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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
7 marzo 2011
Il grande saccheggio

Un'analisi vista da sinistra dello sviluppo capitalistico per come si è esplicitato negli ultimi trent'anni e i cui effetti la crisi del 2008 ha reso a tutti evidenti. Bevilacqua ritiene che il capitalismo abbia raggiunto un livello di distruttività finora sconosciuto e paragonabile soltanto a quello del suo esordio sulla scena occidentale. L'invasività, l'intensità, la pervasività della sua forza mercificatrice è entrata dentro la carne stessa delle persone e va di pari passo con il saccheggio delle materie prime e delle risorse naturali, basata com'è sul presupposto ideologico dell'infinità della natura. L'analisi condotta, che si confronta con buona parte della letteratura critica sul capitalismo degli ultimi vent'anni, coglie punti essenziali dell'esplosione della crisi economico-finanziaria, la quale segna il livello più alto della sempre più frequente torsione del meccanismo d'accumulazione dettato dalle politiche neoliberiste, inaugurate fin dagli anni Settanta del secolo scorso.

Il livello delle diseguaglianze, la compressione del fattore lavoro, la fase espansiva del capitale, legata all'innovazione tecnologica della microelettronica, che però non ha prodotto aumenti occupazionali come in altre fasi storiche (es: vapore, chimica, automobile), ma anzi è coincisa con un elevato tasso di disoccupazione e con la progressiva precarizzazione del lavoro, i limiti ambientali e la compromissione senza precedenti della natura, che portano Bevilacqua a criticare la nozione stessa di sviluppo in quanto tale, sono tutti aspetti trattati con sapienza anche narrativa.
 
Interessanti le pagine che fanno notare l'attualità dell'analisi marxiana sulle cause e la fenomenologia delle crisi, fino alla ridiscussione del tema della caduta tendenziale del saggio di profitto come argomento centrale del pensiero del 'mago di Treviri'. Per Bevilacqua la fase distruttiva del capitale è stata resa possibile dal venir meno dell'idea di conflitto sociale e di classe che, fino a quando è stato organizzato dai grandi partiti di massa, ha avuto un effetto regolativo e perequativo oggi del tutto assente. A suo avviso bisogna rilanciare e rimettere al centro del pensiero e dell'azione politica l'idea di conflitto, a partire dal protagonismo dal basso delle moltitudini disperse e che non hanno voce nei media. Oggi i partiti sarebbero asfittiche oligarchie, secondo l'autore, e solo da una profonda riforma della politica può venire una possibilità di riscatto. Qui l'analisi del caso italiano e l'intera pars costruens del libro sono meno efficaci e viziate da qualche pregiudizio ideologico, legato al momento attuale della vita politica nostrana, nonché da una visione troppo limitata delle forme alternative dello sviluppo (ahimè, non riesco a trovare altro termine!) della società a venire. Ad esempio, il fenomeno Berlusconi non è il frutto di una mancata apertura del mercato delle telecomunicazioni, che una seria modernizzazione del Paese avrebbe risolto? Liberalizzare, favorire il pluralismo nel mercato, non è necessariamente ossequio al pensiero liberista, anzi. La subalternità della sinistra specie durante gli anni Novanta è un dato di realtà, ma non tutto della potenza assunta dal neoliberismo può essere dovuto a ciò, senza analizzare a fondo quel che l' '89 ha significato non solo per le forze che si richiamavano al comunismo, ma anche per l'intera sinistra su scala globale. Lo stesso sorgere delle politiche neoliberiste a suo tempo non ha trovato ampio consenso per il fatto che dei limiti si erano manifestati nell'invasività di politiche pubbliche che, ad esempio, in Italia portavano lo Stato ad occuparsi in modo diseconomico e costoso di cose che il mercato poteva normalmente gestire? Ingenerose appaiono anche le critiche al Pd e allo sforzo reale che esso rappresenta di rinnovare un pensiero critico e riformista; troppo ingenua appare l'idea che un fatto nuovo verso la strada indicata da Bevilacqua possa essere rappresentato dall'esperienza politica pugliese, che oggi -in assenza di un po’ di acume politico tanto bistrattato- sarebbe ricordata soltanto come la sonora sconfitta di un presidente di regione uscente. Infine, una considerazione sul populismo: esso si è certamente nutrito dei limiti dei partiti ridotti a comitati elettorali, ma anche troppo spesso della vulgata coltivata pure a sinistra che tutti i mali derivassero dai partiti, cosa che ha contribuito a dare credibilità a chi da destra armava il populismo e segno di una subalternità -questa sì- veramente fatale. L'idea che una nuova sinistra possa nascere lucrando ancora sulla sterile critica alla partitocrazia, proponendosi perciò stesso come una forma di populismo buono (perchè di sinistra) contro quello cattivo (perché di destra), appare costruita sulla sabbia, foss'anche quella dello splendido mare pugliese…
 
 
Piero Bevilacqua: "Il grande saccheggio. L'età del capitalismo distruttivo", Laterza, Bari 2011, pp.217.


 


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16 febbraio 2011
Lettere dal carcere


Dopo i Quaderni, le Lettere, l'altro lato della medaglia gramsciana. Un classico che illumina la personalità dell'uomo, il lavoro dei Quaderni, l'ellittica trama della vicenda politica del capo di un partito clandestino stretto tra Mussolini e Stalin, lo status di un carcerato sui generis, ma anche in qualche modo di ogni carcerato. E' incredibile la vivacità intellettuale e morale di Gramsci, la sua ferrea volontà e il forte realismo che animano, nelle mille variazioni epistolari, il tentativo di saldare teoria e prassi, vita e politica anche nel e dal carcere, sapendo che proprio la sua persona è diventata inevitabilmente il punto massimo di compressione di forze esterne e meccaniche molto più grandi. Le Lettere sono il dipanarsi di quel gomitolo della personalità fino alla trasformazione molecolare che lo porterà a spendere le sue ultime parole per i soli figli Delio e Giuliano, mentre intorno a sè ogni relazione si è recisa e il suo epilogo fisico va di pari passo con la sua stoica disillusione anche verso quanti avrebbero dovuto aiutarlo. Il ricordo della famigerata lettera sta come un macigno sotto lo sviluppo della vicenda carceraria gramsciana... Non si comprendono le Lettere dal carcere se non le si leggono come una testimonianza viva di un'idea dell'uomo, di una filosofia dell'uomo che fugge ogni velleità ed ogni meschinità, che vuol costantemente migliorare se stesso, anche nelle condizioni più impossibili, e che lotta contro ciò che è dato inerte, bruta forza, meccanismo cieco, pur essendo essi stessi il precipitato di altre volontà individuali. Non è un sforzo romantico quello di Gramsci, ma l'esplicarsi di una volontà razionale che, mentre si attua, forgia se stessa secondo il principio della maggiore economia per il migliore risultato. Le lettere sono la fenomenologia di quell'antropologia gramsciana che ad ogni passo ci indica anche il sentiero di una pedagogia estremamente attuale dell'uomo nuovo.



Antonio Gramsci: "Lettere dal carcere", Editrice l'Unità, Roma 1988, vol. I-II, pp. 604.

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21 gennaio 2011
TORNARE A GRAMSCI
E’ necessario tornare a leggere Gramsci. Può sembrare strano nell’epoca dell’istantaneo, ma ne va di noi stessi. Non è il bisogno di vecchie certezze che deve spingerci a farlo, anche perché “I Quaderni del carcere” c’insegnano casomai esattamente l’opposto, ma l’esigenza di capire più a fondo la nostra storia e il nostro presente. Rileggere Gramsci vuol dire tornare a confrontarsi con un classico, riscoprirne l’attualità, ben oltre i condizionamenti della sua epoca, per ritrovare le motivazioni e gli spunti di una politica che o è pensiero, cultura, capacità di analisi e incisività dell’azione in senso collettivo o non è, semplicemente. Ne vale la pena per diversi motivi.

In primo luogo, perché Gramsci è un pensatore della “crisi”, della crisi europea tra le due guerre e della “grande crisi” su scala mondiale. Quante similitudini, leggendo le sue pagine, possiamo rintracciare con gli aspetti della crisi che attraversa oggi il mondo. Ogni storia, anche quella nazionale, di una singola nazione, è sempre “storia mondiale”, così come la “mondializzazione” rappresenta per Gramsci il processo storico profondo dell’economia capitalistica dentro cui già allora era necessario interpretare la storia dei vari popoli.

In secondo luogo, perché Gramsci è una grande pensatore della storia d’Italia, delle condizioni, ragioni e limiti del suo venire a nazione, dell’essere Stato moderno. Oggi, nel 150esimo dell’Unità d’Italia, nell’epoca della globalizzazione che mette fuori gioco gli Stati nazionali, che fa emergere con più evidenza le differenze territoriali, scomponendo e ricomponendo le identità, che segna il protagonismo di soggetti regionali e continentali, è essenziale riprendere il filo di un ragionamento che riguarda il ruolo del nostro Paese in ambito europeo e nella divisione internazionale del lavoro con l’obiettivo di superare i ritardi e provincialismi.

In terzo luogo, perché Gramsci è un classico del pensiero politico, di cui la sinistra del nuovo secolo non può smarrire l’insegnamento a partire dalla necessità di una “riforma intellettuale e morale”. Non si tratta di abbandonare il Novecento, come semplicisticamente viene detto, nell’illusione che qualcosa possa essere costruito più forte e più sano quanto più radicalmente recide i ponti con il passato. Questo atteggiamento incontrerebbe il sarcasmo che Gramsci rivolge ai “costruttori di soffitte” e non rappresenterebbe né più, né meno, che uno di quei tanti tic mentali e comportamentali propri di un Paese che spesso ha cercato la soluzione ai suoi problemi preferendo la scorciatoia ad effetto rispetto al duro lavoro di scavo per correggersi e migliorarsi.

In quarto luogo, perché Gramsci è un filosofo tutto ancora da indagare. La sua “filosofia della prassi” richiederebbe una trattazione completa, “organica”, che sapesse muoversi dentro l’asistematicità e “praticità” del suo pensiero per riannodarne i molteplici fili intorno a quella che è -secondo quanto Gramsci stesso dice- l’essenza di quella filosofia e cioè il suo essere in fondo un’ “antropologia”, ossia una filosofia dell’uomo, la filosofia della “terrestrità assoluta”.

In quinto luogo, perché il pensiero di Gramsci rappresenta una delle radici culturali del Partito democratico, di quel soggetto che con coraggio -come ha detto recentemente Bersani- ha deciso di chiamarsi usando due parole che insieme rappresentano la sfida più difficile in questo nostro tempo. Due parole care a Gramsci: “partito” e “democrazia”. Quella “parte” che tende a farsi “tutto”, cioè a farsi Governo e Stato, e che per tendere a ciò deve già in qualche modo essere un che di organico (un òrganon), pena il ridursi a fazione o setta, e quel processo storico-politico che per rinnovarsi e continuare ad essere catalizzatore ha bisogno d’includere continuamente e perciò stesso di non perdere mai di vista, anzi necessariamente di porsi dalla parte delle “classi subalterne.





Antonio Gramsci: “I Quaderni”, vol. I-VI, Editori Riuniti, Roma 1996.


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28 dicembre 2010
Dante e le Marche. Quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo

Lo studio di una giovane laureata, scritto in modo semplice e scorrevole, pubblicato da una casa editrice locale con il sostegno dell'istituzione regionale. Un libro che incuriosisce per quel rapporto che indaga tra il sommo poeta e una 'piccola' regione, spesso non abbastanza consapevole di sè e della propria storia. Leggendolo si colmano diverse lacune e si ritrovano accostamenti non adeguatamente soppesati quando abbiamo letto e studiato la Divina Commedia. Alcuni personaggi e luoghi ci appaiono sotto una luce nuova e diversa, perchè scopriamo al contempo che essi non ci sono estranei e perchè la nostra storia è più degna d'attenzione di quanto normalmente pensiamo. Ecco allora Paolo e Francesca in quel di Gradara, ecco San Pier Damiani e l'eremo di Fonte Avellana, ecco Bonconte e Guido da Montefeltro della Signoria urbinate, ecco i Malatesta, Jacopo del Cassero e il litorale tra Fano e Senigallia, ecco Federico II da Jesi e Guido da Carpegna, ecco Urbisaglia con la sua decadenza e i fiumi Tronto e Verde che delimitano la regione a sud. Ma il libro non si ferma a quanto la Divina Commedia recita; lo sguardo s'allarga, tenendo conto delle dirette conoscenze dantesche come quella di Cino da Pistoia, operativo tra Macerata e Camerino, o dei percorsi inevitabili per chi come Dante è certo che non solo ha vissuto parte rilevante del suo esilio nelle Marche, ma deve averle anche percorse, come si può desumere da alcune testimonianze documentarie che l'autrice rintraccia. Per questo il libro in conclusione ci propone alcuni itinerari danteschi nelle Marche, in quella terra che forse per la prima volta e certamente in modo efficacissimo (come solo la poesia sa fare e quella dantesca supremamente) viene al tempo stesso circoscritta per negazione e definita in positivo come una medesima comunità, appunto come 'quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo'. Ed oggi siamo ancora lì...

 

Ludovica Cesaroni: "Dante e le Marche. Quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo", Affinità elettive, Ancona 2010, pp. 151


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20 settembre 2010
Edmondo Berselli: L'economia giusta
L'Opus postumum di uno degli editorialisti ed intellettuali più raffinati che scorge a volo d'uccello la natura e le radici della crisi del 2008 che apre davanti a noi un tempo nuovo. La superstizione monetarista e la perdita di valore del lavoro; la crescita delle diseguaglianze, il divario incommensurabile tra redditi e rendite, l'impoverimento dei ceti medi; la retorica del mercato e una politica scissa dalla realtà tra spettacolarizzazione leaderistica, populismo contagioso e corruzione; questo il contesto dentro cui matura la crisi, figlia di una ideologia talmente forte e pervasiva da costruire intorno a sè un consenso pressocchè unanime, proprio perchè costruita sul presupposto della fine di ogni ideologia. Ecco allora la società degli individui, di thatcheriana memoria, tutta competizione e destrutturazione di vincoli, legami e modalità d'intervento pubblico. Dal boom economico, alla crescita dell'inflazione e del debito pubblico fino all'indebitamento individuale, la torsione ha riguardato anche l'Italia. Berselli, nel momento in cui prende atto della crisi e della sua provenienza, riapre il confronto con le culture che hanno costruito il modello europeo dell'economia sociale di mercato: la dottrina sociale della Chiesa (dalla 'Rerum Novarum', alla 'Centesimus Annus' fino alla 'Caritas in Veritate') e la socialdemocrazia (Bad Godesberg). Ne intravede i limiti, ma anche il grande lascito storico, quel capitalismo 'renano' che non è caduto nelle euforie e nelle follie della versione anglosassone. La partita aperta davanti alle società moderne occidentali è la redistribuzione della ricchezza e del potere, per raggiungere un livello più alto di democrazia. La prospettiva che delinea in chiusura Berselli è invece amara e disperante: l'Occidente deve abituarsi ad essere più povero, a convivere con l'impoverimento fatto di crescita anemica, alta disoccupazione e magari tentazioni neoautoritarie. Schiere anonime di Lumpen in mezzo a scintillanti e ricche oligarchie. Il fatto è che l'economia non sarà mai sufficientemente giusta, se la politica non rompe la gabbia della sua subalternità al pensiero economico e torna autonoma e se la politica democratica non prova a riscrivere un nuovo compromesso tra capitale, lavoro e democrazia su scala globale, contro ogni rigurgito di ortodossia monetarista e ogni risorgente retorica dell'antipolitica. Ma questa non è la conclusione di Berselli, piuttosto la nostra. Spes, ultima dea...
 
 Edmondo Berselli: "L'economia giusta", Einaudi, Torino 2010, pp.99

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15 settembre 2010
"La Suburra. Sesso e Potere" di Filippo Ceccarelli
Un libro che tratta una materia scottante, scivolosa e 'bassa' con ironia, intelligenza e senso della misura, ricco di rimandi colti e di considerazioni argute su un tema, quello del rapporto tra sesso e potere che affonda le origini agli albori della storia e che oggi unisce più che mai gli aspetti della farsa e della miseria umana. E' la storia del basso impero della nostra repubblica tra veline, ninfe, escort, killeraggi giornalistici, video, trans ammazzati, fragilità umane e massaggi compromettenti, dove gli uomini pubblici vivono il sesso come un'appendice di un'idea di potere pensata e vissuta come arbitrio piuttosto che come scelta. Affrontate senza nessun moralismo, ma con l'acume del giornalista alla ricerca del dettaglio che squarcia il velo sul senso di ciascun episodio e del contesto entro cui si cala, le vicende di cui si parla trasmettono un misto di comicità e di drammaticità, fino ad intersecarsi con le pagine più buie e tragiche della nostra storia recente, da via Gradoli al suicidio di Alfredo Ormando fino alle folli vanità del Duce. Se il privato è sempre più politico, complice il ruolo dei media e la personalizzazione della politica, possiamo dire che questo aspetto, che è vero in tutto il mondo occidentale e non solo, assume nel nostro Paese i tratti della patologicità. Il Capo, il corpo del capo e l'arbitrio delle sue esibizioni sono però il frutto di un rapporto populistico e plebiscitario con i cittadini che non conosce nemesi, se non la ricattabilità del personaggio, e che non aiuta a distinguere tra l'uomo pubblico vittima delle proprie fragilità, comunque ingiustificabili, e quello che è vittima e carnefice di un meccanismo organizzato dove sesso e droga costituiscono l'ultimo ingranaggio di una catena fatta di corruzione, illegalità, favori e distorsioni. Siamo in altri termini di fronte ad un fenomeno che è lo specchio della qualità e del deterioramento della nostra democrazia, delle istituzioni e dell'etica pubblica, figlie della fine di tante cose, ma da cui non è possibile uscire senza una controffensiva culturale, profonda e potente, che rimetta al primo posto l'interesse generale, l'etica pubblica e sappia ricostruire le identità politiche e selezionare una vera classe dirigente.

Filippo Ceccarelli: "La Suburra. Sesso e potere: storia breve di due anni indecenti", Feltrinelli, Milano 2010, pp. 239.

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13 agosto 2010
libri: "L'Europa è finita?"

 

Enrico Letta, Lucio Caracciolo: "L'Europa è finita?", Add editore, Torino 2010,  pp.126.

 

Una riflessione a due voci sul destino dell'Europa, sui limiti della sua costruzione e sulla realtà disvelata dalla crisi economico-finanziaria in corso. Un percorso tutto sommato lineare quello che Letta intravvede nei decenni in cui si è forgiato l'esperiemento europeo, nell'ambito del quale assume un'importanza epocale l'introduzione dell'euro e -ciampianamente- la fiducia che la moneta non potrà che portare le istituzioni dell'Europa unita. La crisi costituisce l'occasione e la necessità di un forte balzo in avanti in direzione della costruzione degli Stati Uniti d'Europa, costituiti dal gruppo dei sedici paesi in cui vige l'euro, e della Confederazione europea, aperta ai paesi dell'allargamento a ventisette. Una visione disincantata e piuttosto preoccupata, invece, quella che ci offre Lucio Caracciolo, il quale riconosce nell'impasse attuale dell'Europa e nelle incertezze evidenziatesi di fronte alla crisi greca i limiti propri di un certo europeismo elitista e funzionalista, che ha scambiato il dover essere con l'essere e le funzioni con le istituzioni. L'impostazione di Letta ne è a suo avviso la coerente prosecuzione. Emergono con nitidezza dalla sua visione il ruolo forte esercitato dagli Stati Uniti d'America, anche quando l'Europa ha pensato di essere ormai divenuta una soggettività autonoma, e la difficoltà di parlare di Europa nel momento in cui sono del tutto assenti elementi fondamentali della statualità, data la pesantezza delle differenze di interessi tra i vari stati nazionali, l'assenza di una lingua comune, di leadership politica e di istituzioni prodromiche a quella che nella sua idea potrebbe tutt'al più essere una Confederazione europea dei cinque paesi del 'nucleo storico'. La crisi come opportunità per Letta, come fonte di preoccupazione per Caracciolo, sulla base anche della passata storia europea. Sullo sfondo la riflessione sulla democrazia, sul suo impoverimento tra l'emigrare dei luoghi decisionali in ristrette oligarchie finanziarie, l'incapacità di presa di un'Europa senza democrazia sui problemi reali e gli stati nazionali, unica base democratica residuale, del tutto indeboliti. Genuino lo sforzo di Letta d'intravvedere ciò che nasce, piuttosto che ciò che muore all'interno dell'Europa, senza la quale non c'è futuro per l'Italia. Su questo almeno entrambi gli autori concordano

9 agosto 2010
libri: "Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano" di Carlo Azeglio Ciampi

 

La vita di uno dei Presidenti più amati dagli italiani raccontata ad un fedele consigliere come Arrigo Levi in un libro-intervista che ripercorre le vicende dell'uomo e dell'italia. Ciò che colpisce di questo libro è la semplicità dell'uomo Ciampi, il suo eccellere in virtù, nello studio e nella vita professionale, nei rapporti familiari, senza boria o presunzione, con essenzialità e senso del dovere, ma quasi senza ambizione. E' la storia di una grande personalità che risponde alla chiamata, che non cerca di essere chiamato, ma che nella vita viene chiamato per le sue qualità. Certo in lui vive un'etica azionista, quella che lo porta a considerare l'atto volitivo un di più rispetto alla conoscenza di ciò che si vuole e che lo spinge a decidere, seppure dopo aver ascoltato la 'squadra', come viene raccontato a proposito dell'esperienza in Banca d'Italia e al Quirinale. Il caso, a cui Levi attribuisce alcuni passaggi ed opportunità della vita di Ciampi, è piuttosto l'altra faccia della volontà, la quale per decidere non può aspettare l'infinto esplicitarsi della conoscenza, ma ad un certo punto deve fare e, facendo, 'fa' l'uomo stesso. Belle le pagine sull'esperienza in provincia a Macerata, dove il Presidente tratteggia con il proprio ricordo e in poche pagine aspetti essenziali della marchigianità e dello sviluppo della nostra regione, oltre ad una familiarità acquisita con la città e la sua provincia. Inquietanti le pagine sul 'governo delle bombe', cioè il ricordo della stagione stragista che contrassegnò la breve ma proficua vita del governo da lui presieduto nel 1993-1994. Curiosa la fine del governo e rocambolesca la crisi del '98 che avrebbe potuto riportarlo a guidare il governo. Infine il Quirinale, l'essere garante della nazione, della Costituzione e dell'unità in momenti molto difficili per il nostro Paese, che purtroppo non sono ancora passati. E l'invito ai giovani e ad un'intera generazione a dire in modo rispettoso, ma fermo, ai propri padri 'ora tocca a noi'.

 

  Carlo Azeglio Ciampi: "Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano", Il Mulino, Bologna 2010, pp.187


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5 luglio 2010
libri: "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani"

Da un recente invito di Massimo Cacciari a rileggere questo classico capace più di qualsiasi compunta analisi di spiegarci l'Italia di oggi. Un classico non si commenta, si assapora e si coltiva con la riflessione, lo si rimugina e lo si ricorda, tanto più se parliamo di Leopardi... Nell'edizione dell'Unità, collana 'Italiana', del lontano 1993, anno d'esordio di una forma nuova e al contempo conosciuta al nostro Paese dell'antipolitica, di cui questo saggio ci aiuta a rintracciare le origini.

Giacomo Leopardi: "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani", L'Unità, Roma 1993, pp. 60.
 


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13 giugno 2010
letture

vi segnalo...

 Antonio G. Calafati, Francesca Mazzoni: "Città in nuce nelle Marche. Coalescenza territoriale e sviluppo economico", Franco Angeli, Milano 2008, pp.219.

Chi volesse capire un pò meglio che cosa voglia dire l'abusata espressione 'le Marche sono l'unica regione d'Italia al plurale' dovrebbe leggere questo libro. La prospettiva di studio che Calafati da tempo persegue e che lo sta portando a leggere realtà, città e sistemi territoriali diversi e lontani dalle Marche, ha sicuramente la sua scaturigine da una forte consapevolezza del proprio essere marchigiano e civitanovese in particolare, caratteri che non gli hanno impedito di confrontarsi con le più innovative politiche europee nell'ambito dell'economia urbana e delle strategie territoriali di sviluppo. Gli 11 sistemi urbani che egli individua come quelli che hanno fatto lo sviluppo economico e industriale della nostra regione sono per Calafati città in formazione che dal dopoguerra ad oggi sono venute strutturandosi secondo processi di autorganizzazione territoriale legati in particolare allo sviluppo delle attività manifatturiere. I processi di coalescenza territoriale non sono stati però, secondo Calafati, oggetto di paralleli processi di coalescenza istituzionale e di politiche pubbliche che assumessere i sistemi locali e in questo caso i sistemi urbani come ambiti di intervento integrato. Il risultato oggi è che questi sistemi costituiscono delle città disperse che, a fronte delle performances avute fino agli anni ottanta e novanta del secolo passato, stanno vivendo una battuta d'arresto e in alcuni casi un declino. Dalla lettura di questo libro, Pesaro, Civitanova Marche, Fabriano, Ancona, Macerata, etc. , comuni centroidi di omonimi sistemi urbani, assumono un aspetto nuovo in virtù della descrizione della loro struttura e storia, della loro efficienza statica e dinamica, dei processi d'integrazione che li caratterizzano, elementi questi che ogni singolo amministratore pubblico di quelle città e non solo dovrebbe poter conoscere.

 

 Alfredo Reichlin: "Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica", Laterza, Bari 2010, pp. 149.

Un libro bello e suggestivo, scritto davvero bene. Di quelli che spingono chi ha passione politica e gusto per la lettura, a divorare capitolo dopo capitolo fino alla fine, quando si vorrebbe che il libro continuasse per entrare in uno scavo ulteriore delle storie e dei temi che vengono affrescati ed evocati e che vengono infine consegnati alla riflessione personale del lettore e della comunità politica a cui Reichlin stesso si rivolge. Proprio per questo, forse, la bellezza di questo libro di un ottantacinquenne molto giovane sta proprio nell'unire la storia del nostro paese, l'aneddoto vissuto personalmente, l'abbozzo di analisi storico-politico-economica, con i compiti dell'oggi e del domani, in modo tale che nulla appare consegnato definitivamente al passato, ma anzi rivive, e il futuro ci appare un pò più decifrabile, grazie alla lucidità di chi scrive, ma anche agli spunti di riflessione che ci vengono consegnati. Per Reichlin, va da sè, parlare di crisi della politica, significa parlare insieme di crisi della democrazia e della sinistra, ma significa anche riporre grandi speranze nel progetto del Partito democratico, se si pensa non come qualcosa senza radici, ma come la forza che nasce per dare risposta ai problemi profondi dell'Italia, facendo leva sulle energie migliori del paese. Interessanti le pagine su grandezza e limiti della togliattiana via nazionale al socialismo, sulla complessità della figura di Enrico Berlinguer, suggestive quelle sull'esperienza politica pugliese, sull'Italia giolittiana, dell'epilogo del ventennio, della liberazione e della repubblica democratica, fino alle licenze mondane della sinistra a via Veneto, ma soprattutto interrogative le pagine che descrivono la nascita e l'affermarsi della 'rivoluzione conservatrice' che dagli anni Settanta in avanti ha spiazzato la sinistra in deficit di analisi fino ai giorni nostri, quando gli effetti di quella rivoluzione stanno investendo negativamente il mondo intero e il nostro stesso paese. E' qui che si aprirebbe uno spiraglio per una nuova sinistra, quella del Partito democratico, che decidesse di focalizzare in modo nitido il proprio compito storico e di perseguirlo con la necessaria ampiezza di sguardo sulle implicazione non solo economiche o d'ingegneria istituzionale, che hanno caratterizzato l'esperienza -pur importante- della sinistra di governo e che Reichlin ha definito come una sorta di 'riformismo dall'alto'. Si tratta anche per una nuova generazione di farsi portatrice di un nuovo umanesimo, di "un midollo del leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia". E se anche Bondi continua a leggere Reichlin, costretto dall'interrogazione del suo pensare a recensioni ai limiti della psicanalisi, è bene che la riflessione del nostro continui ancora a spronarci.


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permalink | inviato da Daniele Salvi il 13/6/2010 alle 14:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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