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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
21 maggio 2020
UN MOTTO E UN GRILLO IN GABBIA

Luigi Bartolini e Camerino

“Dicono che la Verità non esiste; o che ne esiste una per ogni testa (e per un determinato momento). Ma, almeno, di verità ne esiste una ed è quella dello ‘eppoi si muore!’. Verità che un giorno, peregrinando per gli eremi marchigiani, trovai scolpita nell’architrave marmoreo di un portale. Esiste, purtroppo, la verità dell’ ‘eppoi si muore’. Indiscutibile verità; né imperatori, re, principi, baroni sono mai scampati da tale verità: e come se fossero stati, al mondo, eguali ai poverelli”.

Con queste parole del racconto “L’ultimo cancello”, contenuto nel libro “Le acque del Basento” (Mondadori 1960), Luigi Bartolini (Cupramontana 1892 – Roma 1963), incisore, pittore, scrittore e poeta, non solo confermava la sua indole schietta, unita ad un pensiero profondamente umano, ma rivelava la motivazione del perché avesse scelto l’ “eppoi si muore!” come motto di un proprio “ex libris”.

Col termine latino “ex libris”, letteralmente “dai libri”, si qualifica un foglietto stampato appositamente da applicare su un libro, o meglio su numerosi libri per indicare il loro proprietario. Oggi sono divenuti pezzi da collezionismo, ma al tempo di Bartolini avevano ancora l’ambizione - mediante motti “memorabili” - di accompagnare gesta gloriose e molteplici imprese, non escluse naturalmente quelle letterarie, poetiche e filosofiche.

Aveva aperto la strada Gabriele D’Annunzio (1863-1938) e il suo incisore preferito Adolfo De Karolis (1874-1928) aveva alimentato il vezzo. L'infaticabile Bruno da Osimo (1888-1962), discepolo ideale di De Karolis, realizzò circa 600 “ex libris”, tra cui quello commissionato da Bartolini con il motto “e poi si muore”, un’impeccabile fioritura di more (non a caso!) e le sue iniziali, databile intorno al 1925.

Ma l'estrema compostezza decorativa e l'eleganza tipica dell'incisore osimano, seppur apprezzabili, non corrispondevano affatto all'immagine che Bartolini voleva dare di sé e “l’ex libris” rimase inutilizzato. Ad esso l'artista cuprense preferì, di gran lunga, quello più spartano e significativo di Andrea Parini (1906-1975), conosciuto da Bartolini ancor prima del suo trasferimento a Caltagirone nel 1928. La piccola composizione col grillo in gabbia divenne la sua preferita, anche dopo la cancellazione della firma dell'autore siciliano e l'esclusione del motto.

Bartolini continuò a riprodurre la gabbietta con le iniziali del suo nome e cognome nell'edizione Vallecchi del 1954 di “Ladri di Biciclette” e in più di una copertina dei suoi libri di poesie, edite dallo stesso o da altri editori minori, sia precedentemente che successivamente a quella data.

Il grillo in gabbia praticamente era usato come marchio identificativo e portafortuna, e nel luglio 1928 caratterizzava già la carta intestata dell'incisore e contemporaneamente come foglietto singolo era applicato su alcuni libri e cartelle.

Il motto “eppoi si muore!”, scritto con l’ “eppoi” tutto attaccato e l’esclamativo finale, titola inoltre un'acquaforte del 1927 e almeno un paio di altre incisioni eseguite anni dopo.

Data la vicinanza tra le date dei richiamati “ex libris” e dell'incisione suddetta con gli anni del soggiorno di Bartolini a Camerino, tra il 1924 e il 1926, è ipotizzabile un collegamento tra il suo motto e l’ “Et poi / si mòre” che nella città ducale si trova inciso sugli stipiti in arenaria dell'arco d'ingresso di un’abitazione privata nei pressi di Borgo San Giorgio e che dà il nome al “Largo Et poi si mòre”.

Non sappiamo quanto della scritta sopravviva, anche a seguito del sisma del 2016, ma le fonti indicano in quel motto la testimonianza della risalente presenza dell’ospedaletto di San Giorgio de Planula, che accoglieva pellegrini, esposti e infermi e che con ogni probabilità  svolse anche la funzione di luogo di isolamento per infetti, come lascia intendere la sua collocazione al di fuori delle mura urbiche e la presenza della “lugubre nota”. 

Luigi Bartolini conosceva bene sia il capoluogo che la campagna di Camerino per aver insegnato disegno, a partire appunto dal 1924, presso il locale Istituto Tecnico. Egli ha molto amato la città, “luogo dilettosissimo, amenissimo, balsamicissimo”, come altri paesi della sua regione. Trasloca poi inspiegabilmente nel 1926, dopo aver ceduto 'la cattedra' ad un collega del luogo, subentrando al suo posto in una scuola di Pola. Concluso l'impegno scolastico, col bel tempo, sfruttando la luce del giorno percorreva abitualmente strade, sentieri e vecchie scorciatoie, “con lo stesso cavallo di San Francesco” (ossia a piedi) andando alla ricerca di stimoli per mettere alla prova la sua vena poetica.

Oltre ad alcune vedute tipiche e ai caratteristici soggetti come “Il ponticello”, sono notevoli le incisioni d'interno: “Le farfalle imbalsamate”, “La triglia”, “La finestra del solitario”, “Il misantropo” e il disegno “Il mio studiolo da povero in Camerino”; mentre tra gli scritti d'arte è da ricordare “L'affresco di Varignano”, l'antico dipinto murale che lui riportò alla luce e fece conoscere con un articolo su “Rassegna Marchigiana” del 1926. Un tassello, tra i tanti, del suo irrinunciabile eclettismo.

E’ facile immaginarlo imbattersi con quel motto inciso su pietra, quando – come riferisce Don Antonio Bittarelli in uno dei suoi “Itinerari camerinesi” – “all'ora dei pasti attraversava la circonvallazione di levante e andava alla trattoria della Mora, sotto l'arco di via Farnese”. Un “memento mori” quotidiano che certo doveva colpirlo, fino a spingerlo a farlo proprio, ma non prima di averlo rielaborato a suo modo – come era tipico del personaggio – trasfigurando tra l’altro l’ospedaletto a ridosso della città in uno dei tanti “eremi marchigiani” e gli stipiti del portale fatti di calda arenaria in un“architrave marmoreo”, più consono poeticamente a rendere l’idea della freddezza.

Fin dalle prime prove poetiche la speculazione tra libertà e privazione, tra vita e morte non è mai marginale nell'opera narrativa e figurativa di Bartolini. Così scriveva in un ricordo del 1933 in memoria di Giovanni Zuccarini (1876-1923), suo caro “maestro d'arte e di vita”: “(...) io credo che i morti vivano. Essi navigano in un mare sotterraneo dalle onde verdi brune, e canore come quelle d'un alto mare in una notte d'estate. Non navigano per l'eterno; ma, come tu credevi, per ritornare in corpi di futuri uomini che saranno ‘noi’ senza sapere di esserlo”.

Ezio Bartocci e Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 21/5/2020 alle 15:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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