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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
23 luglio 2020
TORNARE AI BORGHI

Torneremo ai borghi? Siamo tornati a riappropriarcene, dopo l’emergenza sanitaria, a riscoprirli, a ripercorrere le vie e le piazze, ma torneremo a viverli, ad abitarli, a ripopolarli?

Negli ultimi tempi importanti archistar come Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas si sono pronunciati per un ripensamento delle città e per una “dispersione” o “ritrazione dall’urbano” a vantaggio dei piccoli borghi da ripopolare. Anche RisorgiMarche, manifestazione musicale per la valorizzazione delle aree del sisma, lascia le lande più o meno desolate della montagna appenninica e si dirige verso i suoi borghi.

In Italia sono 5495 i Comuni con meno di 5.000 abitanti, dove c’è una casa vuota ogni due occupate e che sono stati interessati da esperimenti di sicuro interesse mediatico, come la vendita di case ad un euro o la flat tax al 7% per i pensionati che ritornano dall’estero, ma di scarsa incisività.

Nelle Marche, regione policentrica e dalla trama insediativa diffusa, spiccatamente manifatturiera, ma pur sempre rurale secondo i criteri dell’Unione europea, sono 227 i Comuni, di cui ben 161 con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, mentre 29 sono i “Borghi più belli” e 21 le “Bandiere Arancioni”.

Come accaduto anche per altre iniziative, come le “Bandiere blu” per la qualità delle acque balneabili o, più recentemente, le “Spighe verdi” per i paesi che si distinguono nelle eccellenze enogastronomiche e agroalimentari, tutto ciò ha consentito di creare dei network che segnalano forme di turismo slow ed economie soft e green, dove il turista può muoversi con il supporto di app e dispositivi digitali, usufruendo in maniera mirata della bellezza dei luoghi.

Tuttavia, oggi, quest’architettura promozionale costruita negli ultimi decenni è entrata fortemente in discussione, e nelle Marche in modo particolare.

Il sisma del 2016/2017 e gli effetti dell’epidemia da coronavirus nell’anno corrente hanno colpito al cuore l’idea che lo sviluppo dell’Italia minore, quella dei 6000 campanili, ma non solo essa, possa poggiare cospicuamente sull’economia turistica.

Per fare due esempi molto diversi tra loro; Visso, cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, uno dei“Borghi più belli”, prima del 24 agosto del 2016 era sold out per il gran numero di turisti che affollavano quella che Carlo Bo definiva una delle 200 piazze più belle d’Italia, mentre il giorno seguente era divenuto una realtà spettrale, destinata a rimanervi per diversi anni.

Analogamente, potremmo scegliere oggi una delle località più gettonate della costa adriatica e dover verificare che l’estate in corso registrerà un calo di presenze e di introiti destabilizzante per la tipologia di turismo che abbiamo finora conosciuto. Al netto di case distrutte, forme urbane saltate e migliaia di sfollati, aspetti di sicuro maggior impatto, il necessario distanziamento fisico per evitare il contagio renderà i luoghi del turismo di massa delle realtà molto diverse dal passato.

In questo scenario, ciò su cui possiamo cercare di riprogettare un futuro che riparta non solo dai borghi, ma anche da essi, inclusi quelli del cosiddetto “cratere” sismico, la cui ricostruzione può rappresentare un contributo formidabile alla ripartenza dell’Italia, è costituito dai fattori che hanno determinato uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo” e dalle priorità che si sono gioco forza imposte.

Non possiamo ancora trarre un bilancio complessivo di quel che abbiamo vissuto e di quel che potrà accadere, ma è fin d’ora certo che alta densità, frenetica mobilità e tasso d’inquinamento delle aree urbane più industrializzate e congestionate sono state concause oggettive dell’esposizione della popolazione al virus.

Salute e igiene, sostenibilità e uso delle nuove tecnologie, ricerca di stili di vita e di alimentazione diversi e più genuini, spazi aperti e reti corte di prossimità, riorganizzazione dei tempi e dei modi di vita e lavoro, sono divenute priorità da perseguire e attuare senza indugi.

Di fronte alla gigantesca questione sociale che l’epidemia ha scoperchiato e all’accelerazione che ogni cosa sta avendo, scegliere i borghi dell’Italia minore e delle aree interne è una carta per niente scontata, perché le grandi aree urbane ferite richiederanno un’attenzione maggiore che in passato, ma essa va giocata adesso con convinzione e progettualità.

Occorre fare leva sull’aspetto dimensionale, che finora è stato un gap, sulla tutela dell’ecosistema e il turismo naturalistico, sulla dotazione di servizi essenziali a partire da quelli socio-sanitari e scolastici, sul lavoro digitale nei centri storici e la risorsa agroalimentare come manifattura dell’Italia dei borghi.

E’ indispensabile ripensare con rigore e lungimiranza un nuovo equilibrio delle comunità che coniughi innovazione, sostenibilità e solidarietà; che abbia cura delle persone e dei più fragili: gli anziani, i bambini e i disabili.

L’Europa che punta sulla transizione verso la sostenibilità, sul nuovo pilastro sociale, sulla digitalizzazione e le politiche non solo urbane, ma anche rurali e a favore delle aree marginali, sarà sempre di più il punto di riferimento fondamentale per la trasformazione di civiltà che stiamo vivendo.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/7/2020 alle 11:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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