quella cioè di essere l’unico garante della governabilità.

Infine, Bersani ha rilanciato il tema del partito: “Il tempo dirà se la scelta che abbiamo fatto di chiamarci “Partito” e “Democratico” è stata giusta o meno; se cioè abbiamo incrociato le questioni di fondo del nostro tempo o hanno ragione quanti ripropongono un’idea personalistica e populista della politica. Il partito è la “metafora” dell’idea di democrazia che abbiamo in testa e di questo dovremo parlare sia per capire l’innovazione che vogliamo apportare all’idea tradizionale di partito, ma anche per capire come vogliamo riformare la democrazia e cambiare il nostro Paese”.

Al termine dell’iniziativa Bersani si è soffermato, insieme al Sindaco di Ancona Fiorello Gramillano, alla Presidente della Provincia Patrizia Casagrande, al segretario regionale Ucchielli, agli Assessori regionali Luchetti e Giannini, all’On. Amati e alla Sen. Magistrelli con le rappresentanze sindacali della Fincantieri, alle quali ha ribadito l’interessamento del Pd a tutti i livelli, a partire da quello parlamentare, per cercare risposte alla situazione di criticità in cui versa il settore della cantieristica.

Una bella giornata!

 


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/1/2011 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 maggio 2010
Libri: "Basta zercàr" di Gianni Cuperlo
Il libro di Gianni Cuperlo colpisce fin dal titolo, per quell'espressione in dialetto triestino nella quale l'esigenza di continuare a cercare -per dirla con Claudio Napoleoni- si unisce alla fiducia della scoperta e dell'approdo. Già questo non è poco se si parla del progetto del Partito democratico e di una generazione abituata a traslocare e che ha fatto di questo esercizio la propria stessa natura, tra bisogno di coerenza e necessità di un'identità. Scritto in modo raffinato ed elegante, ricco di rimandi e di un'espressività che interroga costantemente il lettore, Cuperlo si esercita nel campo della riflessione politica con uno stile che per la concisione e l'interruzione degli spunti riflessivi, per il gusto della citazione e dell'aneddoto esplicativo lo pone tra Ilvo Diamanti e Claudio Magris. Il cuore del libro è il tema della crisi della democrazia, dei ritardi e dell'asfitticità di quella nostrana, del logoramento e dell'assenza di quella su scala europea e globale, nonchè dei limiti della sinistra, soprattutto di quella che ha abitato gli anni Novanta e il nuovo secolo, nel dare una risposta all'altezza del problema. La fiducia nasce dalla consapevolezza di aver rimesso il progetto del Partito democratico con i piedi per terra, ponendo con ciò stesso le basi di un lavoro che tuttavia è molto ancora da fare. Il compito sta nel mettere in collegamento questione sociale e questione democratica, il lavoro, la sua dignità, il bisogno di mobilità sociale, l'uguaglianza, con i temi della cittadinanza, della qualità della nostra democrazia, dei diritti individuali, della libertà, terreni alla cui lavorazione Cuperlo affida in modo originale la possibilità di una riforma della società e dell'uscita dalla crisi economica attuale. La crisi, infatti, per Cuperlo è figlia dei limiti di un determinato assetto sociale ed economico, di cui sono responsabili le politiche neoliberiste che nel momento in cui la democrazia ha prevalso sui totalitarismi si sono incaricate di svuotarla di senso piuttosto che estenderla in direzione di una piena cittadinanza della persona umana. L'Italia è dentro questa dinamica e il berlusconismo, con la sua longevità, ne è la prototipazione in salsa nostrana. Crisi economica, ma anche crisi delle istituzioni e delle classi dirigenti, il tema del Nord e il fenomeno leghista, il tema della sicurezza e l'immigrazione, la laicità e il tema della dignità umana, sono tutti pungoli ad una sinistra che deve osare di più, che non può limitarsi ad inseguire o ad isolarsi, ma che deve ambire ad una risposta alta ai problemi del paese, a tirar su nonostante tutto muri dritti come il muratore schiavizzato nel lager nazista di primo Levi. L'alternativa sta dentro questa ambizione, che è il patrimonio migliore delle culture che hanno dato vita al Pd, e anch'essa è un muro maestro da costruire unendo cultura e politica. Proprio quello che Cuperlo fa ormai da tempo...

Gianni Cuperlo: "Basta zercàr. Sinistra, traslochi, Partito democratico", Fazi editore, Roma 2010, pp. 208.

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1 aprile 2010
Elezioni regionali 2010: siamo obiettivi, non masochisti
 
Nelle Marche abbiamo ottenuto una grande vittoria, ma non è di questo che voglio parlare. Cercherò di farlo prossimamente e con maggior dovizia di particolari. E’, invece, la lettura odierna dei quotidiani e del surreale dibattito che si sta innescando nel Pd che mi spinge a scrivere.

A giudizio degli analisti politici più avveduti il voto politico del 2008 aveva sancito la fine della transizione italiana, visto il divario elettorale senza precedenti che in quella consultazione si era registrato tra gli schieramenti. Le sconfitte a Roma prima e poi nelle Regioni Sardegna e Abruzzo avevano confermato una tendenza che sembrava non episodica. Il voto di giugno 2009, europeo e amministrativo, avevano relegato il Pd nella ridotta fascia del 26% dei consensi e registrato la perdita della maggioranza delle province e delle città.

E’ possibile dimenticare tutto questo in pochi mesi? Ha senso parlare di “sconfitta grave” con riferimento al voto regionale da parte di dirigenti di primo piano da cui ci si aspetterebbe un’analisi più approfondita e soprattutto non banale? Quale espressione avremmo ancora a disposizione se avessimo dovuto commentare la tenuta di 3-4 regioni, se fossimo cioè rimasti ai livelli di consenso delle scorse elezioni europee e soprattutto non avessimo rimesso in gioco la forza del Pd tessendo nuove e più ampie alleanze?

C’è da augurarsi che il masochismo della sinistra non raggiunga livelli stratosferici, perché di questo stiamo parlando in questo avvio di dibattito post-elettorale.

Non avremmo vinto in Puglia e Liguria senza aver aperto con coraggio il rapporto con l’Udc. Solo la mancata presentazione delle liste ci ha consentito alla fine di poter competere nel Lazio, dove la partita era persa fin dall’inizio, come testimonia prima di ogni cosa il fatto che nessun dirigente del nostro partito, a partire da quelli che adesso sentenziano, si era messo con generosità realmente a disposizione. Dobbiamo blandire i “grillini” rispetto all’esito elettorale in Piemonte o piuttosto evidenziarne le responsabilità, tipiche di ogni massimalismo che produce l’esatto contrario di ciò che dice di voler combattere?

Che la nuova destra vinca nella regione simbolo dell’unità d’Italia ci dice molto di più di tanti libri sulla reale crisi dello Stato unitario.

Di che cosa parliamo allora? Sarebbe meglio parlare del fatto che la forza di questa nuova destra a distanza di quindici anni non si è scalfita e il voto regionale per certi versi conferma proprio questo, pur in presenza di una nostra ripresa e mentre è in atto un progressivo e più veloce logoramento delle energie sane e del tessuto civico e democratico del paese.

Dovrebbe interessarci non tanto il “non più”, che ci si rimprovera di aver abbandonato, quanto il “non ancora” che dobbiamo costruire, perché se qualcosa da rimproverarci abbiamo è proprio l’essere rimasti per un verso troppo prigionieri delle vecchie alleanze di centrosinistra e per  l'altro –non tanto per causa nostra- non essere riusciti a stringere alleanze con pezzi di mondo moderato, essenziali per competere e vincere. Penso alla Campania e alla Calabria.

Insomma, non abbiamo sufficientemente destrutturato quell’architrave dell’alleanza con la Lega al Nord e con settori moderati al Sud, su cui da quindici anni Berlusconi e oggi con lui un partito poggiano come punto di sintesi e di mediazione non solo politica, ma anche nazionale.

Il Pd deve ragionare di questo e anche del fatto che a Congresso appena chiuso e con la scadenza elettorale regionale molto ravvicinata non si è stagliato con sufficiente nitidezza di proposta il nostro dichiarato voler tornare ai problemi delle persone in carne ed ossa, ai problemi veri del paese, che deve continuare a rappresentare come dice Bersani la nostra missione, ma che necessita di un lavoro distribuito su tempi più lunghi e che richiederà ancora più impegno e fatica per costruire quell’alternativa di cui l’Italia ha drammaticamente bisogno.


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25 marzo 2010
Elezioni regionali 28-29 Marzo 2010

 

20 febbraio 2010
La Sinistra Possibile - Vannino Chiti

Scritto a ridosso del primo congresso del Pd e sulla scorta dell'esperienza del secondo governo Prodi, di cui Chiti è stato Ministro per i Rapporti con il Parlamento e le Riforme istituzionali, questo libro intravvede lucidamente i limiti dell'esperienza di governo delle forze del centrosinistra, specie nella sua ultima versione modello Unione, le potenzialità inespresse del Pd e la necessità di un profondo lavoro culturale e programmatico da cui solo può scaturire la riorganizzazione delle forze democratiche e riformiste nel nostro Paese in un nuovo centrosinistra e la costruzione del partito della sinistra del nuovo secolo. I temi, tra i quali spiccano per formazione dell'autore quelli della democrazia (anche quella interna ai partiti), dell'innovazione istituzionale (decisamente a favore di un parlamentarismo forte), della laicità (come spazio pubblico del confronto tra credenti e non) e della lotta alle diseguaglianze (un tratto sottovalutato dell'ultimo governo Prodi), vengono delineati con chiarezza espositiva come tasselli di un unico puzzle che ci restituisce il profilo di quella 'sinistra possibile' che è il Pd. Temi che sono stati al centro del confronto congressuale, ma che ad una lettura ex-post risuonano come monito di un impegno da inverare giorno dopo giorno. Concretezza delle questioni e continuo rimando alla cultura politica, che getta luce su di esse, rappresentano una costante del modo di procedere della riflessione di Chiti, che affida al Pd il compito di 'saper guidare il paese fuori dalla transizione infinita e dalla crisi che scuote il mondo', perchè 'è su questo terreno che (esso) si conquista un ruolo non precario nella società italiana'. Ma per questo -conclude Chiti- occorre investire di più 'in passione, in generosità, in pensiero e impegno'...

Vannino Chiti, "La sinistra possibile. Il Partito democratico alle prese con il futuro", Donzelli, Roma 2009, pp.184


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 20/2/2010 alle 15:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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