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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
POLITICA
19 marzo 2021
LA POST REGIONE. LE MARCHE TRA RICOSTRUZIONE E NUOVO SVILUPPO ('Marcare il territorio', giovedì 11 marzo 2021)

Ha fatto bene il Pd delle Marche a organizzare una serie di seminari di analisi e confronto sulle trasformazioni delle Marche tra politica, economia e società e ringrazio il segretario Giovanni Gostoli per l’invito e per aver voluto dare a questo seminario, che affronta il tema delle Marche tra ricostruzione nuovo sviluppo, il titolo del mio libro “La Post Regione”.

Volendo partire da qui per svolgere una serie di considerazioni dico subito che il libro (“La Post Regione. Le Marche della doppia ricostruzione”, Il Lavoro Editoriale 2020) è uno dei tanti frutti editoriali del lockdown a cui la pandemia ci ha costretti e raccoglie una serie di contributi scritti tra il 2015 e il 2020, quindi nell’arco temporale della scorsa legislatura regionale, quando nella funzione che ho svolto presso il Consiglio regionale ho potuto vedere dall’interno e più in generale riflettere sulle questioni che attraversavano la nostra regione.

Il libro è, quindi, un “diario di bordo” (così è stato definito…) che nasce da una domanda di politica insoddisfatta, da un vuoto che la scrittura ha cercato di colmare, interrogandosi su alcuni temi ricorrenti che nella prefazione ho riassunto così: “Appennino, aree interne e patrimonio culturale; manifattura, credito e infrastrutture; città, luoghi e personaggi non solo marchigiani; Europa, macroregioni ed ecosistemi territoriali; sinistra, paura, disuguaglianze ed ecologia integrale…”.

Ma, dovendo muoverci tra politica, economia e sociale - come recita il sottotitolo di “Marcare il territorio” - ci tengo a dire che se vogliamo approfondire l’analisi non partiamo da zero. Negli ultimi cinque anni, proprio dalla Presidenza del Consiglio regionale, ho potuto promuovere e seguire la realizzazione di una serie di ricerche e di pubblicazioni che a cadenza biennale hanno fatto il punto su dove stavano andando le Marche.

Mi riferisco, innanzitutto, alla ricerca pubblicata in: “Marche 2016. Dall’Italia di mezzo all’Italia media”, a cura di Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini (Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, n. 221), che a distanza di dieci anni dall’ “Atlante sociale delle Marche” del 2007, curato sempre da Diamanti per il Consiglio regionale, ha descritto come sono cambiati gli orientamenti dei marchigiani dopo la grande crisi iniziata nel 2007/2008.

Esattamente due anni dopo, nel 2018, viene presentata e approvata all’unanimità dal Consiglio regionale la ricerca svolta dalle 4 Università marchigiane “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino marchigiano dopo il sisma del 2016”, confluita poi nel volume omonimo dei Quaderni del Consiglio regionale (n. 289), a cura di Ilenia Pierantoni, Daniele Salvi, Massimo Sargolini. A seguito del devastante sisma del 2016/2017, la ricerca analizza in tempi record la situazione del cratere marchigiano ex ante ed ex post l’evento catastrofico, ascolta i sindaci e le realtà auto-organizzate, evidenzia e propone 10 + 1 “nuovi sentieri” per lo sviluppo sostenibile e la rinascita delle comunità ferite. Oggi questa ricerca si sta estendendo all’intero cratere sismico delle 4 regioni, con il contributo di un ampio e qualificato partenariato nazionale.

Nel 2020, esattamente due anni dopo, in occasione del cinquantesimo anniversario delle Regioni a statuto ordinario, l’Istituto di Storia Marche, accompagnato dal Consiglio regionale, pubblica il volume: “Le Marche 1970-2020. La Regione e il territorio”, a cura di Franco Amatori, Amoreno Martellini, Roberto Giulianelli (Franco Angeli), nel quale diversi dei saggi presenti trattano della traiettoria e delle incertezze, affatto recenti, del cosiddetto “modello marchigiano di sviluppo”. Il volume vede la luce proprio nei mesi in cui esplode l’emergenza sanitaria da Sars Cov-2.

Concludo questa carrellata bibliografica, segnalando che sempre negli ultimi 5 anni si sono tenute 4 edizioni (2016, 2017, 2018, 2019) dei seminari di approfondimento #marcheuropa, organizzati dal Consiglio regionale in collaborazione con ISTAO, che in maniera itinerante hanno affrontato i principali temi dell’agenda politica, istituzionale e sociale delle Marche con relatori di rilievo nazionale.

Occorre, da ultimo, ricordare che tutte queste iniziative, di ricerca, editoriali e seminariali, hanno riscontrato apprezzamenti e partecipazione, ma scarsa attenzione e considerazione proprio dal mondo politico regionale al quale erano in primo luogo rivolte.

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Vorrei, però, entrare nel vivo delle questioni oggetto di questo seminario, partendo da un dato, desunto anch’esso da un saggio pubblicato nel 2017 da Silvio Mantovani: “Voti e partiti nelle Marche. Breve storia politica della Regione” (Affinità Elettive 2017), saggio poi confluito in versione aggiornata all’interno del citato libro sul cinquantesimo della Regione Marche.

Se vogliamo capire l’esito elettorale del 2020, infatti, è necessario tornare a rileggere il risultato elettorale delle regionali del 2015 e a confrontare tra loro sedi elettorali omogenee, cioè le elezioni regionali con le elezioni regionali.

Il voto del 2015 fu caratterizzato da questi fattori principali:

-         Una astensione alta e inedita: votò soltanto il49% degli elettori;

-         Una accentuata e anch’essa inedita frammentazione del quadro politico: si presentarono 5 coalizioni con una divisione interna al centrosinistra, tra il Pd e pezzi di mondo borghese-imprenditoriale che fino ad allora avevano condiviso l’azione di governo del centrosinistra;

-         Un risultato della coalizione di centrosinistra (41%) ben al di sotto di quel più o meno 50% ottenuto in tutte le elezioni regionali precedenti;

-         Un risultato (41%) che equivaleva in termini assoluti a neanche il 20% del corpo elettorale (iscritti nelle liste elettorali).

È quest’ultimo in particolare il dato che voglio sottolineare, un dato che rivela il punto più basso di rappresentatività del centrosinistra nella storia cinquantennale della Regione. Ed i fattori sopra evidenziati, presi tutti insieme, ci dicono che la vittoria del centrosinistra presupponeva già allora un percorso di ricostruzione, di apertura e di inclusione, di tessitura di nuove alleanze sociali e politiche, di nuove attenzioni territoriali, per dare risposte ad una società ferita dalla crisi economica. La caduta del Pil delle Marche dall’inizio della grande crisi e in particolare nel periodo 2008-2013 è stata rilevante, ben oltre la media nazionale, e la risalita lenta e faticosa, non recuperata mai a pieno. Oggi questa tendenza è aggravata dagli effetti economici della pandemia.

Mi chiedo e vi chiedo: è con questa consapevolezza, con questi obiettivi e con il conseguente modo di agire che si è operato nella corsa legislatura?

Occorre guardare “dentro” gli ultimi 5 anni di vita politica ed istituzionale e rileggere criticamente quello che è accaduto nel partito, nel governo regionale e nel rapporto con la società marchigiana, se vogliamo capire le ragioni di una sconfitta politica pesantissima.

Si dirà: ma c’è stata la crisi economica, poi il sisma e poi la pandemia! Vero. Ma era proprio per affrontare gli effetti della crisi economica, del fallimento di Banca Marche, della consunzione del “modello marchigiano” che avevamo messo in campo il PD, il quale prendeva sulle sue spalle per la prima volta la guida del governo con una nuova leadership legittimata dalle primarie. E bisogna altrettanto dirci che il sisma non è stato affrontato alla stessa maniera dell’emergenza sanitaria.

Perché non siamo riusciti nell’azione di governo? Questa è la domanda che ci dobbiamo fare. Non ci siamo riusciti al punto che le Marche sono andate in plateale controtendenza e la sconfitta del PD e del centrosinistra è stata maturata dall’elettorato anzitempo e vissuta per certi versi come una sorta di “liberazione”, anche da settori della società a noi non tradizionalmente ostili.

È soltanto se ci poniamo queste domande e ricerchiamo le risposte politiche che ha senso una diffusa campagna di analisi del voto, più che una “fase costituente”, che deve servire ad analizzare con rigore ed obiettività dati elettorali e scelte fatte, ad ascoltarsi reciprocamente e ad avvicinare le posizioni, evitando che il Congresso si trasformi in una resa dei conti e ponga, invece, le condizioni per ricostruire. Analogamente, solo così ha senso confrontarci con i cambiamenti e le trasformazioni che hanno riguardato le Marche, altrimenti o ci stiamo atteggiando ad accademici (che non siamo) o rischiamo di alimentare una lettura autogiustificatoria e autoassolutoria, che non fa bene innanzitutto al PD e, soprattutto, non è utile se si vuol risalire la china.

***

Che cos’è allora la Post Regione?

Sono le Marche alle prese con uno dei passaggi cruciali della propria storia. Un passaggio che ha pochi precedenti nella storia recente della nostra regione. Potremmo considerarlo simile a quello tra fine Ottocento e primo Novecento, quando nel Parlamento del Regno parlamentari come Angelo Celli, Maffeo Pantaleoni, Cesare Sili e altri ponevano la “questione marchigiana”, o a quello che sul finire degli anni Cinquanta del secondo scorso faceva parlare di “meridionalizzazione” delle Marche, ad indicare una regione ancora prevalentemente agricola che sembrava refrattaria all’industrializzazione.

Oggi sentiamo usare nuovamente questo termine (“meridionalizzazione”) per indicare una regione “in transizione”, come l’ha catalogata l’Unione europea, che ha subito un processo di allineamento alla media nazionale, la cosiddetta “medianizzazione”, per usare le parole di Ilvo Diamanti, e che sembra fare sempre più fatica a rimanere agganciata a quel Nord-Est-Centro (NEC) che per lungo tempo è stata la nostra area di appartenenza e di riferimento. La pandemia, anche in questo caso, sta allargando il divario.

Le Marche, dopo la stagione delle economie di distretto, appaiono più piccole e periferiche, prigioniere spesso di un policentrismo localistico, incapaci di aprirsi alle relazioni macroregionali, di entrare a far parte delle “catene lunghe del valore” e di assumere un ruolo sufficientemente definito nella “divisione internazionale del lavoro”, per non parlare di quale ruolo potranno avere dentro le nuove gerarchie dettate dalla digitalizzazione.

La Post Regione è in definitiva la nostra terra, le Marche, che hanno di fronte la sfida della doppia ricostruzione, post-sisma e post-Covid, e che non hanno risolto ancora le questioni poste dalla grande crisi. Una regione che deve fare un “triplo salto carpiato”, se non vuole abbandonarsi ad un progressivo e neanche troppo lento scivolamento, cercando di riposizionarsi con determinazione sullo scenario nazionale ed europeo.

Una regione, infine, che deve pensarsi come un “sistema plurale”, dinamico ed aperto, che esercita sintesi e sussidiarietà, e che per far ciò cambia il suo stesso modo di essere e di operare come ente regionale, si rinnova profondamente, puntando su un diverso modello organizzativo, sulla digitalizzazione, sul rinnovamento del personale e sulle competenze.

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Andiamo, adesso, a considerare la sostanza delle tre crisi che hanno avuto un impatto sistemico sulle Marche e che sollevano questioni che i partiti e la classe dirigente regionale devono saper affrontare:

1)      La crisi economica del 2007/2008 ha messo in discussione il nostro tessuto produttivo, il cosiddetto “modello marchigiano”. La questione di fondo si è stata posta fin dagli anni Novanta del secolo scorso, con l’apertura globale dei mercati, la rivoluzione informatica e la fine della svalutazione competitiva, a seguito della nascita dell’euro. Sono questi tutti fattori che hanno colpito al cuore gli elementi di fondo del nostro sistema produttivo, fondato sulla competizione sui prezzi, sulla piccola dimensione d’impresa e sullo “spontaneismo” territoriale.

Come abbiamo reagito a questa sfida? Con poca innovazione e ricerca, agendo soprattutto sul costo del lavoro, anche grazie alla disponibilità di manodopera immigrata, con le delocalizzazioni e lo sviluppo di un terziario non avanzato, dove vi erano spazi generosi da occupare data la sovraesposizione manifatturiera della nostra regione. Fatemi citare anche qui un libro: “Mezzadri, pescatori, operai”, a cura di Roberto Giulianelli (Franco Angeli 2020) e, a proposito degli aspetti che ho sottolineato, in particolare i saggi di Alessia Lo Turco ed Ercole Sori.

Che cosa dobbiamo fare? Mettere al centro le sfide europee della sostenibilità, digitalizzazione e inclusione sociale, su cui le Marche hanno delle grandi potenzialità, rese ancora più esplicite dalla recente pandemia; investire di più su innovazione e ricerca, raggiungendo nei prossimi anni almeno la media nazionale (1,4%); favorire il reshoring e inserirci più stabilmente nelle filiere continentali europee con produzioni a più alto contenuto di conoscenza e tecnologia e a più alto valore aggiunto; qualificare il nostro terziario in senso innovativo, sostenibile e sociale. Per fare questo è importante un forte investimento sull’istruzione e in particolare sull’istruzione tecnica, sugli ITS, sulla ricerca e l’alta formazione universitaria.

Ad esempio, vogliamo qualificare e diversificare l’offerta formativa dei nostri Istituti tecnici? Vogliamo dotarci di almeno altri due ITS, uno sul digitale e un altro sull’agroalimentare? Vogliamo candidarci ad essere, magari insieme a Umbria e Abruzzo, uno dei 20 ecosistemi dell’innovazione previsti nel PNRR?

 

2)      La crisi sismica del 2016/2017 ha messo in discussione il nostro tessuto urbano-insediativo. I divari territoriali tra costa ed entroterra, molto più ampi di quelli spesso evocati tra nord e sud della regione, e la condizione delle aree interne, a lungo trascurate e il cui grido di dolore nel loro progressivo e ultradecennale declino non ha avuto risposte, sono tornate tragicamente al centro della scena.

Mentre in Europa e - timidamente - in Italia con la Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI), qualcosa cambiava in tema di disuguaglianze territoriali, nelle Marche noi abbiamo affidato questo tema ai “rapporti di forza” e dove ci sono soltanto i rapporti di forza non c’è più la politica. Nelle recenti elezioni regionali abbiamo ricevuto una dura lezione dal centrodestra; cavalcando il tema della ricostruzione mancata e mettendo in campo una classe dirigente espressione dei territori del sisma, il centrodestra ha ridato all’entroterra una rappresentanza quantitativamente degna in seno al Consiglio regionale, raccogliendo su quegli stessi candidati il consenso anche delle zone che non fanno parte del cratere.

Nelle Marche, a seguito del sisma, abbiamo assistito a quello che Andrés Rodríguez Pose ha chiamato “la vendetta dei luoghi che non contano”, che aveva già determinato la Brexit, l’ascesa di Trump e su cui i Democratici americani hanno studiato in questi anni per ritornare al governo.

Alla nostra ipoteca culturale in materia di aree interne, dovuta al venir meno di una visione regionale dei problemi, da poco più di un anno fa da contraltare la “svolta” impressa al processo di ricostruzione dal Commissario straordinario Giovanni Legnini, che voglio ricordare è un esponente del Pd. La sua azione non si sta limitando al tema fondamentale della ricostruzione fisica degli abitati, ma ha posto all’ordine del giorno la questione dello sviluppo delle aree del cratere sismico con proposte riguardanti l’impiego del Recovery Fund (per 1,78 miliardi), l’attivazione di un apposito Contratto Istituzionale di Sviluppo per il cratere del 2016 (per 160 milioni) e la redazione di un programma di sviluppo per le aree del sisma.

Le sfide della sostenibilità, dell’inclusione sociale e della digitalizzazione sono decisive per la rinascita dei luoghi e delle comunità del post-sisma, ma anche per costruire delle Marche più equilibrate e coese, lavorando sull’assetto policentrico e distribuito, così come sull’interdipendenza e l’integrazione tra urbano e rurale.

 

3)      La crisi pandemica del 2020/2021 ha messo in discussione il nostro sistema sanitario e di welfare. Nel tempo abbiamo orientato entrambi sulla risposta ad altre patologie ritenute prioritarie e li abbiamo sottoposti ad un processo di razionalizzazione che è risultato anche dequalificante. Un aspetto per tutti; aver lasciato senza neppure un punto nascita tutto l’entroterra delle Marche.

Oggi e in prospettiva la sfida va rilanciata su:

 

-         La rete territoriale dei servizi sociali e sociosanitari, sul grande tema a lungo derubricato della prevenzione, sulla dimensione domiciliare della cura;

-         La rete degli ospedali come livello di risposta alle acuzie, abbandonando la proposta degli ospedali unici. La prossima redazione del Piano sociosanitario regionale svelerà la vacuità delle promesse elettorali della destra, che per mere ragioni di consenso si è attestata a difesa di tutti gli ospedali, indistintamente. Ma il Pd deve uscire dal guado in cui è rimasto, tra ospedali unici provinciali poco più che ideati e contestuale, indistinto, potenziamento dell’esistente, e ragionare su una visione complessiva della salute, su una offerta organica e differenziata e, nello specifico, su una rete qualificata e integrata di ospedali che dia risposta alle criticità che la pandemia ha evidenziato e alla natura policentrica del territorio regionale;

-         La dimensione tecnologica della medicina (telemedicina, teleassistenza, telefarmacia), ma altrettanto e di più le risorse umane e le competenze a servizio dell’accessibilità e della personalizzazione dei percorsi di salute.

 

Saranno la riforma del welfare e il tema del lavoro i due grandi banchi di prova dell’immediato futuro, su cui il PD deve organizzare una robusta piattaforma programmatica a forte caratterizzazione sociale, se non vogliamo che a pagare il prezzo maggiore della crisi indotta dall’emergenza sanitaria e in prospettiva dell’indebitamento pubblico siano soprattutto i ceti medi e bassi, lasciandoli così in balia delle pulsioni populiste e sovraniste.

Servono una riforma fiscale progressiva che pesi meno sui redditi bassi e medi, una riforma degli ammortizzatori sociali universalistica, l’investimento massiccio sulla formazione per la riqualificazione professionale e sull’autonomia scolastica per assolvere a nuovi compiti d’istruzione e sociali, la tutela del lavoro femminile e giovanile, la lotta contro ogni forma di sfruttamento.

Ad esempio, vogliamo rifinanziare la L.R. n. 5/2003 sulla cooperazione per sostenere i lavoratori che rilevano le proprie aziende in crisi, i cosiddetti workers buyout?

***

Da ultimo, la sfida della “doppia ricostruzione”, post-sisma e post-Covid, o più semplicemente la sfida della ricostruzione delle Marche dentro la ricostruzione “alla Draghi” del Paese, richiede una vasta e profonda mobilitazione di risorse, energie e intelligenze. Chi riuscirà in questa mobilitazione avrà al dunque ragione e potrà costruire le basi sociali e politiche per un nuovo ciclo di governo. Certo, chi parte dall’opposizione è in oggettivo svantaggio, se non altro perché anche l’opposizione ha le sue regole per essere efficace; pensiamo soltanto al modo in cui bisogna porsi di fronte ad una destra che predicava discontinuità e siccome, invece, nei fatti è disarmata e iper-continuista, deve “sparare” delle provocazioni per far vedere di essere diversa da chi governava prima. Questo atteggiamento, che denota un’estrema debolezza, va contrasto ovviamente, ma non inseguito, perché la sfida vera si gioca sul terreno riformatore dove il Pd e un nuovo e ampio schieramento progressista possono cominciare a vincere, anche essendo minoranza.

Ciò richiede un progetto alternativo e che si sia mossi - nell’immane lavoro da fare - da umiltà, impegno non comune, approfondimento delle problematiche, immaginazione politica e programmatica.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 19/3/2021 alle 11:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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